Alcune caratteristiche della parola – Marco Calzoli

Alcune caratteristiche della parola – Marco Calzoli

            La Teoria della valenza nasce con Tesniere nel 1959 e in particolare questo studioso pubblica Elements de sintaxe structurale. In questa teoria, il verbo è un nodo che esprime un piccolo dramma. Questo dramma ha una serie di partecipanti obbligatori che nella teoria della valenza si chiamano attanti o attori. Sono previsti anche elementi facoltativi, che si chiamano circostanziali, perché esprimono delle circostanze spaziali/temporali/modali relative al piccolo dramma. Bisogna tenere conto che la teoria della valenza corrisponde a grandi linee con una terminologia/approccio differente da quella che si chiama reggenza nella grammatica tradizionale. Tuttavia, nella teoria della valenza si considera anche il primo argomento (il soggetto sintattico), nella teoria della reggenza si considera solo il secondo argomento (i complementi).

            Il termine “valenza” viene dalla chimica: così come un atomo attrae a sé altri elementi chimici per riempire dei vuoti, allo stesso modo il verbo attrae a sé dei costituenti per riuscire a formare una frase provvista di senso compiuto.

             La classificazione di Tesniere:

  • Verbi senza attanti, avalenti o impersonali, es. grandina/piove.
  • Verbi a un solo attante o monovalenti, es. Paolo dorme (tipicamente verbi intransitivi).
  • Verbi a due attanti o bivalenti. Tra questi si distinguono i: Bivalenti transitivi (il ragazzo studia la lezione), Bivalenti intransitivi (Luca vive a Palermo).
  • Verbi a tre attanti o trivalenti. Tra questi si distinguono: Transitivi (Luigi ha inviato una lettera a Laura), Intransitivi (il docente di storia ha parlato di Napoleone alla classe).
  • Verbi a quattro attanti o tetravalenti: la tipologia più rara (per esempio, tradurre, trasportare, spostare.

        La teoria della valenza ha avuto una serie di sviluppi nella linguistica successiva:

  • Grammatiche della valenza o della dipendenza.
  • Studi in ambito tipologico: la caratteristica degli studi di ambito tipologico è che considerano lingue che appartengono a famiglie differenti e che spesso non sono imparentate le une con le altre. Guardano le lingue non per parentela ma per tipi, in una prospettiva interlinguistica che va al di là delle famiglie. Questi studiosi che analizzano lingue differenti fanno attenzione a che tipo di realizzazione argomentale assumono nella frase verbi con uno stesso significato (o significato simile), in lingue anche molto lontane le une dalle altre. Le differenze si hanno anche in lingue tipologicamente molto affini. Es. Mario likes pizza; A Mario piace la pizza: in un caso il soggetto è Mario, nell’altro la pizza.
  • Ambito lessicografico: studiosi hanno redatto dizionari delle valenze verbali. I vari verbi organizzati in modo differente e di ciascun verbo venivano indicate le varie valenze. Esistono anche dizionari contrastivi che osservano a partire dal significato lessicale o numero di valenze come si organizzano nelle diverse lingue.
  • In italia, studi in ambito didattico: grammatiche che adottano approccio valenziale.

         Ci sono due grandi approcci allo studio delle dipendenze/costituenti dal verbo, quella che poi noi chiamiamo la struttura argomentale, usando questa espressione senza fare specifico riferimento a un approccio teorico. In realtà, il termine “struttura argomentale” nasce negli anni Novanta nell’ambito di studi di grammatica generativo-trasformazionale (GGT), ma non con Chomsky, bensì con Jane Grimshaw. Prima di lei si parla di struttura = predicato + argomenti.

        In seguito abbiamo visto la teoria della valenza di Tesniere (attanti + circostanziali), come abbiamo mostrato.

      La struttura argomentale nasce nell’ambito della grammatica generativa e il termine argomento viene ripreso dalla logica di tipo formale.

        Il fondatore della Grammatica Generativo Trasformazionale  (GGT) è Chomsky, nato a Philadelfia nel 1928.

       La grammatica generativa nasce negli anni Cinquanta (attorno al 1956 per essere precisi) del XX secolo negli USA e alla base ci sono gli scritti di Chomsky. A partire da allora ad oggi è stata soggetta a numerosissime revisioni e ampliamenti, prima da Chomsky e poi di suoi seguaci e branche della GGT che sono nate.

        Nasce ispirandosi a modelli matematizzanti e biologico-mentalisti: c’è una fortissima componente formale/descrittiva (tramite l’uso di formule e regole di trasformazione) e il linguaggio non viene considerato esclusivamente in una prospettiva intra-linguistica. ma viene considerato una componente dei vari sistemi che costituiscono la nostra organizzazione mentale. È un componente autonomo del nostro cervello, a sé stante.

