Romanticismo fascista di Paul Serant. A cura di Franco Brogioli

Romanticismo fascista di Paul Serant. A cura di Franco Brogioli

Scritto nel 1960 da Paul Serant, Romanticismo fascista costituisce un interessante studio sugli scrittori francesi che, nel periodo tra le due guerre mondiali, aderirono o in qualche modo furono attratti dal fascismo e dal nazionalsocialismo. Gli autori che vengono presi in considerazione attraverso i loro scritti politici – saggi o articoli – sono: Pierre Drieu La Rochelle, Robert Brasillach, Louis Ferdinand Cèline, Abel Bonnard, Alphonse de Chateaubriant e Lucien Rebatet.

 Questi autori, come viene spiegato nel libro edito in Italia da Ciarrapico negli anni ottanta (3a edizione) , non possono essere considerati totalmente contigui all’ortodossia fascista così come si è venuta a conoscere prevalentemente in Italia e Germania, ma rappresentano una vicinanza ad alcuni aspetti di questa ideologia; se è pur vero che in Francia il fascismo non è mai stato al potere e i partiti dichiaratamente fascisti come il Parti Populaire Franϛaise di Jacques Doriot (ed altri gruppuscoli minori come Le fascieau, Croix de Feu e Francisme)  hanno avuto una scarsa presa sull’opinione pubblica transalpina, si deve riconoscere che è sempre esistita nella patria di Napoleone Bonaparte una forte componente nazionalista, antigermanica, monarchica ed antisemita che nell’Action Franϛaise ha trovato la sua più compiuta espressione e il cui principale esponente, Charles Maurras, è stato riconosciuto come maestro intellettuale di un’intera generazione di scrittori.

 Quindi nelle opere di Drieu ritroviamo il tema della decadenza europea dovuta alla crisi della borghesia, nella quale l’autore di Socialismo fascista trovava la necessità del superamento del sistema capitalistico e che si ponesse in alternativa al comunismo materialista e marxista-leninista, anche se negli ultimi giorni prima del suicidio, auspicava la fusione dei due movimenti rivoluzionari per l’abbattimento del libero mercato così come in parte era avvenuto nel febbraio del 1934, quando nazionalisti e comunisti si trovarono alleati nella protesta contro il regime parlamentare giudicato corrotto ed inetto da entrambi gli schieramenti.

In Brasillach, che su Je suis partout scriveva violenti articoli antisemiti che gli costeranno la vita, oltreché aver collaborato con la Francia di Vichy, c’è l’idea della giovinezza e dell’amicizia tra le nazioni risvegliate dall’agire nella comune visione del mondo e dalla narrazione dei congressi di Norimberga del partito nazionalsocialista come «cattedrali di luce» e di «fascismo immenso e rosso». Celebre è anche la definizione che l’autore de I sette colori diede del fascismo come la «poesia stessa del XX secolo».

 Differente è il caso poi di Celine che non può essere accusato di fascismo dal punto di vista strettamente ideologico, ma semmai di anarchismo ed antisemitismo: famoso è Bagatelle per un massacro pamphlet del 1938, nel quale gli ebrei vengono presi di mira per le loro ricchezze e la capacità di essere al vertice dei giornali padronali più venduti dell’epoca e a capo dei movimenti sovversivi ed internazionalistici.

 Di adesione al nazionalsocialismo tedesco si può parlare nella opera principale di de Chateaubriant, Il fascio di forze (1937), viaggio nella Germania di Hitler, nel quale lo scrittore incontra rappresentanti del Partito a vari livelli della gerarchia, ma anche gente comune del popolo, operai, artigiani e contadini, i quali vengono ben considerati dai membri dell’élite della NSDAP perché nella nuova Germania il lavoro manuale non è più da considerarsi umiliante ed anzi è da valorizzarsi anche tra i laureati delle città, i quali sono tenuti, per un certo periodo di tempo, a prestare il loro aiuto nelle campagne e nelle fabbriche. Peculiarità della posizione nazionalsocialista di Chateaubriant è l’identificazione tra Hitler e Gesù, tra «paganesimo» del regime della croce uncinata e cristianesimo, concepiti dallo scrittore in posizione non antitetica, ma come due Messia che Dio ha mandato tra gli uomini per la loro salvezza.

Il fascismo di Rebatet forse è quello più in linea con quello mussoliniano: opposizione sia al liberalcapitalismo finanziario e creditizio che al comunismo marxisteggiante, contro la viltà della democrazia parlamentare inetta e borghese, per la valorizzazione dei lavoratori e dei loro diritti, che nel corporativismo troveranno la giustizia sociale e la concordia con i datori di lavoro. Con l’opera Les decombres del 1942 Rebatet indica come responsabili dello sfacelo francese politici, militari ed ebrei; non vengono risparmiate critiche neanche al governo di Vichy. Questo libro è anche il più venduto durante il periodo dell’Occupazione con circa 65.000 copie.

Abel Bonnard anche lui figura di primo piano del nazionalismo francese, accademico di Francia, poeta, romanziere e saggista con una delle sue opere più importanti Les modèrès pubblicata nel 1936, mette in evidenza come la classe dirigente tra le due guerre fosse incompetente, buona a nulla, una categoria dello spirito disposta a tutto per il potere e divenuta purtroppo la spina dorsale del ceto politico europeo. Aderì al regime di Petain e al collaborazionismo credendo di trovare la via per la riscossa nazionale e l’onore perduto.

Come giustamente affermava Giano Accame nella prefazione, il saggio di Serant ha un limite: analizza sì le posizioni politiche ed anche filosofiche degli autori presi in considerazione, ma non in relazione alla loro opera letteraria nel complesso, però questa lacuna può essere lo spunto per un nuovo studio sugli scrittori francesi collaborazionisti.

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Categorie: Libreria

Pubblicato da Ereticamente il 2 Giugno 2022

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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