Il falso, il brutto e il cattivo – Livio Cadè

Il falso, il brutto e il cattivo – Livio Cadè

Caccia alle streghe

In genere non presto molta attenzione ai casi spiccioli, agli scampoli di attualità. Chiudono lo sguardo in orizzonti angusti e, se non sai trascenderli, ti impediscono di cogliere verità più universali. Eppure, è proprio il frammento di cronaca, l’evento minimo, che talvolta esprime con più efficacia un senso o un valore generale. Ma in questi tempi (che alcuni dicono essere gli ultimi) son tanti i fatti pazzi, grotteschi e marci che ci piovon sulla testa, che  a volte sospetto sia solo un brutto sogno.

Ad esempio, pochi giorni fa mi trovavo all’ingresso d’una sala da concerto. Faccio per entrare ma vengo fermato. È d’obbligo la maschera, dunque rinuncio. Noto che anche lì nel vestibolo, benché non sia prescritto da alcun regolamento son quasi tutti mascherati. Vorrei capirne la ragione e tento una sommaria indagine, butto lì qualche domanda con noncuranza. Le risposte son prevedibili: “per prudenza … ci sono abituato … per rispetto degli altri”. Solo un tizio mi sorprende: “è una forma di galateo” (sic!). Ecco quel che si dice “passare dall’etica all’etichetta”. In futuro non indossare la mascherina sarà inelegante come il far rutti o flatulenze.

Mentre distrattamente do un’occhiata al programma un tale mi s’accosta. “Ha visto che roba?” mi chiede. “Ciaikovsky, Rachmaninoff, Prokofiev!”. Lo guardo perplesso. “Tre musicisti russi!” sbotta, dando particolare enfasi alla nazionalità. Par che intenda: “qui s’attenta alla pace, ai diritti umani, si collabora col nemico!”. È scosso, turbato, come se l’avesse fissato lo sguardo torvo di Rasputin. O forse il tizio è posseduto da demoni maccartisti. Nella sua fronte, negli occhi – il resto del viso è nascosto – cerco di cogliere, lombrosianamente, i segni dell’imbecillità congenita. Ma, obiettivamente, non vedo anomalie. Forse perché è normale oggi essere imbecilli. In effetti, tra giornali, tivù e discorsi della gente, le testicolerie ridondano, sono ordinaria amministrazione. E se ne potrebbe pure ridere, se non avessero tante infauste conseguenze.

C’è quello che “se non ti vaccini muori”; c’è l’uomo chiuso nella sua automobile con la mascherina sul volto; il giornale ‘liberale’ che pubblica una lista demenziale di persone non grate al regime; ci sono i ‘liberi pensatori servili’; i registi fru fru acclamati dalla critica per aver sodomizzato la Tosca o gomorrizzato Rigoletto etc. Inutile moltiplicare gli esempi. Basterebbe quella Madonna snudata e lasciva, portata in processione con lubrico orgoglio. Son tutti prodotti metabolici di una società le cui evacuazioni culturali hanno minor dignità di quelle naturali.

Dogma trinitario

Purtroppo dobbiamo barcamenarci in un mondo che galleggia sugli escrementi del falso, del brutto e del cattivo. Bisognerebbe dire ‘falsobruttocattivo’, una parola sola. È infatti una sostanza unica, benché trina. Qualcuno ha detto che il bello è lo splendore del vero. Allo stesso modo il brutto è l’ombra del falso, come il Padre genera il Figlio, e da loro procede lo Spirito Maledetto, il cattivo. Trinità satanica in cui, per vie metafisiche, il falso comunica la sua natura alle altre ipostasi. Non è possibile capirlo razionalmente perché, come tutte le trinità, è un mistero.

Tuttavia, se aprite il Vangelo secondo Belzebù, primo versetto, troverete questa solenne affermazione: “in principio erat Falsum”. È infatti la menzogna che ab initio corrompe la coscienza dell’uomo, allontanandolo dalla vita vera e dalla vera felicità. Accade così che la gente, anche quando compie le peggio nefandezze, si illude di servire una buona causa. Tutta la nostra società mente a sé stessa. Per vedere le cose dal lato giusto, occorre quindi ribaltarle: chi voglia informazioni, deve chiederle alla cosiddetta ‘disinformazione’, chi desidera curarsi deve evitare la medicina ufficiale etc.

