Se un +2% in armi vale un -2% di indipendenza – Enrico Marino

Se un +2% in armi vale un -2% di indipendenza – Enrico Marino

L’aumento delle spese militari deciso dal governo ha provocato in Italia un vivace dibattito che ha visto spaccarsi persino la maggioranza che sostiene Draghi. Il fatto che si sia comunque trovato un compromesso all’italiana, non sminuisce la portata di questa divaricazione che ha fatto riemergere problematiche più ampie e complesse della semplice corsa alle armi.
Le armi, infatti, sono necessarie come le medicine, non per curare ma piuttosto per prevenire. Non a caso, la pluriennale pace in Europa è stata garantita dalla deterrenza nucleare.
Ma la vera sfida in questa fase storica, se sei un Paese europeo, è quella di procedere ad un riarmo coordinato nel quadro di una UE che sia capace di rendersi sempre più soggetto politico autonomo sul piano internazionale e militare, indipendente dalla Nato e dagli USA e alternativo rispetto a Russia e Cina.

Chi riesce a intuire quello che sta succedendo, vede che siamo di fronte a qualcosa che ha la portata della caduta dell’impero romano e il decentramento dell’impero americano avrà conseguenze non minori di quel precedente sulle sue province.
Il dato di partenza è che il mondo non è più unipolare, come è stato dagli anni ’90, e non è neppure bipolare, come è stato dopo il 1945, ma sta divenendo sempre più chiaramente multipolare.

In questo contesto l’Occidente europeo vive una doppia crisi, geopolitica e culturale.
Sul piano geopolitico emerge sempre più chiaramente il fatto che l’Europa non si è mai emancipata dalla sudditanza impostale nel secondo dopoguerra dagli USA.
Chi vorrebbe l’Europa come contraltare e polo alternativo agli USA, deve constatare che l’allineamento della UE, prima nella vicenda pandemica ed ora nel conflitto russo-ucraino, ha mostrato che l’Europa è sostanzialmente una colonia americana, tenuta a catena corta dal padrone.
Il fatto che in questo momento tutta l’Europa stia viaggiando verso la propria rovina economica, opponendo pochissima o nulla resistenza alle scelte americane, mentre i nostri interessi divergono totalmente da quelli degli USA, dice tutto quello serve per capire.
Se non solo l’Italia, ma anche paesi come Germania e Francia non riescono a esprimere una posizione differente, parte della ragione sta nel fatto che il nostro asservimento strutturale agli USA passa attraverso la dipendenza totale sul piano militare (dal ’45 siamo e restiamo pieni di basi militari americane) e sul piano delle telecomunicazioni (la “rete” è sì “mondiale”, ma in effetti è sotto diretto o indiretto controllo americano. Ma c’è anche un’altra ragione, che è assai più attinente alla nostra dipendenza culturale.

L’Europa è soprattutto una colonia culturale americana.
Il mondo in cui ci muoviamo è integralmente formato da modelli, format e contenuti di importazione: TV, fiction, filmografia, notiziari, musica, moda, costume, ci forniscono una realtà unipolare per cui passeggiamo virtualmente per le strade di S. Francisco e tra gli attici di Manhattan, viviamo come nostri i problemi di razzismo di un’eredità schiavista e facciamo seriosi interventi legislativi per porre rimedio ai problemi dell’Alabama inginocchiandoci in parlamento o sui campi di calcio, come marionette manovrate dall’alto. I diritti invertiti di una realtà surreale, ma reclamizzata, sono diventati oggetto di insegnamento nelle nostre scuole. Le forme più estreme di un individualismo edonistico e narcisista, sono smerciate come desiderabili obiettivi di vita e di realizzazione personale.
Gli USA si sono dimostrati essere un’immensa potenza propagandistica, una macchina micidiale di creazione dell’immaginario. Perciò noi europei non siamo più in grado nemmeno di immaginare forme di vita diverse da quelle fittizie proiettate dalla pubblicità di Hollywood.

