La Grande Arte – Livio Cadè

La Grande Arte – Livio Cadè

 

Un giovane bassotto stava girando vorticosamente su sé stesso nel vano tentativo di afferrarsi la coda con i denti. Un vecchio mastino che passava di lì si fermò a osservarlo. Dopo alcuni minuti di quelle girandole il giovane si fermò esausto, ansimando. La testa gli girava e dovette accucciarsi sul terreno aspettando che il mondo intorno a lui si fermasse.

 

“Perché lo fai?” domandò il vecchio. “Faccio cosa?”, l’altro sembrava stupito di quella domanda. “Girare, girare, girare”. Il mastino si sedette e si leccò con noncuranza una zampa. “Che domanda! Cerco di prendermi la radice della coda”. “La radice, hai detto?”. Il bassotto pensò che il vecchio fosse un po’ sordo. “Sì, il punto in cui la coda esce dalla schiena e si protende nel mondo, fuori di noi” rispose alzando il tono della voce.

“Ah, capisco. La grande arte”. “La conosci anche tu?” chiese il bassotto stupito. Il vecchio parve non sentire.  “È da molto che la pratichi?”. “Non molto. Sto ancora cercando di imparare la tecnica”, sospirò il giovane un po’ mortificato. “E a volte un’intera vita non basta” aggiunse con una certa fierezza. “Eh, in queste cose ci vuole pazienza” sospirò il vecchio. “Lo dice anche il mio maestro” assentì l’altro.

“E il tuo maestro, lui riesce a prendersi la radice della coda?”. “Sicuramente. Lui dice che un vero maestro potrebbe camminare tenendola in bocca”. “Straordinario! Ma tu l’hai mai visto farlo?”. “No, certo. Il maestro dice che solo gli sciocchi sentono il desiderio di mettersi in mostra”. “È giusto” annuì il vecchio mastino. “Ora immagino che tu voglia riprendere la tua pratica senza esser disturbato” e fece per andarsene. “Aspetta!” gli disse il bassotto. “Tu sei vecchio ed esperto, sicuramente hai qualche buon consiglio da darmi”. “Se intendi sulla grande arte, mi dispiace, non ne so nulla”. “Tu non cerchi di prenderti la coda?”. “E perché dovrei?”. “Ma perché è questo che dà un senso alla nostra vita, che ci rende veramente cani. Così dice il mio maestro” il giovane cane prese un’aria severa.

“Quindi tu pensi che io non sia un vero cane o che la mia vita non abbia senso?”. “Non volevo dire questo … quello che penso …” il giovane bassotto cercò di chiarire a sé stesso il suo pensiero. Intanto il mastino cominciò ad abbozzare alcuni goffi tentativi di afferrarsi la coda. “Oh, no, no, è veramente troppo difficile per me. Quindi non saprei cosa consigliarti. Potrei solo raccontarti qualche vecchia storia noiosa. Ma non voglio distoglierti dai tuoi esercizi”. “Non importa” disse il giovane incuriosito. “Mi allenerò più tardi. E poi il mio maestro dice che da tutti si può imparare qualcosa”. “Temo che da me non imparerai niente. Tuttavia, se vuoi, ti dirò qualcosa della mia coda”. Il bassotto lo fissava incuriosito. Era davvero un tipo strambo quel vecchio.

“Fu molto tempo fa” disse il mastino grattandosi un orecchio “prima che tu nascessi. Ti può sembrar strano, ma anch’io sono stato giovane e focoso. Avevo la testa piena di sogni su quel che avrei fatto nella vita. Mi piaceva corteggiare le graziose femmine in calore. La mia vera passione però era la caccia. Passavo il tempo annusando ogni palmo di terreno. Avrei voluto diventare un grande cacciatore. Seguivo piste, stanavo fagiani e pernici, e questo era il mio più grande divertimento. Un giorno, mentre inseguivo le tracce di un coniglio, incontrai un anziano levriero che mi guardò con un vago disprezzo.

“Perché” mi disse con tono severo “sprechi la tua vita in queste occupazioni futili?”. Come poteva essere futile il cacciare? Prima che potessi replicare quello continuò: “Dovresti smetterla di inseguire delle prede. Insegui te stesso, dai la caccia a te stesso. Questa è l’unica vera caccia”. Dar la caccia a sé stessi? Seguire la propria pista, cercare le proprie tracce? Non aveva alcun senso.

“La caccia cui ti dedichi è cosa volgare e non fa che distrarti dall’unico vero scopo della vita” continuò quel tipo sussiegoso. “E quale sarebbe questo grande scopo?” chiesi con tono un po’ insolente. “Afferrare sé stessi. Ogni essere è incompleto finché non si raggiunge e si afferra. Allora si chiude il cerchio, si ricompone la frattura, e il cane ritrova la sua originaria unità”. Non riuscivo a capire cosa dicesse. Pensai che forse avrei dovuto cercare di saperne di più sullo scopo e sul senso della mia esistenza. “Ma com’è possibile afferrare sé stessi?” chiesi perplesso. “Attraverso un lungo studio e una lunga disciplina si impara, girando su sé stessi, ad afferrare la radice della propria coda, dove il nostro essere si divide. Solo così superiamo ogni dualismo e ritroviamo la nostra totalità interiore. È uno stato di beatitudine che supera ogni piacere grossolano, come il cacciare, il mangiare o il copulare”.

