Giovanni Amendola morì di cancro – Pietro Cappellari

Giovanni Amendola morì di cancro – Pietro Cappellari

 

Ucciso dai fascisti… o da una malattia… per la propaganda è la stessa cosa

 

Le vittime del fascismo in Italia godono di “chiara fama”. Una fama che va ben al di là del legittimo ricordo, in quanto il loro sacrificio serve troppo spesso per innestare una polemica politica e perpetuare l’odio antifascista nel tempo… “nei secoli dei secoli”. Amen. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, i “gendarmi della memoria” ignorano la vittima, al massimo ne conoscono il nome, come ignorano i fatti che condussero alla sua morte. A loro serve solo il “nome”. Un nome al quale far seguire, sempre e comunque, la dizione pedagogica: “Assassinato dai fascisti”. È questa la cosa più importante. Altro non serve. Una semplice speculazione politica.

Sia chiaro, tutti i caduti e tutte le vittime per noi sono degne del ricordo, ma non si può tollerare la strumentalizzazione partigiana di fatti avvenuti in tutt’altro modo. Una violenza, prima di tutto, contro la decenza.

È noto il caso di Antonio Gramsci, considerato da tutti “lasciato morire in carcere” (dai fascisti), quando il noto politico – che probabilmente aveva anche abbandonato il comunismo – decedette per malattia, da uomo libero, in una prestigiosa clinica di Roma pagata dal Regime (cfr. P. Cappellari, Gramsci assassinato? Certamente non dai fascisti, “L’Ultima Crociata”, a. LXXII, n. 2, Febbraio-Marzo 2022; e il fondamentale Luigi Nieddu, L’ombra di Mosca sulla tomba di Gramsci e il Quaderno della Quisisana, Le Lettere, Firenze 2014). Per non parlare di Giacomo Matteotti – questo sì assassinato da alcuni maldestri squadristi in quello che rimane un omicidio preterintenzionale – il cui omicidio è presentato come “ordinato dal Duce” e inserito in una oscura, quanto inesistente, trama… Insomma, fantasie prive di ogni fondamento (cfr. P. Cappellari, Il delitto Matteotti: fine di una leggenda, “L’Ultima Crociata”, a. LXIX, n. 9, Dicembre 2019; e il fondamentale E. Tiozzo, Matteotti senza aureola. Il delitto, Bastogi Libri, 2017).

Tra le vittime eccellenti del fascismo un posto è riservato anche all’On. Giovanni Amendola. Classe 1882 – quindi, coetaneo di Mussolini – filosofo positivista di estrazione liberal-nazionalista, senza però nessuna concessione agli estremisti e ai dannunziani. Medaglia di Bronzo al Valor Militare, congedato per malaria nel 1917, fu una delle penne più importanti del “Corriere della Sera” di quegli anni. Deputato nittiano dal 1919, di lui si ricorda la “Legione Amendola” delle elezioni del Maggio 1921, quando i suoi sostenitori si fronteggiarono armati con i concorrenti, nel più tipico “scenario” del Meridione italiano (cfr. i “mazzieri” liberali, i primi a portare elementi di violenza organizzata nella battaglia politica).

Amendola condannò dapprima la violenza socialista e, poi, quella fascista, cercando di parlamentarizzare il PNF, legandolo a Governi di coalizione.

Sulle pagine de “Il Mondo” e tra le file del Partito Democratico Italiano (fondato insieme a Nitti), accentuò la sua opposizione all’avanzata del fascismo che vedeva come una minaccia per lo Stato liberale.

Ministro delle Colonie nel 1922, sostenne la controguerriglia italiana in Libia per la riconquista dei territori finiti sotto il controllo dei Berberi, tanto da essere nominato Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine Coloniale della Stella d’Italia.

Dopo il delitto Matteotti (Estate 1924) la sua opposizione al Governo Mussolini si fece sempre più intransigente, finendo per diventare uno dei maggiori esponenti del cosiddetto “Aventino”, ponendo sullo stesso piano di condanna sia il fascismo che il comunismo. Quest’ultimi, piccati, lo bollarono come “semifascista”.

Antigentiliano, firmò il Manifesto degli intellettuali antifascisti.

