Il suicidio dell’Europa – Rita Remagnino

Il suicidio dell’Europa – Rita Remagnino

Secondo Arnold Toynbee una sola cosa può estinguere una civiltà: il suicidio. Toccò questa sorte anche all’Impero Romano, giusto per citarne uno, e oggi l’impressione prevalente indica l’Europa come prossimo candidato. Con la differenza che Roma finì in gloria perché i Germani arruolati nel Tardo Impero, pur dissociandosi dalle mollezze di una società ormai decaduta, ammiravano e rispettavano ciò che la sua civiltà aveva significato, mentre i mercenari arruolati da aziende private foraggiate dagli Stati europei con le tasse dei cittadini non guardano in faccia a nessuno.
Nel cosiddetto «Occidente» i combattenti disposti a tutto pur di difendere le proprie convinzioni sono spariti dalla circolazione. Nell’arco delle nostre vite non sentiremo mai qualcuno pronunciare le parole che Tolkien nelle Due torri mise in bocca al principe Faramir: “La guerra è indispensabile per difendere la nostra vita da un distruttore che divorerebbe ogni cosa; ma io non amo la lucente spada per la sua lama tagliente, né la freccia per la sua rapidità, né il guerriero per la gloria acquisita. Amo solo ciò che difendo: la città degli uomini di Nùmenor; e desidero che la si ami per tutto ciò che custodisce di ricordi, antichità, bellezza ed eredità di saggezza”.

 

Nell’Era Moderna una società esausta deve difendersi prima di tutto da se stessa. Gli ultimi in ordine cronologico a fare harakiri sono stati i Pellerossa, per i quali essere «conformi alla tradizione» significava mantenersi «fedeli all’Origine» imperniando ogni aspetto del quotidiano sul «Centro» costituito dagli insegnamenti dei Padri. Quando così l’assurda visione materialistica e utilitarista dei Visi Pallidi prese il sopravvento, si lasciarono vincere e sconfiggere.
Lungo la tragica cavalcata finale essi ebbero tuttavia l’opportunità, sia pure fugace, di verificare come fosse possibile attraverso l’azione guerriera opporsi alla decadenza umana. Lo constatarono a Little Bighorn, nel 1876, sopraffacendo per l’ultima volta l’esercito invasore accecato da un’irrefrenabile brama di conquista. Il Generale Custer e i suoi trecento soldati furono sconfitti ma qualche anno dopo, nel 1890, a Wounded Knee, mentre la natura tutt’attorno riposava nel gelo invernale, il Settimo Cavalleggeri sfregiò la Terra Sacra con il sangue vermiglio dei guerrieri piumati, che rivolgendo al Cielo un’ultima preghiera di morte se ne andarono “come eroi che stanno ritornando a casa”. Fu un genocidio spirituale, prima ancora che militare, accompagnato dallo scempio della Natura considerata dai nuovi arrivati una merce di scambio e non più imago dei.

 

La vicenda dei popoli che subirono uno dei più feroci (e dimenticati) olocausti della Storia presente ci riguarda nella misura in cui anche noi siamo arrivati a destinazione dopo una lunghissima cavalcata nelle praterie del mondo. Niente di più facile che la nostra pietra tombale sarà proprio la delicata situazione geopolitica creatasi da qualche tempo in Eurasia. O meglio, il modo in cui la stiamo affrontando.
La criticità del momento avrebbe suggerito di mantenere una sobria posizione di neutralità. L’Europa non ha neppure un suo esercito, poteva essere il baricentro della crisi al posto della Cina, o di Israele. Ma purtroppo per inanellare la catena delle azioni diplomatiche ricoprendo il ruolo di Paese-mediatore bisogna disporre di abili politici mentre al vertice della Ue, come del resto a capo dei singoli Stati d’Europa, ci sono combriccole di lobbisti e di burocrati buoni a nulla che non hanno mai trovato neppure il coraggio di prendere posizione davanti ai colpi di stato e alle operazioni sovversive innescate quasi sempre dall’Impero statunitense.

