Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie – Roberto Pecchioli

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie – Roberto Pecchioli

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. La metafora di Ungaretti – il poeta sulle trincee del Carso che sperimentava la morte ogni momento – si attaglia alla nostra condizione di paura, indifferenza, confusione. Guerra, epidemia, cultura della cancellazione, una relazione con la fine e il male dalla quale è stata sradicata la speranza della trascendenza. Viviamo in un campo minato in cui prevale la freudiana todestrieb, la pulsione di morte e distruzione, espressa attraverso comportamenti come l’aggressività, la coazione a ripetere e l’autodistruzione. Per restare alle citazioni ungarettiane, sorprende che circoli una diffusa allegria di naufraghi che corrono verso l’abisso cantando.

Bisogna tentare di invertire la rotta, seguendo il poeta: “e subito riprende il viaggio/ come / dopo il naufragio/ un superstite/ lupo di mare. “Non sappiamo se possediamo le virtù dei lupi di mare, ma ci sentiamo superstiti di un naufragio gigantesco. Abbiamo l’impressione che dall’orizzonte svanisca la vita. L’Occidente degli ultimi uomini di Zarathustra, che strizzano l’occhio e credono di avere inventato la felicità, corre verso la fine destituendo ogni principio su cui si è retta la sua civiltà per millenni. Sul trono dei nuovi diritti – assoluti, inderogabili, irrevocabili – l’aborto libero, l’eutanasia, i desideri, la fluidità dei sessi e delle preferenze, la negazione dell’ordine naturale. Natura nemica, derubricata ad ambiente o a biologia perché antecedente all’Homo Deus creatore di se stesso.

Si diffonde nelle donne – detentrici del misterioso, straordinario potere di dare la vita – il fastidio per la maternità. E’ la tendenza child-free (libera dai figli), una delle mille mode coloniali che importiamo dagli Stati Uniti, centro dell’impero e cratere in eruzione. La battaglia finale sull’aborto come diritto umano si combatte nelle aule della Corte Suprema americana e da lì tracima nelle periferie imperiali. Avanza a grandi passi l’eutanasia – che l’Italia dell’ipocrisia di linguaggio (ultima eredità cattolica?) – chiama suicidio assistito. Bisogna scomparire per non disturbare i manovratori: vecchi, malati, depressi di ogni età, insoddisfatti e infelici secondo i parametri stabiliti da lorsignori.

Una puntura e via, con i medici trasformati in boia seriali, Mastro Titta a stipendio, forse pagati a obiettivi (tot morti, premio di produzione). Non si nasce più e l’aborto – che è talora una triste necessità ma resta la soppressione di una vita nascente – è banalizzato e difeso come un dogma religioso. Pulsione di morte perché i figli ingombrano, sono “per sempre”, impediscono di godere i piaceri del consumo, costringono alla responsabilità. Non-madri che rinunciano gaiamente a dare la vita, non-padri soddisfatti di non assumere impegni. Se poi il nonno sta male o rompe le scatole, pratichiamo l’iniezione, dopo avergli fatto sottoscrivere il testamento a nostro favore.

La denatalità è il male più grande dell’Occidente progressista, civile, aperto, tollerante. L’economista e banchiere Ettore Gotti Tedeschi ha dimostrato che è alla base del calo del Prodotto Interno Lordo e impoverisce la società.  La ferrea logica dell’aritmetica dice che la fine delle nostri genti – la razza bianca (parola impronunciabile che suscita indignazione, interdetto, repulsione delle anime belle) la civiltà di cui siamo (eravamo) eredi, il modo di vivere e stare al mondo che ha alimentato popoli e generazioni – è prossima. Anni fa, persino Eugenio Scalfari, papa laico del progressismo, chiedeva di difendere la persistenza etnica del nostro popolo.

Possiamo restare indifferenti ad aspettare e anche lavorare per affrettare la fine. Si sappia tuttavia che la nostra gente, la sua specifica visione del mondo, scompariranno per sempre. Ma infine, che hanno fatto per noi i posteri che non avremo? Che ci importa di un futuro da cui saremo assenti? E poi, perché parlare di temi fastidiosi, che sembrano distanti dalla vita quotidiana? Meglio l’allegria di naufraghi, meglio fingere di non essere anime morte.

