L’agguato di Bergiola dell’8 gennaio 1922 – Pietro Cappellari

L’agguato di Bergiola dell’8 gennaio 1922 – Pietro Cappellari

Il triplice omicidio anarco-repubblicano che segnò la fine del sovversivismo carrarese

 

Il circondario di Carrara, noto per la presenza di numerose cave di marmo, per via di grandi masse politicizzate (circa 10.000 operai) sia in senso anarchico che repubblicano, era sempre stato una “roccaforte” del sovversivismo italiano.

All’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale, nel Carrarese erano riprese le attività dei circoli anarchici e della locale Camera del Lavoro, incitanti alla lotta di classe, alla rivoluzione bolscevica e alla vendetta contro i “pescicani” che avevano spadroneggiato, in danno degli operai, durante il conflitto. Su “Il Cavatore”, organo della CdL, si poteva leggere: “Perché o leoni di cartapesta che facevate tanto i gradassi, i prepotenti – sotto l’usbergo della triplice protezione della manetta, del codice rosso e della baionetta – non le fate anche adesso le vostre smargiassate, le vostre spacconate?”[1].

Minacce che evidenziavano un decisivo cambio dei rapporti di forza in campo, ora che gli operai – in parte mandati al fronte, in parte inseriti in squadre di lavoratori militarizzati – tornavano a casa e i dirigenti sovversivi, allucinati dal trionfo della rivoluzione bolscevica in Russia, anticipatrice di quella in Italia, riaprivano le sedi dei circoli e dei sindacati di sinistra.

Le minacce sortirono i loro effetti, tanto che fin da subito il padronato dovette scendere a patti con i sindacalisti, concedendo – più che legittimi – aumenti di paga e cercando di mantenere il livello d’occupazione negli impianti, sebbene non più in regime di guerra e, quindi, senza più quel “mercato”.

La presenza di numerosi disoccupati non faceva che rendere cupa la situazione e sempre più esose le richieste della Camera del Lavoro di Carrara, portata dal Segretario Alberto Meschi su intransigenti posizioni anarco-comuniste: attraverso lo sciopero generale insurrezionale si sarebbe abbattuta la società “borghese” ed aperto le porte a quella socialista degli operai. Allucinazioni si direbbe ora, pura realtà in quei giorni.

I sindacalisti carraresi si posero fin da subito in scontro frontale con il padronato, sostenendo scioperi ed atti di sabotaggio, utilizzando l’arma del boicottaggio contro i lavoratori non allineati e pretendendo il licenziamento di quelli assunti al posto degli scioperanti (i cosiddetti “crumiri”).

Gli scioperi, anche a carattere locale o pretestuosi, vennero promossi come “ginnastica rivoluzionaria” per gli operai, in vista della prossima rivoluzione “liberatrice”.

La lotta – sacrosanta – per il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori intrapresa dalla Camera del Lavoro fu, ovviamente, viziata da questa impostazione classista e rivoluzionaria, per cui si agì contro la “casta padronale” come se si fosse in guerra – la tanto desiderata guerra civile propugnata dai socialisti – contro un nemico che sarebbe stato prima o poi eliminato fisicamente. Per sempre.

In tutto questo, assente lo Stato che sarebbe dovuto intervenire per cercare una soluzione condivisa del problema, invece di rimanere alla finestra ad osservare questa guerra, ligio agli irreali dogmi liberali. Certamente, la visione classista e rivoluzionaria dei sindacalisti avrebbe impedito ogni dialogo in tal senso, ma allora lo Stato avrebbe avuto il diritto, non solo di difendersi da chi lo voleva abbattere, ma anche di eliminare, una volta per tutte, una fonte di disordine, odio, violenza.

La violenza, per l’appunto, – elevata dai sovversivi a legittimo mezzo politico per raggiungere un “nobile” fine – fu adottata come azione quotidiana. E non si trattò solo di minacce esplicite – che più delle volte bastarono solo queste per ottenere quanto richiesto – ma anche di esemplari “punizioni”, come avvenne durante i moti popolari per il caro viveri del Giugno-Luglio 1919.