Giovanni Amendola

 

Travolto dal fallimento dell’opposizione a Mussolini, fondò l’Unione Democratica Nazionale, nel tentativo di rilanciare l’azione liberale. Poi, il “dramma”. Come riporta la Treccani, sulla cui serietà nessuno potrebbe obiettare: “[Amendola] subiva una seconda aggressione a Roma, in Via dei Serpenti, il 5 Apr. 1925, poi un’altra ancora, ben più grave, il 25 Luglio, sulla strada fra Montecatini e Pistoia. Ammalatosi in seguito alle percosse, si recò a due riprese in Francia. Sempre malandato in salute, rientrò in Italia dove, ai primi di Dicembre, sciolse di fatto l’Unione [Democratica] Nazionale. Alla fine dell’anno tornò a curarsi in Francia. La morte, provocata dai postumi dell’aggressione di Montecatini, lo colse in una clinica nei pressi di Cannes il 7 Apr. 1926” (corsivo nostro).

La data corretta dell’aggressione dovrebbe essere quella del 20 Luglio 1925. Di là di questa discrepanza, la morte di Giovanni Amendola è quindi da attribuire, senza ombra di dubbio, alla violenza fascista.

Come per Matteotti… o come per Gramsci?

Domanda non retorica, in quanto sembra le cose non siano andate propriamente come narrano i libri di storia della Repubblica Italiana, avvallati dalle più alte istituzioni culturali dello Stato. Ci aiuta, forse, a comprendere cosa avvenne un articolo dell’Onorevole del Movimento Sociale Italiano Mario Jannelli – già Podestà di Salerno e Sottosegretario del Ministero delle Comunicazioni del Regno d’Italia – comparso su “Il Conciliatore” il 27 Novembre 1952 e rilanciato da “La Rivolta Ideale” il 4 Gennaio successivo, con un titolo che era tutto un programma: Anche l’ignobile speculazione sulla morte del Deputato liberale, attribuita alle percorse dei fascisti, è stata stroncata.

Un pezzo che si perde nella notte dei tempi, di cui nessuno ha mai sentito parlare, censurato dai “gendarmi della memoria”. Necessario, quindi, lasciare la parola a Jannelli, “amico personale di Donnarumma, fedele Segretario di Amendola”:

Il fascismo salernitano del 1923 e 1924 deplorò senza riserve le aggressioni all’On. Amendola, e sul giornale della Federazione fascista del tempo deve esserci traccia di una mia lettera di aperta critica a Farinacci che aveva dichiarato di “non sentire di dovere deplorare l’aggressione” di Montecatini. D’altra parte lo stesso Mussolini aveva espressa la chiara opinione che ho già ricordato.

Ma se da quella deplorevole e selvaggia aggressione di Montecatini si vuol far derivare la morte di Giovanni Amendola, via, ci vuole una dose di… buona volontà che nel 1952 non è più a disposizione delle persone intelligenti.

Procediamo, pertanto, all’esame dei fatti che sono di una chiarezza assoluta.

Il compianto On. Amendola fu aggredito nei pressi di Montecatini, e percosso, il 20 Luglio 1925. Subito dopo fu condotto all’ospedale di Pistoia e visitato dal medico di servizio Dott. Marracini che rilasciò questo referto:

‘Contusioni multiple alla fronte, alla faccia, al ginocchio e al braccio sinistro e ferite lacero contuse al labbro inferiore e alla mano sinistra, contusione alla regione orbitaria sinistra e al globo oculare con emorragia sottocutanea. Giudicato guaribile in 20 giorni’.

L’indomani, 21 Luglio, l’On. Amendola partì per Roma, ove, appena giunto, fu operato dal suo medico Dr. Toscano, il quale confermò, punto per punto, il referto del Dr. Marraccini; solo previde che bisognava attendere, per la guarigione, ‘almeno un mese’ e per la ferita all’occhio riservò la prognosi dopo il processo cicatrizzante e di riassorbimento.

Dopo due giorni, precisamente il 23 Luglio, l’illustre infermo fu visitato dall’oculista Prof. Cirincione e dall’otorinolaringoiatra Prof. De Carli.