“Il falso è la radice d’ogni male” è un dogma non oppugnabile, un assioma evidente di per sé. L’attuale epidemia di stupidità è un suo corollario, perché tutte le varie buaggini su russi, vaccini, liberi amori etc. nascono dalla negazione del vero. Tale deficit intellettuale non è da imputare alla natura ma all’educazione, a un sistema in malafede, che attraverso la scuola e i media col tempo compromette la pristina intelligenza umana. Troviamo infatti gli esempi di massima imbecillità proprio tra persone istruite e ben informate.

Un tempo la stupidità aveva carattere più semplice, popolare. Oggi è accademica, barocca e ridondante, tendente alla leziosità e al manierismo. Ciò dipende da una falsità più ricca ed evoluta, nutrita di concezioni scientifiche, storiche, psicologiche, sociologiche etc. in cui reale e fittizio, verità e bubbola, si fan quasi indiscernibili. È grazie a questa confusione che il brutto, spacciandosi come espressione di libertà, ha potuto imporsi in quanto nuovo valore – nella volgarità del linguaggio, nell’aberrante policromia sessuale, nell’arte putrefatta –  e che il cattivo, col pretesto del progresso e della sicurezza, può oggi far pendere sul nostro capo, appesi a un filo, orrori mai visti prima.

Esame d’armonia

È un mondo positum in maligno, direbbe sant’Agostino. E poiché questo elemento maligno è triplice è analizzabile in tre modi. Col metodo filosofico si può riconoscere il falso, con quello etico il cattivo. Tuttavia, il criterio più sicuro è, a mio parere, l’estetico, mentre gli altri due possono trarre in inganno. Il mentire e la cattiveria si possono dissimulare, più difficile è nascondere la bruttezza. Un sorriso artefatto può coprire la violenza, un ragionamento sottile la bugia ma al senso estetico non sfuggirà una disarmonia, un che di sgraziato, che ne rivela la malignità.

Una tigre è certo pericolosa, ma non può essere falsa o cattiva, perché è meravigliosamente bella. Osservate invece le zecche. V’è nel succhiare il sangue degli altri qualcosa di sicuramente maligno. È come se l’élan vital avesse imboccato in questi parassiti un vicolo cieco, optando per uno stile di vita che contraddice ogni sano impulso evolutivo. Ma per capirlo non serve conoscere le loro abitudini alimentari, basta guardarli. Sono brutti, mostruosi, repellenti.

Ora esaminate i cosiddetti politici, altra specie dalle abitudini ematofaghe. Prima ancora che dalle loro azioni, potete capire che sono falsi e cattivi dal fatto che, come le zecche, sono brutti. Non ve n’è uno che abbia sembianze armoniche. Non parlo della bellezza di un Saint-Just o della bruttezza di un Mirabeau, che son forme superficiali, da cui non si può giudicare un animale profondo e complesso qual è l’uomo. Alludo a quel che di interiormente deforme e laido si riflette nei loro volti, o di stupido. Guardo le immagini delle campagne elettorali appese sui muri delle strade e penso agli sforzi eroici dei fotografi. Non c’è artificio che possa nascondere tale bruttezza, che è figlia della falsità. E son zecche, queste, che governano e scrivono le leggi!

“Ai miei tempi…”

Quindi, non so dire se viviamo nel migliore dei mondi possibili. In compenso credo che, tra quelle a me note, questa sia la peggiore delle società possibili. Luogo di una negatività radicale che non può mutare per effetto di rivoluzioni politiche (troppe ne abbiamo fatte e con pessimi risultati) ma di una conversione e redenzione delle coscienze. E questo è effetto più della grazia che delle scelte umane.

Non vorrei ripetere un vecchio, geremiaco stereotipo: “viviamo in un secolo degenerato, dai costumi dissoluti, dove van persi gli antichi valori” etc. So che la vecchiaia tende a trasfigurare il passato, ne smussa gli  angoli, per nostalgia della giovinezza. E in un’età più verde si fa del mondo il capro espiatorio del proprio scontento. È facile rimpiangere ciò che non si è vissuto, e «il passato riceve sempre una gloria dall’essere lontano». Così, in ogni tempo troviamo chi, con umore malinconico o sprezzante, vagheggia il mondo classico, il medioevo, il rinascimento, il secolo romantico, qualche epoca trascorsa e scolorita, chi parla di decadenza e di “ultimi giorni”.

