ASPETTANDO LA RIVOLUZIONE: d’Annunzio fa pace con i fascisti (Milano, 3 agosto 1922) – 3^ parte – Giacinto Reale

ASPETTANDO LA RIVOLUZIONE: d’Annunzio fa pace con i fascisti (Milano, 3 agosto 1922) – 3^ parte – Giacinto Reale

Il 3 agosto d’Annunzio è a Milano, per incontrarsi col suo Editore, Treves, e firmare un contratto. Alloggia all’hotel Cavour, e, poichè conta nella tarda serata di tornare a Gardone, ha già pre-allertato l’autista.

L’arrivo di Finzi scombussola i suoi piani, e il clamore del corteo che sta sopravvenendo lo spinge ad affacciarsi al balconcino al primo piano, all’angolo tra piazza Cavour e via Fatebenefratelli. Quella sfilata militaresca rinnovella vecchi ricordi: “Riconosco un passo di gente ardita” dice all’uomo che fu aviatore ai suoi ordini, e saluta con un “Per l’Italia bella, alalà!” i fascisti in piazza.

Un po’ di tempo passa, la conversazione con gli interlocutori che cercano di convincerlo ad andare a palazzo Marino e dire da lì, dal Palazzo del Municipio occupato, due parole ai fascisti, non è facilissima, perché recenti incomprensioni rischiano di dividere il Comandante di Fiume dagli uomini in camicia nera che si dicono suoi eredi.

In particolare, tre mesi prima è successo un episodio che, falsamente rappresentato dagli avversari, ha rischiato di far precipitare la situazione.

Il 1° aprile del 1922 Gino Baldesi, il noto politico e sindacalista socialista, si è recato in visita a d’Annunzio. In quella occasione, il Poeta – secondo la testimonianza di Tommaso Monicelli, allora Segretario Generale della Camera del Lavoro di Firenze, che è presente, esprime dure parole sulla guerra civile in corso “promossa da uomini perversi e fatta da selvaggi

Nei giorni successivi, il giornale nittiano “Il Paese” darà una fantasiosa versione del colloquio, che verrà poi ripresa da altri organi di stampa:

 

Dopo aver appreso gli orrori del fascismo – d’altronde suo figlio prediletto – lo ha bollato col nome di “schiavismo agrario” …Non possiamo disconoscere che il colloquio dà un fiero colpo all’intellettualismo patriottico da salotto che faceva coincidere d’Annunzio con la reazione. (1)

 

Se non stupisce che un giornale vicino a chi era stato battezzato “Cagoia” dal Poeta dia una versione falsa dei fatti, fa francamente sorridere leggere che d’Annunzio, quasi vivesse sulla luna, avrebbe in quell’occasione “appreso gli orrori del fascismo” dei quali – veri o presunti – è piena la stampa quotidiana.

A ristabilire la verità interviene allora, senza essere minimamente smentito dal Poeta (che pure è abbastanza “permaloso” su queste cose) il 7 maggio, su “Il Popolo d’Italia”, Guelfo Civinini:

 

Caro Mussolini,

da qualche tempo gli avversari del fascismo stanno sbandierando la frase tristemente famosa attribuita a Gabriele d’Annunzio “schiavisti agrari” frase che ha dato alimento a rincrudire di lotte e a nuovi spargimenti di sangue.

Ebbene, non più avanti di avant’ieri, il Comandante, in un amichevole colloquio che ebbi con lui a Gardone, mi smentì nel modo più assoluto e rigoroso di aver mai pronunciato quella frase. La quale era invece scritta in una lettera di non so chi da lui ricevuta, e che egli lesse a persona che era andato a trovarlo.

Questa persona – il Comandante – non sa spiegarsi come e perché – la riferì invece come pronunziata dal Comandante stesso. (2)

 

Insomma, una delle infinite alterazioni, deformazioni e falsificazioni che continuamente si fanno delle parole e dei pensieri di Gabriele d’Annunzio.

È proprio per evitare nuove speculazioni, che egli si decide ad acconsentire alla richiesta fascista. Stava per partire, cambia il programma, e, senza neppure indossare quell’uniforme che probabilmente porta sempre con sé, esce, anche se il suo aspetto può deludere qualcuno:

 

E a un tratto, mentre l’entusiasmo trabocca, ecco apparire nel vano (del balcone di palazzo Marino ndr) d’Annunzio, in abito da passeggio, con in mano la paglietta. Agita le mani in segno di saluto, e tenta di placare la massa scatenata agitando le due braccia.

Torna in mente l’arengo fiumano. Che dirà a Milano il conquistatore della città olocausta, l’uomo che ha saputo tener duro e vincere contro la coalizione di un Governo imbelle e la pressione di Stati esteri?

Ecco che si piega sul balcone, ecco che accenna a parlare. La sua voce leggermente nasale, forte e acuta, fende la piazza, colpisce al cuore ciascuno di noi, suscita una fiammata di passione. (3)

 

Il testo del discorso è fin troppo noto per riproporlo qui, mentre più interessante l’esame di alcuni giudizi dati a posteriori dagli studiosi.

