Aspettando la rivoluzione: Venezia, estate del 1922 – parte terza – Giacinto Reale

Aspettando la rivoluzione: Venezia, estate del 1922 – parte terza – Giacinto Reale

 

 

 “…adoperano mezzi illegittimi e si avvalgono dell’uso della forza derivante dall’Associazione e dal contegno in pubblico baldanzosamente prepotente dei gregari, con l’occupare case… favorire al fuga di persone in stato di arresto… chiudere negozi, togliere segni ed emblemi, esporre o ritirare vessilli” (così l’ordine di arresto a carico dei Cavalieri, allo scioglimento)

 

 

Ha termine un singolare fenomeno di fascismo rivoluzionario: i “Cavalieri della morte”

 

Agli inizi del 1922, il Fascio veneziano, che fino ad allora non ha avuto, nel movimento mussoliniano, una rilevanza paragonabile a quella del fiorentino, bolognese e milanese, viene proiettato sulla scena nazionale. E ciò soprattutto per l’oggettivo valore che viene riconosciuto al suo capo, Piero Marsich.

Egli, dopo essere stato in prima fila nella campagna anti Patto di pacificazione, al Congresso di Roma del novembre, accetta la generale riconciliazione con Mussolini (il quale, peraltro riconosce l’errore fatto con l’imposizione di quel Patto), conservando solo le sue perplessità sulla decisa trasformazione del Movimento in Partito.

Dura poco, però. Già a febbraio l’autocritica dell’avvocato veneziano, in una durissima lettera a “Il Resto del Carlino” è spietata:

Io non ho che a pentirmi di una cosa: di non aver condotto la lotta iniziata nell’autunno scorso fino alle estreme conseguenze. Non erano due persone che si urtavano allora: erano due mentalità; la mentalità parlamentare e la mentalità nazionale, ancora per molto tempo in conflitto. (1)

 

Con queste premesse, le possibilità di accordo sono ridotte veramente al lumicino, e la situazione veneziana precipita irrimediabilmente. Il fascismo cittadino, che – caso praticamente unico – ha visto susseguirsi quattro segretari, Giuseppe Lanfranchi, Vincenzo Bucca, Gino Covre e Ugo Leonardi, con il connesso strascico di polemiche astiose, sembra ridotto al lumicino. A giugno viene decretata l’espulsione di tutti coloro che si riconoscono nelle posizioni di Marsich, che danno così vita ad un “Fascio autonomo”, in opposizione a quello ufficiale.

La partita è giocata sul piano politico, ma non prescinde dalla componente personalistica, che, come avviene un po’ dappertutto, si accanisce soprattutto sulle capacità combattentistiche ed attivistiche dei capi. E qui la posizione di Marsich è debole. Qualche mese prima violenti colpi di sciabola aveva sferrato, sul numero unico del giornale “La Verità”, proprio Lanfranchi:

Voi credete che inaugurando ogni giorno un gagliardetto sia composta una squadra. Ci vuole ben altro. Occorre uno spirito di organizzazione, occorre sacrificarsi, occorre marciare in testa alle squadre, occorre saper sfidare il nemico, rischiare un colpo di pistola.

Io mi inchino, entusiasmato, commosso, al coraggio dei fascisti veneziani che conosco e che ho apprezzato. Mi inchino al sangue che molti giovani compagni hanno versato, fecondando, col loro sacrificio, la loro terra.

Ma non mi inchino ad un interventista come voi, che non seppe trovare il coraggio per vestire, anche solo 24 ore, il nostro grigioverde. Che non seppe essere a Fiume nel momento del bisogno, che non sa porsi alla testa di una squadra e portarla in battaglia. (2)

Le vecchie polemiche incideranno certamente sull’uscita di scena di Marsich, ma non saranno determinanti. La verità è che il solco scavato tra lui e il fascismo è ormai incolmabile, proprio per una diversa visione del futuro del PNF. Non gli resterà che dedicarsi alla professione.

Anche chi gli è stato più vicino ai tempi della lotta anti-Patto, come Dino Grandi, lo abbandonerà. L’imolese lo farà con un duro articolo-intervista su “L’Assalto” del 18 marzo 1922, mentre i non pochi nemici accumulati a Venezia, ne approfitteranno per azzannarlo al collo.

L’ultimo suo atto politico sarà il telegramma che indirizzerà, dopo la Marcia, a Mussolini, che gli risponderà con affetto:

L’avv. Marsich, animatore del fascismo veneziano, telegrafa al Presidente del Consiglio: “Ogni Italiano schietto deve oggi giurare fedeltà allo Stato Nazionale costituito per volontà eroica di popolo. Giuro nelle vostre mani con fervido cuore e sicura speranza”

Mussolini risponde: “Sentivo che un giorno ci saremmo ancora incontrati. Grazie fraterno per il vostro giuramento che accolgo con lieto animo. Viva ora e sempre l’Italia di Vittorio Veneto!(3)

 

Cose di là da venire, in questi primi mesi dell’anno, nei quali, stante la crisi del Fascio, se solo Covre avesse qualche “vera” capacità politica, ampi spazi di manovra si aprirebbero per lui e i suoi Cavalieri.