In tal senso, ciò che distingue noi moderni è il mito del progresso. Ci salva dal rimpianto, perché teorizza a priori che il domani sarà meglio di ieri. Col risultato che il modello si rovescia e si idealizza il futuro, e noi si resta frustrati da un presente che non è mai come dovrebbe essere. Ogni critica al qui e ora trova così una banale spiegazione psicologica. Ma esiste un’altra ipotesi, sensata e legittima, secondo cui le civiltà subiscono un fatale regresso e, dopo la perfezione dell’origine, scivolano sempre più in basso, verso la barbarie, consumandosi in un’inesorabile entropia.

Quindi, indipendentemente dall’epoca in cui vive, avrebbe ragione chi se ne lamenta. La storia comincia con un incendio creativo, un fiammeggiare di grandi idee che gradualmente si estingue, lasciando l’uomo al freddo e al buio, in mezzo a un crescente disordine. Il laudator temporis acti non è solo il cantore elegiaco del passato ma l’osservatore scientifico dei tempi e della loro fisiologica involuzione. Sa che il progresso è una chimera e, nella sua retorica dei ‘bei tempi andati’, esprime un’eterna verità.

Si direbbe che l’opera del tempo procede in senso opposto a quella di un buon alchimista. Eone dopo eone, civiltà di metallo sempre meno nobile si susseguono e noi, esaurite le età dell’oro, dell’argento, del bronzo, siamo le creature dure, opache, di un’era ferrosa. Finiti i tempi degli Dei, dei semidei e degli eroi, ci tocca vivere il tempo meschino degli uomini. Questa dolorosa china è nota da tempi remoti a sapienti equamente divisi tra Oriente e Occidente. Già Esiodo, da noi, ne parla con classica limpidezza.

Età della ruggine

Non so con precisione quando la “stirpe di ferro” sia apparsa su questa terra. Gli uomini che “mai cessano di penare e piangere, o di angustiarsi la notte”, che abbandonano i vecchi genitori, che ripongono il diritto nella forza e non rispettano i giuramenti, artefici di violenze e saccheggi, ambigui e ingannevoli, empi e corrotti, oltraggiatori della giustizia etc., mi sembrano esistere da sempre. Ma dev’esserci stato un tempo in cui l’uomo era felice, in armonia con Dio e col creato. Poi il mito gradualmente ha ceduto alla storia, la poesia alla tecnica, e a misura che i cieli dell’astronomia si son dilatati, si son ristretti quelli del misticismo e dello spirito.

E ormai su di noi pesa l’ombra di una fine imminente: la meccanizzazione della vita, l’inquinamento del pianeta, gli ordigni atomici e chimici, gli allevamenti intensivi, i trapianti di organi, il degrado urbano, i bambini in provetta, l’ellegibitismo, il giornalismo di regime e altri funesti presagi. Con i nostri macchinari abbiamo ricoperto di grigio ferro la verdeggiante terra. La nostra mente è chiusa in scatole metalliche. Abbiamo il ferro nel cervello, nel sangue, nelle cellule. Inserendo microchip e particelle ferrose nel corpo verremo tutti magnetizzati e automatizzati. Se dunque Zeus, dopo le altre stirpi, distruggerà anche questa, non sarà una gran perdita.

Ma qualcuno già teme che il tempo degli uomini possa cedere il posto a quello di mostri umanoidi, di uomini-macchine, e che all’età del ferro segua quella della ruggine, o di materia ancora più ignobile. Tuttavia, i veggenti dicono che la nostra civiltà poggia le sue natiche ormai spelate e sudice sul fondo più basso della storia. Ovvero, che c’è un limite al peggio. E che Nemesi già incombe, vendicatrice, perché «per coloro che dura empietà ed azioni crudeli hanno a cuore, Zeus Cronide dall’ampio sguardo il castigo riserva». La speranza, rimasta in quel vaso da cui usciron tutti i mali, ci dice così che torneranno nuove età dorate.