In seguito l’On. Amendola partì per Parigi, ove verso la metà di Ottobre subì una lieve operazione al naso, non si sa perché né di quale natura. Mai l’On. Amendola disse o scrisse che quell’intervento chirurgico era conseguenza delle lesioni del 20 Luglio, quando il naso non subì alcun trauma, e se lo avesse subito sarebbe stato impossibile non rilevarlo essendo le lesioni al naso appariscentissime.

Così pure non è mai risultato in alcun modo che l’On. Amendola sia stato colpito al torace, ove qualsiasi percossa avrebbe lasciato traccia visibile almeno di lividatura.

Ora avvenne che esattamente dopo sette mesi circa l’On. Amendola, che già durante l’Inverno 1925-26 aveva accusato un profondo malessere, fu ricoverato nella clinica del Prof. Lardancis per essere liberato da ‘una grossa massa cistica’ formatasi al lato inferiore del polmone sinistro.

Dopo 14 giorni di degenza clinica, il detto Prof. Lardancis e i Proff. Gandis e De Parrel di Parigi aprirono il torace dell’infermo per estirparne la prevista massa cistica, ma quando invece della innocua ciste diagnosticata si trovarono davanti ad ‘una massa di aspetto ematico con elementi di tendenza degenerativa, circondata da notevole congestione e vasodilatazione pleuropolmonare’, cioè ad un tumore maligno del polmone a netta tendenza aggressiva con ramificazione profonda, e, pertanto, inoperabile, piuttosto che far sicuramente morire l’infermo durante la narcosi e l’ormai inutile operazione, preferirono richiudere d’urgenza, alla meglio, il torace già aperto. Così l’infermo visse ancora 12 giorni.

Amendola in sostanza morì dello stesso male che ha condotto alla tomba l’ultimo Re d’Inghilterra, che pure nessuno aveva percosso al torace.

Storia assai triste questa dell’On. Amendola. Si spegnava così un uomo che la lotta di parte non mi ha mai impedito di ammirare.

Ma voler ritenere che l’On. Amendola sia morto in conseguenza dell’aggressione di Montecatini è cosa che ripugna tanto la logica quanto alla giustizia.

Nessun medico degno di tale nome e che non ha voglia di rendere un favore politico, potrebbe mettere in rapporto il trauma alla cassa toracica – che non ci fu – ed un neoplasmo alla base polmonare, riscontrato sul tavolo operatorio, così imponente dopo solo sette mesi e mezzo dall’incidente.

Il povero infermo chi sa da quanto tempo e senza dar peso alla povera sintomatologia iniziale, portava la sua mortale malattia che già solo due mesi dopo l’aggressione, nell’Inverno del 1925, lo faceva molto soffrire, e che lo aveva ridotto in quelle condizioni pietose di cachessia tipiche dei portatori di neoplasie in fase avanzata. Questa è la verità, il resto è solo macabra fantasia”.

Aggiungere altro sarebbe superfluo, se non fosse doveroso ricostruire correttamente la “famosa” aggressione di Montecatini del 20 Luglio 1925 – dove l’Onorevole era giunto per delle cure termali – anche per evidenziare come quel giorno Amendola – contro il quale si addensavano le ire di alcuni irresponsabili squadristi – era scortato da tre fascisti, proprio per prevenire ogni violenza contro la sua persona. Camicie nere che erano state mobilitate in questo servizio dal Federale di Lucca e noto Comandante squadrista Carlo Scorza, appena saputo dei rischi che correva l’Onorevole e del quale dispose personalmente un immediato allontanamento dalla zona. Tuttavia, l’auto su cui i quattro viaggiavano (Amendola, l’autista e i due fascisti), giunta a Pieve a Nievole (Pistoia), si trovò la strada bloccata da un tronco e, durante la sosta, scattò l’aggressione, nella quale rimase ferito – sia detto per inciso – anche un fascista che difendeva Amendola: Marcello Marcelli, futura Sciarpa Littorio. L’altro fascista di scorta, non si fece sorprendere, balzò al centro della carreggiata e riuscì a mettere in fuga gli aggressori sparando in aria con la rivoltella.

