Le vie del cielo (parte II) – Walter Venchiarutti

Le vie del cielo (parte II) – Walter Venchiarutti

I comignoli: poesia e funzionalismo

Semplicisticamente il termine camino con frequenza viene utilizzato per indicare la parte più alta ed estrema della struttura, quella che in realtà costituisce propriamente il cosiddetto comignolo. Quest’ultimo rappresenta la copertura o porzione terminale della cappa, sporge al disopra del tetto e si compone di una base chiamata anche dado o plinto, di un corpo, di sfiatatoi, fori di apertura o diffusori e infine di una testa o tettuccio.

foto 1

Il centro storico della città, visto dall’alto, mostra un singolare panorama aereo costituito da un impressionante numero di comignoli che da protagonisti posano immobili in strane forme, anticamente programmate. Da tempi lontani queste presenze interrompono la perfetta geometria dei tetti spioventi e offrono al pubblico il fantasioso spettacolo operato dai maestri costruttori. D’inverno la neve disegna soffici cappelli bianchi che ingentiliscono le fumanti estremità. Poche volte gli abitanti disattenti rivolgono loro lo sguardo riconoscente. Le preziose sentinelle stazionano vigili prestando riparo temporaneo agli uccelli, sopportando le prepotenze del vento e l’insistente battito della pioggia. I comignoli sono sempre i primi ad accogliere i raggi mattutini; la luce solare riverbera sul cotto rosato di queste silenti sagome che come operosi guerrieri affrontano la quotidianità. La tipologia creata da Gaudì a Barcellona ne è una prova. (foto 1) 

A Crema è di terracotta l’anima di questi guardiani. La materia fittile predomina nei monumenti cittadini: dalla cerchia urbana al grande tempio del duomo. Tanti fregi, disseminati sull’alto del centro storico, testimoniano l’essenza di una precisa identità territoriale, il susseguirsi delle mode e delle influenze culturali. Anche inconsciamente la gente del posto ha prediletto le consuetudini tramandate dalla tradizione contadina e i più anziani spesso conservano l’esercizio del linguaggio vernacolare. Sopito nell’ombra è ancora facile scorgere l’indole di un patrimonio comunitario che, secondo la teoria degli antropologi, definisce i retaggi caratteriali dell’identità comunitaria.

I fumaioli rappresentano veri sentieri, connessioni terra-cielo, passaggi magici che un tempo hanno permesso la trasmissione di storie, speranze e suppliche umane destinate alle dimore celesti. Veri trait d’union, al servizio dei viventi, in costante apprensione nel ricordo dei morti. Discreti compagni, sono i fedeli fiancheggiatori del passeggero cammino umano.

Ai comignoli, meno appariscenti dei campanili, non è stato riservato particolare interesse storico-conservativo e la loro sparizione anche in città come Venezia è stata di recente giustamente lamentata. Nel tempo andato, al di là dei condizionamenti politici ed economici, la diversa campionatura regionale e la ricerca continua di nuovi modelli, apparentemente fantasiosi, non è mai stata casuale e neppure soggetta a canoni unicamente estetici, ma ha corrisposto all’evolversi di un incessante, secolare processo di sperimentazione. La committenza sceglieva il fumaiolo che veniva, per gli adattamenti, consigliato e messo in opera dall’artigiano muratore. La fuoriuscita dei fumi e delle faville poteva avvenire in verticale o in laterale. Era opportuno valutare e trarre vantaggio dalla forza direzionale dei venti, difendersi dal reflusso dei fumi, risolvere i problemi di tiraggio, garantire la sicurezza contro la possibile fuoriuscita di scintille che avrebbero potuto provocare incendi, in edifici per la maggior parte costruiti in legno ed evitare infine le infiltrazioni dell’acqua, prodotte da abbondanti piogge. La tipologia dipendeva dal rapporto con il materiale impiegato nella copertura del tetto in coppi, paglia, legno, piombo. I segreti del tiraggio facevano parte della professionalità dei costruttori.