E invece, inizia la loro fase discendente, che sarà contraddistinta da una accelerazione rapida e, per certi versi, imprevedibile.

Infatti, migliori speranze parevano autorizzare le nuove e diverse iniziative della formazione di Covre, come quando i Cavalieri prendono, a maggio, le difese degli operai della Carbonifera di Mestre e della Società italo-americana di Venezia che sono stati licenziati per aver scioperato.

“Gli operai quando scioperano il più delle volte sono dei disgraziati anziché colpevoli” scrive lo stesso Covre, dopo averne imposto la riassunzione, e questa, come altre – minori – attività consimili, a forte carattere “social-popolare” (la restituzione al padre di un neonato “sequestrato” dalla famiglia della madre, la tutela offerta a due anziani fratelli ripetutamente minacciati dal vicino di casa, etc) accresce la popolarità dei Cavalieri anche in ambienti fino ad allora indifferenti, se non ostili.

Vi è poi, e ha grande risonanza, l’occupazione di forza di alcuni alloggi lasciati sfitti dai proprietari, che i Cavalieri “assegnano” a gondolieri e facchini senza lavoro.

Si spiega, anche per questo, così l’adesione di forti nuclei di comunisti, dopo l’arresto del loro Segretario, Paolo Fissore.

Per i benpensanti e le forze dell’ordine, ora che non si tratta più delle “consuete” violenze tra fascisti e sovversivi, la misura è colma. Proprio dopo l’occupazione abusiva di una casa di proprietà del Conte Giovanni di Sambro, nella quale i Cavalieri installano un gondoliere con moglie e una figlia di nove mesi, alla fine di maggio, viene emesso mandato di cattura per Covre (che pure non ha materialmente partecipato ad alcun fatto criminoso), per “responsabilità oggettiva”, con l’imputazione di essere, in quanto Capo, il mandante, e, comunque responsabile per l’operato dei suoi uomini.

Egli viene così fermato mentre passeggia in piazza San Marco, e caricato di forza su una gondola, che, scortata da altre, si dirige al carcere.

A questo punto, però, avviene l’imprevedibile. Alcuni Cavalieri che hanno assistito alla scena, sequestrano a loro volta alcune gondole e si danno all’inseguimento di quelle poliziesche, finchè le raggiungono e liberano il loro Comandate. Seguono, a sera, nuovi incidenti, con l’esplosione di colpi di pistola, in piazza San Marco.

La – se vogliamo inusitata – rigidità repressiva delle Autorità trova una giustificazione, un po’ cavillosa, nella natura extra legale della formazione che “non avrebbe ragione di esistere, esulando assolutamente il preteso mutuo soccorso, mentre rimane solo evidente una azione usurpante gli attributi dello Stato”, come scriverà il Questore.

La realtà è che a Venezia fa paura il fatto che il sicuro dominio della piazza è dei Cavalieri, che forse ne abusano e intervengono anche là dove non sarebbe loro stretta “competenza”. Così il 23 marzo (data scelta non a caso), gli squadristi del Fascio, quando provano l’assalto alla Camera del Lavoro, non si peritano – nonostante le pregresse polemiche – di cercare l’aiuto dei Cavalieri, camerati-rivali.

Ci sarà un morto, probabilmente estraneo ai fatti, e l’assalto non avverrà, anche per la forte presenza poliziesca a tutela della sede sindacale. Gli scontri nelle vie adiacenti però continueranno per alcuni giorni, con fascisti e comunisti rispettivamente “a caccia” di nemici isolati da “castigare”.

In un clima che, quindi, è già parecchio teso, si inserisce, il 6 giugno, l’episodio della morte del ventenne Cavaliere Armando Cancellada, già in passato militante comunista, ucciso dalle Guardie Regie.

Tutto avviene dopo l’intervento di alcune Guardie che vogliono impedire ad un gruppo di giovani, tra i quali il Cancellada appunto, seduti ai tavolini di un caffè, di cantare l’“Inno del Piave” e “Tripoli bel suol d’amore”, che potrebbero sembrare provocatori per i comunisti della zona.

Come sempre in simili casi, è difficile ricostruire l’esatta dinamica dei fatti. Certo è che, al termine, il giovane giace a terra morto, e uno dei suoi camerati è ferito.