Preghiera contro i demoni

Gli scettici scuotono il capo. Nessun testo di fisica, di chimica o di biologia fa menzione di queste cose. Quindi, son solo materia di fede o di fantasia. Nel dubbio, potremo fare una scommessa, come quella di Pascal. I progressisti punteranno sul ferro e le sue magnifiche sorti, io sulla fine catastrofica del Kali-yuga e sul successivo ritorno all’oro. Non quello delle banche, ma quello che si estrae da giacimenti spirituali. Anzi prevedo che ci libereremo del denaro. Forse l’età del ferro comincia proprio da lì, dalla prima moneta, dal capitale, e perché l’oro torni a splendere dovremo prima ripulirlo dallo “sterco del diavolo”.

«Amico, destati e vigila. Il diavolo ti gira costantemente intorno» dice Silesius. Infatti i fumi maleodoranti del denaro penetrano ovunque, in ogni fessura della società e della nostra coscienza. Ad ogni passo dovremmo recitare un esorcismo. Io ne conosco uno potente, tratto dalla tradizione ortodossa: «che Dio risorga e i suoi nemici svaniscano. Come la cera si scioglie davanti al fuoco, come il fumo si disperde al vento, tutti coloro che odiano il Signore fuggono al Suo cospetto e i giusti si allietano». Chi sono “coloro che odiano il Signore”?  Son quelli che oggi calpestano ogni legge umana e divina, che irridono a tutto ciò che è sacro, i plutofili, i servi del falsobruttocattivo.

Chi non crede in Dio e preferisce accomodare tale formula a gusti laici, si rivolga alla Verità, alla Bellezza, al Bene, ne invochi il ritorno. Trattenga il senso della preghiera e non dia importanza ai nomi. In questo crepuscolo dell’età del ferro, le parole, i sistemi, le teorie, non fanno che allontanarci dal vero, come forze centrifughe. Guardiamo troppo ai significanti e troppo poco al significato. Abbiamo messo il baricentro dell’essere nel cervello, alla periferia. Perciò siamo così squilibrati. Per camminare sul filo della vita occorre riportarlo al centro.

Solo quando rimettiamo in moto il cuore e il suo esprit de finesse la coscienza si converte e si illumina. L’amore senza limiti, esibito in orgogliosi cortei, che non fa discriminazioni, che non accetta alcun ordine naturale o metafisico, ci appare allora per quello che è: narcisismo, rancore, desiderio di vendetta. Le pretesche, gelatinose omelie sulla ‘pace’ rivelano i fini sinistri della guerra, i progetti di conquista, gli interessi meschini e le paure poco virili. Dietro le promesse di felicità e di benessere che quotidianamente ci seducono vediamo le trappole, i bocconi avvelenati. Capiamo che la preoccupazione per la ‘salute pubblica’ è di fatto una ‘malattia pubblica’, che la nostra ‘democrazia’ è totalitarismo, la nostra ‘libertà’ è servitù etc.

Questione d’onore

La verità è la pietra filosofale, lo strumento della futura trasmutazione in oro. Ecco il nuovo assioma da ricordare, speculare al primo: “la verità è radice d’ogni bene”. Non bisogna però scambiare per verità la conoscenza provvisoria di cose e fatti. Comprendere sé stessi, ripulire dal falso la propria anima, questa è l’alchimia che cambia il mondo. Solo che il mondo non vuol cambiare, odia la verità e le resiste. Per questo si uccidono i profeti e i missionari troppo zelanti, che cercano di convertire o illuminare gli altri.

Non dobbiamo pretendere, da soli, di sconfiggere il falso secolare, strutturale, che regge il mondo. Esorbita dalle nostre capacità, e dai nostri doveri. Non possiamo neppure chiedere aiuto alle leggi, alle costituzioni e alle regole che dovrebbero difenderci e garantirci dei diritti, perché sono emanazioni del male che ci governa. Possiamo coltivare una verità privata, interiore, ma come società siamo condannati, impotenti a contrastare l’entropia della storia, il dilagare dell’oscura trinità. Se la combattiamo, lo facciamo per onore, sapendo di esporci a un’inevitabile sconfitta.

Siamo come l’usignolo di cui parla Esiodo, che geme ghermito e trafitto dagli artigli dello sparviero. «Sventurato, perché vai gridando? Ora ti stringe uno molto più forte. Tu verrai dove io ti trascino e pasto farò di te, qualora lo voglia, o ti lascerò libero. Stolto chi ambisce a lottar coi più forti: della vittoria è privato, e in aggiunta alla beffa tormenti subisce». Non possiamo da soli liberarci dalle unghie del Potere e dei suoi vampiri.