“Tutti devono fare il loro dovere e mettere mano al bastone e legnate da orbi su coloro che violano il calmiere, su quelli che rincarano i prezzi. Quella sarà violenza benedetta più efficace di qualsiasi Commissione”; “Protestare? No! La protesta la deve fare la massa proletaria, prendendo insegnamento da quello che è successo nell’ultima agitazione contro il caro-vita, ed essere senza pietà nell’ora della resa dei conti. Durante la grande rivoluzione francese gli accaparratori di derrate alimentari venivano impiccati ai lampioni, sarebbe un rimedio salutare ed efficace sol che lo si potesse mettere in pratica anche da noi”; “La protesta, contro tale indecente spettacolo, dovrebbe essere affidata all’avvocato Randello perché è l’unico modo con cui possa farsi intendere presso coloro che sono allo sgoverno della pubblica cosa”; scriveva minaccioso “Il Cavatore”[2].

Non sarà certamente un caso se la più grave strage di fascisti che si verificò in quegli anni si registrò a Sarzana – distante 17 chilometri da Carrara – il 21 Luglio 1921: per anni si parlò delle atrocità commesse contro gli squadristi catturati dai sovversivi…

“Mettere mano al bastone”, “legnate da orbi”, “violenza benedetta”, resa dei conti “senza pietà”, impiccare ai lampioni, “avvocato Randello” unico modo… tutte parole che denotarono, in quel 1919, l’inizio di una vera e propria guerra civile (di classe) da parte dei sindacalisti carraresi, ormai entrati nella convinzione, anche ideologica, di affidarsi all’“opera giustiziera di un nodoso ed efficace randello” per ottenere il “potere” (e non solo il soddisfacimento delle legittime richieste di rispetto dei diritti dei lavoratori). E qui lo scontro si acuiva. Perché un conto era il terreno economico, un conto quello politico. I sindacalisti carraresi volevano fare la rivoluzione come in Russia e puntavano chiaramente all’espropriazione delle cave per affidarle direttamente agli operai: il diritto di proprietà non esisteva, era solo un arcaico sopruso borghese da abbattere. Le cave erano di proprietà dei lavoratori e non dei “baroni” che avevano usurpato le concessioni comunali.

Su queste basi ideologiche non ci si poteva intendere assolutamente e gli industriali, colpiti in pieno dall’offensiva sindacalista, dovettero “far fronte”, intanto resistere ai “tempi bui” – o “albe radiose”, secondo le prospettive di visuale – che si annunciavano all’orizzonte. Fermo restando che l’Amministrazione comunale di Carrara, nonostante fosse a maggioranza repubblicana e nonostante che al Parlamento il PRI avesse presentato un progetto di esproprio a carattere nazionale, non intese fiancheggiare l’operazione estremista della Camera del Lavoro. Polemiche, quindi, nacquero tra i sindacalisti carraresi e i repubblicani, arrivando anche a colpire il locale PSI che durante battaglia elettorale amministrativa non aveva esplicitamente cavalcato la battaglia dell’esproprio degli agri marmiferi. Del resto, rivalità e scontri, anche violenti, tra socialisti, repubblicani ed anarchici non erano una rarità. Il 1° Novembre 1920, ad esempio, il corteo repubblicano che attraversava le vie dei Carrara per festeggiare la vittoria alle amministrative del PRI fu attaccato con lancio di sassi da parte di un gruppo di anarchici, in quanto i manifestanti repubblicani stavano marciando contro il circolo anarchico per assaltarlo e distruggerlo. Lo scontro a distanza degenerò in rissa, con scambio di colpi d’arma da fuoco e l’intervento dei Carabinieri Reali[3].

Vale qui una riflessione: la partecipazione alle elezioni in quegli anni di così roventi passioni politiche era vista dalla maggioranza della popolazione con disinteresse, tanto è vero che solo una piccola parte degli aventi diritto si recava alle urne e il vero vincitore di questo turno, ancora una volta, era stato il “partito astensionista” che aveva raggiunto – anche grazie alla propaganda in tal senso degli anarchici – il 54%. Una riflessione in più sulla “sensibilità democratica” della popolazione italiana in quegli anni…

Per tutto il 1920, l’espropriazione delle miniere fu la bandiera principale della Camera del Lavoro di Carrara che, nell’Estate di quell’anno, cominciò anche a minacciare l’occupazione degli impianti da parte degli operai, per estromettere definitivamente gli odiati imprenditori. La cosa sparse il terrore tra le fila del padronato. Si era giunti alla resa dei conti?

Tuttavia, una serie di eventi indebolirono l’azione sindacalista, oltre che l’incapacità tecnico-politica congenita dei sovversivi: il terremoto del 6 Settembre che mise in ginocchio la popolazione della Lunigiana e della Garfagnana e, soprattutto, gli arresti di alcuni dirigenti anarchici avvenuti dopo lo scoppio di una bomba presso la sede carrarese della Banca d’Italia (21 Ottobre), fatta esplodere nell’ambito della protesta nazionale contro il fermo dell’agitatore anarchico Errico Malatesta.