Inutile l’accanimento terapeutico: chi vuole suicidarsi, prima o poi ci riuscirà. Vano attaccare la cultura della cancellazione, l’odio di sé che ci ha aggredito come una metastasi. Dalla volontà di potenza di chi sta avanzando siamo passati al suo contrario, la volontà d’impotenza che archivia se stessa. Del resto, perché conservare traccia biologica di una cultura che fa schifo, colpevole di tutto il male del mondo, di ogni ingiustizia, ineguaglianza, violenza, cattiveria? Siamo il frutto finale – vergognoso di sé – di generazioni malvage, oscure, inferiori al Bene, al compimento della Storia e dell’Umanità raggiunto da noi, i migliori.

Strano suprematismo temporale che nega al futuro il diritto di pensare diversamente: domani sarà il perfezionamento di oggi, l’ultimo trionfo dell’uomo-Dio auto creatore che trascenderà se stesso. In tutta questa meraviglia, nello scintillare di luci accecanti, pare strano non volersi riprodurre e lasciare questo mondo alla prima seria difficoltà. Fragili come cristalli, superbi come pezzi unici. Strano anche proclamare “diritti riproduttivi” che sono il loro opposto. E’ poi così necessario l’aborto a una generazione coltissima, intelligentissima, razionalissima, con liberi anticoncezionali accessibili a basso costo? E perché la società il cui l’interesse primario è riprodurre se stessa – a partire dalla nascita di nuovi membri – è felice di pagare con le tasse l’interruzione della gravidanza, ossia del ciclo biologico naturale?

Le oligarchie hanno una strategia contraria alla natalità. Il successo è limitato a pochi popoli. Gli altri non ne vogliono sapere. C’è chi dice che l’uomo è il male della terra, chiamata animisticamente Gaia; alcuni soloni avrebbero stabilito in un miliardo il numero massimo di abitatori umani del pianeta. Il ministro italiano Cingolani ha affermato che la terra è stata “progettata” per tre miliardi di esemplari di homo sapiens. Beato lui che possiede informazioni tanto dettagliate, che parla di un “progetto” e dunque, se le parole hanno un significato, di un progettista (l’architetto dell’universo?). Beata la sua sincerità che mostra l’esistenza di un obiettivo mortuario delle oligarchie. In altri tempi, la Chiesa avrebbe alzato la voce per rivendicare l’esistenza di un creatore il cui comando all’umanità era crescere, moltiplicarsi e avere la supremazia sulla terra. Alcuni anni fa, il papa di rito argentino puntò il dito contro chi fa figli “come conigli”. A chi parlava? Non certo agli occidentali.

Oggi sembra pensarla diversamente e mette in guardia contro le culle vuote, partecipando ai recenti Stati generali della natalità. L’Italia è destinata a scomparire: parola di Mario Draghi, non di suprematisti bianchi. Il corvo disse al merlo: come sei nero.  Chi ha creato un problema non può risolverlo con la mentalità, le idee, i (dis)valori da egli stesso prodotti. Farina del sacco di Einstein. Il Drago ha detto che lo Stato deve rimuovere gli ostacoli materiali ed economici che impongono restrizioni alla possibilità per i cittadini di avere figli, e tutelare la figura della madre, impedendo che le giovani donne siano costrette dalle dinamiche della società a scegliere tra il lavoro e la famiglia.

Intenzioni commendevoli che confliggono con il modello di economia, lavoro e società di cui Draghi è banditore. Precariato, nomadismo di fatto, bassi salari, disprezzo della famiglia, irrisione della stabilità affettiva, professionale, esistenziale. Ai tempi della nostra giovinezza, uno stipendio consentiva il mantenimento della famiglia, oggi non ne bastano due. Il termine famiglia a chi e a cosa si riferisce, nella società liquida, fluida e trans, la cui propaganda è entrata nelle scuole per volontà del governo di cui l’ex banchiere è presidente? Lo stesso aborto – al di là delle diatribe ideologiche – libero e gratuito indipendentemente da necessità terapeutiche, è un potente ostacolo alla natalità.

Bergoglio per una volta ha ribadito l’insegnamento della Chiesa: “Dov’è il nostro tesoro, il tesoro della nostra società?”, si è chiesto. “Nei figli o nelle finanze? Che cosa ci attrae, la famiglia o il fatturato? Ci dev’essere il coraggio di scegliere che cosa viene prima, perché lì si legherà il cuore. Il coraggio di scegliere la vita è creativo, perché non accumula o moltiplica quello che già esiste, ma si apre alla novità: ogni vita umana è la vera novità. Com’è possibile che una donna debba provare vergogna per il dono più bello che la vita può offrire?” ha ripetuto, pensando “alle donne che sul lavoro vengono scoraggiate ad avere figli o devono nascondere la pancia. Non la donna, ma la società deve vergognarsi, perché una società che non accoglie la vita smette di vivere”. E’ la cultura dello scarto, il consumismo spinto, il soggettivismo edonistico, altrettanti aspetti della pulsione di morte descritta da Freud. Le conseguenze etiche valoriali e demografiche dell’individualismo non possono essere curate con ulteriori dosi di individualismo.

