Il limite – Livio Cadè

Il limite – Livio Cadè

“Chi è uomo pensi nei limiti assegnati all’uomo”

(Menandro)

Da alcuni anni la politica, il giornalismo, l’opinione pubblica, sembrano allargare sempre più i confini della comune stoltezza umana. Questo dovrebbe convincerci, come Dumas, che il genio ha un limite, la stupidità no. Il paradosso si potrebbe spiegare così: il genio è una pienezza di sé che l’uomo in casi eccezionali può raggiungere, ma non superare. La stupidità, essendo una negazione del reale, è invece una vacuità senza fondo.

Di fatto, tutto ha un limite o, meglio, tutto è limite. Ogni essere riceve nel limite la sua natura propria. Questa idea, di cui abbiamo ovviamente una comprensione limitata, è fondamentale, perché pone una separazione tra essere e non essere. Ciò che non ha confine è il nulla; le cose, per manifestarsi, devono assumere una forma finita.

Esser delimitato è dunque una condizione imprescindibile. È così che distinguiamo il Cielo dalla Terra, il giorno dalla notte, le stagioni tra loro ecc. Il limite è prerequisito di ogni rapporto tra le cose. È come un’epidermide metafisica che determina la separazione tra la coscienza e i suoi oggetti. Solo così possiamo fare esperienza del mondo. Dove io finisco comincia l’altro. E quando ci riferiamo ai limiti del linguaggio, del conoscere ecc., dovremmo ricordare che è la loro finitezza a renderli possibili.

Il limite non ha un carattere univoco. Come struttura psicofisica coincide con forme e funzioni definite – la specie, la razza, il sesso, l’aspetto corporeo, le facoltà sensoriali e mentali ecc. – dalle quali non puoi uscire. Moralmente, è un complesso di avvisi interiori, il cui rispetto è facoltativo, ma la cui inosservanza pone in pericolo noi e gli altri, come l’ignorare uno stop o l’andare contromano.

Anche il tempo, il luogo, le circostanze in cui nasce, tessono nell’uomo una trama di limiti tenaci. Alcune di tali delimitazioni sono necessarie e irrevocabili, altre sono contingenti, legate ad abitudini, convenzioni sociali ecc. Vi sono poi invisibili barriere metafisiche poste tra le contigue dimensioni dell’essere, come quella che divide i mondi dei vivi e dei morti.

Il concetto di ‘delimitazione’ è associato nell’I Ching a un lago, che per quanto grande deve avere sponde che ne contengano le acque. Così, noi siamo come coppe che ricevono il flusso della vita e se ne possono colmare fino all’orlo. Attraverso il limite io contengo l’altro e l’altro mi contiene. Ma l’I Ching usa una metafora ancor più significativa. La parola con cui indica la delimitazione è infatti jien, letteralmente ‘nodo del bambù’.

Dato che l’uguaglianza è un concetto sconosciuto in natura, alcuni bambù possono raggiungere i 40 metri, altri non vanno oltre i pochi centimetri. Ma in tutti i casi, il processo di sviluppo della pianta richiede che lungo il fusto si creino alcuni anelli solidi che ne sostengano la crescita. Ogni nodo, con la sua durezza, rappresenta un limite relativo e, per così dire, una crisi. Solo creando queste sezioni separate, con la loro relativa rigidità, è possibile al bambù innalzarsi restando flessibile. Lo stesso accade nell’evoluzione spirituale dell’essere umano. Le sue crisi profonde, una volta superate, formano i plessi nodali che ne costituiscono l’interiore colonna vertebrale.

Il limite è il midollo della saggezza, ma è un midollo spesso dal sapore amaro, da cui si rifugge. È naturale che un uomo cerchi di sottrarsi alle determinazioni che lo limitano. Questo però può avvenire in due modi, dall’alto o dal basso. Il primo è quello che porta un organismo a svilupparsi dalle sue forme embrionali a quelle mature; quello che spinge un artista a perfezionarsi nella sua arte, uno studioso a conoscere sempre meglio la sua materia, l’amore a superare il proprio egoismo ecc.

Questo ideale superamento di sé acquista nuovi domini all’essere, sottraendoli al non essere, ed esprime potenzialità latenti. Ma ha anch’esso un limite che bisogna accettare. La realtà è infinita, ma noi ne possiamo cogliere solo un’immagine finita. La vita è illimitata ma noi dobbiamo morire. Il sapere è illimitato, ma la nostra capacità di sapere ha limiti invalicabili ecc.

Superare il proprio limite dal basso vuol dire invece regredire, arretrare di fronte all’ostacolo che ci si presenta e rattrappirsi in condizioni di esistenza involute, abdicando al proprio potere espansivo. Questo processo è caratteristico di certe forme nevrotiche o psicotiche che cercano una soluzione nella fuga di fronte al limite. E poiché nega così la realtà o le preferisce surrogati immaginari, questa fuga non ha limite, come la stupidità.