Se abbiamo ragioni di sperare è perché nella storia agiscono forze spirituali che ci trascendono. «Sulla terra, di molti nutrice, vi son trentamila immortali, da Zeus mandati, custodi degli uomini mortali; i quali scrutano i responsi e le azioni malvagie … e c’è la vergine Giustizia, da Zeus generata, e quando qualcuno l’offende, presto presso il padre sedendo, le trame gli dice degli uomini ingiusti». E Zeus provvede, manda i suoi legati a ristabilire l’ordine, a raddrizzare la Legge.

Dobbiamo dunque contare sull’aiuto di esseri superiori, fidarci di un Principio che regola le orbite dei popoli e degli astri, aspettando che la Ruota cosmica completi i suoi giri? Se male interpretata questa idea nuocerebbe al senso della nostra responsabilità personale. D’altro canto, un senso d’autosufficienza può illuderci che il futuro stia tutto nelle nostre mani. Occorre conciliare i due estremi. Non siamo noi a muovere le albe e i tramonti della storia, i suoi inverni e le sue primavere. Non saremo dunque noi a far sorgere il sole dell’avvenire, che dissolve tenebre e vampiri.

Un’influenza risanante

Possiamo però scegliere d’essere uomini veri od omuncoli. L’omuncolo si conforma, crede il falso, ammira il brutto, giustifica il cattivo. Questa è la via più facile e più consona ai tempi, anche se, in termini tradizionali, conduce all’inferno. L’uomo vero prende invece la via stretta, difficile. Immaginiamo di calare nel presente una di quelle favolette di Esopo, dove si associano animali a caratteri umani. Non è tempo questo d’essere impetuoso leone, astuta volpe, previdente formica etc. Il nostro modello di virtù oggi è il salmone. Spinto da un impulso misterioso, il salmone va controcorrente, supera con arditi balzi gli ostacoli, si espone alla fame e a pericoli mortali per tornare al suo luogo d’origine e generare una nuova stirpe.

Dobbiamo uscire dalle correnti del pensiero convenzionale, che oggi idealizzano il progresso tecnologico-scientifico o che, all’opposto, sognano di riesumare obsoleti sistemi di vita. Entrambe si illudono di condurci a un futuro migliore, mentre non fanno che perpetuare i limiti e gli errori del passato, aggravandoli. Pensano di poter edificare il nuovo sulla base del vecchio, e non s’accorgono che questo non è più possibile, che il conosciuto è diventato per l’uomo una terra insidiosa, piena di paludi e sabbie mobili.

Il salmone segue una spontanea intuizione, si lascia alle spalle ciò che conosce e non sa cosa l’attende. Le opinioni comuni gli appaiono assurde perché, procedendo in senso contrario, la destra è per lui la sinistra, il davanti il dietro, e viceversa. I pesci che seguono la corrente lo credono folle, mentre è solo al di là della loro comprensione. Nella nostra favola morale il salmone va per la sua strada e non ascolta chi vuol spingerlo nella ‘normale’ direzione. Difende il suo onore di Folle, incurante delle critiche, ubbidendo al mistero che lo guida, anche se gli impone fatiche e sacrifici. Infatti, «dinanzi all’onore han posto il sudore, gli Dei immortali: lungo e scosceso è il sentiero che ad esso conduce».

Pochi prendono dunque questa strada. Ma il richiamo della verità si farà via via più potente. E quando il numero di salmoni raggiungerà la massa critica si creerà un contagio. Alcuni si troveranno, senza neppure pensarci, a cambiar senso di marcia e altri li imiteranno, sempre di più, come infettati da un benefico virus, da una febbre purificante. L’epidemia del salmone sarà il segno che stiamo uscendo dal Kali-Yuga.

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Categorie: Cultura & Società

Pubblicato da Livio Cadè il 12 Giugno 2022

Commenti

  1. José Ignacio

    La Edad de Oro:Don Quijote, capítulo XI

    Todo era paz entonces, todo amistad, todo concordia.