L’Onorevole liberale venne ferito alla testa e al volto dai colpi di bastone e da schegge di vetro, mentre era seduto in auto sui sedili posteriori, lato destro. Gli aggressori non riuscirono a completare, come abbiamo detto, la loro sciagurata “missione” e rimasero ignoti anche nelle indagini predisposte dal Regime.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Giovanni Amendola venne elevato a “Martire dell’antifascismo”. Nel Novembre 1945, con un tempismo perfetto – quanto funzionale alla vulgata – sul palazzo natio, a Sarno (Salerno), venne eretta una emblematica lapide commemorativa in cui si ricordava che da quel luogo l’Onorevole “mosse alla battaglia per la libertà / che indomito condusse / con potenza d’intelletto / di parole d’animo / consacrandole una vita / di pensiero di lavoro / affrontando per essa la morte / che ebbe da mano italiana / armata dalla tirannide fascista” (corsivo nostro). E non finì qui. “Assodato” che Amendola era stato ucciso dai fascisti, ora bisognava dare un nome ai suoi carnefici. E, come di moda in quegli anni, si incolparono i primi fascisti sotto mano. Per ironia della sorte, vennero accusati e addirittura condannati in primo grado quei fascisti che, quel 20 Luglio 1925, si erano adoperati per tutelare l’incolumità dell’Onorevole liberale!

Solo nel 1950 la Cassazione mise fine a questa volgare assurdità, cancellando la condanna politica ed assolvendo tutti gli accusati per insufficienza di prove.

Nonostante che la realtà dei fatti fosse sotto gli occhi di tutti, nessuno ci fece caso e si continuò come nulla fosse avvenuto, avallando la ricostruzione politicizzata degli eventi.

Il 25 Luglio 1965, nell’ambito delle celebrazioni del ventennale della Resistenza e a quarant’anni dall’episodio (con il solito errore sulla data), sul luogo dell’aggressione subita da Amendola – e dalle due camicie nere che lo scortavano! – i Comuni di Montecatini Terme, Monsummano Terme e Pieve a Nievole eressero un monumento per ricordare ove venne “aggredito dal cieco odio fascista” l’Onorevole, che “difese, morendo, la libertà sua e degli uomini civili” (corsivo nostro).

Gli anni passarono stancamente e i ricordi si sbiadirono. Anche l’antifascismo militante andò in pensione. Il comunismo cominciò ad eclissarsi e a mostrare il suo volto fallimentare di miseria, odio e morte. Fu così che, in un attimo di “debolezza” e di “disattenzione”, il Senatore del PCI Maurizio Ferrara, durante un’intervista, accennò al fatto che solo nel 1961 aveva saputo che Giovanni Amendola – amico di famiglia – era morto per un tumore e non certo per i postumi di un’aggressione fascista (cfr. G. Mughini, Ferrara, con furore. Storia di un comunista borghese e della sua famiglia, Leonardo, 1990).

L’affermazione squarciò come un fulmine al ciel sereno la “placida prateria” della vulgata antifascista in cui pascolavano allegramente gli intellettuali italiani. Subito scattò l’indignazione generale dovuta ad una inchiesta de “L’Europeo” che rilanciò in ambito nazionale la “scoperta”, che – se limitata al libro-intervista – sarebbe stata ignorata da tutti. Dovette intervenire, sdegnato, l’ex-Deputato del PCI Pietro Amendola, figlio di Giovanni, per rettificare quanto era stato scritto, stroncando la “manovra della reazione” contro la memoria del padre. Sì, il padre morì di una malattia… provocata dai fascisti! Arrivando a sostenere che vi era stato “un nesso inscindibile tra la causa traumatica e il conseguente effetto morboso con esito letale” (cfr. Sì, Amendola venne ucciso dai fascisti, “La Repubblica”, 24 Febbraio 1990). Ma non solo. Pietro Amendola sostenne che i fascisti che aggredirono il padre e il loro mandante Carlo Scorza erano stati condannati nei tre gradi di giudizio. Quindi, non era il caso di riaprire vecchie ferite e sospettare della ricostruzione dei fatti della vulgata. Sì, Giovanni Amendola era morto di cancro, ma era stata colpa dei fascisti!

Che Carlo Scorza e i fascisti che quel 20 Luglio 1925 cercarono di difendere l’Onorevole liberale fossero invece stati assolti in Cassazione, a pochi interessò. I fascisti vanno condannati a prescindere dalle sentenze dei tribunali…

Che l’autista di quel giorno fosse stato minacciato, prima del processo, da alcuni comunisti per fornire una fantasiosa, quanto contorta, ricostruzione degli eventi… interessò ancor meno.