L’ipertrofia del limite comporta un blocco d’energia, la sua carenza una dissipazione. Nella via di mezzo si trova la misura giusta delle cose, evitando le astrazioni del Nulla e del Tutto. Senza questo equilibrio ogni virtù diventa vuota formula retorica. Cristo non dice forse che bisogna perdonare settanta volte sette? È certamente una larghissima misura, ma pone un limite anche al perdono.

L’amore stesso vive di limiti. Non possiamo amare l’infinito contenuto in una altro essere se non attraverso i suoi abiti finiti e particolari. Per questo l’amore di Dio diventa facilmente un’astrazione, perché ciò che non ha limite non offre appiglio al nostro amore. Quando l’Uno diventa Due, crea un limite in sé stesso. Rende così possibile amarlo nelle sue creature («ero un tesoro nascosto; la creazione è stata fatta affinché possiate conoscerMi»).

Infine, «la morte è l’estremo limite delle cose», ultima linea, dice Orazio. Ma questa linea è evidente nel morire come in ogni atto della vita. Rappresenta il fondamento di un ordine cosmico. Solo attraverso il limite ogni esistenza assume un’identità e prende coscienza di sé, come parte del tutto. È una medicina al nostro narcisismo, alle auto-deificazioni e ai deliri d’Assoluto. Solo grazie al limite ci è concesso partecipare di quel logos o anima i cui confini non possiamo mai raggiungere.

Non bisogna né amare né odiare i propri limiti, semplicemente accettarli. È sbagliato tanto l’attaccarsi ad essi come il rifiutarli. Bisogna considerare il limite, al pari di polmoni, cuore, fegato ecc., un organo che svolge una funzione essenziale nell’economia dell’esistenza. Dunque, è lecito supporre che una sua disfunzione rappresenti un grave pericolo. In tal senso, la società moderna manifesta una duplice patologia, mostra tanto i sintomi di un’ipofunzione quanto quelli di un’iperattività; soffre sia di debolezza e flaccidità del limite, sia di una sua dolorosa rigidità.

Tali anomalie distorcono il senso di realtà, su cui riflettono le ombre di una falsità sempre più radicale. Ma la nostra coscienza, intossicata e distratta, non s’accorge d’esser coinvolta in un conflitto metafisico tra verità e menzogna, e di doversi schierare in un campo o nell’altro, tra chi rispetta il senso del limite o tra chi lo nega, chi conserva la misura del reale o chi l’ha perduta.

Molte sono le malattie del limite. Una delle più comuni è l’idea di progresso, mito in cui si adunano le nostre ostinate follie, come cellule cancerose protese verso uno sviluppo disordinato e indefinito che finisce col divorare sé stesso. Questo velleitario e ininterrotto auto-trascendimento ha di fatto il carattere di una hybris tumorale. E già appaiono all’orizzonte, buie, le nubi della Nemesi.

Solo la cecità può impedirci di vedere la nostra decadenza, che pure è evidente, e farci credere d’esser destinati a un futuro in perenne miglioramento. La nostra cultura, la nostra stessa religione, rifiutando schemi ciclici e circolari, alimentano il mito di una crescita infinita, costellata di nuove Utopie, miraggi di Nuovi Ordini Mondiali tesi a correggere provvidenzialmente la realtà. Ma chi potrebbe seriamente sostenere che siamo oggi più evoluti di un antico cinese o di un uomo medievale?

In realtà, v’è nella coscienza contemporanea un presentimento di morte, un sensus finis. Nella stessa fantascienza abbondano gli elementi di distopia, l’incubo, la degradazione morale. Le macchine, specie quelle con finalità distruttive, evolvono, mentre l’uomo resta lo stesso, o peggiora, perdendo vasti territori della sua umanità. Il vagheggiato progresso pare comprimerne l’interiorità in limiti sempre più angusti,  rivelando i suoi lati sinistri e disumani.

La stessa economia, finché era legata al possesso di beni finiti, bestiame, schiavi, case, oro ecc., aveva un limite naturale e contenute erano le sue controindicazioni morali. Viceversa, l’emissione e la circolazione virtualmente illimitata di denaro determina effetti devastanti nell’etica della società e delle relazioni umane. La corruzione e l’avidità non hanno più confini. Il Moloch finanziario diventa anch’esso un cancro inarrestabile, un’astrazione che intacca e distrugge il tessuto sano della realtà. A ciò bisogna aggiungere la concentrazione di ricchezza e di potere decisionale in gruppi sempre più ristretti, il che ha come effetto di allargare smisuratamente le differenze di classe, i privilegi di pochi da un lato e la servitù delle masse dall’altro.

