Le pinze di Pasqua – Claudio Antonelli (Montreal)

Le pinze di Pasqua – Claudio Antonelli (Montreal)

Nel rione di Montréal dove risiedo gli ebrei sono la maggioranza. Ho modo di osservarli, durante Passover, la Pasqua ebraica, mentre a nuclei familiari interi camminano vestiti a festa; le donne abbigliate in una maniera démodée ma quanto aggraziata, che fu di moda forse nella Vienna d’anteguerra, o a Budapest o a Odessa tanti anni fa. Si recano in visita ai parenti, agli amici, oppure escono dalla Sinagoga. Il carattere rituale della loro visita è sottolineato dalla maniera in cui, ogni volta, uno di loro reca un oggetto di culto, un libro di preghiere, uno scialle ricamato o qualche altra cosa dal significato inafferrabile per i miei occhi profani. Gli ebrei commemorano un esodo avvenuto quasi tremila anni fa. Ma essi sono così presenti sulla scena culturale, politica, e dei mass media – specialmente in Nord America – che i loro lontani, mitici avvenimenti riecheggiano continuamente sull’intero pianeta.  

Ma a chi parlerò io del nostro passato?  

Penso a mia madre e al rito domestico che per tutta la sua vita ha sottolineato, ad ogni Pasqua, l’eterno legame con la martoriata Istria: la preparazione della modesta “pinza”, il nostro rustico panettone pasquale, simbolo di un mondo antico per sempre frantumato dalla guerra e dall’esodo. 

Si era fatta vecchia e stanca mia madre. Non voleva neanche più leggere il “Notiziario pisinoto”, che tiene uniti tutti i pisinoti dell’esodo. L’ultima volta aveva declinato di dargli anche un solo sguardo. Si era schermita, dispiaciuta di deludere la mia ansia di sapere chi fosse quel pisinoto di cui era annunciata la morte, o quell’altro, autore di un articolo di rimembranze, e a chi fossero appartenuti i volti in certe vecchie fotografie che il Notiziario pubblicava come testimonianza del nostro lontano, imprescindibile passato. 

“Claudio, mi fa così male guardare indietro, pensare a tutto quello che è successo alla nostra Istria, e a tutti noi, finiti così lontani gli uni dagli altri.”  

Non avevo insistito, perché la capivo. Del resto, a me stesso per tanti anni era mancata la forza di approfondire il passato così doloroso che ci avvolgeva con le sue spire, e che suscitava in me mille domande. A quel passato io pensavo continuamente, ma avevo sempre preferito rinviare al domani certe precise domande che premevano dentro di me, facendomi male. Domande su periodi, persone, episodi, momenti…  

Pisino e i suoi giorni solari e i suoi giorni bui erano sempre presenti in casa nostra. I miei ne parlavano ogni giorno. Pisino e l’Istria tornavano sempre, spontaneamente, come tornano le cose interiorizzate divenute parte ormai dell’anima. Come torna a dei genitori vecchi la vivida memoria del figlio, morto bambino.

pinza istriana

Io ero il testimone muto di una storia che era riecheggiata un numero infinito di volte in me, e che per un eccesso di sensibilità, e per un senso forse poco comune di lealtà e di fedeltà, era diventata il mio passato. Io ero finito al centro di quella storia, di quella sconfitta, di quell’esodo. Vi ero finito senza alcun autocompiacimento morboso, senza “sensibleries” estetico-letterarie, ma per un dovere innato di fedeltà e di lealtà, simile forse a quello che sanno avere i soldati, figli di soldati, nei confronti della bandiera e dei confini della patria. E dico questo consapevole che sto toccando un tasto che, in Italia, teatro della messinscena, delle belle uniformi e dei toni roboanti, si presta purtroppo alla retorica.  

Con la nascita di mio figlio, avuto in età già matura, mi ero sentito più forte ed avevo cominciato ad approfondire certi aspetti di quel passato che mi aveva sempre posseduto, e che io avevo sempre temuto come cosa con cui bisognava cercare di tenere una minima distanza, per non finire come mio padre, sopraffatto per il resto della vita dal trauma di quei giorni. 

A mio padre avrei voluto chiedere tante cose. Sulla sua vita di economo al convitto Fabio Filzi, su suo padre, orefice, e sui momenti più drammatici della nostra fuga dall’Istria. Sui giorni bui, quando si era tenuto nascosto per non essere preso ed eliminato dai titini. E sui suoi amici infoibati e sulla nostra gente dispersa. Ma mi dicevo: sarà per un’altra volta. Non mi sentivo abbastanza forte per chiarire, in queste memorie di disperazione, i dubbi, e trovare una risposta alle interrogazioni che più premevano in me. 

Mai mi sono sentito abbastanza forte, e mio padre è morto lontano dalla sua Pisino. È morto in un luogo in fondo assurdo: Baie d’Urfé, Québec, Canada. Località bella, sì, ma assurda, com’è assurda una vita trascorsa senza avere più radici, in un paese di cui non si conosce la lingua, tenendo dentro di sé uno spasmodico amore per un luogo perduto per sempre, le cui tenere tinte delle memorie d’infanzia sono commiste ai colori violenti del sangue e della morte. 

“Questa è l’ultima volta che preparo le pinze… Le voglio fare anche quest’anno. Ci vuole tanto lavoro… Ma senza pinze non mi sembrerebbe Pasqua.”  

Io sapevo già che anche questa volta mia madre le avrebbe fatte. Sapevo che le avrebbe preparate fino alla morte, la morte fisica, perché una certa morte era già avvenuta tanti anni prima, con la perdita del bene più caro per la nostra razza di frontiera: il suolo natale. 

Quell’anno mia madre non fece le pinze. E morì nel gennaio successivo. 