Il massiccio sciopero generale di protesta proclamato da tutta la sinistra carrarese contro gli arresti e due nuove bombe esplose contro l’abitazione del Comandante del Presidio militare di Carrara e Palazzo Nicoli (22 e 24 Ottobre), ottennero i risultati sperati con il rilascio dei detenuti. Ma fu l’ultimo atto del “fronte comune” sovversivo. Come abbiamo visto, le elezioni amministrative del 1920 acuirono gli attriti tra le varie anime della sinistra carrarese, tanto che nel Dicembre 1920 i socialisti abbandonarono la locale Camera del Lavoro a guida anarco-comunista, fondandone una propria a Massa, anticipando la lotta che opporrà PCdI e PSI nel 1921.

Le masse operaie carraresi intanto rimanevano un problema per l’ordine costituito. Un problema atavico, del resto. Il comportamento spesso era al limite del delinquenziale, le prepotenze all’ordine del giorno, l’alcolismo diffuso, come denunciava amaramente la stessa Camera del Lavoro: “È triste il vedere come negli operai, anche se si dicono sovversivi, predomini ancora in loro il triste e maledetto vizio di ubriacarsi fino a perdere ogni nozione del pensiero ed ogni sembianza d’uomo”[4]. Addirittura si era diffusa l’abitudine di non andare al lavoro il Lunedì per smaltire la pesante sbornia presa il giorno precedente…

A costoro si doveva affidare la gestione degli agri marmiferi? Il destino della Nazione? Il diritto di vita o di morte sui “pescicani” borghesi?

L’opinione pubblica aveva già pronta la risposta davanti al degenerare dell’ordine pubblico e all’annuncio della prossima rivoluzione bolscevica.

Il tutto, si badi bene, in una situazione di degrado sociale che non faceva che acuire le tensioni e lo squallore di un ambiente dove la povertà, troppo spesso, era una scusa per mascherare un’immoralità diffusa.

Le discussioni, anche per futili motivi, finivano a coltellate, come nel caso della diatriba sorta tra un proprietario di immobile e un affittuario il 26 Giugno 1920, a Carrara, e degenerata in rissa generalizzata, con tentativo di linciaggio da parte di un gruppo di anarchici del padrone di casa e diversi feriti da arma da taglio e colpi d’arma da fuoco[5]. O come nel caso del ferimento con un colpo di pugnale di un imprenditore da parte dell’anarchico Andrea Morelli di Bergiola, disoccupato, che si era vista respinta la domanda di assunzione (8 Dicembre 1920)[6]. Di lui si tornerà a parlare spesso, l’ultima la sera del 31 Maggio 1925, a Pontecosi di Garfagnana (Lucca), quando assassinò il Consigliere comunale fascista ventitreenne Odorico Bertucci, con una pugnalata alla schiena inferta davanti agli occhi della mamma terrorizzata e sconvolta…

Delinquenza sociale e criminalità politica si sommavano e ben poco potevano fare i sindacalisti, se non aizzare le masse per la prossima rivoluzione. Ma qui, prima di emancipazione del proletariato, si doveva emancipare l’uomo dai suoi vizi e dalla sua immoralità. Un passo ancor più difficile della stessa rivoluzione…

Davanti a questo scenario crepuscolare – o solare, secondo le visioni – si poneva una pubblica opinione borghese che gravitava intorno ad un impotente partito liberale (Associazione Democratica Liberale). È vero, nei primi mesi del 1920, a Carrara era sorta anche una sezione dell’Associazione Nazionalista, con il compito di opporsi all’avanzata socialista, ma i risultati erano stati pressoché nulli, tanto che già nella seconda parte dell’anno la maggior parte dei suoi aderenti era confluita nei democratici liberali.

In una situazione per certi aspetti esplosiva, andava maturando una sempre maggiore stanchezza per le attività sovversive che stentava, però, a trovare uno sbocco politico. Tutto cambiò quando a Carrara giunse un giovane ventiquattrenne Ardito reduce di guerra, smobilitato da Fiume dopo la fine della Reggenza del Carnaro. Si chiamava Renato Ricci e fu il primo a portare in città il simbolo del Fascio (si era iscritto a quello di Pisa). Aderì dapprima all’Associazione Democratica Liberale, riunì i reduci dannunziani nell’associazione dei Legionari Fiumani e, infine, fondò il Fascio di Carrara (12 Maggio 1921).