«È quello che dice anche il mio maestro!» esclamò il bassotto compiaciuto. “Non ne dubito” riprese il vecchio “ma io non ero pronto per una simile rivelazione. Com’era possibile che esistesse un piacere superiore al montare una femmina o all’inseguire conigli? Non potevo crederci. Proprio per questo, perché mi sembrava impossibile, decisi che avrei dovuto provarci. Le cose difficili mi avevano sempre stimolato. Quelle impossibili, poi, esercitavano su di me un’attrazione irresistibile.

In teoria non sembrava difficile. Così cominciai a girare su me stesso, proprio come facevi tu quando ci siamo incontrati. Ma per quanto arrivassi vicino ad acchiapparmi la coda, quella si spostava sempre un po’ più in là e mi sfuggiva. Dopo una lunga serie di inutili avvitamenti su me stesso mi accasciai a terra, sfinito. Il levriero mi guardò con aria di compatimento. Mi sentii umiliato e decisi che, a qualsiasi costo, dovevo imparare ad afferrami la coda. “Tu puoi insegnarmi?” gli chiesi. “Forse, chi lo sa? Non siamo noi a scegliere la grande arte. È lei che sceglie noi”. Mi affascinava quello strano modo di parlare e pensai che non dovevo farmi sfuggire un buon maestro. “E tu credi che io possa imparare?” gli chiesi. “Vedremo, vedremo. Vieni al campo del grande pioppo domani a quest’ora”.

Fu così che entrai nella scuola del levriero insieme ad altri quattro giovani cani, desiderosi come me di apprendere la grande arte. Tutti gli portavamo, per sdebitarci, parte delle nostre razioni di cibo. In cambio il Maestro ci trasmetteva la teoria e la pratica dell’afferrare sé stessi. Ci faceva fare lunghe annusate di noi stessi e lunghe meditazioni sulla forma della coda, sullo scodinzolare e sulla necessità di diventare consapevoli di quei movimenti involontari e di controllarli. Dovevamo pensare costantemente alla nostra coda, fino a diventare una cosa sola con lei. Ci teneva lunghi discorsi, che per lo più non capivo. Ma mi sembravano molto profondi.

Dimenticai la caccia, l’amore, e altri passatempi oziosi. Avevo un’idea fissa: prendermi la radice della coda. Il maestro mi correggeva a volte con pazienza a volte con durezza. Un giorno ero troppo rigido, un giorno troppo rilassato o distratto. Oppure mi preoccupavo troppo dei risultati e questo mi impediva di fare progressi. Ogni giorno tendevo la mia volontà, provavo nuove tecniche, osservavo ogni regola, cercavo di sapere tutto sulla mia coda. Ero convinto che avrei trovato prima o poi il segreto della grande arte. L’obiettivo mi sembrava sempre più vicino ma mai abbastanza da poterlo acciuffare.

Il maestro diceva che non era questione di tecnica ma di purezza di intenti, che la coda si sarebbe fatta prendere solo quando la mia mente fosse stata matura. Così, per anni mi esercitai assiduamente, senza mai cogliere il frutto della mia fatica. Mi sentivo amareggiato e stanco. Il maestro diceva che era una fase inevitabile. Bisognava arrivare allo scoraggiamento assoluto, diceva, perdere ogni speranza, naufragare. Solo allora lo spirito sarebbe stato pronto per il grande salto, avrebbe raggiunto lo stato di grazia. In me, secondo il maestro, restava l’idea sottile ma tenace di poter ancora riuscire a prendermi la coda con i miei sforzi, e questo spiegava i miei fallimenti.

In realtà, mi parve in qualche occasione di aver raggiunto una perfetta disperazione, ma non fu sufficiente. Finché mi capitò un giorno di imbattermi in un vecchio e imponente cane Terranova dall’aria serena. Doveva avere un aspetto pietoso, perché mi guardò e mi chiese “Cos’hai figliolo?”. Ero indeciso se raccontare la mia storia. Il maestro diceva che non dovevamo parlare con altri, i profani, i non iniziati, come li chiamava lui, delle nostre esperienze nella grande arte. Ma quel vecchio mi ispirava un’istintiva fiducia. Mi ascoltò pazientemente e infine restò alcuni minuti in silenzio, con gli occhi chiusi. Pensai si fosse addormentato.

“Sai” mi disse pacatamente, come risvegliandosi “capisco quello che provi. È successo anche a me”. Questa affermazione, buttata lì con noncuranza, mi colpì. “Anche tu non riuscivi a prenderti la coda?” chiesi. “Infatti” mi rispose molto tranquillamente. “E come hai fatto? Come sei riuscito alla fine a prendertela?” mi aveva preso un’agitazione febbrile. Ero convinto che quel vecchio, così in pace con sé stesso, potesse finalmente rivelarmi il segreto ultimo, che a me ancora sfuggiva.

