ASPETTANDO LA RIVOLUZIONE: d’Annunzio fa pace con i fascisti (Milano, 3 agosto 1922) – 2^ parte – Giacinto Reale

ASPETTANDO LA RIVOLUZIONE: d’Annunzio fa pace con i fascisti (Milano, 3 agosto 1922) – 2^ parte – Giacinto Reale

Ma l’assalto degli squadristi fu irrimediabile e travolgente. Nessuna furia di sovversivi, né organizzazione di difesa poteva più frenarli.

(Mario Alonge Parco, Faceva caldo a Milano)

 

Il 1° agosto il Direttorio del Fascio milanese nominava nel suo seno un Comitato Segreto di Azione; le squadre milanesi furono mobilitate e pronte agli ordini dei comandanti. Le prime due giornate trascorsero senza gravi incidenti; intanto affluivano a Milano le squadre della Lomellina e del Cremonese.

A mezzanotte del giorno 2, i fascisti occuparono le rimesse tramviarie, e la mattina i tram, ammantati di tricolore, guidati d volontari fascisti, iniziarono il servizio gratuito per tutti.

…I primi conflitti si ebbero verso le dieci del 3 agosto, quando i sovversivi di ripresero dalla sorpresa. (1)

In maniera sostanzialmente simile vanno le cose (sulle quali poi tanto si fantasticherà) a Parma, l’altra città destinare ad assurgere a simbolo dello sciopero Qui, infatti, solo nel pomeriggio del 2, con la messa in opera di sbarramenti stradali e rudimentali barricate sotto la guida di Guido Picelli, noto sovversivo e capo dei pochi “Arditi del Popolo” presenti in città, prende corpo la protesta cittadina, sotto l’occhio indifferente delle Forze dell’Ordine, che, anzi, hanno ricevuto disposizioni dal Prefetto di lasciar fare e non creare intralci.

È, nel complesso, una situazione abbastanza strana, se si considera che la stessa Alleanza del Lavoro, di fronte al limitato numero di adesioni, e per la paura dell’annunciata – e, in effetti, avviata –  reazione fascista, nel pomeriggio del 2, annuncia la cessazione dello sciopero che, nel proclama iniziale non doveva avere fine prima della vittoria. Per non dare l’impressione di una resa all’ultimatum fascista, detta cessazione è fissata al 3 agosto a mezzogiorno, dodici ore dopo, cioè, del termine fissato da Bianchi.

Un fiasco colossale, determinato anche in gran parte dalla ignavia dei dirigenti sovversivi, come denuncia impietosamente lo stesso Mussolini già su “Il Popolo d’Italia” del 3 agosto, con un articolo intitolato “Basta con la viltà”, nel quale se la prende un po’ con tutti:

 

Lo sciopero è finito quasi dovunque, ed è stato generale solo nell’insuccesso.

Ora bisogna parlarci chiaro. Chiarissimo. Se lo sciopero è stato un miserabile aborto non lo si deve alle misure del Governo. Se i treni, se le Poste hanno funzionato non lo si deve alle misure preventive prese dal Governo, ma al concorso spontaneo, disinteressato, entusiasta degli elementi nazionali…

Ed anche un monito severo va lanciato alla borghesia. La passività con cui gran parte della cosiddetta borghesia si rassegna agli scioperi generali va altamente deplorata. C’è una tremebonda viltà borghese che si appaia alla viltà del Governo e dà dei punti alla viltà dei capoccioni proletari. Tutto ciò deve finire. Ancora una volta la Nazione ha visto su chi può contare. Può contare sul fascismo.

Quanto ai ciarlatani del Pus e del Superpus, essi a quest’ora si saranno malinconicamente convinti che non c’è niente da fare. La prova è stata solenne e decisiva. I fascisti faranno duramente scontare ai pussisti il sangue dei fascisti colpiti qua e là a tradimento. (2)

 

A Milano, con la discesa in campo dei fascisti, la tensione cresce subito, e, dopo qualche limitata scaramuccia, degenererà in fatti gravi e sarà all’origine di fatti politici importanti.

Un prodromo, anche per l’importanza che il “controllo” dei mezzi pubblici avrà nelle ore seguenti, può considerarsi l’occupazione delle rimesse tramviarie, messa in atto, alla mezzanotte del 2, da gruppi squadristi capitanati da Aldo Finzi. Ma sarà il giorno seguente che l’azione si dispiegherà a pieno, anche con conseguenze drammatiche.