Fu un fulmine in ciel sereno che cambiò il volto della lotta politica in tutto il circondario. Per sempre. Infatti, fin dalle prime settimane di quel 1921 in Italia era comparso un nuovo attore politico: lo squadrismo. In nome degli ideali di Patria e Nazione, contro il sovversivismo bolscevico e la violenza proletaria, i fascisti erano scesi nelle strade d’Italia pronti a respingere, con tutti i mezzi, l’avanzata massimalista e “ristabilire l’ordine”. Su quale “ordine” magari ci fu confusione, ma in quelle settimane la guerra civile aizzata dai socialisti contro lo Stato “borghese” si trasformò in una battaglia campale che vide ogni contrada le masse di sinistra sbandarsi sotto i colpi di pochi squadristi. Fu un cataclisma per il movimento massimalista senza precedenti. Invece di veder sorgere l’alba della rivoluzione rossa, si trovarono davanti ad una spietata reazione nazionale e popolare. E i fascisti davanti a chi vilipendeva i valori patriottici e nazionali, davanti a chi aveva per due anni fomentato la guerra di classe seppero rispondere con le stesse parole dei sovversivi: “Mettere mano al bastone”, “legnate da orbi”, “violenza benedetta”, resa dei conti “senza pietà”, “avvocato Randello” unico modo… Quando vincevano, però, gli squadristi evitavano di impiccare ai lampioni i sovversivi come questi, invece, avevano promesso di fare con i borghesi…

L’esordio dei fascisti di Renato Ricci fu emblematico. Il 13 Maggio 1921, a Marina di Carrara, era stato indetto un regolare comizio del Blocco Nazionale, in vista delle imminenti elezioni politiche. Come consueto, il comizio venne disturbato dai repubblicani e dai socialisti. Agli squadristi non parve vero passare all’azione. Caricarono i contestatori e, dopo cruenti scontri, li misero in fuga. Poi si diressero verso la Lega dei Marinai e il circolo socialista che vennero devastati. Bilancio della giornata: due morti (il socialista Gino Bertoloni e il Brigadiere della Regia Guardia di Finanza Giuseppe Caragnano).

Sebbene nessuno valutò appieno cosa era accaduto, iniziava anche a Carrara la disfatta del sovversivismo, impotente e paralizzato dalla impetuosa comparsa dei fascisti di Ricci. Gli anarchici, tutt’al più, progettarono un attento dinamitardo contro l’abitazione di un imprenditore il cui figlio era iscritto al Fascio, ma la malsana e criminale azione terrorista non ebbe l’esito sperato per un difetto di fabbricazione dell’ordigno. E già questo la dice lunga sul contatto con la realtà e le capacità operative del tanto sbandierato sovversivismo rivoluzionario carrarese…

Davanti alle sempre più numerose scorribande fasciste, i repubblicani fondarono delle squadre d’azione, le cosiddette Avanguardie Repubblicane, certi di rispondere colpo su colpo alle offese squadriste. Ma più di armarsi e minacciare una controffensiva antifascista non si riuscì a fare. Anche i due effimeri gruppi anarchici di Arditi del Popolo, dediti al banditismo sui monti, costituitisi nell’Estate 1921, non invertirono la situazione, contribuendo esclusivamente ad aumentare il livello dello scontro.

Non è questo il caso di ripercorrere la storia del fascismo carrarese, ma occorre soffermarsi – in questo contesto di guerra civile (a bassa intensità) – su quello che avvenne a Bergiola Foscalina, una frazione montana ad Est di Carrara, il 3 Luglio 1921, quando gli squadristi con a capo il locale giovanissimo Segretario del Fascio Eugenio Picciati, “espugnarono” la Lega dei Cavatori: il Segretario della Lega, tale Oreste Cappè, venne minacciato in malo modo, mentre diversi anarchici noti per il loro “attivismo” furono bastonati. Violate le abitazioni di militanti del locale circolo anarchico o di riconosciuti repubblicani, come quella di Umberto Dell’Amico[7].

Fu questo l’inizio della fine del potere sovversivo nella frazione che porterà, alcuni mesi dopo, ad uno degli eventi più tragici che colpirono lo squadrismo nel 1922, il cosiddetto “agguato di Bergiola”.

Ma andiamo per ordine.