        Il generativismo si oppone agli approcci di tipo empirista, e in particolare al comportamentismo, che si sviluppa nell’ambito dello strutturalismo statunitense degli anni Venti/Trenta del XX secolo.

         Bloomfield, con la sua opera Language, è uno dei principali promotori del comportamentismo in linguistica, che implica che ogni azione ha un effetto. Tutto viene a spiegarsi nella concretezza degli atti linguistici, in base a principi di causa-effetto e di forze in atto, precludendo dalle spiegazioni dal materiale linguistico qualunque tipo di componente mentale.

        Parimenti, escludono la presenza di materiale mentale gli esponenti dello strutturalismo europeo, le cui scuole nascono dallo sviluppo delle teorie di Saussure (scuola di Prada, Londra, la glossematica): questi approcci considerano la lingua come un sistema di elementi interrelati gli uni agli altri e pensano che la lingua vada spiegata con la lingua. Non ha rilievo l’apporto di una componente mentale.

       Chomsky invece va a inserire questa componente mentale. Il metodo che Chomsky propone è di tipo deduttivo, metodo che parte da un assioma e lo va a verificare e applicare su dati empirici: un principio di funzionamento delle lingua va poi a essere visto nelle lingue. I promotori della GGT si basano sui dati della lingua inglese, da cui ricavano una serie di principi che riapplicano anche alle altre lingue, perché secondo loro ci sono dei principi di funzionamento universali.

       Dunque, il generativismo nasce in reazione al comportamentismo statunitense e allo strutturalismo europeo, perché le lingue vengono considerate manifestazioni del linguaggio e il linguaggio è un sottosistema dei vari sistemi che costituiscono il nostro cervello. Tre lavori principali di Chomsky:

o             1957, Syntatic structures: pone le basi della GGT;

o             1965, Aspects of The theory of syntax: espone la teoria standard;

o             1981, Lectures on government and binding: espone la teoria della reggenza e del legamento.

         La parola “generare” va intesa in un senso logico, come “definire esplicitamente”: sostanzialmente, secondo i generativisti, quando descriviamo un sistema linguistico dobbiamo essere in grado di descrivere in modo specifico, nelle loro parti, quelle che sono le strutture sintattiche/grammaticali tipiche di quel sistema.

         Generare = definire esplicitamente con indicatori sintagmatici.  Sappiamo che nella lingua esistono strutture grammaticali di un certo tipo, possiamo dire che tutte le strutture che avranno quel tipo di caratteristiche a loro volte saranno grammaticali. Significa che proiettiamo: ricaviamo la descrizione formulare (definizione esplicita) da un numero limitato di frasi esaminate, grazie a ciò affermiamo che tutte le frasi con tali caratteristiche rientrano in un certo tipo e sono grammaticali. Allo stesso modo, si può anche predire: tutte le frasi che saranno prodotte con certe caratteristiche saranno grammaticali.

        Una volta che abbiamo definito esplicitamente, possiamo allargare la gamma di entità che rientrano in quella definizione: a livello sincronico proiettiamo, a livello diacronico nel futuro predichiamo.

        La grammatica generativa è esplicita poiché rende esplicito il sapere implicito: tramite l’individuazione di queste strutture, quello che è un sapere inconscio viene esplicitato.

          Per quanto riguarda l’aspetto trasformazionale, la definizione è che questa componente mette in relazione i diversi livelli di rappresentazione della frase. Esempio: una frase passiva non è altro che il frutto di trasformazione di una frase attiva. Luca mangia il panino-Il panino è mangiato da Luca. Queste due frasi hanno una loro struttura. I generativisti stabiliscono quali sono le regole che permettono di trasformare una frase da attiva in passiva. E viceversa da una frase passiva, risalire a una frase attiva.

        Prescindendo dalla parte formale, vediamo di capire i fondamenti teorici della GGT, rispetto a quello che è scopo e oggetto della linguistica.

         Secondo i generativisti l’obiettivo della linguistica è descrivere le conoscenze che mettono in grado gli esseri umani di apprendere una lingua naturale distinguendosi dagli animali. Chomsky ritiene che nel nostro cervello/DNA ci sia una componente innata che distingue esseri umani da animali, che consente di apprendere e poi usare una lingua naturale. Questo fa sì che l’interesse dei generativisti sia volto prioritariamente se non esclusivamente su quello che è il livello della competenza/competence, cioè l’insieme di elementi e regole, il sistema mentale (un po’ come la langue di Saussure); e non invece la performance, che è l’esecuzione, il comportamento linguistico dei parlanti (si avvicina al concetto della parole di Saussure).