    Dichosa edad y siglos dichosos aquellos a quien los antiguos pusieron nombre de dorados, y no porque en ellos el oro, que en esta nuestra edad de hierro tanto se estima, se alcanzase en aquella venturosa sin fatiga alguna, sino porque entonces los que en ella vivían ignoraban estas dos palabras de tuyo y mío. Eran en aquella santa edad todas las cosas comunes; a nadie le era necesario, para alcanzar su ordinario sustento, tomar otro trabajo que alzar la mano y alcanzarle de las robustas encinas, que liberalmente les estaban convidando con su dulce y sazonado fruto. Las claras fuentes y corrientes ríos, en magnífica abundancia, sabrosas y transparentes aguas les ofrecían. En las quiebras de las peñas y en lo hueco de los árboles formaban su república las solícitas y discretas abejas, ofreciendo a cualquiera mano, sin interés alguno, la fértil cosecha de su dulcísimo trabajo. Los valientes alcornoques despedían de sí, sin otro artificio que el de su cortesía, sus anchas y livianas cortezas, con que se comenzaron a cubrir las casas, sobre rústicas estacas sustentadas, no más que para defensa de las inclemencias del cielo. Todo era paz entonces, todo amistad, todo concordia; aún no se había atrevido la pesada reja del corvo arado a abrir ni visitar las entrañas piadosas de nuestra primera madre, que ella, sin ser forzada, ofrecía, por todas las partes de su fértil y espacioso seno, lo que pudiese hartar, sustentar y deleitar a los hijos que entonces la poseían. Entonces sí que andaban las simples y hermosas zagalejas de valle en valle y de otero en otero, en trenza y en cabello, sin más vestidos de aquellos que eran menester para cubrir honestamente lo que la honestidad quiere y ha querido siempre que se cubra; y no eran sus adornos de los que ahora se usan, a quien la púrpura de Tiro y la por tantos modos martirizada seda encarecen, sino de algunas hojas verdes de lampazos y yedra entretejidas, con lo que quizá iban tan pomposas y compuestas como van agora nuestras cortesanas con las raras y peregrinas invenciones que la curiosidad ociosa les ha mostrado. Entonces se decoraban los conceptos amorosos del alma simple y sencillamente, del mismo modo y manera que ella los concebía, sin buscar artificioso rodeo de palabras para encarecerlos. No había la fraude, el engaño ni la malicia mezclándose con la verdad y llaneza. La justicia se estaba en sus propios términos, sin que la osasen turbar ni ofender los del favor y los del interese, que tanto ahora la menoscaban, turban y persiguen. La ley del encaje aún no se había sentado en el entendimiento del juez, porque entonces no había qué juzgar, ni quién fuese juzgado. Las doncellas y la honestidad andaban, como tengo dicho, por dondequiera, sola y señora, sin temor que la ajena desenvoltura y lascivo intento le menoscabasen, y su perdición nacía de su gusto y propia voluntad. Y agora, en estos nuestros detestables siglos, no está segura ninguna, aunque la oculte y cierre otro nuevo laberinto como el de Creta; porque allí, por los resquicios o por el aire, con el celo de la maldita solicitud, se les entra la amorosa pestilencia y les hace dar con todo su recogimiento al traste. Para cuya seguridad, andando más los tiempos y creciendo más la malicia, se instituyó la orden de los caballeros andantes, para defender las doncellas, amparar las viudas y socorrer a los huérfanos y a los menesterosos. De esta orden soy yo, hermanos cabreros, a quien agradezco el gasaje y buen acogimiento que hacéis a mí y a mi escudero; que, aunque por ley natural están todos los que viven obligados a favorecer a los caballeros andantes, todavía, por saber que sin saber vosotros esta obligación me acogisteis y regalasteis, es razón que, con la voluntad a mí posible, os agradezca la vuestra.

    Un saludo D. Livio, espero que se encuentre bien, y nos siga recordando lo importante.

  2. Livio Cadè Staff

    Qual è il più grande capolavoro della letteratura mondiale?
    Il Don Chisciotte, non c’è dubbio.
    Al secondo posto metterei Don Chisciotte.
    Al terzo, invece, Don Chisciotte.
    Poi, a distanza, vengono gli altri.
    Non ha senso far di queste classifiche?
    Pazienza…
    La ringrazio per la citazione.
    P.S.: ha visto il mio logo?