Davanti all’offensiva fascista che tutto travolgeva, nel Settembre 1921 il Partito Repubblicano tentò la creazione di un “fronte unico” antifascista, inquadrando nell’Associazione Nazionale Combattenti tutti i militanti sovversivi pronti a reagire all’offensiva squadrista in atto. Per i fascisti fu un affronto morale prima che politico. Aver “convertito” al combattentismo e al patriottismo imboscati, anarchici, disertori e socialisti parve a tutti una grande presa in giro. Già mal tolleravano l’uso del tricolore da parte dei repubblicani – sul quale patriottismo nessuno comunque poteva dir nulla -, vederlo adesso agitato da chi aveva fatto del tradimento e del vilipendio dei valori nazionali un atto di fede fu considerato una provocazione che esigeva una doverosa punizione esemplare.

Tuttavia, essendo le anime della sinistra divise al loro interno – e, probabilmente, anche perché fare dei socialisti e degli anarchici dei patrioti sembrò una cosa grottesca anche ai dirigenti sovversivi – la Camera del Lavoro di Carrara, il 23 Ottobre 1921, costituì un altro “fronte unico” antifascista: il Comitato di Difesa Proletaria.

Se i “fronti unici” cominciarono ad essere costituiti un po’ su tutto il territorio, mai ebbero la forza per cambiare una situazione ormai giunta al collasso, semmai contribuirono solo ad alzare il livello dello scontro. Infatti, la costituzione di questo o di quel “fronte unico” antifascista fu il pretesto per nuovi attacchi e nuovi scontri, nuovi lutti, che ebbero il loro epilogo negli incidenti di Fossone di Carrara del 4 Dicembre 1921.

Fu in questo clima che Domenica 8 Gennaio 1922 venne fondata anche a Bergiola una sezione dell’Associazione Nazionale Combattenti, inquadrando in essa tutti gli antifascisti della frazione che volessero opporsi al dilagante squadrismo, rispondendo colpo su colpo. Segretario fu eletto il repubblicano Ettore Morelli.

Alla fine della cerimonia inaugurale, si formò un corteo che dalla sede della Lega dei Cavatori, ove emblematicamente si era svolta la manifestazione, si diresse verso l’osteria del Consigliere comunale repubblicano Battista Fabbiani (o Fabiani, secondo altre cronache).

Poco dopo, inviato precedentemente, entrò nel locale il Segretario del Fascio Renato Dell’Amico che, probabilmente, contestò la costituzione dell’Associazione Combattenti su basi antifasciste, cercando di trovare un accordo per non far degenerare la situazione. Come c’era d’aspettarselo, il diverbio si tramutò in rissa e questa in sparatoria. Dell’Amico, vista la mala parata, uscì dal locale, ferito da un colpo di pistola vibratogli dall’antifascista Andrea Morelli con lo scopo di ucciderlo, e cercò rifugio nella casa della famiglia Picciati, noti esponenti del partito liberale passati al PNF al sorgere della guerra civile[8].

Saputo di quanto accaduto, gli studenti universitari Renato (di 21 anni, Ufficiale della Grande Guerra decorato al valore) ed Eugenio Picciati (di 20 anni, Ardito e ferito di Sarzana), e l’operaio ventitreenne Guido Morelli, tutti appartenenti al Fascio, uscirono subito di casa e si recarono in paese, dimostrando di non aver paura degli antifascisti e certi di farla finita con il sovversivismo organizzato che rialzava la testa.

I sovversivi, però, li stavano attendendo e si nascosero ai margini della strada. La notte fonda non permise ai fascisti caduti nell’agguato nemmeno di accorgersi di cosa stava accadendo. I tre morirono trafitti da diversi colpi d’arma da fuoco. Dal portafoglio di Renato Picciati, mentre era morente, gli assassini rubarono 1.000 Lire.

 

(leggasi “Giulio Morelli”)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Carabinieri Reali, con l’ausilio degli squadristi accorsi dalle frazioni vicine, occuparono il paese e dovettero ingaggiare un violento scontro a fuoco con i sovversivi, durante il quale vennero sparati centinaia di colpi.

Gli anarco-repubblicani dimostrarono una non comune aggressività ed organizzazione, giungendo perfino ad interrompere la luce elettrica nei posti dove si erano posizionati e lasciando i lampioni accesi nei punti di passaggio obbligato per gli attaccanti.

La casa dell’anarchico Francesco Dell’Amico, trasformata in fortilizio, dovette essere espugnata con un assalto.

Al termine della battaglia dodici furono i feriti, tra cui cinque fascisti – Aefres (?) Aloisi, Ruggero Manfredini, Stefano Trombetta, Andrea Aloisi e Renato Moisè – e quattro Carabinieri.