Che fare, allora? Non si cambia la china mortale dell’inverno demografico senza fuoriuscire dal modello economico, antropologico e morale dominante, i cui padroni – l’iperclasse dei miliardari – paiono aver deciso una diminuzione drastica della specie umana. Pensiamo a Bill Gates e ai suoi allarmi sulle epidemie, agli interessi di fondi previdenziali ed assicurativi rispetto all’eutanasia, alla riduzione zootecnica della riproduzione umana, alle immense donazioni a organizzazioni antinataliste e abortiste delle fondazioni dei ricchi misantropi.

Un forum dedicato alla stesso tema ha individuato due linee di condotta: la prima prevede aiuti economici e fiscali per favorire le nascite. Politiche di quel tipo hanno dati risultati incoraggianti in Francia e in Italia sono sostenute dalle uniche due province che non presentano saldi demografici negativi, Trento e Bolzano. La seconda invita alla battaglia culturale, proclamando alle giovani generazioni la felicità di formare una famiglia. In una società individualistica, mercantile, anche la nozione di felicità è declinata in termini di successo personale, economico e di consumo. Tuttavia, è la strada maestra. Gli incentivi fiscali e i premi economici vanno attuati con la massima larghezza, ma non modificheranno la tendenza se non tornerà a valere il principio comunitario della trasmissione della vita e se non riavrà dignità l’idea della convivenza di più generazioni unite in una catena di trasmissione della vita e dei costumi, a partire dalla famiglia naturale e a patto che i ruoli di padre e di madre recuperino il loro prestigio.

Quella perdita ha trascinato in basso il numero dei membri della società e della nazione. Non sappiamo se il numero sia potenza, ma siamo certi che siano impotenza e povertà il declino demografico, l’invecchiamento, la sclerotizzazione e l’egoismo delle società individualistiche. I figli disturbano, i vecchi sono inutili e a loro volta non capiscono e non accettano l’ovvia diversità dei giovani: la società si spappola e finisce per consunzione, esaurimento, deperimento biologico, assenza di obiettivi comuni.

Esiste nella terra del tramonto qualcuno in grado di mobilitare energie morali e di parlare di felicità in termini comunitari, recuperando una dimensione naturale, richiamando istinti ancestrali che una civilizzazione esausta ha dimenticato, restituendo all’egoismo e al soggettivismo il senso negativo di ieri? Ne dubitiamo, poiché opposta è la volontà della classe dominante. I massimi finanziatori dell’aborto, i sostenitori di vere e proprie multinazionali della denatalità e dell’attacco alla famiglia come la potentissima Planned Parenthood sono Bill Gates, Jeff Bezos, Warren Buffett, Michael Bloomberg, George Soros e le grandi fondazioni americane.

Gates ha asserito che cambiare le legislazioni abortiste “farebbe retrocedere gli Usa di cinquant’anni”. Di qui il progresso, la luce, la liberazione, di là l’oscurità e il regresso. La compagna di Jeff Bezos ha donato 275 milioni di dollari a Planned Parenthood, Bloomberg 50 milioni per i “diritti riproduttivi”. Warren Buffet ha elargito tra i 500 e i 700 milioni alla medesima causa. Ci domandiamo quale sarebbe il sentire comune se le enormi somme fossero state destinate all’accoglienza della vita, alla cura del prossimo, alla promozione della famiglia.

Gli altri benefattori antinatalisti sono la Fondazione Ford e le fondazioni dei super miliardari. Buffet è un sostenitore accanito del controllo della popolazione, un tema posto in agenda da Henry Kissinger nel 1974 che segna da allora la biopolitica del mondo occidentale. Possiamo aspettarci cambiamenti se non attacchiamo alla radice i fondamenti dell’ideologia dei miliardari, la tabula rasa, il Grande Reset della cupola di Davos? Fino ad allora, saremo come d’autunno sugli alberi le foglie.

 

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Categorie: Cultura, Società

Pubblicato da Roberto Pecchioli il 16 Maggio 2022

Roberto Pecchioli

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