  3. upa

    Ottimo scritto…quindi cercare il Vero dentro di sé, che poi irraggerà anche all’esterno per naturale risonanza.
    La “missione” è il compito di una vita, così abbiamo uno scopo che ci nobilita (ai nostri occhi)..ci rende speciali, quindi superiori ai devoti del falso, e va da sé che la superiorità è un accidente transitorio, come un residuo karmico, e ci lascerà nel viaggio..a tempo debito: come dice il saggio: “la fretta vuole agio”, e non esiste massima più apprezzata per chi aspira a scalare la montagna del Vero, dal momento che il falso si adagia volentieri anche nei sentieri più impervi se può mettere bocca.
    Il percorso del Vero è talmente facile che difficilissimo percorrerlo..e possiamo noi aspirare a fare qualcosa di semplice?
    Ogni passo sul sentiero è una bestemmia verso il falso..e anche verso il Vero..perché come possiamo sconfiggere qualcosa se non lo conosciamo?
    Se la via che sale è la via che scende, allora dobbiamo scendere nel falso a noi più congeniale..e solo allora, arrivati al muro dove la scale finisce, possiamo risalire alla via giusta..
    Lascio a tutti la libertà di scegliere il proprio vizio preferito e cominciare la scalata al monte..stando bene attenti a portarsi Virgilio che poi è il più importante.

  4. José Ignacio

    TEMPUS ERAT QUO PRIMA MORTALIBUS AEGRIS INCIPIT ET DONO
    DIUUM GRATTISIMA SERPIT.. (La Eneida, Virgilio).Dejó escrito un romano, hace dos mil años en una montaña que era un santuario celta., no lejos de mi hogar.
    Don Livio, dijo don Quijote.: “Donde música hubiere, cosa mala no existiere”

    • Livio Cadè Staff

      “Senza musica la vita sarebbe un errore” (Nietzsche).
      Non ci può essere vita senza musica. Purtroppo però oggi c’è tanta musica senza vita…
      Tornando a Cervantes, io penso che l’unica musica che renda pienamente lo spirito del Don Chisciotte sia quella di D. Scarlatti. Infatti è il musicista che prediligo. Scarlatti visse molti anni alla corte di Madrid, dove morì, e son certo che conoscesse l’opera di Cervantes. Le sue Sonate per cembalo sono pure gemme chisciottesche.

  5. jose ignacio

    La música también tiene Edad de Oro, Edad de Plata, Edad de Bronce, Edad de hierro…
    Tal vez Scarlatti escuchara esta música popular
    Jota de Santiago de Murcia https://youtu.be/0YtF7Xkd7KA
    Españoleta Gaspar Sanz https://youtu.be/zpH8kP5NujU
    Canarios Gaspar Sanz https://youtu.be/jf5j9db_bZ
    Rodrigo Martinez Folíahttps://youtu.be/_SgLJqv2wRY

    • Livio Cadè Staff

      Sicuramente Scarlatti ascoltò musica popolare, e la trasfuse in molte Sonate. Spesso imitando anche il suono dei tipici strumenti spagnoli dell’epoca.

      Vale per tutti il consiglio di Scarlatti: “Mostrati dunque più umano che critico”.

      Grazie degli esempi musicali. Il video di Canarios però non è più disponibile.

  6. José Ignacio

    Non scrivo in italiano ed è un peccato D, Livio ti ha mandato quei link perché forse Scarlatti li aveva sentiti in Spagna. Un saludo

    • Livio Cadè Staff

      Non sono in grado di leggere il Don Chisciotte in lingua originale. Però un po’ di spagnolo lo capisco (purtroppo non lo scrivo).

  7. Michele

    >Tale deficit intellettuale non è da
    >imputare alla natura ma
    >all’educazione, a un sistema in
    >malafede, che attraverso la scuola e i
    >media col tempo compromette la
    >pristina intelligenza umana…..
    Ringrazio per aver pubblicato questa frase: il suo scritto è zeppo di luoghi comuni dei nostri giorni.
    Naturalmente, nella mia frase della scorsa settimana non intendevo includere i suoi insegnamenti nel novero di quelli fuorvianti: sono stati un’eccezione che mi ha infuso molto ottimismo. Purtroppo questo ottimismo mi ha spinto a fidarmi di altre persone che non meritavano minimamente la mia fiducia e quindi ho commesso inesorabili errori di valutazione.
    Confermo la mia riconoscenza…

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