Il paese venne poi rastrellato dai Militi dell’Arma e dagli squadristi, procedendo all’arresto di ventisei sovversivi (nei giorni successivi vi furono altri fermi, per un totale di trentadue arrestati, di cui ventitré poi rinviati a giudizio). Fu proprio durante il rastrellamento che due fascisti, presentatisi come Agenti di Pubblica Sicurezza, entrarono nella casa del repubblicano Battista Fabbiani, organizzatore della cerimonia inaugurale dell’ANC di Bergiola, e lo freddarono con alcuni colpi di pistola.

Edulcorata – come al solito – la ricostruzione dei fatti sull’“Avanti!”. Un giornale, si tenga sempre presente, posto alla base della ricostruzione “storica” di quegli anni da parte delle università e dei ricercatori italiani. Si parlava di attacco fascista contro comprensivi combattenti che, precedentemente, avevano anche tentato una mediazione per far cessare le violenze squadriste.

Fascisti che fanno irruzione e, quindi, provocano il conflitto; pistole e fucili che sparano, “echeggiano”, come per magia, senza sapere chi è che spara… Insomma, nulla di nuovo nella più classica ricostruzione edulcorata del quotidiano socialista.

Anche “L’Ordine Nuovo”, il quotidiano del Partito Comunista d’Italia, non aveva vergogna di denunciare la violenza degli squadristi e dei Carabinieri, inventando, come consueto, un “improvviso assalto alla sede dei combattenti” organizzato da fascisti armati che – ovviamente! – sarebbero stati respinti lasciando sul terreno dei morti.

Nelle prime ore di quel 9 Gennaio 1922, si scatenò una fulminea e vasta rappresaglia fascista che sconvolse la regione.

Ovunque, le organizzazioni sovversive vennero poste in rotta. Nessuno, sebbene pronto ed armato da mesi, tentò la ben che minima opposizione. I “fronti unici” antifascisti si dileguarono al primo rombo degli autocarri degli squadristi che si dirigevano nei paesi e nelle frazioni per compiere le rappresaglie in memoria dei fratelli Picciati e di Morelli.

Il 9 Gennaio, in diverse città toscane, tra cui Firenze, gli studenti sospesero le lezioni per protesta contro gli autori della strage. Gli squadristi di Pistoia, per rappresaglia, assaltarono e distrussero il circolo comunista di Serravalle[9].

Nello stesso tempo le strade di Carrara venivano ricoperte da manifesti del Fascio e si imponeva il lutto cittadino.

Nonostante la liquefazione di tutti i “fronti antifascisti” durante la rappresaglia squadrista, i comunisti de “L’Ordine Nuovo” cantavano addirittura vittoria, rispolverando la falsa ricostruzione della “battaglia proletaria” che aveva respinto l’incursione fascista ed incitando i proletari di tutta Italia a prendere esempio dai compagni di Bergiola.

L’11 Gennaio 1922 si tennero a Carrara i solenni funerali dei tre fascisti assassinati: parteciparono migliaia di persone, le camicie nere della regione con alla testa il Cap. Achille Starace e l’On. Manfredo Chiostri in rappresentanza del Gruppo parlamentare del Partito Nazionale Fascista. Fu una giornata tetra, peraltro contrassegnata da un’altra gravissima notizia che costernò tutti i fascisti presenti: a Prato, era stato ferito in un altro vile agguato alla bolscevica lo stimato e conosciutissimo Comandante squadrista, Volontario di Guerra decorato al Valor Militare, Legionario fiumano Federico Guglielmo Florio, che ora giaceva morente in ospedale.

Il PNF di Carrara stilò un durissimo manifesto, diffuso come supplemento del giornale “Alalà”, in cui denunciò pubblicamente il Partito Repubblicano che patrocinava l’Associazione Nazionale Combattenti, accusata direttamente del triplice omicidio. L’Associazione – preoccupata di quanto avvenuto ad opera dei suoi iscritti a Bergiola – aveva prontamente sciolto la sezione frazionale, ma aver sbandierato per mesi il “fronte unico” antifascista, senza aver un progetto e neanche la forza, le fu fatale.

Le minacce fasciste colpirono la Giunta municipale di Carrara – a maggioranza repubblicana – che, il 13 Gennaio 1922, fu costretta alle dimissioni dopo che la minoranza liberale aveva rassegnato il proprio mandato, accusando i sovversivi di essere i soli responsabili della tragica giornata di sangue di Bergiola. Contemporaneamente veniva sciolta anche l’Associazione Nazionale Combattenti patrocinata dal PRI.