 

Per sentirsi a posto con la coscienza bastava riempirsi la bocca di frasi fatte tipo «l’Europa ripudia la guerra», «fuori l’Europa dalla guerra», «fuori la guerra dalla Storia». Come se ciò fosse possibile e non si sapesse che la Storia dell’Uomo è sostanzialmente una storia di guerre. La qual cosa, escludendo la perversione patologica e la follia, ci fa convenire con Plotino che probabilmente il Male insito in qualsiasi guerra «rende deste la mente e l’intelligenza affinché si oppongano alle vie della malvagità» (Enneadi, I 8, 9-10).
Statisticamente le possibilità di riscatto sono state maggiori là dove esistevano tensioni, anche pericolose, mentre l’asticella non si è spostata di un millimetro (noi Europei ne siamo un esempio) nei periodi troppo rilassati e contraddistinti da abitudini ripetitive. Se gli uomini si fossero sempre amati cordialmente l’industria militare e bellica non avrebbe fornito alcuna spinta alle invenzioni, motivo per cui noi oggi non avremmo in tasca un cellulare né lanceremmo satelliti nello spazio. Ammesso e non concesso che queste cose servano a qualcosa, ma lo decideranno i posteri.

 

Certo ne è passata di acqua sotto i ponti da quando lo storico e generale ateniese Tucidide raggruppava i motivi della discordia tra i popoli in tre filoni principali: la paura, l’onore, l’interesse. Nel mondo globale un simile schema sarebbe fuori tempo massimo, ormai i conflitti non riguardano Stati e Nazioni bensì l’intera umanità, come da qualche parte si accende una scintilla tutti si buttano nella mischia sperando di averne un vantaggio.
Poco importa se “ogni battaglia è un rischio certo”, come insegnava il filosofo e generale cinese Sun Tzu in L’arte della guerra, un manuale di strategia vecchio di oltre 2500 anni ma tuttora utilizzato da militari e manager. Basta non pensare al «dopo», ignorare il fatto che da uno scontro planetario non uscirebbero vincitori e vinti ma solo una manciata di superstiti con un numero di ferite sopportabile.
Forse in considerazione di ciò Einstein ammise la sua incapacità d’immaginare come si sarebbe combattuta la terza guerra mondiale dicendosi certo che la quarta avrebbe visto scendere in campo le clave insieme al ritorno alla barbarie. Un’affermazione che suona in modo alquanto funesto, ora che il rischio di una guerra totale non è più fantascienza.

 

Nel novero delle cause scatenanti di un conflitto va inserita anche l’impellente necessità di mettere ordine nel disordine. A questo proposito Renè Guenon scrive nella sua opera “Il Simbolismo della Croce“: “L’essenziale ragion d’essere della guerra, da qualunque punto di vista e in qualunque ambito la si consideri, è di porre termine a un disordine e di ristabilire l’ordine; in altre parole è l’unificazione di una molteplicità operata con i mezzi che appartengono al mondo della molteplicità stessa; è a questo titolo, e solo a questo titolo, che la guerra può essere giudicata legittima.
Naturalmente tutto è relativo, per cui ciò che può apparire «ordinato» a un popolo sembra disordinato all’altro, e viceversa. “Ridicola giustizia, delimitata da un fiume!”, denunciava Pascal, “Verità al di qua dei Pirenei, errore al di là.” Non fa eccezione la Nuova Europa senza volto né identità, dove l’est è in gran parte filo-americano mentre l’ovest naviga a vista, motivo per cui non esiste una decisione univoca.
Di solito le differenze derivano dall’impostazione culturale e dal vissuto storico di ciascuno. Mai come oggi, però, l’opposizione è apparsa altrettanto dura tra la cultura conservatrice tradizionalista e il fenomeno ideologico chiamato «globalismo», il valore e il disvalore, l’umano e il trans-umano. E tutto in un solo continente!

 

Negli ultimi anni qualche tentativo di conciliazione è stato fatto, come dimostra il patto stipulato tra i due eterni rivali. Dopo la disgregazione dell’Urss la Nato/Usa aveva promesso alla Russia di «non allargarsi neppure di un pollice a est», iniziando subito dopo ad inglobare uno dopo l’altro i paesi dell’ex-Patto di Varsavia, dell’ex-URSS, della ex-Jugoslavia, tappezzando l’Europa con le sue basi e ignorando gli accordi del 1994 che limitavano il dispiegamento di armi nucleari nel territorio ucraino.
In soli vent’anni le postazioni Nato/Usa si sono sviluppate in Eurasia da 16 a 30 paesi. L’Impero statunitense dispone nel mondo di un apparato di oltre 750 basi militari (esclusi i comandi Nato) contro le 50 della Russia e le 4 della Cina. Non esiste un’industria più florida di quella bellica (sic!), e chi produce armamenti a ciclo continuo intende farne uso. E’ difficile mantenere le promesse di pace quando s’impiegano tutte le risorse ad armarsi per la guerra.