2 comignoli

La loro messa in opera richiedeva una competenza altamente specializzata. I “tirafumo”, posti all’estrema sommità esterna, svettavano come piccoli campanili e in base al numero si censivano le famiglie presenti in un borgo. Il genius loci vigilava, specialmente nelle ore notturne sulle vie d’accesso costituite da porte, finestre e comignoli. Da ogni apertura potevano giungere fino al cuore della casa pericolosi influssi malefici. Per questo motivo era invalsa la pratica di proteggere le dimore con amuleti (ferri di cavallo, zampe di coniglio, corna d’animali), mentre all’interno stampe devozionali, immagini degli antenati e dei santi patroni provvedevano al riguardo. Questi talismani, collocati in punti strategici, esercitavano un potere apotropaico, allontanavano i pericoli prodotti dalla natura (eventi atmosferici, cataclismi, animali ostili), dalla malvagità degli uomini e dal mondo infero. Se occorre sbarrare con porte l’accesso ai nemici e ai malintenzionati è altresì necessario favorire l’entrata degli amici. Ogni varco andava dunque vigilato. Contemporaneamente occorreva provvedere alla sua manutenzione, al fine di poterlo rendere percorribile da quei personaggi benefici e fantastici che annualmente vi potevano accedere e visitavano le casa per portare doni ai bambini. Ė a tutti nota la predilezione che, secondo le mitologie natalizie, entità magiche quali la Befana, Babbo Natale, S Lucia riservavano a questi inconsueti passaggi.

I fumaioli, come li appellava il Palladio, fin dal medioevo, hanno costituito non solo l’elemento decorativo ma anche quello distintivo di rango del casato con l’apporto di simboli in ferro raffiguranti bandiere, galli, blasoni e ritratti. In particolar modo nel medioevo, oltre a svolgere la naturale funzione di sfiatatoi hanno assunto il compito di qualificare la famiglia di appartenenza. Tali testimonianze, presenti in tutta l’Italia, hanno prodotto svariate tipologie, soprattutto a Venezia e in tutta l’area dominata dalla sua influenza economica e politica. Sui tetti delle case lagunari svettavano comignoli contraddistinti da colori vivaci. La Serenissima oltre a possedere la prerogativa delle gondole, dei canali e del numero dei ponti è stata denominata “città dei camini”[1]. I diversi quartieri della città lagunare offrivano e offrono ancora stupende panoramiche al riguardo. Suggestivi scorci permangono, immortalati nei quadri dei vedutisti veneti (Bellini, Carpaccio, Guardi, Canaletto) che li hanno saputi ritrarre con notevole realismo (Foto 2).

L’estro di queste speciali bandiere coronava ogni vetta degli antichi palazzi patrizi. Durante il corso dei secoli il susseguirsi delle mode, insieme allo sviluppo tecnologico, hanno contribuito a mutare l’estetica delle strutture. Per le abitazioni più umili lo sbocco del fumo veniva garantito da semplici aperture, mentre articolate costruzioni lungo il Canalgrande comparivano a torretta, a cuspide, a cilindro con forme curvilinee, con pinnacoli sormontati da pigne, segnali signorili, inequivocabili distinguo della presenza nobiliare.

Nella tradizione locale, alcuni di queste torrette, pretenziosamente, si ergevano “alla moda veneziana” di San Marco. Più larghi della canna fumaria, assumevano in testa la forma di imbuto, a vaso o campana rovesciata, a tronco di piramide capovolta, volgarmente denominata “alla Carpaccio”. Forme tanto superbe e imponenti, secondo il Serlio, non potevano che incutere reverenziale timore. Altrettanto tipici erano le varietà denominate “all’antica o alla romana”. La forma ad obelisco subentrò prepotentemente ai precedenti intorno alla metà del ‘500. Così vistosi comignoli, che si imponevano per l’altezza e per le suggestive forme, non assolvevano semplicemente ad una funzione distintiva dei proprietari in virtù delle cariche onorifiche e della posizione sociale occupata; non supplivano nemmeno a compiti unicamente acroteriali, ma si accordavano alle nuove tecnologie e seguivano il logico sviluppo del linguaggio classico. In periodo barocco le più fantasiose le sagome tipologiche dei camini arricchivano insieme alle altane, ai loggiati, alle cupole il panorama urbano e offrivano elementi decorativi in cotto, grazie al connubio con cuspidi, pinnacoli, volute e mascheroni. I prototipi tradizionali acquisirono presto le forme più bizzarre, come quelli costruiti a sezione circolare, formati da tavelle speciali, posate a corona, con l’ottenimento di una pianta sfaccettata, in stile moresco, oppure a forma esotica, a piramidale disposta a più piani. In grande varietà ne esistevano pure di più semplici e popolari: a lastra piatta, dado, forchetta detti anche a nido di rondine, pettine, scaletta, tenaglia e non mancavano quelli a ombrello, a tortiglione, a tamburo, a torre e a calamaio. Solitamente il tetto a capanna, era composto da coppi posati obliquamente, che potevano prendere la loro definizione grazie alla posizione dei rispettivi sfiatatoi: posti a due o a quattro venti. C’erano inoltre comignoli a campana dritta, aperti alla sommità oppure chiusi da sfere, pigne, banderuole. La ricerca svolta a Crema e nel circondario offre un quadro variegato di innumerevoli tipologie.