Caduta la “roccaforte” politica cittadina, non restò a far da “presidio” antifascista in tutto il circondario che la Camera del Lavoro, insidiata adesso anche dal sorgere dei sindacati fascisti.

La vile aggressione subita da un fascista a Carrara nella serata del 16 Gennaio fu l’ultimo gesto disperato di un mondo che tramontava[10].

Non la pensavano così i comunisti de “L’Ordine Nuovo” che, nonostante quello che era avvenuto nel Carrarese dopo la rappresaglia fascista, continuavano a cantar vittoria e, addirittura, a vedere l’alba della riscossa proletaria contro le camicie nere, etichettate come “lanzi”, “orde fameliche di scherani al soldo dei ladroni”, “mercenari”. I bolscevichi continuavano a parlare di “battaglia di Bergiola”, ignorando o, meglio, falsando i fatti, accostandola addirittura alla “riscossa di Sarzana” del 21 Luglio 1921, quando – a loro dire -, dopo innumerevoli violenze squadriste, il popolo in armi “giustamente” aveva reagito sconfiggendo le camicie nere. In realtà, anche a Sarzana, non v’era stata nessuna battaglia, semplicemente gli squadristi si erano sbandati dopo essere entrati in conflitto con i Carabinieri Reali – e non certamente contro gli Arditi del Popolo o Guardie Rosse che dir si voglia – e sui singoli fuggiaschi si era sfogato il barbaro odio dei sovversivi, in quella che fu certamente la più grave strage di stampo antifascista registrata in quelli anni. Della quale vergognarsi, non certo gloriarsi!

Non vi sarà, ovviamente, nessuna riscossa proletaria, come forviante fu parlare di “riscossa” per i casi di Sarzana e Bergiola, dove i sovversivi si macchiarono semplicemente di volgari crimini. Va da sé che nessuna risposta venne più da “L’Ordine Nuovo”, costretto a vedere nelle settimane seguenti il crollo di tutte le sue (poche) “roccaforti”, liquefatte, l’una dopo l’altra, alla prima apparizione dei fascisti.

Il 15 Maggio 1922, Renato Ricci chiamò a raccolta tutti gli squadristi carraresi, per una grande manifestazione patriottica da organizzare nel centro cittadino di Carrara, al termine della quale ci sarebbe stato il solenne giuramento della Legione delle camicie nere. Gli stessi liberali stilarono per l’occasione un emblematico manifesto: “Bisogna ricordare quello che era Carrara un anno fa e quello che è oggi per renderci esatto conto dei titoli di benemerenza che il Fascismo carrarese ha acquistato”[11].

Quel giorno migliaia di squadristi – si disse 10.000 – si compattarono davanti a Renato Ricci, Roberto Farinacci, Costanzo Ciano, Michele Bianchi e Dario Lupi, gridando «Lo giuro!» al termine della formula di rito: “Nel nome di Dio e dell’Italia, non nome di tutti i Caduti per la grandezza d’Italia, giuro di consacrarmi tutto e per sempre al bene della Patria!”.

Ormai per l’antifascismo non c’era più nulla da fare. Anche la bomba lanciata il 17 Maggio contro un gruppo di fascisti che si recavano a Bagni – una trentina di chilometri a Nord di Carrara –, che ferì diverse camicie nere e gravemente lo stesso Comandante squadrista, fu solo l’ultimo colpo di coda del sovversivismo morente[12].

Il 18 Maggio 1922, i Carabinieri Reali scovarono nei locali della CdL di Carrara dell’esplosivo. Si accusò i sindacalisti di progettare attentati terroristici e fu l’occasione per arrestare i dirigenti e chiudere – definitivamente – l’ultimo “presidio” antifascista, subito occupato – contemporaneamente a tutte le altre Camere del Lavoro della regione – dalle camicie nere in armi.

Sotto i colpi dello squadrismo, tra il plauso dell’opinione pubblica, cadeva la “roccaforte” anarchica e repubblicana di Carrara, spianando così la strada all’avvento del fascismo in tutta la provincia. Era passato solo un anno dall’arrivo in città dell’Ardito di Guerra e Legionario fiumano Renato Ricci.