Ma chi conosce le nostre pinze? Le nostre povere pinze, senza glamour, che non saranno mai celebrate né da Hollywood né da Cinecittà. Non le conosce neppure mia moglie, nata in Asia, in un villaggio agli antipodi della nostra Pisino. Non le conoscono i miei parenti acquisiti. Non le conoscono né i miei colleghi né i miei conoscenti. Non le conoscono i miei amici. Non le conoscerà mai mio figlio. 

Vedendo quei nuclei di ebrei, da cui emana il profumo delle tradizioni e lo spirito gioioso della festa in cui i bambini sono dei re, io penso all’illusione del globalismo e della mondializzazione… 

Chi, per le vicende della vita, si è spinto oltre i confini di quell’identità che era sancita da riti secolari, feste, ricorrenze, dialetto, piatti tipici, abitudini, si è accorto, con il passare degli anni, di aver perso un tesoro. La sua identità originaria si è rarefatta, trovando posto in una nuova identità, forse più ampia, ma tormentata, più incerta ed incolore. Ed è in fondo ciò che avviene alle cucine “internazionali”, blando riflesso dei sapori delle cucine locali, saporose, senza incertezze, sicure… 

Lo sradicamento è una partenza senza più ritorno.

Claudio Antonelli

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 17 Aprile 2022

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Commovente ritratto di un’anima che vuole liberarsi del peso di un ricordo che resta indelebile a testimoniare la pena del distacco e del tempo che crudele fa sbiadire le cose più belle e per fortuna anche le più brutte.
    Complimenti Claudio.
    Paolo

  2. Bb

    Complimenti per le sensazioni e il ricordo trasmessi con grande partecipazione coinvolgente
    Bravo

  3. Maria Vittoria

    Premetto che io non sono esule né figlia di esuli, ma voglio dire grazie a chiunque racconti e ci faccia partecipi della propria storia… Il valore di ció che, in quanto esuli, testimoniate, lei come tantissimi altri, ha un valore incommensurabile: il tramandare al mondo intero con tanta generosità e amore la vostra storia, fatta di mille sfumature, dal dolore alla tenerezza, dalla ferocia all’audacia, intrisa sempre di quei valori incredibilmente forti e giusti, partecipa a comporre a mano a mano un grande puzzle, dove ognuno mette il suo pezzetto di racconto. E finchè ci sarà qualcuno che dona i propri ricordi al mondo, e alla memoria collettiva, nessuna radice puó essere perduta: credo invece che da tante testimonianze possa nascere un albero immensamente grande le cui radici si sviluppano e fermamente “inglobano” tutti gli esuli in quello che è il giardino della memoria collettiva del mondo, che nessuno potrà mai sradicare..

  4. Claudio

    Abbiamo in comune, credo tutti noi profughi, le stesse sensazioni gli stessi pensieri, in occasione delle nostre ricorrenze tradizionali. Pinze, titoli, krapfen. Ci rendiamo conto di non poter dimenticare queste espressioni nostre tradizionali che quasi nessuno che ci circonda conosce o comprende, anche in Italia dove vivo.
    Ogni volta che rinnovo la tradizione penso che possa essere l’ultima.
    Ho la fortuna di aver trasmesso ai figli il piacere delle nostre tradizioni che vorrei sperare continueranno anche con i nipoti. E’ un modo per non morire di nostalgia!
    Non amo la Giornata del Ricordo, è un qualcosa che mi fa rivivere le amare esperienze passate, comunque credo che finalmente anche gli italiani sappiano cosa è successo in Istria e Dalmazia a fine guerra ed anche prima. Quanti ne saranno interessati? Quanti ascoltano i servizi che la TV propone ad ore impossibili? Quanti italiani chiamano i nostri Luoghi con il loro nome vero e non slavo?
    Forse è meglio dimenticare tutto e vivere come non fosse successo nulla.
    Soffrire per non sapere dove riposare dopo questa vita è già un dilemma triste ed insolubile sarebbe meglio sparire.
    Scusate la tiritera sconclusionata! Un sentito abbraccio a tutti gli esuli ancora esistenti!

  5. Giovanni

    Salve. Bellissimo articolo; volevo dire la mia su questo tema, che mi tocca molto da vicino.
    Sono un poco-più-che-trentenne nipote di esuli, terza generazione. Per me fare la pinza a Pasqua è un gesto simbolico profondissimo, e non potrei accettare una Pasqua senza pinze. L’unico modo per tenere viva questa tradizione è (lo so, è lapalissiano) tenerla viva.
    Mia moglie, pur non essendo di famiglia esule, condivide con me questa bellezza sublime, e ci ritroviamo ad ogni Pasqua a rifare questo pan dolce semplicissimo, profumato come la Risurrezione. Ogni pinza, infatti, contiene il desiderio di generazioni e generazioni di poveri esseri umani assetati di vita eterna, ed impastarla e cuocerla significa mettere il proprio tassello spirituale nella storia dell’umanità; nei desideri dell’umanità.
    Solo la pinza contiene questa poesia di semplicità. Nella pinza, il grido dell’uomo contro l’ingiustizia si fa speranza di redenzione per l’umanità tutta.
    Spero di essere riuscito a rendere almeno in parte la mia commozione sul tema. Per favore, continuate tutti a fare la pinza, e la realtà si profumerà di poesia! E se le prossime generazioni vorranno, continueranno a farla; altrimenti, la tradizione morirà, ma senza rimpianti da parte nostra, perché forse si sarà trasformata in una qualche Verità superiore, di cui ogni tradizione stessa (compresa quella ebraica menzionata nel suo bell’articolo) è una mera eco.
    Un caro saluto.
    Giovanni

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