ASPETTANDO LA RIVOLUZIONE: Ferrara, 12 maggio 1922 (terza parte) – Giacinto Reale

ASPETTANDO LA RIVOLUZIONE: Ferrara, 12 maggio 1922 (terza parte) – Giacinto Reale

All’amico fraterno Italo Balbo,
magnifico condottiero delle milizie fasciste,
nell’attesa della marcia suprema.
Con ammirazione.
(dedica di Mussolini, datata 6 ottobre 1922, in apertura del “Diario 1922”)

 

 

 

L’ “Esercito degli scalzi” muove sulle città.

 

Mentre ancora non è definita la questione ferrarese, il clima va facendosi sempre più incandescente nella vicina Bologna. Qui tutto è cominciato con l’arrivo, in qualità di Prefetto, di Cesare Mori, particolarmente inviso ai fascisti, che ricambia di pari ostilità.

I primi lo ritengono responsabile dei fatti di via Nazionale a Roma, del 24 maggio 1920, quando le Guardie Regie ai suoi ordini, in qualità di responsabile dell’ordine pubblico, prima hanno aperto il fuoco contro un pacifico corteo di studenti e profughi che festeggiavano l’anniversario dell’entrata in guerra, facendo otto vittime, e poi hanno preceduto a oltre duecento arresti (comprese molte ragazze provenienti da Istria e Dalmazia).

Quando arriva a Bologna, l’8 febbraio del 1921, perciò, le previsioni non sono buone. Disarmi di singoli e gruppi, perquisizioni delle sedi, guardia ai ponti per impedire gli spostamenti, trasferimenti di guardie e funzionari sospettati di simpatie fasciste sono la cifra distintiva della sua azione, con inevitabile incremento del numero degli arrestati tra gli uomini di Arpinati.

Quando la situazione si fa insostenibile, con molte decine di camicie nere detenute in contemporanea, Michele Bianchi dirama un ordine di mobilitazione, scioglie i Direttori locali che cedono il potere decisionale a “Comitati d’azione” e trasferisce egli stesso la sua residenza a Bologna.

A questo punto, manca soltanto l’uomo in grado di prendere il comando e portare le squadre alla vittoria. E quest’uomo non può essere che Balbo, che il 27 maggio è già in città per le predisposizioni preliminari, e il 29 vi si stabilisce definitivamente, ponendo il suo Quartier Generale nella sede della Federazione, in via Marsala.

Porta con se forti nuclei di squadristi ferraresi, destinati a darsi il cambio ogni trenta ore, in modo, comunque, che siano sempre presenti 2.500 fascisti della sua città. Alla fine, saranno 20.000 gli squadristi nelle strade di Bologna, e tenerli inattivi non è facile. Iniziano così una serie di scaramucce, e anche qui, come agli inizi della sua avventura, “Pizzo di Ferro” ogni giorno se ne inventa una nuova:

Abbiamo trovato un nuovo sistema per sfondare i cordoni. Non più l’impeto disordinato e senz’ordine della folla, ma finta pressione e manovra diversiva da una parte, e, contemporaneamente, azione in forza dal lato opposto. Abbiamo sempre potuto sfondare.

Quando si muovono squadroni a cavallo, i fascisti non devono fuggire, ma restar fermi agitando fazzoletti bianchi e cappelli. I cavalli si spaventano, si inalberano, e buttano giù di sella i cavalieri.

Altro sistema: getto di petardi, di bombette e di rachette-razzo alle spalle degli squadroni a cavallo: esito eguale; cavalli spaventati e sfondamento matematico dei cordoni. (1)

 

Balbo è ovunque, sempre in mezzo agli uomini, che arringa con comizi volanti. Mentre ne sta facendo uno, sullo zoccolo del monumento a Vittorio Emanuele, alcune Guardie Regie lo bloccano, e solo il provvidenziale intervento di un gruppo di squadristi gli evita il carcere.

In verità, gli oltre sessanta carcerati fascisti, che hanno costituto il “Gruppo dei fascisti detenuti”, lo hanno già invitato ad andare ad inaugurarlo, e lui ha scherzosamente risposto: “Per ora è impossibile! Tropo presto! Ma potrebbe avvenire domani!”

Assume, per l’intanto, i pieni poteri, e si impegna perché l’occupazione non abbia niente di drammatico, ma sia quasi all’insegna di quell’allegria giovanile e goliardica che ama. Lo ribadisce a Nello Quilici, il direttore de “Il Resto del Carlino” che si reca a trovarlo al suo posto di comando.

Tra i tanti aneddoti che poi si racconteranno, uno coinvolge anche lo stesso Quilici, nel ruolo di incolpevole vittima:

 

“Come vede – disse Balbo senza preamboli – siamo più o meno 20.000. cosa vuole che faccia il Prefetto? Al massimo se la farà sotto per la paura”

“Guardi – ed estrasse di tasca l’orologio – Ora sono le 23,00, alle 23,05 deve scoppiare la prima bomba. Noi siamo precisi!”