 

Ma se al di là dell’Atlantico disattendere un accordo è ininfluente perché l’interesse nazionale basta e avanza per giustificare tutto il resto (America first!), agli occhi di un paese tradizionale come la Russia la violazione del patto è un atto gravissimo. E l’Europa, in tutto ciò? Diciamo che a furia di stare sulla corda si è specializzata nell’arte funambolica: approva in pubblico le sanzioni economiche imposte alla Russia ma dietro le quinte continua a stipulare contratti con il colosso energetico Gazprom, forse nella speranza che alla fine tra i due litiganti il terzo avrà la meglio.
Eppure veniamo anche noi dalla cultura che ha fatto del patto il «sacramento del potere». Come possiamo illuderci di farla franca stando dalla parte dei campioni dell’Interesse (loro) Nazionale? Abbiamo dimenticato che chi tradisce una volta lo fa sempre? Poco ma sicuro l’«alleato» ci pianterà in asso quando non serviremo più ai suoi scopi, quando ormai l’Europa sarà una dipendente energetica cronica alla disperata ricerca della dose quotidiana, quando il nostro peso specifico sulla scena mondiale sarà nient’altro che un ricordo lontano.

 

Tra le tante cose finite nel dimenticatoio c’è anche l’uso del patto in tutte le legislazioni europee per definire l’uomo come soggetto politico. Un punto cardinale ribadito in tempi recenti da Giorgio Agamben (Il sacramento del linguaggio. Archeologia del giuramento, 2008), che considera il patto «sacramento del linguaggio», ovvero sinonimo di promessa originaria, di consacrazione (sacratio) che fa degli esseri viventi e degli oggetti inanimati un insieme etico-politico.
Tutti i logoi (λόγοι) degli antichi dèi (il Sapiens primordiale) erano giuramenti, ovvero horkoi (ὅρκοι), essendo la loro stessa parola Verità. Su queste basi l’Europa ha edificato la società civile, e il resto dell’Eurasia non è stato da meno, ma a quanto pare lo abbiamo dimenticato.
Va ricondotta qui l’accusa del presidente russo “Occidente, Impero delle bugie!”, anche se pochi Europei l’hanno capita. Avendo rimosso chirurgicamente il passato noi sappiamo poco o nulla del vincolo sacro che lega l’uomo al linguaggio, né c’importa che le nostre mancate promesse finiscano nello spergiuro, ovvero nella menzogna.

 

Intendiamoci, in senso lato i sotterfugi e le falsità riguardano tutti. Nessuno escluso. E’ un fatto tuttavia che presso le culture più conservatrici la menzogna che conduce alla violazione di un patto venga percepita come una sfida alla propria identità lasciando indifferenti quelle che invece l’identità l’hanno perduta, oppure non l’hanno mai avuta.
Tutto questo si ripercuote inevitabilmente sulla politica e sulla geopolitica: vedendo il mondo in termini di equilibrio del potere, il blocco russo si è sentito tradito dalla massiccia militarizzazione dell’Europa da parte dell’avversario; vedendo il mondo in termini di potere assoluto, il blocco americano ha creduto opportuno farsi gli affari suoi espandendosi a piacimento.
Nascono da incomprensioni come queste le guerre. E l’ultima del Ciclo attuale promette di rientrare nella categoria “ne resterà soltanto uno!”, per citare la celebre frase del «kurgan» Victor Kruger nel film Highlander. Combinazione, i Kurgan partirono per la loro avventura esistenziale proprio dall’Ucraina. Ad ogni modo è presto per dire se «l’uno» che resterà in vita sarà il Pensiero Unico, o globalista, oppure il Pensiero Plurale, o tradizionale. E’ sempre difficile fare previsioni, specie sul futuro.