A seguire, un folto gruppo di Cavalieri si reca all’ospedale e si impossessa con la forza della salma, alla quale intendono tributare i dovuti onori fascisti, con una iniziativa che ricorda quella della vicina Trieste, agli inizi di settembre del 1920, quando un gruppo di squadristi, introdottosi nell’ospedale, aveva prelevato a forza la salma della Guardia Regia Giovanni Giuffrida, linciato dalla folla l’8 settembre, per tributargli gli onori che il Questore, prudenzialmente, intende negare.

Anche a Venezia il colpo riesce, e il 7 giugno si svolgono i funerali di Cancellada.

Il corteo, imponente come mai si era visto prima in simili circostanze, partito da Calle dei Botteri, e guidato da Covre, percorre nel senso inverso la strada fatta dopo il rapimento della salma, e si dirige all’inizio di via Garibaldi, dove è avvenuto lo scontro mortale.

Se sfilano anche rappresentanze del Fascio “ufficiale” e di quello “autonomo”, a prendere le distanze ci penseranno Piero Marsich, ormai schierato sul fronte opposto, e la “Gazzetta di Venezia”, che si farà interprete di quella fascia di popolazione, benpensante e moderata, che nell’effervescenza dei cavalieri ha visto solo una minaccia alla propria tranquillità e… ai propri affari.

Scriverà – ingenerosamente – il primo:

A parte che non fu ammazzato né un eroe della guerra né un apostolo della fede, il che per lo meno avrebbe dovuto indurre ad una discrezione di forma e di misura, sta in fatto che, se una Guardia regia eccede nel suo compito, non deve il fascismo minare lo Stato nella sua viva essenza: il fascismo deve combattere gli uomini e anche gli istituti nelle loro manifestazioni, ma non deve offendere la santità spirituale degli istituti. (4)

 

Sulla stessa linea, il giornale, già il giorno dopo i funerali:

Ci auguriamo che cessi a Venezia ogni spettacolo di speculazioni teatrali da qualunque parte inscenate, a proposito di avvenimenti che, per quanto luttuosi, appartengono piuttosto al dominio della cronaca nera che non a quello della competizione per ideali civili e politici, e che cessino fenomeni sedicenti politici, dei quali non si comprendono né il movente né i fini che potrebbero essere perseguiti perfino per la costanza delle affissioni abusive che turbano la circolazione per le strade. (5)

Con un simile viatico, può scatenarsi la persecuzione poliziesca. Lo stesso 8 giugno viene emesso un ordine prefettizio di scioglimento dei Cavalieri della Morte, la sede perquisita, e il carteggio sequestrato, mentre gli arresti proseguono per diversi giorni.

L’imbarazzo dei fascisti “ufficiali” è tale che il nominativo di Cancellada non sarà compreso, nel 1923, nell’elenco dei Caduti per la Rivoluzione, e, più in generale, del fenomeno non si parlerà più.

Toccherà ad altri farsi avanti, a rappresentare il fascismo veneziano, e non saranno proprio quelli che, in prima linea, si sono battuti nel quadriennio rivoluzionario:

La sera del 29 ottobre, rientrando da un viaggio di servizio alla sede del mio Comando, mi accinsi a leggere la posta arrivata durante la mia assenza. Ma non avevo finito la prima lettera, che uno squadrista venne a dirmi concitato: “Arriva il Prefetto di Udine”

Che cosa veniva a fare il Prefetto a palazzo di Prampero?

Per non sbagliare, ordinai all’Ufficiale di guardia di chiamare in riga il suo Reparto di camicie nere abbondantemente armate.

Appena introdotto, il Prefetto, tendendo un telegramma, mi disse: “Eccellenza, voglio messere il primo a felicitarmi con lei”

Il telegramma di Mussolini mi comunicava infatti la nomina a Ministro delle Terre liberate. (6)

All’appello saloino, Giuriati nonostante i riconoscimenti e le prebende ricevuti dal fascismo, non risponderà, mentre Covre, dopo oscuri anni da men che seconda linea, aderirà alla RSI, e sarà Comandante della Brigata Nera Danilo Mercuri.

Per una curiosa coincidenza, morirà proprio durante le “radiose giornate” dell’aprile del ’45, ma non – come spesso si dice – per vendetta partigiana, bensì per un male incurabile, in una clinica di Padova.

 

FOTO 5: Gino Covre

FOTO 6: squadristi veneziani

NOTE

  1. Renzo de Felice, Mussolini il fascista, vol I, la conquista del potere, Torino1966, pag. 198
  2. Giulia Albanese, Pietro Marsich, Verona 2003, pag. 53
  3. Giorgio Alberto Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, Firenze 1929, vol. V, pag. 287
  4. Giulia Albanese, Alle origini del fascismo, la violenza poilitica a Venezia 1919-1922, Padova 2001, pag. 204
  5. Ibidem
  6. Giovanni Giuriati, La parabola di Mussolini nei ricordi di un gerarca, Bari 1981, pag. 35

 

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Categorie: Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 20 Aprile 2022

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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