De Felice, per esempio, è abbastanza cauto:

 

Fu un discorso breve, appassionato, reticente, e in sostanza equivoco, che, alla fin fine, servì benissimo ai fascisti. D’Annunzio, col suo parlare metaforico e letterario, credette di parlar chiaro…in effetti le sue parole da quel balcone, e in quelle circostanze, furono interpretate dai più come un atto di adesione al fascismo e alle sue gesta milanesi di quel giorno. (4)

 

Della stessa opinione, anche uno che c’era e ricopriva in quella agitata Milano un ruolo non secondario:

 

Mentre Rossi presiede a Palazzo Marino il Comitato d’azione, Finzi s’era precipitato all’albergo dove era sceso d’Annunzio. Facendo leva sul cameratismo che lo legava al Poeta, e sulla sua proverbiale vanità, lo trascinava al balcone dell’edificio occupato, compromettendolo col Fascio milanese. Molti anni dopo, Rossi confermerà che d’Annunzio al balcone di Palazzo Marino aveva significato “stroncare la speculazioncella che sul suo antifascismo facevano gli avversari”. (5)

 

Nelle settimane successive, il Poeta, ancora sotto la suggestione del successo milanese, avrebbe fantasticato di un suo ruolo politico, magari di “ponte” tra le varie parti, e con l’esautoramento di Mussolini. Non se ne farà niente, per una serie di motivi che pure al vecchio Comandante di Fiume non potevano sfuggire.

Severo ma giusto il giudizio di Attilio Tamaro che gli aveva voluto bene: nel suo “Venti anni di storia” parlerà di: “stravaganze di un velleitario, che si esaurivano nella velleità dell’esercizio stilistico”.

Qui si inserirebbe il più generale discorso dei rapporti tra d’Annunzio e il fascismo, riproposto da recenti giudizi che hanno voluto quasi vedere nel poeta – dando per scontato il suo “afascismo”, quasi un precursore dell’antifascismo vero e proprio.

In merito, illuminanti appaiono le parole di uno studioso della nuova leva, non schiavo di vecchi pregiudizi sconfinanti nella politica:

 

Ripetiamo, non è questione se d’Annunzio fosse fascista o meno, problematica puerile come quella di chi cerca una scheda di adesione formale al PNF, firmata da Mussolini. Il Vate fu ispiratore dei fascisti, una colonna portante della visione del mondo fascista, e questi ultimi – in primis gli squadristi – lo inserirono di diritto nel loro Pantheon degli eroi, degli apostoli e dei precursori. I fascisti furono con lui, sempre. (6)

 

Chiusa questa parentesi, cerchiamo di chiudere anche la cronaca di quelle giornate milanesi di inizio agosto del 1922.

Come accennato, il 5 i corpi dei tre Caduti vengono “prelevati” dalla camera mortuaria del Cimitero e portati alla sede della “Sciesa”, dove, per tutta la giornata, ricevono l’omaggio della cittadinanza, fino al dì seguente, quando “il funerale si svolse attraverso le vie di Milano, in una commozione intensa di folla; nessun incidente venne a turbare il sacro rito dell’esaltazione dei Martiri”.

Nella stessa giornata si fa vivo Mussolini da Roma, che scrive ai fascisti milanesi. Egli, consapevole delle critiche e dei malintesi che la sua lontananza, contro la contemporanea presenza di d’Annunzio, può aver provocato, giustifica la sua assenza, cerca di porre rimedio e ribadisce il suo consenso all’azione milanese:

 

Cari amici, mi duole moltissimo che le necessità di una battaglia impegnata in tutto il fronte nazionale mi abbia tenuto, nelle scorse giornate, lontano da voi.

Inutile dirvi che ho seguito con ansia e con devota ammirazione lo svolgersi del vostro magnifico contrattacco. Grande ventura è stata quella di avere fra voi, consigliere ed animatore insuperabile, Gabriele d’Annunzio, il quale ha riconsacrato Palazzo Marino, con parola che resta definitiva.

Le azioni di rappresaglia che avete scatenato hanno la mia incondizionata approvazione. (7)

 

La valutazione politica dei fatti è affidata al suo editoriale su “Il Popolo d’Italia” del 7 agosto, che allarga il campo dell’analisi:

 

L’antitesi tra il nostro Stato e quello liberale, non mai apparve così manifesta nei suoi più drammatici elementi, come in questi giorni.

Lo Stato non ha diffidato, non ha represso, non ha punito.

Il fascismo, invece, trascorso il termine fissato, ha proceduto su vasta scala ad un’azione legittimamente punitiva. Nessun dubbio che il fascismo ha vinto, nessun dubbio che il socialismo esce da questa battaglia con le ossa completamente stritolate. (8)

 

Lo capiscono bene anche i più avvertiti tra i suoi avversari, oltre agli osservatori “esterni”. Alcuni fanno notare la bizzarria della definizione di “legalitario” data allo sciopero di “legalitario”. Come scriverà Angelo Tasca, esso di “legalitario” ha poco, perché mira alla liquidazione del fascismo, in una logica di parte, senza il minimo coinvolgimento della Stato, che, solo, può garantire la “legalità”.