             Competence: è la conoscenza inconscia che un parlante possiede delle regole che governano la sua lingua. Potremmo dire che è il nostro potere linguistico perché grazie a questa conoscenza possiamo usare la lingua e tramite questa creare un numero infinito di strutture.

        La competence si oppone sul versante concreto alla performance, che è il termine con cui si indicano le manifestazioni linguistiche concrete. Attenzione! La competence viene attuata nella performance, ma ogni volta che i parlanti realizzano un atto concreto, ci sono dei fattori di disturbo (emozione, distrazione, ecc) che rendono l’oggetto di studio alterato.

      Caratteristiche della competence (che viene chiamata anche grammatica):

  • È generativa: la grammatica è un meccanismo di tipo computazionale che genera tute e solo le frasi corrette di una lingua applicando ricorsivamente un insieme di regole e stringhe di simboli.
  • È uno stato mentale: sorta di configurazione del nostro cervello;
  • È innata: es. teoria della povertà dello stimolo. È la prova che la competence è innata, perché i bambini che nei primi anni della vita ricevono stimoli linguistici limitati e ripetitivi sono in grado di produrre strutture ben più varie e complesse. Per cui, secondo Chomsky, c’è qualcosa di già presente e innato che da questi stimoli, seppure limitati, viene attivato e porta a produrre strutture più varie e complesse.
  • È costituita da principi universali: ci sono principi che costituiscono regole comuni a tutte le lingue: i principi riguardano ciò che è possibile nelle lingue verbali parlate dagli esseri umani. Questi principi sono una sorta di gamma di possibilità, previste dalle differenti lingue del mondo e poi, in dipendenza dal parametro che viene attivato, una o l’altra di queste possibilità si manifesta i una data lingua. Come se avessimo nel cervello una serie di interruttori che prevedono delle posizioni prefissate. Tutti condividiamo gli stessi interruttori che possono essere spostati.

    I Principi sono regole comuni a tutte le lingue, inscritte nella biologia dell’organo del linguaggio. I principi delimitano l’ambito delle lingue possibili.

     I Parametri sono regole variabili i cui valori vengono fissati dall’atto dell’interazione linguistica. I valori dei parametri determinano le variazioni interlinguistiche.

      I primi stimoli che gli esseri umani ricevono da bambini fanno sì che l’interruttore si ponga in una certa configurazione e che quella lingua sia determinata da quel determinato valore.

      La grammatica universale è costituita da una serie di principi, universalmente condivisi, e da valori, che sono variabili. Sappiamo che ci sono tre elementi sintattici di base (soggetto, verbo e oggetto), sappiamo che questi possono assumere configurazioni sequenziali differenti. In base agli input che riceviamo, attiviamo il nostro interruttore su una delle configurazioni di questi elementi nella frase.

      La selezione dei parametri è determinata dall’esposizione del bambino al linguaggio. La teoria di Chomsky prende le mosse da assunti formali strutturalisti, ma se ne distacca per molti aspetti. Nel momento in cui la competence prevede l’uso di parametri e viene studiata, la linguistica diviene una scienza predittiva.

          È importante ricordare che la grammatica generativa ha una forte componente psicologica, tant’è che è stata definita come la prima svolta cognitiva della linguistica.

         Nella linguistica si individuano tre grandi svolte cognitive (che coinvolgono nel funzionamento del linguaggio la componente psicologica):

  1. Grammatica generativa;
  2. Linguistica cognitiva;
  3. Neuroscienze.

        È quindi la prima svolta cognitiva della linguistica, ma attenzione! C’è un approccio autonomista al linguaggio. È vero che Chomsky considera il linguaggio come facoltà mentale, ma lo considera una facoltà mentale a sé stante. Come se avessimo una mente a moduli e questo modulo del linguaggio non interagisse con le altre facoltà cognitive (concettualizzazione, categorizzazione, percezione, ecc). Il linguaggio è isolato rispetto a queste facoltà mentali. Per questo è un approccio autonomista. Soprattutto, c’è una separazione netta della mente dal corpo. Per lui la componente bio-esperienziale, che per i cognitivisti è fondamentale, per Chomsky non ha valore.

        Il cuore della facoltà del linguaggio per i generativisti è la sintassi. Generare significa definire esplicitamente e numerare le frasi grammaticali accettabili in un dato sistema. In particolare, il cuore è l’insieme delle regole grammaticali (e elementi lessicali) che ci portano a individuare e produrre costruzioni sintattiche corrette. Intervengono veste fonetica e interpretazione semantica della frase, ma sono qualcosa di subordinato. Gli altri livelli sono subalterni.

         Semantica e fonetica servono solo a dare una veste a interpretare qualcosa che se non fosse stato costruito dalla sintassi non esisterebbe.