 

Se non fosse così ottuso e insensibile agli stimoli esterni il Mondo Unico del XXI secolo avrebbe recepito le indicazioni fornite dalla morfologia del territorio (l’Ucraina è fisicamente divisa in due dal fiume Dneper) e agito di conseguenza. Madre Terra aveva già fornito la risposta esatta, bastava servirsene, non c’era bisogno di scatenare una guerra mondiale. Ma purtroppo il potere dà alla testa, alla sua forza non si può resistere.
Proprio la cupidigia patologica dei Padroni Globali negli ultimi anni ha fomentato e finanziato i dissidi atavici esistenti tra i nazionalisti ucraini e le minoranze del Donbass. Le loro losche manovre avevano già destituito nel 2014 il governo di Kiev, con il putsch di Piazza Maidan, e sostituito i suoi membri con cittadini stranieri (americani ed europei) al fine di accreditarsi il pieno controllo degli apparati.
Nel corso di questi magheggi hanno perso la vita circa 14mila persone, eppure nessun perbenista europeo ha battuto ciglio davanti alle stragi quotidiane che si susseguivano nel cuore del suo continente, né i «professionisti dell’informazione» hanno dato notizia di ciò che accadeva.

 

Oggi, così, si può assistere a un fenomeno storico più unico che raro: in piazza a protestare non ci vanno più i contestatori bensì i fedelissimi dell’Impero. A cominciare dai sindacati, assenti quando c’era da difendere i diritti dei lavoratori italiani licenziati dalla tirannide tecno-sanitaria ma presenti per gli Ucraini. Sventolare la bandiera di qualcun altro, intanto, non costa nulla.
Per assurdo i paladini delle nefandezze commesse da formazioni filo-naziste quali il Battaglione Azov e Pravyj Sektor (che ritengono gli ucraini-kurgan la razza incontaminata, bianca e pura) sono proprio gli «odiatori del fascismo» in tutte le sue forme, quelli che si fanno venire le convulsioni ogniqualvolta esce in libreria una nuova edizione del Mein Kampf. Piccoli conformisti dipendenti dalla stampa generalista e spesso mossi dal partito preso anziché dalla cognizione di causa. Amanti delle tifoserie al cardiopalma. Creduloni convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili che non hanno realmente a cuore la pace ma guerreggiano con l’intento di estendere le loro convinzioni liberal-progressiste a livello mondiale.

 

L’Europa schierata a sinistra (guardando in su, l’uomo tende verso l’alto) è il loro ritratto spiccicato. Terminata la stagione della «caccia al no-vax» (se ne riparlerà in autunno) i suoi apparati istituzionali hanno aperto la «caccia al russo», così che eminenti direttori d’orchestra e celebri musicisti sono stati licenziati dai teatri, le università hanno espulso gli studenti con la nazionalità politicamente s-corretta, le opere di mostri sacri come Fedor Dostoevskij sono finite all’indice, taluni Stati hanno introdotto il carcere per chi esprime pubblicamente solidarietà alla Russia e persino i gatti russi sono stati esclusi dai registri mondiali dei felini. Avanti di questo passo anche i ricettari di cucina dovranno adeguarsi alle nuove regole riportando la dicitura «insalata francese» al posto di «insalata russa», non fosse altro che per l’origine transalpina del cuoco dell’Hermitage che inventò (pare) il celebre antipasto.

 

Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere, come sempre succede quando una tragedia amplificata all’eccesso sconfina nella farsa. Di una sola cosa possiamo dirci certi: alla fine l’Europa riuscirà nell’intento di compiere l’insano gesto, ma non andrà all’altro mondo in pace. Se avrà assecondato l’idra globalista dell’Impero si sarà auto-annientata, decidendo invece di rientrare (con la coda fra le gambe) nell’orbita della visione tradizionale euroasiatica avrà perso decenni a rincorrere uno sciame di farfalle. In entrambi i casi, l’entità chiamata «Europa» si sarà volatilizzata.
Tuttavia non c’è morte senza rinascita, e chissà che tornare a rivedere le stelle dopo tanta oscurità non spinga gli Europei di domani a gettare le fondamenta di una visione universale dove l’uomo, di nuovo Re e Sacerdote di se stesso, sia pronto ad accettare la Legge Cosmica che nulla ha a che fare con i legacci etico-politici di un vivere predefinito e massificato. Unico e amorfo. Robotizzato e meccanico. Sarà anche vero che la Terra non è piatta, ma i terrestri si sono appiattiti sul presente come mai prima d’ora era accaduto.