Nei comportamenti sessuali, d’altro canto, vediamo come aspettative un tempo confinate nella loro reale concretezza fisica e psicologica, vengono oggi deformate dall’immaginario erotico, virtualmente infinito, offerto dalla Rete. Lì, in un’esperienza puramente fantastica, Eros è condannato a estinguersi per la moltitudine dei suoi oggetti, nella ricerca di sempre nuovi stimoli. Il piacere naufraga in una dimensione tanto più angusta e frustrante quanto più appare sterminata e appagante.

L’idea che si debbano abolire le forme naturali della sessualità e della famiglia, per immergerle in un flusso non delimitabile di forme e di tendenze amorfe, i cui unici limiti sono la fantasia e l’inesausto rimodularsi del desiderio, offre un altro esempio di questa morbosa cultura del Non-limite. Questo anarchismo, questo rifiuto di strutture limitanti, una volta ancora ci ricorda il dilagare delle neoplasie, la disseminazione di metastasi in un organismo.

L’uomo ha in realtà bisogno e nostalgia del limite. Prima d’esser corrotta, la sua coscienza tende a una chiara definizione di ruoli e di valori, non a vaghi e dissolventi arcobaleni di senso. Un solido cerchio familiare, solide delimitazioni affettive, solide convenzioni sentimentali e solidi legami, lo fanno sentire sicuro e protetto non meno che i solidi muri della sua casa.

Quanto è stucchevole invece questa idea di ‘inclusione’ che ci viene regolarmente inflitta! Come stride con le propensioni della nostra natura, col nostro desiderio di affinità elettive, esclusive e limitate! Gli amori e le uguaglianze universali, le fratellanze e le accoglienze senza confini, non fanno presa sull’uomo reale. Solo una retorica appiccicosa può attaccarci queste cose alla coscienza, come lustrini su un abito.

Un’altra preoccupante erosione del limite si manifesta parallelamente all’emergere di un’intelligenza artificiale via via più invasiva. La nostra conoscenza, la nostra memoria, sono assorbite da archivi informatici, contenitori virtuali di ogni scibile umano. Le menti individuali confluiscono in un’oceanica mente collettiva in cui la nostra limitata capacità di sapere e ricordare sembra superarsi senza sforzo.

In realtà, questo apparente trascendimento pregiudica parte delle nostre facoltà mnemoniche e delle nostre autonome capacità intellettuali. Più trasferiamo memoria e intelligenza alla macchina, più le nostre funzioni naturali si indeboliscono. E ormai sembra razionale ovviare ai nostri limiti biologici mediante l’ibridazione del cervello umano con software elettronici.

Anche nazionalismi, differenze culturali e religiose, tradizioni, appaiono come barriere che la nostra pulsione ‘evolutiva’ deve cancellare. Appiattimento e uniformità, pensiero unico, sono gli antidoti usati per distruggere nel limite il valore delle diversità e delle specifiche identità.

E non si può certo dimenticare la terribile assenza di limite della guerra: armi sempre più potenti e micidiali, conflitti che, usciti dai tradizionali limiti militari, coinvolgono direttamente sempre più larghi strati di popolazione civile, senza distinzione di età o di sesso, cancellando intere città; per giungere oggi alla minaccia di armi apocalittiche – nucleari, batteriologiche, climatiche ecc.

Il concetto stesso di ‘umano’ appare come un limite da superare. Al punto che il progresso non è inteso al servizio dell’uomo ma il contrario. La trascendenza si sposta dal mistero della persona umana all’astratta idea di sconfinamento in un oltre-uomo razionalizzato, meccanizzato, massificato e totalmente secolarizzato. Privati della dimensione sacra, vorremmo oggi attuare una sorta di capovolgimento metafisico, proiettando su realtà terrene – beni materiali, saperi scientifici, artefatti tecnologici – i fantasmi dell’infinito.

Complementari a queste dissoluzioni del limite vi sono le sue ipertrofie e i suoi dolorosi crampi, che provocano una restrizione del nostro orizzonte ontologico. Per esempio, una religione che costringe nella fissità dei dogmi e delle dottrine la vita pulsante dello spirito, una scienza che sclerotizza la realtà in equazioni e misurazioni, una sociologia che riduce le dinamiche umane a statistiche e percentuali, una medicina che esaurisce l’uomo nella sua dimensione corporea e in modelli meccanici, leggi che limitano gravemente la libertà dei cittadini, una morale che impone all’uomo rinunce e repressioni insensate, una cultura che si fa mainstream, un’informazione che è propaganda ecc.