          Il componente che porta a generare le strutture grammaticali di una lingua è quello sintattico. Strettamente collegata alla componente sintattica è quella lessicale, perché gli elementi che organizziamo in una struttura sintattica sono elementi che appartengono a categorie lessicali/classi di parole. Hanno anche caratteristiche di semantica lessicale.

       Una volta che una frase è stata generata grazie alla compente sintattica e lessicale, intervengono successivamente e subordinatamente, per l’interpretazione, la componente fonologica e semantica.

        Il piano semantico si caratterizza prevalentemente come ruolo semantico del costituente. Ci sono tre assunti di partenza:

  • C’è un lessico che ha costituenti sottocategorizzati per ogni predicato in sintassi. Significa che un elemento lessicale può prevedere costituenti. Che siano sottocategorizzati vuol dire che un dato elemento lessicale sottocategorizza/seleziona categorialmente altri argomenti. Vale a dire che la selezione di questi argomenti fa parte dell’elemento lessicale così come è nel nostro database mentale.
  • C’è una struttura argomentale che regola il rapporto tra sintassi e semantica. La struttura argomentale va considerata non solo a livello di sintassi ma anche a livello di semantica.
  • Ogni predicato è associato a una griglia di ruoli semantici.

           Ricapitoliamo. Abbiamo un verbo. Questo verbo di partenza può sottocategorizzare altri argomenti, quindi un verbo ha una struttura argomentale. Nella struttura argomentale si manifestano sia la sintassi che la semantica. Per quanto riguarda l’associazione di un verbo con determinati ruoli semantici, questa associazione viene rappresentata con una griglia e l’associazione tra il singolo costituente e il ruolo semantico è regolata da un criterio-theta.

        Il criterio-theta è un principio universale estremamente ovvio, per cui un argomento ha un uno e un solo ruolo theta, uno e un solo ruolo semantico. E ogni ruolo semantico viene assegnato a uno e un solo argomento. C’è una corrispondenza biunivoca in una frase fra argomento e ruolo. Altrimenti verrebbero fuori frasi agrammaticali. Non possiamo dire Luca ha dato alla nonna alla mamma, in quanto avremmo un soggetto e due riceventi, cosa impossibile.

          Le lingue si raggruppano in famiglie. Il latino fa parte della famiglia delle lingue indoeuropee. Già nel 1600 da Sansonetti vennero scoperte alcune curiose somiglianze fra le lingue, come il nome dei numeri. Verso la fine del 1700 vengono studiate le lingue indiane, specialmente il sanscrito, grazie al colonialismo. Il primo fu l’inglese W. Jones, che nel 1785 dimostrò l’affinità tra greco e sanscrito. I fratelli Schoegel studiarono il sanscrito, perché col romanticismo nasce il fascino per le culture orientali. Nel 1816 il tedesco Franz Bopp scrisse un libro sul sistema verbale sanscrito comparato al persiano, al latino, al greco e al germanico, fondando la linguistica comparata. Si pensa che le lingue europee, indiane e persiane abbiano una matrice comune, perché hanno delle strutture simili (sono le lingue della famiglia indoeuropea). In Europa le uniche lingue non indoeuropee sono il basco (che forse riprende lingue caucasiche), le lingue del gruppo ugro finnico (l’ungherese, l’estone e il finlandese, o finnico), il turco e alcuni idiomi parlati in Russia.

          Le lingue indoeuropee si suddividono in:

  • Lingue romanze: italiano, francese, castigliano (spagnolo), portoghese, rumeno, provenzale, catalano, sardo e ladino
  • Lingue germaniche: inglese, tedesco, islandese, olandese e lingue scandinave
  • Albanese: proviene dalla lingua illirica
  • Lingue slave: ucraino, sloveno, croato, macedone, bulgaro, russo, bielorusso, polacco, slovacco e ceco
  • Lingue baltiche: lituano, antico prussiano, lettone
  • Lingue arie: vedico, avestico, iranico, sanscrito.

         Pagliaro propose di sostituire il termine indoeuropee con arioeuropee, poiché gli arii rappresentano il gruppo asiatico che non comprende la sola India.