L’iniziativa notturna altro non è che il coronamento di ciò che è stato iniziato, già il giorno 31, alle 4,00 di mattina, in coincidenza con l’inizio dell’agitazione, da una quarantina di fascisti e nazionalisti, tra i quali Sandro Giuliani, Dino Alfieri e Piero Parini, che si sono recati alla rimessa dei tram e ne hanno messo in circolazione un buon numero, improvvisandosi conducenti e bigliettai, al grido di “Scadono i rossi,i rossi son scaduti!”

Tra tutti, fa spicco Aldo Finzi, conduttore “con perizia invidiabile” di un tram (“il numero 948” dicono le cronache) che, comunque, ad ogni buon conto, porta appeso, sulla vetrata anteriore, un nodoso manganello. L’iniziativa piace ai cittadini che sono tutti dalla parte dei fascisti, e il Prefetto Alfredo Lusignoli la mattina del 3 telegrafa a Roma:

Come già dissi precedente telegramma, stato d’animo cittadinanza est completamente favorevole ai fascisti, mentre da parte dei socialisti si nota una forte depressione di spiriti.

…Misure ordine pubblico compatibilmente con la forza disponile sono state adottate tutte: ma non nascondo che cittadinanza nel suo attuale stato d’animo mal tollererebbe azione a fondo contro fascisti. (3)

 

Considerati limiti e obiettivi di questo lavoro, proviamo una breve sintesi dei fatti salienti (eccettuato il discorso di d’Annunzio, che verrà trattato in seguito, “costruita” su testimonianze d’epoca e successive, con l’avviso che esse non sono, anche in questo caso, perfettamente collimanti, per quanto riguarda tempi e modalità nella ricostruzione

 

PRESA DI PALAZZO MARINO (3 AGOSTO)

I prodromi dell’azione vera e propria si hanno verso le 15,30, allorché uno squadrista, il tassista Natale Guadagna, di quarantanove anni, riesce ad arrampicarsi sulle mura esterne si Palazzo Marino, sede dell’Amministrazione comunale socialista e colloca una bandiera tricolore sul balcone centrale.

La notizia si diffonde rapidamente tra gli squadristi in azione in varie parti della città, in attesa di ordini “operativi”:

 

Il giorno successivo (il 3 agosto ndr) ci trovò ai nostri posti di combattimento. Molti di noi non erano neppure tornati alle loro case. La maggior parte non prendeva un pasto regolare da oltre 48 ore, e si era accontentata di pochi sandwiches fra un giro e l’altro di manovella o di volante.

In tutti noi era una stanchezza fisica che si rivelava nei momenti di pausa, e che trovava la sua spiegazione nelle molte ore di sonno arretrato che avevamo accumulato in quelle due notti quasi bianche.

La mattinata trascorse senza incidenti notevoli. Un notevole contingente di squadristi accudiva al funzionamento dei pubblici servizi, mentre gli altri, radunati davanti alla sede del Fascio, si riposavano in attesa degli eventi. Che non tardarono.

Di mano in mano che la giornata passava, si faceva strada e si diffondeva la sensazione che qualcosa di importante stava per accadere. Si capiva che quello era il momento di vibrare un colpo decisivo. Perché, l’atmosfera, già a noi favorevole, non avrebbe mancato di far sì che la popolazione lo accogliesse con il suo consenso.

Questa sensazione si era diffusa tanto che, abbandonati in mano di altri fascisti meno adatti ad azioni di primo piano, i servizi secondari ai quali attendevano, diversi randaccini erano andati a raggiungere i loro camerati davanti alla sede del Fascio, per essere pronti ad agire e ad obbedire alle disposizioni del Comitato d’Azione che ivi risiedeva in permanenza.

L’occasione di agire non si fece attendere molto. (4)

Occasione che si materializza quando un gruppo di squadristi, montati in gran parte su auto pubbliche condotte da autisti vicini al Fascio, di ritorno da una azione in via Vigevano, passando da Piazza della Scala, riesce ad allontanare, con uno stratagemma, parte delle Guardie Regie di sorveglianza al palazzo municipale, così che alcuni (tra i quali Franco Colombo) penetrano all’interno e lo “occupano”.

La notizia, giunta al Comitato d’Azione, viene subito colta nella sua importanza, così che altri più consistenti nuclei fascisti si precipitano nella piazza, la occupano e rinforzano il presidio all’interno.