La campionatura

3 Crema Palazzo Comunale

A più di due secoli dalla dominazione veneta a Crema è ancora possibile scorgere, negli esempi citati la superstite impronta lasciata dal leone marciano, altresì rintracciabile nei monumenti, nella struttura urbana e nella produzione artistica. Di tutta la copiosa serie dei tirafumo veneti, qualcosa è tuttora rimasto ancora sotto il cielo. Immaginando un ipotetico itinerario per le vie del centro della città e dei centri periferici, dover sorgevano le ville di campagna, il visitatore così come il disattento abitante curioso, alzando la testa, possono ammirare un mondo poco conosciuto, fatto di singolari forme geometriche, autentici composizioni di bizzarri modelli. Ė quindi facile scoprire, una architettura insolita, un mondo fatto di tanti precisi e piccoli capolavori che si stagliano sullo sfondo del cielo.

I Comignoli a campana rovesciata, tronco conico o imbuto permangono disseminati nei diversi quartieri centrali della città. Per la loro particolare forma vengono chiamanti anche “comignoli a piramide o a imbuto e costituiscono nell’uso locale un potenziale derivazione dall’antico camino derivato dagli antesignani veneziani. Anche se non conservano l’altezza e le esatte proporzioni dei precursori, segnano i tetti dell’importante palazzo comunale (foto 3). Rappresentano significative testimonianze delle passate manifatture. Le tecniche trasmesse nei rifacimenti generazionali hanno in parte conservato, anche se in modo più modesto, la tipologia degli illustri predecessori.

4 Crema Palazzo Gambazocca

▲I comignoli a obelisco (foto 4) figurano su antichi palazzi nei quali si sono succedute una serie di nobili famiglie nobili, come nel caso del palazzo di proprietà Gambazzocca. In questa dimora la forma più antica del comignolo veneziano è riprodotta con due piccoli obelischi. Siamo lontani dalle proporzioni scamozziate e gli attuali sono più tozzi e con sfiatatoi ad oculo, mentre i loro consimili veneziani vantano diffusori radiali posti tra piedistallo e obelisco. Nel caso specifico le fessure a finestrella, sono poste alla base del corpo perimetrato da madonatura. In sommità svettano bandierine in ferro con battente a più punte.

Comignoli a torretta popolano le case poste ai margini del centro urbano. Nel quartiere di S. Bartolomeo, oltre la strada statale, la Cascina Costa conserva e una varietà interessante di fumaioli. Un esemplare, unico nel suo genere è costituito da un camino a torretta, con alto plinto quadrato. Il corpo è slanciato a base quadrata risulta impreziosito da bassorilievi in cotto che riproducono la scacchiera ed è delimitato ai lati da quattro colonnine. Fungono da sfiatatoi ai quattro venti, otto clipei, due per parte. La testa termina a cuspide a scaletta, in bugnato a squame di pesce, sormontata da una leggiadra banderuola in ferro (foto 5).

5 Crema Cascina La Costa

6 Crema La Costa

Sui tetti della stessa dimora prosegue una serie di quattro fumaioli sempre a torretta, a plinto rotondo oppure quadrato. Il corpo continua con base maggiore, troco-conica o trapezoidale rivolta verso l’alto. Gli sfiatatoi si aprono sopra i beccatelli e disperdono il fumo lateralmente. Il corpo è ingentilito da elementi in cotto (rilievi, stelle, merlature a ghibellina). Al centro della testa alcuni ostentano una piccola guglia liscia o a scaglie, sormontata, a seconda del caso, da una palla, da una banderuola, da un parafulmine, da coppi sovrapposti a cilindro che conferisce al manufatto caratteristiche orientaleggianti, in altri termina con solo spiovente (foto 6). Non mancano campionature dai richiami di gusto orientale, presenti nell’edificio liberty a quattro piani di Via Kennedy 14-24, sul cui tetto presenzia una selva di comignoli a pagodina (foto 7).