         Per tutto il XIX e metà del XX secolo si credeva che gli indoeuropei abitassero tra Ucraina e Asia orientale e avessero conquistato le altre colonie perché erano pastori guerrieri. Invadendo le popolazioni autoctone portarono la cultura indoeuropea e dalla fusione del loro idioma (l’indoeuropeo) con le parlate locali nacquero le varie lingue indoeuropee. La ricerca linguistica va di pari passo con quella archeologica, così nel 1952 l’architetto inglese Michael Ventris, trentenne, cercava di decifrare una scrittura micenea, nominata lineare B. Era fatta da una sessantina di segni, venne ritenuta una lingua sillabica, e non alfabetica. Ventris col metodo crittografico dimostrò che quel linguaggio fosse greco, grazie anche al grecista John Chadwick. Ciò vuol dire che se a Micene la lingua era il greco già nel 1500 a.C., già all’epoca il linguaggio indoeuropeo si era differenziato nel greco. Così i linguisti dovettero retrodatare la dispersione degli indoeuropei.

       Fino al 1986 si tenne in considerazione la teoria proposta negli anni 1950 dall’archeologa lituana Marija Gimbutas, che ritenne di poter accomunare gli indoeuropei originali a quelli sepolti nei tumuli, nell’Ucraina, ossia la cosiddetta cultura Kurgan. La dispersione sarebbe avvenuta nel IV millennio a.C. La teoria non tiene conto che per differenziarsi due lingue hanno bisogno di un periodo di tempo ben maggiore della distanza tra IV millennio e 1500 a.C. C’è da considerare che è improbabile una sorta di pulizia etnica per dimostrare la mancanza di prove di altre civiltà, condizione necessaria per la tesi della Gimbutas.

       Nel 1987 Sir Colin Renfrew pubblica Archeology and Language, dove ritiene che un reale movimento può essere avvenuto solo nel 7000 a.C., epoca neolitica, dalla zona della mezzaluna fertile in Asia minore, con poi un’immigrazione in Europa di agricoltori e allevatori che avrebbero introdotto queste nuove tecniche. Questa teoria ha costretto i linguisti a rivedere la data della differenziazione delle lingue indoeuropee, ma dopo un grande periodo di tempo di diffidenza. La tesi di Renfrew non spiega se l’influenza dei popoli della mezzaluna fertile sia avvenuta per colonizzazione o per contatto.

       Sir Colin, inizialmente favorevole alla prima ipotesi, si sta ora avvicinando alla seconda. Gli italiani Pessina e Tine hanno pubblicato “Archeologia del neolitico” dove sostengono, sulla base di reperti archeologici, che è avvenuta una colonizzazione. Luigi Luca Cavalli Sforza, genetista italiano, sta realizzando un progetto per capire la storia delle popolazioni attraverso la genetica, analizzando specialmente i popoli più isolati come i pigmei.

       Con molta probabilità furono gli indoeuropei a portare l’agricoltura e l’allevamento. Se crediamo alla tesi della colonizzazione, dobbiamo credere che la loro lingua si sia sovrapposta a quelle preesistenti.

       Nel 1996 emerge una nuova teoria dal linguista italiano Mario Alinei, che pubblica in una sua opera dove sostiene che nell’Europa preistorica non ci sono tracce dell’arrivo di popolazioni o di sostituzione di esse, perché manca una loro cultura. Alinei nota che l’assetto delle popolazioni europee è stabile dalla tarda età paleolitica fino all’età del ferro, quindi non è ipotizzabile una sostituzione (questa viene definita tesi della continuità paleolitica).  Quindi secondo Alinei l’homo sapiens è giunto in Europa direttamente dall’Africa, e quindi si è stanziato in Europa fin dall’inizio. Alinei retrodata la presenza di indoeuropei in Europa al Paleolitico ed esclude che ci siano state altre popolazioni e quindi sovrapposizioni: gli indoeuropei di oggi stanno dove sono sempre stati. Già molto indietro nel tempo ci sarebbe stata la divisione in popolazioni e quindi una differenziazione linguistica. Gli indoeuropei si sarebbero quindi insediati nei territori europei, superando varie difficoltà e sviluppando ognuno una propria lingua. Secondo Alinei i cambiamenti linguistici sono molto lenti, infatti le lingue tendono alla stabilità. Alinei sostiene che un insieme di popolazioni italidi affini ai latini avrebbe popolato tutta la zona mediterranea. I dialetti non sarebbero la continuazione del latino, ma delle lingue italidi preesistenti. Il latino sarebbe stato un superstrato sovrapposto. Una certa latinizzazione ci sarebbe stata, ma le lingue di fondo sono rimaste.

        Il castigliano è usato da tutti gli spagnoli. In Spagna il regno di Castiglia e Leon, che aveva la capitale in Burgos, diventa il più potente dei regni cristiani del nord, mentre al sud c’erano gli arabi.

Dal XI secolo comincia l’espansione verso sud, e nel 1216 arriva fino all’Andalusia, attuando la riconquista. A sud della vecchia Castiglia se ne forma uno nuovo con capitale Toledo, ratificando l’egemonia castigliana, fino al matrimonio nel 1432 tra Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, dove ammette la Catalogna.  Con la conquista del regno arabo di Granada la Spagna sarà riunita definitivamente.