Il 24 Maggio 1922, in tutta Italia i fascisti si mobilitavano per la ricorrenza dell’entrata in guerra: anche a Sarzana, simbolo della barbara violenza sovversiva, sul Municipio garrì il tricolore della Patria. Gli squadristi – dopo che il Sindaco socialista Avv. Terzi si era sdegnosamente opposto all’iniziativa “guerrafondaia”, “militarista” e nazionalista -, sfidando nuovamente i sovversivi, penetrarono nel Comune ed esposero per la prima volta la bandiera nazionale. Nessuno osò dire nulla, tranne il solito “L’Ordine Nuovo” che, descrivendo ormai il paese in balia delle violenze fasciste – quindi, in mano fasciste – incitava alla resistenza: “Il proletariato di Sarzana rimane profondamente rivoluzionario; la campagna è nostra”; “I forti lavoratori della Lunigiana devono vincere”[13]… Ma nessuno, ormai, aveva più tempo di ascoltare queste cialtronerie.

Il processo per l’agguato di Bergiola dell’8 Gennaio 1922 condannò i maggiori responsabili Andrea Morelli e sei Dell’Amico – Lorenzo, Romano, Ezio, Gino, Pasquino, Giuseppe – a trent’anni di reclusione; altri a pene minori, per un totale di 325 anni di carcere:

Sei arrestati furono assolti per insufficienza di prove a loro carico, a dimostrazione della correttezza del procedimento giudiziario. Nessuno dei condannati, oltretutto, scontò la pena per intero, in quanto una serie di amnistie varate dal Regime fascista – la prima del 31 Ottobre dello stesso anno – condonò gran parte delle pene inflitte e fu così che, progressivamente, vennero tutti scarcerati[14].

Tra gli assolti, come abbiamo visto, gli attivisti Argante ed Angelo Dell’Amico. Argante, che al Casellario Politico era schedato come “anarchico”, si era iscritto al Fascio per evitare rappresaglie sulla sua persona, ma lo aveva pubblicamente abbandonato proprio quell’8 Gennaio 1922. Angelo, anche lui schedato come “anarchico”, sebbene risultò assolto, per evitare rappresaglie sulla sua persona, scelse di fuggire in Francia[15].

L’agguato di Bergiola dell’8 Gennaio 1922 fu la goccia che fece traboccare il vaso e per anni non si sentì più parlare di lei né di sovversivi, almeno fino al tragico 16 Settembre 1944, quando un antifascista della zona, del quale purtroppo non conosciamo il nome, prima di dileguarsi, pensò bene di sparare alle spalle ad un militare germanico di passaggio uccidendolo. Un nuovo agguato nella più classica tradizione comunista. Fu una tragedia di portata inimmaginabile: elementi della 16a Divisione SS “Reichsführer” e della 40a Brigata Nera di Apuania marciarono sulla vicina Bergiola massacrando settantadue innocenti per rappresaglia.

Ma questa, forse, è tutta un’altra storia…

 

Pietro Cappellari

 

note

[1] Tutti i nodi verranno al pettine, “Il Cavatore”, 5 Gennaio 1919.

[2] Cfr. Contro gli affamatori del Proletariato, “Il Cavatore”, 19 Luglio 1919; E il caro-viveri?, “Il Cavatore”, 29 Novembre 1919; Caro viveri e affitti, “Il Cavatore”, 13 Dicembre 1919.

[3] G. Vatteroni, Sindacalismo, anarchismo e lotte sociali a Carrara dalla Prima Guerra Mondiale all’avvento del fascismo, Il Baffardello, 2006, pagg. 169-170.

[4] Cit. in Ibidem, pag. 112.

[5] Cfr. Ibidem, pagg. 177-180.

[6] Cfr. Ibidem, pagg. 214-215.

[7] Cfr. Ibidem, pagg. 297.

[8] Da non confondere questo Andrea Morelli con l’omonimo, sempre di Bergiola, citato in precedenza e già in carcere.

[9] Cfr. G.A. Chiurco, Storia della Rivoluzione fascista, cit., vol. IV, pagg. 13-15.

[10] Cfr. Un fascista aggredito a Carrara, “Il Popolo d’Italia”, a. IX, n. 15, 17 Gennaio 1922.

[11] Cfr. G.A. Chiurco, Storia della Rivoluzione fascista, cit., vol. IV, pag. 124.

[12] Cfr. Ibidem, pag. 125.

[13] Minacciosa situazione a Sarzana, “L’Ordine Nuovo”, a. II, n. 144, 25 Maggio 1922.

[14] Cfr. ASMS, Corte d’Assise di Massa, b. 13, f. Processo Dell’Amico e altri, 26 Luglio 1923.

[15] ASMS, Casellario Politico, f. Argante Dell’Amico; e f. Angelo Dell’Amico.

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Categorie: Storia del Fascismo

Pubblicato da Ereticamente il 20 Marzo 2022

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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