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Categorie: Il Punto...

Pubblicato da Rita Remagnino il 11 Marzo 2022

Rita Remagnino

Nata a Genova, attualmente Rita Remagnino vive e lavora tra Nervi e Crema. Dopo la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ha seguito studi storici ed approfondito nel corso di lunghi viaggi alcuni aspetti della filosofia orientale. Ha fondato varie associazioni culturali tra cui il “Circolo Poetico Correnti” e “CremAscolta blog”, di cui è stata per un lustro presidente. Ha scritto su periodici, quotidiani e cataloghi d’arte contemporanea. Conduce nelle piazze d’Italia l’evento performativo “Poesia a Strappo”. Ha presieduto giurie di concorsi letterari ed è stata organizzatrice di numerose rassegne culturali. Ha curato la pubblicazione di antologie poetiche tra cui “Velari”, “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante”. È stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura”, il testo multimediale “Circolazione”, la graphic novel “Visionaria”, la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante”, il romanzo “Il viaggio di Emma”. Attualmente si dedica alla «scrittura differente», un suo personale approccio alla saggistica che si propone di raccontare negli Anni della Fine la storia dell’uomo delle Origini poiché per la forma, come per qualsiasi altra cosa, il punto di partenza e il punto d’arrivo si trovavano necessariamente nello stesso ordine di esistenza. Perché inventare «saghe» con protagonisti fittizi che si muovono in mondi paralleli quando la saga più bella del mondo esiste già? Nulla può essere più interessante del cammino di una stirpe cresciuta in paradiso e finita all’inferno dopo temerarie navigazioni transoceaniche e avventurose marce intercontinentali: la nostra stirpe.

Commenti

  1. lorenzo merlo

    Bello Rita.
    Una domanda.
    Se non leggo male, impieghi “America first” per coniugarlo all’imperialismo americano.
    Se il coniatore è Trump, questi mi pare sia stato eliminato in quanto non allineato ai potentati profondi ai quali i presidenti devono attenersi.
    A parte quanto ereditato, Trump non ha appiccato alcuna guerra. È solo un esempio di indipendenza.
    Ho interpretato male qualcosa?
    Merciz.

  2. Rita Remagnino

    Grazie della domanda Lorenzo.
    In realtà non volevo riferirmi a Trump che ha reso celebre la frase in questione bensì dare l’idea di un diffuso modo di sentire. L'”America first” stampato nel cuore di ogni americano, assolutamente convinto che la sua nazione venga prima di ogni altra cosa e sia superiore, è un po’ come l'”american way of life” esportato in tutto il mondo in quanto ritenuto l’unico stile di vita plausibile. Nella visione unilaterale, ci sta.

    Personalmente credo che se alla presidenza Usa ci fosse stato Trump tutto questo non sarebbe accaduto, difatti il Deep State lo ha silurato, avevano altri progetti. La famiglia Biden, padre e figlio, deve invece tutelare in Ucraina grossi interessi in campo energetico. Anche per questo motivo la “censura di Stato” sta picchiando duro come mai prima d’ora era accaduto, il torbido non deve venire a galla, e la codarda Europa si è allineata.

    A questo punto l’ago della bilancia è la Cina. Staremo a vedere. Premesso che il prezzo più alto lo pagheremo noi, è possibile che questa faccenda per gli Usa diventi un boomerang perché la loro economia (di cui la guerra è un capitolo importantissimo) è alquanto precaria e se Russia e Cina fanno fronte comune … poi magari ci si mette pure l’India … considerata la simpatia di molti Stati sudamericani … mah!

    Stanotte ho fatto un sogno che non racconto per scaramanzia. Incrociamo le dita. Un abbraccio.

  3. Aureliana Mazzarella

    Articolo esemplare per lucidità di analisi, sano pragmatismo politico unito a salde fondamenta filosofiche e culturali che mi lasciano ammirata.
    Non manca quell’ingrediente sublime, un sofferto, agognato ottimismo che traspare, nella sua travolgente bellezza, tra le pieghe del testo e accompagna la riflessione come un sottofondo musicale: l’autrice crede nell’uomo, ci crede ancora, nonostante tutto. Elpís ultima dea. E io la ringrazio.

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