Le lingue di minoranza sono il catalano (nord est Spagna, Baleari e una piccolissima zona francese) e il gallego.

       Il francese nel medioevo veniva parlato a nord della Loira, a sud veniva parlato il provenzale. In Francia ora si parla il parigino, una delle parlate regionali che prevalse fin dal 1100 per l’importanza di Parigi, sede della prima università al mondo e della reggia. Nel 1539 Francesco I re di Francia con l’editto di Villers-Cotterets sancisce il parigino come lingua ufficiale del regno. La lingua d’oc si parlava a sud del massiccio centrale, a ovest di Lione. Occitanico proviene da lingua d’oc. Provenzale è una denominazione impropria, essendo la Provenza una piccola zona nel sudest francese, a est del Roda. Dal medioevo viene usata questa denominazione per estensione (come inglese per britannico).

       Il ladino viene parlato nelle valle dolomitiche tra il Trentino e il Veneto, in Friuli (il friulano della zona di Pordenone e Udine) e nel cantone dei grigioni (che confina con la Lombardia), dove è una delle quattro lingue ufficiali. I linguisti in maggioranza pensano che ladino, romancio e friulano siano un’unica lingua.

         Al confine tra Francia e Val d’Aosta si parla il franco-provenzale, chiamato con denominazione impropria, in passato parlato nel cantone francese, che usava il francese solo negli scritti.

       Il romeno si parla in Romania e in Moldavia, con poche differenze.

        Fino al 1800 in Dalmazia si parlava il dalmatico, una lingua affine all’italiano e al romeno, sopraffatta dai dialetti veneti da una parte e dal croato dall’altra. Questa lingua fu scoperta da Matteo Bortoli tramite un pescatore che l’aveva imparata da sua nonna; era l’unica testimonianza visto che quella lingua ormai la parlava soltanto lui. Questo pescatore vive nell’isola di Veglio, che sta davanti al Carnaro, l’attuale Krk; questa lingua viene così definita dalmatico vegliotto, una lingua popolare e ottocentesca. Ragusa, città croata, è una città che è riuscita a rimanere indipendente da ottomani e veneziani. I documenti ufficiali del 1500 sono scritti in dalmatico, definito così dalmatico raguseo, cinquecentesco e ufficiale. Ladini venivano chiamati anche gli ebrei spagnoli fuggiti vicino Salonicco.

       La Romania era abitata dai Daci, e si chiamava appunto Dacia. Nel 106 d.C. venne conquistata da Traiano, che la popola di coloni italiani provenienti dall’Adriatico. Questo sarebbe l’inizio della romanizzazione della Romania, una nazione circondata da nazioni di lingua slava, ugro finnica (Ungheria), greca, illirica (Albania) e turca (inspiegabilmente oggi gruppi di lingua europea si trovano nei Balcani, ad esempio in Istria, in Macedonia ed a Melgano, ovest di Salonicco). Aureliano abbandonò la Dacia, e nessuno storico ci dà informazioni su questo popolo. Alla fine del medioevo si viene a conoscenza di alcuni principati, come la Valacchia, la Transilvania e la Moldavia, che nel 1800 si uniscono nella Romania. Sulla storia rumena ci sono due teorie contrastanti: secondo la teoria della continuità i romani sarebbero rimasti in Romania conservando la loro lingua. L’altra teoria si basa sul fatto che alcuni romeni stanno nella penisola balcanica, parlando di re-immigrazione, ossia del ritorno dei suoi abitanti in un tempo successivo.

       È scorretto dire che i dialetti italiani provengono dal latino: essi sono il latino, che non ha mai cessato di esistere, escluse alcune aree ristrette. I dialetti e le lingue romanze in generale non sono corruzioni della lingua nazionale, ma continuazioni del latino parlato, non di quello scritto. Noi parliamo ad esempio il fiorentino, un dialetto scelto come lingua nazionale dopo una serie di circostanze storiche. Il fiorentino non è stato scelto solo perché Firenze fu una fiorente patria di scrittori e intellettuali, ma anche per l’egemonia economica, politica e culturale della città, che gode di questa fama fin dalle Prose della Volgar Lingua di Bembo. Il toscano cominciò gradualmente ad essere utilizzato per usi amministrativi in tutte le regioni, e Venezia fu l’ultima ad adottarlo.

Il 1861 trovò l’Italia con una lingua già abbastanza consolidata.