Verso le 18,00, mentre all’esterno si verificano colluttazioni tra le Forze dell’ordine e i manifestanti mussoliniani che vanno aumentando di numero, la bandiera precedentemente esposta viene sostituita con una più grande, fiancheggiata dal gagliardetto fascista e da quello del Sindacato dei dipendenti comunali fascisti. A quella vista, la folla rompe i cordini di polizia, e penetra anch’essa all’interno, favorita anche dal fatto che due colonne di automezzi fascisti, opportunamente manovrando in circolo e a zig zag, impediscono a Carabinieri e Guardie Regie di sgombrare la piazza.

Cesare Rossi e Geremia Bonomelli, un ex Consigliere socialista, espulso a suo tempo dal Partito per interventismo, danno una nota di colore all’avvenimento, il primo inneggiando ripetutamente alla “Rivoluzione fascista, e il secondo gridando trionfalmente a più non posso: “Rientro a palazzo Marino!”.

Tutto si svolge, comunque, senza grossi eccessi, e Rossi si preoccupa di far constatare agli Assessori presenti all’interno, prima di farli scortare fuori, come l’iniziativa sia “popolare”, e gli assaltatori siano “in maggioranza proletari”.

Egli, peraltro, si insedia nel palazzo stesso e presiede il Comitato d’Azione, lasciando filtrare la notizia che tutto finirà quando i pieni poteri saranno passati ad un Commissario Prefettizio.

In serata, mentre gli squadristi rafforzano la loro presenza all’interno ed all’esterno dell’edificio, predisponendosi anche al peggio, e cioè, allo scontro con le Forze dell’ordine, una delegazione si reca da Lusignoli per chiedere la nomina di un Commissario prefettizio, promettendo, in cambio, un rapido sgombero.

La nomina del Commissario viene ottenuta, ma Finzi si dà da fare per ritardare un pò lo sgombero, perché ha già una sua idea.

Infatti, i fascisti escono incolonnati dalla sede municipale e si dirigono all’hotel Cavour, dove alloggia d’Annunzio, mentre tra la folla si sparge la voce di un prossimo arrivo del Poeta, così che la gente si trattiene pazientemente in piazza, fino alle 23,00, quando, finalmente, egli arriva, accompagnato da Finzi, e, con vibranti parole, arringa gli astanti dal balcone centrale.

Il comizio, del quale diremo meglio in seguito, è la definitiva consacrazione del consenso verso i mussoliniani, che, con quel gesto hanno energicamente riaffermato di essere padroni della città.

E infatti, il giorno successivo il palazzo municipale sarà restituito al Prefetto. Gesto simbolico che non basterà ad evitare, al 28 settembre, il mandato di cattura a dodici fascisti particolarmente attivi nella circostanza.

 

I CADUTI FASCISTI (4 AGOSTO)

Gli incidenti più gravi avvengono il giorno dopo.

Verso le ore 14, contro un autocarro fascista con una decina di camicie nere a bordo, in transito in via Procaccini, viene aperto il fuoco, che fa un ferito, il ventiquattrenne Edoardo Crespi, della squadra “Nazario Sauro”, il cui corpo rimane sul terreno. Lo sbandamento degli squadristi favorisce l’esplodere della furia avversaria:

 

La tregua concessa dalla ritirata degli aggrediti dette tempo ai sovversivi di accorrere sul luogo, spogliare il ferito e finirlo a pugnalate sul viso, che fu orrendamente sfigurato dalla punta dei pugnali, da calci, da bastonate: ciò mentre alcuni degli aggressori armati di moschetto chiudevano gli sbocchi delle vie.

Al povero caduto tutto fu tolto! Le decorazioni; una medaglia d’argento, una di bronzo, tre croci di guerra e diverse altre medaglie, il portafogli e una fascia tricolore, che gli avvolgeva il petto sotto la camicia. (5)

 

L’obiettivo della rappresaglia viene immediatamente individuato nel giornale socialista “L’Avanti”, già incendiato il 15 aprile del 1919, ma poi rimesso in funzione, dopo una sottoscrizione, e con una spesa di quattro milioni.

Squadristi pavesi, cremonesi e milanesi, guidati da Forni e Farinacci attaccano l’edificio, dopo che è stata scartata l’idea di bombardare dal cielo lo stabile, che si sa ben protetto.

Verso le 16,00, due colonne fasciste, montate su una quarantina di automobili, muovono verso la sede del giornale, tra via San Gregorio e via Settala. L’azione può iniziare:

 

Il primo assalto degli indomabili squadristi venne accolto da un minutissimo fuoco di fucileria: i sovversivi, le iene rosse, si erano asserragliate nel nuovo covo come in una formidabile piazzaforte; si erano preparati a una difesa disperata, non trascurando neppure i reticolati di filo spinato.