Il limite diviene qui una camicia di forza in cui l’essere resta imprigionato. Esperienze mistiche, visioni metafisiche, ispirazioni poetiche e artistiche, idee non convenzionali, ipotesi ‘scientificamente’ indimostrabili, tutto ciò vien giudicato con sospetto e messo a margine della vita. È così, ad esempio, che un eccesso del razionalismo produce un’atrofia dell’arte e della poesia nella società moderna, così che i condizionamenti mediatici inducono comportamenti e modelli di pensiero sempre più ossessivi e coatti.

L’abuso del limite, della regola costrittiva, ha la sua espressione privilegiata nella ‘legge’. La legge – religiosa, etica, civile – ha in origine valore positivo, non è in contraddizione con la nostra libertà, è anzi ciò che la rende possibile. Una licenza senza limiti coinciderebbe infatti col nulla. La mancanza di regole non aprirebbe l’uomo all’infinito ma lo chiuderebbe nella sua nullità. Tutte le nostre azioni chiedono infatti una misura.

Il pensiero ha bisogno di logica, di grammatica e sintassi per esprimersi. La fede, se vuol dischiudere i suoi aneliti, deve ricorrere a forme chiuse. Ogni riflessione o decisione comporta una ‘deliberazione’ che è una coesione di limite e libertà.  Un artista è veramente libero quando impara a contenere il suo estro con rigorosa disciplina. Una società può funzionare armoniosamente solo all’interno di codici prestabiliti ecc. V’è cioè una necessaria e sana fisiologia della legge.

Le regole devono però conformarsi alla natura umana per assecondarne lo sviluppo, trovando l’equilibrio tra fermezza e flessibilità, ossia imponendosi anch’esse un limite. Se lo superano, come oggi accade, diventando crudeli e disumane, fanno dell’uomo uno schiavo, imprigionandolo entro limitazioni sempre più dolorose. Ma la violenza chiama violenza e chi oggi emana leggi ingiuste, assurde e vessatorie, dovrà capire che anche la pazienza della gente ha un limite.

Ci troviamo infine con un nuovo paradosso da risolvere: l’abolizione del limite ci rende più limitati. Avere migliaia di amici virtuali aumenta la nostra solitudine. Leggi troppo numerose e severe producono uno stato di illegalità. Un eccesso di informazione  ci rende più stupidi. Troppa libertà ci paralizza. Al progresso della medicina corrisponde un mondo sempre più malato ecc.

Si potrebbe chiedere: come si trova il giusto limite? Il punto è che non è possibile indicarla con precisione, secondo misure matematiche. Occorre una naturale sensibilità, e questa innata intuizione del limite va coltivata, educata, trasmessa, come la capacità di capire la musica o la poesia. Appunto perché la nostra società concede dignità di ‘fatto concreto’ solo agli oggetti commensurabili, traducibili in numeri e quantità, noi abbiamo svilito e smarrito il senso del limite.

Quel che oggi appare indispensabile è dunque recuperare una nozione e una semiologia del limite, che distingua la soglia invalicabile da quella che è passaggio e apertura, che riconosca il confine non solo tra il possibile e l’impossibile ma tra il lecito e l’illecito. Occorre applicare al limite una terapia che ne curi i tumori e le immunodeficienze, ne svuoti gli eccessi e ne riempia i vuoti; riparare i nostri jien, quei naturali nodi di delimitazione e di sostegno che impediscono alla vita di cedere e ritorcersi su sé stessa. Forse impareremmo così a godere di quella limitata felicità che il destino ci concede, e a comprendere che si entra nell’Assoluto solo dalla porta del limite.

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Categorie: Società

Pubblicato da Livio Cadè il 10 Aprile 2022

Commenti

  1. Kami

    Mi trovo pienamente in sintonia con il suo pensiero, sopratutto quando parla del doppio rapporto con il senso del limite che si ritrova nella nostra società. Voglio pensare e sperare che questo atteggiamento da un lato di “onnipotenza” e dall’altro così miope nei confronti del limite, sia la prova di una ricerca dell’Assoluto, seppur deviata e malata e foriera di (inevitabili) dolori e disgrazie. Come dice lei, servendosi di una bellissima metafora, sono le crisi a creare i punti nodali, le vertebre, del nostro percorso spirituale; cogliamo i nostri limiti per lo più grazie alla sofferenza, (o forse è la sofferenza una reazione alla scoperta di un nuovo limite?), al dolore. Questo “sogno” (leggasi “incubo”), con la sua Nemesi che si sta profilando all’orrizonte (come le nuvole in quei temporali estivi), ci insegnerà grandi cose riguardo ai limiti e, spero, ci riporterà sul giusto selciato. Le Sue vie non sono le nostre, chi lo sa come andrà a finire. Un saluto!

  2. Michele

    Ringrazio per una lezione di saggezza e comprensione del significato della vita. Il limite rappresenta la misura della nostra vita. Congratulazioni.

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