        Il latino nasce a Roma, città che poi dominerà l’Europa fino al Reno e al Danubio, i popoli nordafricani (attuale Maghreb) e l’oriente mediterraneo che però non viene latinizzato per la sua forte influenza greca. Il latino è una lingua d’elite, che si sovrappone alle parlate locali. La parte occidentale dell’impero viene latinizzata, ma i popoli preesistenti non vengono sterminati, al contrario per esempio dello sterminio sudamericano: i romani si alleano con le elite straniere, che vengono cooptate nell’aristocrazia. Il latino fu così assunto dalle popolazioni locali sempre sovrapponendosi alle lingue preesistenti, definite lingue di substrato. Il latino viene assunto prima come lingua scritta, poi come orale.

        Il latino non si parlava nello stesso modo in tutte le aree romanze. Il latino si parlava nell’area occidentale, mentre nell’aria orientale si parlava in lingua greca. La metà orientale del Mediterraneo fu ellenizzata da Alessandro Magno, che conquistò tutto il Mediterraneo orientale, spingendosi fino alla Persia (l’attuale Iran). Nella società ellenistica il greco diventa la lingua di cultura, con un prestigio tale da impedire che si adottasse il latino. Il latino si parlava dall’Adriatico fino a tutto l’occidente, compresa l’Africa nordoccidentale, dove nacque Sant’Agostino.

       Il latino cristiano della patristica non viene studiato a sufficienza perché nel 1400 Lorenzo Valla teorizzò che il latino puro fosse quello ciceroniano. Ma è un pregiudizio: ad esempio la Vulgata di San Girolamo è tra le opere più importanti dell’antichità.

      Il latino scritto si è evoluto sostanzialmente dall’epoca plautina a quella tardo antica. Invece il latino parlato lo possiamo ricavare da alcune determinate fonti, come le commedie plautine, che riprendono il registro colloquiale comicamente. Ad esempio ecciste ed eccille, che poi daranno come esito questo e quello (eqquiste ed eqquille), provengono da ecce ille ed ecce iste, dove ecce è una ridondanza. Lo stesso Cicerone scrive in modo colloquiale nelle lettere a familiari e amici. Le scritte e i graffiti sui muri, per esempio a Pompei, sono una testimonianza importante. Queste scritte mostravano tendenze della lingua parlata, come errori di ortografia e di grammatica. Negli scritti tardo antichi dei grammatici vengono corretti i più diffusi errori ortografici.

       Gli scrittori cristiani precedenti alla patristica scrivono in un latino più facile, per umiltà e perché le loro opere sono destinate a ceto medio basso. Le iscrizioni funerarie sono in un latino basso.

        L’alto medioevo si periodizzava dal 500 al 1000, il basso medioevo dal 1000 al 1500. Oggi si preferisce parlare di primo medioevo (500-900), pieno medioevo (950-1250), tardo medioevo (1250-1492).

      Il primo medioevo non ci ha lasciato molte fonti. Fino al V secolo il mondo romano era rimasto coeso malgrado le migrazioni barbariche. Nel V secolo Agostino abitando in Africa riesce a studiare a Roma senza difficoltà di comunicazione. Le scuole sono funzionanti, c’è un’elite colta e un folto gruppo di semicolti che sa leggere e scrivere. Dal VI secolo la società dell’Europa occidentale si impoverisce e l’alfabetismo è un fenomeno di massa. Manca la scuola e quindi un suo controllo sulle regole della lingua. La lingua parlata quindi cambia enormemente. La trasmissione della cultura e la sua conservazione è opera dell’altro clero, poiché il basso clero è anch’esso ignorante. L’economia nel VII secolo è di sussistenza, e basta un’epidemia o una carestia per far diminuire sensibilmente la popolazione. C’è una discontinuità netta tra il mondo romano e quello medievale: al potere va l’elite barbarica.

       Le radici europee sono mediterranee e cristiane, ma anche barbariche. Quando noi pensiamo ai popoli barbari, non dobbiamo pensare a popoli etnicamente omogenei, ma ad aggregazioni di diverse tribù con un nucleo centrale. Per la costituzione dell’identità culturale europea è fondamentale anche l’apporto arabo, pensiamo solo alla filosofia, alla matematica e alla medicina. In Oriente invece si conserva la latinità.

      Si dice che nel medioevo si incontrino la cultura ellenistica e romana con quella cristiana. Ma queste due culture non sono così contrastanti. Il cristianesimo nasce la Palestina, e viene diffuso alle “genti” (i non ebrei) da San Paolo. Gli ebrei non erano un popolo così diverso e isolato rispetto agli altri paesi mediterranei. La cultura cristiana si grecizza, si diffonde rapidamente in Europa e arriva a trionfare. Ad essere traumatico è l’incontro tra il mondo cristiano romano e quello barbarico. Gran parte dei barbari è sempre stata al di là dell’impero romano. Karol Modzeleweski, in “L’Europa dei barbari” capisce che i barbari sono completamente diversi dalle civiltà classiche, e l’unione di queste due civiltà avviene grazie al cristianesimo. Esiste quindi una produzione di canti e poesie in idiomi barbarici che si sono perse.