…Ma l’assalto degli squadristi fu irrimediabile e travolgente. Nessuna furia di sovversivi, né organizzazione di difesa poteva più frenarli.

…Gli assediati, veduto ormai che i fascisti investivano e invadevano l’edificio da ogni parte, cominciarono a fuggire, facendosi proteggere dalla forza pubblica. Ma, prima di abbandonare il campo, escogitarono un infame tranello, compirono l’ultima vigliacca turpitudine, immettendo nei reticolati che i fascisti avrebbero dovuto scavalcare, la corrente elettrica ad alta tensione.

I primi ad incappare nei fili fulminanti furono gli squadristi della “Sciesa”; Mataloni, il comandante della squadra, vene investito ben due volte dalla corrente, e provvidenzialmente strappato alla morte dal suo alfiere, l’ingegnere Emilio Tonoli, ventiduenne appena, già valorosissimo combattente e Ufficiale decorato al valore, il quale, poco dopo, nel correre impetuosamente all’assalto, gridato il fatidico “A noi!” ai camerati di squadra veniva colpito e freddato da una fucilata alla bocca.

Vicino a Emilio Tonoli cadeva un atro eroico squadrista, colpito a morte dal lancio di una bomba, che gli fracassava il cranio: era il ragionier Cesare Melloni, pure valoroso combattente decorato al valore. (6)

 

Superato, con l’aiuto di tavole di legno, l’ostacolo rappresentato dai fili elettrificati, gli squadristi penetrano all’interno, mentre i difensori rimasti si danno alla fuga, passando nei vicini locali occupati dai Vigili, e realizzano la completa distruzione del giornale socialista.

Adesso come nel 1919, l’azione fascista non manca di suscitare in tutto il Paese una grande impressione: a Milano, come già accennato, l’Autorità militare si sostituisce a quella civile, agli ordini di un Commissario Prefettizio, nel tentativo di riportare l’ordine.

È l’unica soluzione possibile, se si vuole evitare il rischio di una rivoluzione, dagli esiti imprevedibili. Come farà notare il Questore Giovanni Gasti in una “riservata personale” al Generale comandante il Corpo d’Armata cittadino:

 

Lo spirito di cui sono animati i fascisti è vibrante di fede nel loro ideale, pieno di sicurezza nella propria forza e nella prossima vittoria, ardente di odio contro i sovversivi, determinato alle più rischiose imprese ed alle più decise azioni, senza alcuna preoccupazione delle conseguenze e con sprezzo della vita.

La loro fiducia e baldanza è anche nutrita dal convincimento che le truppe e le forze statali, per simpatia verso di loro e delle loro idealià, non condurranno mai contro i fascisti un’azione a fondo e risolutiva per mezzo delle armi. (7)

 

I corpi dei tre Caduti vengono”rapiti” dal cimitero con uno stratagemma, e composti nella sede della “Sciesa”. Sul frontespizio dell’edificio viene scritto:

 

Caddero per purificare con il loro martirio l’Italia che avevano nel loro valore ingrandita: Crespi Edardo della squadra Sauro, Melloni Cesare della squadra Sciesa, Tonoli Emilio alfiere della squadra Sciesa.

Noi che restiamo vegliamo la loro opera e il loro martirio. (8)

 

È il tributo di Milano al successo fascista.

 

FOTO NE. 1: fascisti a Palazzo Marino

FOTO NR. 2: l’assalto all’Avanti

 

 

NOTE

  1. Panorami di realizzazione del fascismo, vol. IV, il Movimento delle squadre nell’Italia settentrionale, Roma 1942, pag. 145
  2. (a cura di) Edoardo e Duilio Susmel, Opera Omnia di Benito Mussolini, Firenze 1956, vol. XVIII, pag. 332
  3. Renzo De Felice, Mussolini il fascista, 1 La conquista del potere, Torino 1966, pag. 276
  4. Emilio Santi, Bagliori, Milano 1930, pag. 359
  5. Manfredo De Simone, Pagine eroiche della rivoluzione fascista, Milano 1937, pag. 45
  6. Mario Alonge Parco, Faceva caldo a Milano in quei giorni di agosto del 1922, Milano 1942, pag. 60
  7. Renzo de Felice, op cit., pag. 279
  8. Giorgio Alberto Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, Firenze 1929, vol. IV, pag. 197

 

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Categorie: Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 11 Maggio 2022

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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