L’On. Maurizio Ferrara, mortificato, sottoposto a “processo popolare”, dovette ammettere il suo “errore”… sperando che in una eventuale ristampa del libro-intervista il passo incriminato fosse “corretto” (ristampa che, ovviamente, non vi fu, avendo avuto il volume una scarsissima diffusione e destato ancor meno interesse).

Fu così che il caso si chiuse… anche se all’orizzonte si profilava la scomparsa ingloriosa del comunismo. Tuttavia, se il Muro di Protezione Antifascista di Berlino si sbriciolava da solo, rimaneva in piedi, granitico, quello eretto dai “gendarmi della memoria” sulla nostra storia. E così, ancor oggi, Giovanni Amendola è morto a seguito di un pestaggio squadrista.

Non siamo medici, ma quale scienziato potrebbe mettere mai in correlazione una bastonata alla testa (lato destro, dove sedeva) con lo scatenamento di un tumore al polmone (lato sinistro, quello interno all’auto, più protetto)?

Una bastonata al capo, oltretutto, senza grandi conseguenze, perché Giovanni Amendola non fu nemmeno ricoverato in ospedale dopo lo sciagurato agguato. Anzi, si presentò, dopo l’aggressione, per nulla turbato, tanto da scherzare con il giovane fascista Marcello Marcelli, anche lui ferito: “Le superficiali ferite non impediscono al Parlamentare di ripartire alla volta della stazione, raggiunta la quale non ha problemi a salire in treno sulle proprie gambe; non prima tuttavia di avere calorosamente ringraziato i due giovani montecatinesi che con il coraggioso atteggiamento assunto a sua difesa lo hanno salvato: e al Marcelli, che ha preso le bastonate al posto suo, dà anche un buffetto sulla guancia” (cfr. G. Alessandri, Una testimonianza sull’aggressione subita da Giovanni Amendola a Pieve a Nievole, 22 Aprile 2014, in https://giuseppealessandri.myblog.it).

Perché questo “accanimento” sulle modalità della morte dell’Onorevole liberale? Ma la sua opera, la sua lotta politica, vale per come è morto o per come è vissuto?

Ecco che allora ritorniamo all’assunto con il quale abbiamo iniziato questa nostra indagine. Di Giovanni Amendola non interessa nulla a nessuno, purtroppo. All’antifascismo serve solo il suo nome, per creare “vittime” e inventarsi “carnefici”. Del resto, a chi potrebbe interessare un antifascismo di stampo liberale e democratico?

Ricordiamo che i comunisti – coloro i quali hanno costruito il “mito dell’antifascismo” – bollarono Giovanni Amendola come “semifascista” proprio per le sue posizioni liberali e democratiche. Gli stessi, di osservanza stalinista prima e sovietica poi, che, nel mentre osservavano indifferenti il massacro dei propri compagni nelle “purghe” degli anni ’30, denunciavano la “inumana” dittatura mussoliniana, inventando “martiri” e fatti mai accaduti. Un mestiere ben remunerato giunto fino ai nostri giorni.

Eccoci allora di nuovo al punto di partenza: Giovanni Amendola liberale e democratico, no; Giovanni Amendola “assassinato dai fascisti”, sì!

È questo il modo di rispettare la sua memoria? Non crediamo.

 

Pietro Cappellari

 

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Categorie: Storia

Pubblicato da Ereticamente il 27 Luglio 2022

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Barrella Gennaro

    LA REALTA’ DEL COMUNISMO LA STIAMO SENTENDO TUTTI I GIORNI DAGLI ORGANI DI STAMPA PER GLI ECCIDI FATTI PERPETRARE DA PUTIN ECCETERA IN TUTTO IL MONDO. EGLI ED I SUOI SRGIACI SONO IL PEGGIO DEL PEGGIORE ITLER.

    • Eugenio

      Ah Gennà, vedi di occuparti di qualcosa di più congeniale al tuo spirito e lascia stare argomenti che non comprendi. Darsi all’ippica o alle bocce è il mio consiglio, oltre a ripassare la grammatica italiana, visto che il tuo italiano lascia a dir poco a desiderare.

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