        Con la eccezione di illustri scrittori come Gregorio Magno e Isidoro di Siviglia, si scriveva di solito in un cattivo latino. A Lissa di Reichneau sorgeva un’importante abbazia con un glossario che serve per leggere la Bibbia in latino, fatto per i monaci.

          Ci sono molti studi di filologia romanza. Facciamo qualche esempio. Confrontiamo il francese con le altre lingue romanze: il francese ha tant = tanto. Dove l’italiano ha una o atona finale, il francese ha assenza di vocale. Tutte le volte che si verificano le stesse condizioni la situazione è la stessa. Ad esempio, figlio in italiano e fill in francese (questo vale non solo per la vocale o ma anche per la e). Se la vocale è una a atona finale: vita eterna in italiano, in francese vie eternelle. Quindi in francese le vocali atone finali diverse da a cadono, la a invece si trasforma in una e. Questi tratti distinguono il francese dalle altre lingue romanze.

       Per quanto riguarda le vocali atone finali il catalano è uguale al francese, ma somiglia alle altre lingue per il trattamento della a sia tonica che atona. Quindi il catalano tratta le vocali finali diverse da a come il francese, ma conserva la a finale come le altre lingue e non la cambia come il francese.

       Il latino ha dilexit (passato remoto), l’italiano presenta anche ha amato (passato prossimo), il catalano ha una sua forma che però è simile al passato prossimo. In portoghese e castigliano si conserva l’uso del passato remoto o perfetto. Catalano, spagnolo e dialetti meridionali sono più vicini al latino, sono più arcaici, non hanno subito la variazione. Il latino è una lingua flessiva, nei verbi conosce alcune forme perifrastiche. La perifrasi si espande nell’uso parlato e progressivamente sostituisce le forme flesse. Questo non avviene in tutte le lingue, in alcune questa innovazione non si è verificata e sono rimaste ferme ad un modello morfologico più arcaico. Il catalano ha abbandonato il passato remoto e per questo si distingue dal portoghese.

     La linguistica romanza si sviluppa parallelamente a quella indoeuropea. Una certa parentela fra le lingue romanze fu intuita nel De Vulgari Eloquentia da Dante che credeva fosse causata dalla Torre di Babele. Dante nota anche che tutti i dotti d’Europa scrivono in latino, che Dante crede sia sempre stata una lingua artificiale creata dai dotti per capirsi internazionalmente. Il primo in epoca moderna a tentare una spiegazione sulle affinità delle lingue romanze fu in francese Francois Raynouard che pubblicò una scelta di poesie provenzali e ne fece seguire un’opera chiamata “Lessico romanzo sulla poesia dei trovatori”.  Raynouard suscita l’interesse di vivaci intellettuali come Goethe, che nel 1817 aveva tutte le sue opere. Friedrich Diez, altro fondatore della filologia romanza, sembra che nell’aprile del 1818 fosse andato a trovare Goethe in pellegrinaggio come facevano gli altri romantici. Goethe gli consigliò di dedicarsi alla filologia romanza, intravedendone il potenziale letterario. Diez vede solo sei lingue romanze: italiano, romeno, spagnolo, portoghese, francese e provenzale. Tutte hanno nel latino la principale fonte, ed è il primo ad affermarlo, poiché Raynouard sosteneva che dal provenzale fossero derivate le altre lingue. Non si fa menzione di dialetti, non apprezzati dai dotti perché legati all’oralità. Il primo dialettologo fu Graziadio Isaia Ascoli. Il latino che continua nelle lingue romanze è quello parlato.

 

Bibliografia

  • M. Barbato, Le lingue romanze. Profilo storico-comparativo, Bari – Roma 2017;

 

  • P. G. Beltrami, La filologia romanza, Bologna 2017;

 

  • G. Graffi, Che cos’è la grammatica generativa, Roma 2008;

 

  • L. Mereu, Semantica della frase, Roma 2020;

 

  • M. Saltarelli, La grammatica generativa trasformazionale, Firenze 1970;

 

  • A. Varvaro, Letterature romanze del Medioevo, Bologna 1985;

 

  • A. Varvaro, Linguistica romanza. Corso introduttivo, Napoli 2001.

 

 

 

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha dato alle stampe 41 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli.

 

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Categorie: Linguistica

Pubblicato da Marco Calzoli il 21 Giugno 2022

Marco Calzoli

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha dato alle stampe 36 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli.

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