7 Crema via kennedy

 

I comignoli a testa piatta costituiscono una variante alquanto diffusa. Se ne riscontra a Sergnano una varietà con il corpo è diviso in base compatta, piedistallo con trifore alla toscana, marcapiano separato dal restante sopralzo superiore, traforato da numerose e piccole fughe.

8 Crema S.Maria della Croce

Nel quartiere di S. Maria della Croce compaiono comignoli a dado rettangolare con decorazioni in cotto a clipeo o a rombo, delimitati da mensoline e marcapiano che separano da un sopralzo anch’esso terminante, corona di beccatelli a rettangolo. La testa in ferro si erge aperta ai quattro lati (foto 8), ma è presente anche il modello quadrato con alette.

Nelle costruzioni popolari si notano strutture semplici del fumaiolo che si compone di una base su cui poggiano in verticale sei mattoni (2×3) mentre il copricamino è costituito da un triplice strato di tavelle sovrapposte. Non è raro imbattersi in una modesta semplificazione del soggetto, costituita da una base tozza a dado con una sopraelevazione in ferro tale da permettere una abbondante evacuazione dei fumi.

I comignoli a pettine o scaletta costituiscono una singolare figura che trova rispondenza soprattutto in case rustiche. Sono caratterizzati dai diversi sfiatatoi laterali, fatti con l’impiego di coppi rovesciati, incastonati nelle due pareti decrescenti poste lateralmente (foto 9). In alcuni casi, secondo una consuetudine riscontrabile nei comuni del veneto, la canna fumaria sporge all’infuori del muro al fine di favorire lo spazio interno

9 Pianengo

▲I Comignoli a capanna rappresentano una varietà comune che riproduce, a grandi linee, la pianta del tempietto pagano. Il tettuccio è spiovente, i mattoni e i coppi in verticale ne costituiscono le colonne, mentre frontone, timpano e fregi sono in cotto. Quelli a foggia toscana mostrano diffusori a due o più lunghe finestrelle a monofora.

10 Crema Palazzo BartolinoTerni

▲I Comignoli tondi costituiscono una foggia piuttosto rara in quanto necessitano l’adeguata sagomatura del mattone a pianta curvilinea e vengono prodotti con tecnica di lavorazione eseguita da specialisti ceroplasti (foto 10).

Campionature diverse

Esiste poi una categoria di tirafumo costituita da soggetti unici, che non rappresentano modelli consuetudinari e tuttavia meritano cenno. Nella quattrocentesca Casa Griffoni alla sommità dei capitelli spuntano dalla tamponatura degli archi gli stemmi marmorei dell’illustre casato. L’accesso da Via Ponte Furio pone in vista la sagoma, vagamente antropomorfa, di un singolare fumaiolo dalla forma curvilinea e dalla strana modellatura che sembra assumere sembianze vagamente antropomorfe. Ragguardevole la dimensione dei due sfiatatoi, superiori e laterali (foto 11). Altri camini atipici, per la loro originalità non definibili, sono quelli a composizione eclettica. Partono da una base rettangolare per poi assumere un corpo trapezoidale con una terminale quadrata, ma ne esistono altre varietà: addossati, sovrapposti e a piani.

I Comignoli Rustici sono quelli edificati con l’impiego di una struttura povera e dalle forme semplici, di facile realizzazione. Solitamente il corpo è rettangolare, munito di due sfiatatoi quadrati, corrispondenti nella parte laterale superiore e con copertura di tegole in cotto.

NOTE

[1] G.M. Urbani de Gheltof, I camini, Venezia dall’alto, Filippi ed., Venezia 1975.

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Categorie: Arte, Cultura

Pubblicato da Walter Venchiarutti il 20 Maggio 2022

Walter Venchiarutti

Walter Venchiarutti Inizia nel 1978 attività di ricerca nel settore dell’antropologia locale partecipando alla fondazione del Gruppo Antropologico Cremasco. È stato Presidente della Commissione Museo di Crema dal 1991 al 1994 e consulente per l’allestimento della Casa Cremasca. Dal 2007 è Vicedirettore della rivista Insula Fulcheria e curatore della collana Quaderni di Antropologia Sociale. Collabora con articoli a riviste, blog locali e prende parte all’attività di gruppi culturali. In specifiche pubblicazioni ha trattato storia e tradizioni legate alle vicende del Cremasco e del Cremonese.

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