Vi è poi la organizzazione, lacunosa e approssimativa, dall’anticipata comunicazione, a mezzo stampa, dell’inizio, alla disordinata attività sul campo, dove “il Comitato segreto è talmente segreto che le organizzazioni operaie non sanno a chi chiedere direttive”.

La smobilitazione fascista sarà ordinata per l’8 agosto, sempre che nulla di grave accada nel frattempo, e sulla base di valutazioni che andranno fatte nelle singole località. A carattere generale, invece, è la raccomandazione di mettere le armi al sicuro, per prevenire il ventilato sequestro da parte delle Autorità.

Il ricordo di quelle giornate resterà indelebile per chi vi ha partecipato, a Milano come altrove, e sarà fissato nella poesia-canzone di Giuseppe Valentini:

 

Ti ricordi dei giorni d’agosto

Dei camion fidi e veloci

Del gran cantare

Rauche le voci

A snidare il nemico nascosto

Gente nuova batteva le strade

Invadeva la nostra pianura

Come al tempo della mietitura

Per ovunque gagliarde masnade

Quattro bombe bastavano allora

Per avere il mondo nel pugno

Le campane fervevano ancora

Come fosse il mese di giugno

Come fossero trebbiatrici

Ancora in cerca di un’aia

I motori sembravano amici

Narranti una favola gaia

Resisteva l’odore del grano

Nella canicola immota

E la morte era tanto remota

Benché fosse nella tua mano

 

Di contro, gli avversari, su “La Giustizia”, il giornale dei socialisti riformisti, il giorno 12 publicano il bollettino della disfatta:

 

Bisogna avere il coraggio di confessarlo: lo sciopero generale proclamato e ordinato dall’Alleanza del Lavoro è stato la nostra Caporetto. Usciamo da questa prova clamorosamente battuti. Abbiamo giuocato l’ultima carta, e nel giuoco abbiamo lasciato Milano e Genova, che sembravano i punti invulnerabili della nostra resistenza.

Nella capitale lombarda le fiamme hanno ingoiato ancora una volta il giornale del Partito, il Comune è stato tolto violentemente ai suoi legittimi rappresentanti, e contro i nostri migliori si minaccia il bando; nella Superba – la roccaforte dei marinai e dei lavoratori del porto- le sedi delle organizzazioni sono state occupate dai fascisti; del quotidiano socialista non rimangono che le ceneri. In tutti i più importanti centri si sferra con ogni violenza distruggitrice. E così altrove.

Bisogna avere il coraggio di riconoscerlo: i fascisti sono oggi padroni del campo. Se volessero potrebbero continuare a menare colpi formidabili, sicurissimi di nuovi successi. (9)

 

È la resa definitiva… e tutto era iniziato con la felice intuizione di due squadristi, Gastone Tanzi e Franco Colombo, “Randaccini” qualunque, di entrare in Palazzo Marino, e prenderne “possesso” in nome della Rivoluzione Fascista.

 

 

FOTO NR. 5: d’Annunzio saluta i fascisti milanesi

FOTO NR: 6: la fine dell’avventura

 

NOTE

  1. Nino Valeri, D’Annunzio davanti al fascismo, Firenze 1962, pag. 61
  2. (a cura di) Edoardo e Duilio Susmel, Opera Omnia di Benito Mussolini, Firenze 1956, vol. XVIII, pag. 513
  3. Ernesto Daquanno, Vecchia guardia, Roma 1935, pag. 228
  4. Renzo De Felice, Mussolini il fascista, 1 La conquista del potere, Torino 1966, pag. 278
  5. Mauro Canali. Cesare Rossi da rivoluzionario a eminenza grigia del fascismo, Bologna 1991, pag. 194
  6. Pietro Cappellari, D’Annunzio in libertà, il Vate e il fascismo, oltre le manipolazioni del “politicamente corretto”, Firenze 2021, pag. 24
  7. Panorami di realizzazione del fascismo, vol. IV, il Movimento delle squadre nell’Italia settentrionale, Roma 1942, pag. 147
  8. (a cura di) Edoardo e Duilio Susmel, Opera Omnia di Benito Mussolini, Firenze 1956, vol. XVIII, pag. 513
  9. Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Bari 1965, vol. II, pag. 355

 

Se hai letto fino in fondo hai dimostrato interesse per questo contenuto.
Per piacere esprimi una tua reazione cliccando su una delle emoticon
Grazie!

Loading spinner
Print Friendly, PDF & Email
Categorie: Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 18 Maggio 2022

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

Lascia un commento

    Fai una donazione


    Giornata Bruniana a Padula (SA)

  • le nostre origini

  • POCO MENO DEGLI ANGELI - ROMANZO ESOTERICO

    Palermo, 25 marzo 2022 h. 16.30 Fonderia Borbonica
  • a dominique venner

  • post Popolari

  • Ultimi commenti
  • archivio ereticamente

    Tag

    Newsletter

    navigando