“Oh” rispose quello, come se l’argomento  lo lasciasse indifferente “mi dispiace, ma io non so proprio come prendermi la coda”. Quella risposta mi raggelò. “Ma … ma …” balbettai. “Mi pare che tu abbia bisogno d’aiuto, ragazzo, mi sembri uno che ha perso la strada di casa” disse il Terranova. Si sdraiò e allungò le zampe con un mugolio di piacere, come godendo dei caldi raggi del sole. Ci furono altri minuti di silenzio.

“Che assurdità!” disse a un tratto. “Non v’è nessun senso nell’inseguire la propria coda. Sarebbe come voler correre più veloce della propria ombra. E se anche ti riuscisse di acchiapparti la coda, ti troveresti solo un ciuffo di peli puzzolenti in bocca. Lasciala dov’è e non pensarci più. La tua coda ti seguirà dovunque tu vada, senza bisogno che tu la tiri”.  Qui il grosso cane si interruppe, si girò sul’altro fianco e sembrò riaddormentarsi. Non osavo disturbarlo ma ero confuso e volevo capire. Così aspettai.

Dopo un po’ riaprì gli occhi. “Questo sole è quello che ci vuole per le mie ossa”, disse. “Mi stavi dicendo qualcosa della coda” feci timidamente. Il Terranova si alzò, si stirò ben bene e si mise seduto. “Vedi, ragazzo, conosco bene questa tua ossessione. Un tempo mi sono illuso come te di poter dare la caccia al mio fondo schiena. Ma sempre mi sfuggiva. Ero affranto. Allora mi capitò di incontrare un vecchio cane randagio.  Era male in arnese e si grattava le pulci ma sembrava sereno. Dovevo sfogarmi con qualcuno e gli riferii la mia storia, come tu hai fatto con me poco fa. Quel vagabondo si mise a ridere e mi disse:

«Anch’io un tempo inseguivo le ombre. Ero diventato un’ombra anch’io. I miei amici, preoccupati per la mia salute, mi consigliarono di parlarne con un vecchio lupo, animale dal pessimo carattere ma che aveva fama di saggio. Andai da lui. I suoi occhi sembravano lame. “Che vuoi?” mi chiese rudemente. Mi feci coraggio e gli parlai del mio grande problema. Prima che avessi finito, mi interruppe con un gesto severo. “Da giovane, quando ululavo alla luna, pensavo che avrei potuto afferrarla e divorarla”. Non capivo. Il lupo si spazientì. “Sei uno stupido! Non puoi annusarti il naso, né leccarti la lingua, e niente ti divide dalla tua coda. Non perdere altro tempo”. E se ne andò bofonchiando tra sé. All’improvviso mi sentii come se qualcuno mi avesse dato una legnata sulla zucca. Tutto mi divenne chiaro. Il lupo aveva ragione! Avevo sprecato inutilmente tanti anni, sforzandomi per nulla. Mi sentivo nuovamente libero, vivo. Così lasciai perdere la mia coda e mi rimisi a cacciare lepri e fagiani».

Qui il Terranova sospirò, e un’ombra di tristezza gli velò gli occhi. “Quel vecchio pulcioso voleva aiutarmi, ma io non capivo. Poi i miei amici, uno per uno morirono, senza mai esser riusciti a prendersi la coda, e allora anch’io ‘vidi’. E tu, capisci?”. Il vecchio mi fissò intensamente e qualcosa si ruppe dentro di me. Non so spiegarlo. Sì, capivo. Fu come una botte piena cui si toglie il fondo e in un attimo si svuota. Mi sentivo stranamente leggero, liberato da un grande peso. Da allora neanch’io inseguo più la mia coda. Anzi, di solito mi dimentico di averne una”.

Il mastino guardò nel vuoto, come assaporando un lontano ricordo. “Fu una vera fortuna per me incontrare quel vecchio Terranova, come per lui incontrare quel randagio e per questi incontrare il lupo. Ma io cosa ti posso dire? Tutto avviene a suo tempo. Forse un giorno capirai anche tu. L’erba non cresce più in fretta se la tiri”.

Il giovane bassotto restò deluso. Quel vecchio mastino sonnacchioso e perditempo non aveva proprio niente da insegnargli. Anzi, gli venne un sospetto. Si ricordò di quel che gli aveva detto il maestro, che alcuni avrebbero cercato con astuzie maligne, con discorsi ingannevoli, con lusinghe di vario tipo,  di distoglierlo dalla pratica della grande arte e riportarlo a una vita dissipata e vana. Si inventò una scusa e scappò via veloce, come se avesse visto il diavolo in persona.

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Categorie: Spiritualità

Pubblicato da Livio Cadè il 28 Aprile 2022

Commenti

  1. lorenzo merlo

    Di pari valore anche la leggenda del Simurgh.
    Bello.

    • Livio Cadè Staff

      Gentile signor Merlo, mi chiedo cosa penserebbe del Simurg il vecchio cane randagio. Probabilmente direbbe: “Simurg? Non c’è nessun Simurg. Solo qualche fagiano, qualche quaglia”.

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