Finché gli USA erano il padrone unipolare del mondo, questa nostra collocazione di province dell’impero americano poteva essere relativamente innocua. Ci consentiva di proseguire nel sogno di essere i “civilizzatori del mondo” e, anche se il comando era passato al di là dell’Atlantico, abbiamo continuato a percepirci come il centro del pianeta. Ci pensavamo come la ricca e colta parte dell’impero e potevamo persino fare un po’ gli snob, permettendoci tratti di paternalismo sul piano dell'”alta cultura”.
Ma gli USA ora sono in crisi e l’emergere della potenza cinese, la rinascita russa dalle ceneri dell’URSS e anche la tumultuosa insofferenza dell’intero mondo islamico hanno ridato fiato a tutte quelle parti del mondo lontane dai paradigmi americani, che ora riescono ad immaginare la possibilità di esplorare strade proprie.

In questo quadro l’assenza europea si staglia in tutta la sua evidenza.
L’Europa oggi appare culturalmente incapace di comprendere e accettare che possano esistere modelli di vita diversi da quelli euroamericani, per una forma di cecità antropologica di cui sono vittime non solo le èlite europee, ma anche il popolo minuto cresciuto davanti alla TV.
Non riusciamo a capacitarci di come si possa essere e desiderare di essere diversi da “noi”, laddove questo “noi” è l’idealizzazione mediatica e fascinosa della “vita occidentale”.
Così noi, i nostri ceti politici e le nostre classi dirigenti, oggi ci troviamo nell’incapacità assoluta di pensare al resto del mondo in termini che non siano quelli di un “grande errore”.

Questa cecità culturale poteva non essere preoccupante finché, come provincia dell’impero, non dovevamo davvero confrontarci con niente di davvero diverso.
La “diversità” che il mondo euroamericano celebrava era sempre solo una diversità innocua e magari buffa, fatta di “folclore” o di “eccentricità” interna al proprio modello di vita.
Ma una diversità che si pensi come mondo alternativo è concepibile solo come un “grande errore” ovvero un grande pericolo.
Perciò oggi, per difendere quella realtà virtuale, si assumono forme sempre più dogmatiche, si chiude la bocca ai dissidenti, perché solo il mondo fittizio delle liberaldemocrazie idealizzate, che è stato costruito, appare quello giusto, abitabile e degno.
I leader europei non sono alternativi agli americani, perché tutti gli argomenti, tutti i modelli, tutto l’immaginario a cui possono attingere dice loro e al loro elettorato una sola cosa: nessun altro mondo è possibile. Gli altri, tutti gli altri, tutte le epoche diverse dalla nostra, tutte le forme di umanità diverse dalla nostra sono solo errori, incomprensibili brutture e residui dogmatici e l’unica esistenza auspicabile e all’interno di quella gabbia senza sbarre in cui siamo cresciuti.

Però, l’abitudine a uniformarsi e servire è divenuta uno stile di vita e obbliga a raccontare bugie sempre più grandi, e spinge ad essere sempre più intolleranti verso chi non asseconda il gioco di queste illusioni. E rende inutile ogni corsa al riarmo se non governata dalla volontà politica di creare una Europa unita sulla base di valori e interessi condivisi, ma finalmente emancipata e indipendente dalla direzione statunitense. Altrimenti, si rischia di continuare a credersi al centro del mondo, mentre potremmo ritrovarci in tempi straordinariamente rapidi ad essere solo la periferia ottusa e impoverita di un impero, a sua volta in crisi.

Enrico Marino

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Categorie: Politica

Pubblicato da Ereticamente il 2 Aprile 2022

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Gianni

    Questo modello di sviluppo è una rapina fatta alla nostra Nazione da capitali esteri chiamati investimenti,spacciati per la manna che arriva dal cielo,mentre questi si sono pappati tutto il meglio della nostra economia,altri sono stati investimenti ostili.Il fatto che ci abbiano infilato 8 milioni di stranieri sul suolo italiano non dimostra,come dicono,che hanno portato ricchezza(a loro si ovvio),ma che sfruttano le nostre infrastrutture,eccellenze,territori,capacità.Non parliamo dell’abbassamento dei diritti,della scomparsa di una marea di attività,dell’impoverimento.Se uno vuole investire non va dove non ci sono più maestranze(Italia dicono),se lo fa vuol dire che importerà stranieri per sfruttare le strutture.E per gli italiani dove è il guadagno se guadagna il capitale,guadagna il lavoratore straniero,sfruttano i territori,dobbiamo dare costosissimi servizi a costoro mai interamente pagati e spesso per niente pagati,per non parlare dell’ordine pubblico,lo scippo di sovranità e identità,la sparizione dei confini ecc.ecc…

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