Allo scoccare dei cinque minuti si udì un botto. Quilici saltò sulla sedia gridando che era matto, che voleva ammazzare qualcuno, etc.

Balbo lo rassicurò. Le bombe erano disposte in modo che non provocassero vittime. Fra cinque minuti ne sarebbe scoppiata un’altra, ma questa proprio vicinissima.

“Non si sa mai, lei è un amico, un grande amico, possiamo dire un camerata, vero? Ma qui c’è un bel nido di cornacchioni. I suoi amministratori, mi scusi, ci ispirano poca fiducia. Una bella bombetta è quello che ci vuole per farli rintanare nei loro buchi da sorci”. E la bomba mandò in frantumi quasi tutti i vetri del palazzo.

La “giovanile gaiezza” di Balbo si esplicò anche in un altro modo: ordinò che tutti i fascisti, a turni regolari e disciplinatamente inquadrati, andassero a fare pipì sotto le finestre del Prefetto. (2)

 

Non tragga in inganno il tono “leggero” di questo racconto, riferito, peraltro, a episodi incruenti (in tempi che cruentissimi sono) così come senza alcun spargimento di sangue si era svolta la precedente marcia dei rurali su Ferrara. Si tratta di momenti fondamentali nella storia del fascismo, che ne dimostrano la potenza all’esterno, ma, anche, favoriscono il progetto politico di Mussolini:

 

In questo clima, tenere a freno le squadre non solo sarebbe stato praticamente impossibile, ma avrebbe messo nuovamente – e forse definitivamente – a repentaglio il prestigio e l’autorità di Mussolini su di esse. Meglio dunque assecondare le loro passioni, dando ad esse degli obiettivi che potessero essere anche politici, e cercare di controllarle, al fine di evitare atti irrimediabili che, per dirla con Mussolini, potessero “cacciarci in un vicolo senza uscita”. (3)

 

Un così fine ragionamento politico è probabilmente estraneo a Balbo, da quel “soldataccio” (come ama definirsi) che preferisce essere. Per lui, Ferrara, Bologna, e poi Ravenna sono tappe di avvicinamento a quella “Marcia” definitiva che resta il suo ultimo obiettivo.

Prima, però, occorre “sistemare” gli ultimi tentativi avversari di impedire il successo fascista. È quel che avviene col cosiddetto “sciopero legalitario”, indetto dalla Alleanza del Lavoro, ai primi di agosto. Tutto si risolverà, come si dirà poi, in una vera “Caporetto socialista”, che, contrariamente a quanto normalmente raccontato, a Parma è più evidente che altrove.

Qui, mentre nel resto del Paese va esaurendosi, perché non più necessaria, la reazione fascista, si accende la scintilla sovversiva, con la messa in opera, nel pomeriggio del 2 agosto, di sbarramenti stradali e rudimentali barricate, con la guida di Guido Picelli, noto agitatore e capo dei pochi “Arditi del Popolo” presenti in città.

La cosa inconsueta è che il tutto avviene sotto l’occhio indifferente delle Forze dell’Ordine, che, anzi, hanno ricevuto disposizioni dal Prefetto di lasciar fare e non creare intralci, arrivando a sistemarsi quasi a guardia degli accessi dell’Oltretorrente.

Niente possono i pochi fascisti cittadini. Anche quando, ad ondate successive, quasi 10.000 squadristi convergono in città, peserà la mancanza di un vero Capo, nonostante la presenza, per esempio, di Farinacci.

Allorchè dalla città cominciano ad arrivare allarmate segnalazioni, Mussolini, che conosce bene gli umori della base squadrista, e sa quanto essi possano diventare incontrollabili, decide per l’immediata partenza per Parma (siamo al pomeriggio del 3 agosto) di Balbo, il più autorevole capo militare del fascismo.

Sono giornate movimentate anche nel ferrarese. Al momento della proclamazione dello sciopero, le squadre della città estense sono fuori: esse, unitamente a quelle bolognesi, si sono trasferite il 26 luglio a Ravenna, chiamate in aiuto da Ettore Muti, e, dopo la morte del facchino fascista Giovanni Balestrazzi, hanno messo a ferro e fuoco la città.

Poi, tra il 29 e il 30, una marcia di svariati autocarri, segnata da “alte colonne di fuoco e fumo” ha esteso l’azione punitiva a tutta la regione, fino al rientro a Ferrara, per l’azione di contrasto allo sciopero.

Qui è tutto più semplice, chè ormai l’organizzazione sovversiva è ridotta in briciole, tal che, quando arriva l’ordine del Capo da Roma, “Pizzo di Ferro” può partire subito per Parma.

Anch’egli sa quali siano le tentazioni dei suoi uomini, che credono, con la mobilitazione ordinata in coincidenza con l’agitazione scioperaiola, di essere alla vigilia della rivoluzione. Lo scrive anche nel suo Diario:

Qualsiasi tendenza ministeriale deve fare i conti con le nostre squadre. Quelle ferraresi sono state mobilitate con le armi al piede per tre giorni, pronte a scattare. Esse non sanno nulla di tendenze e di sfumature ministeriali. Destri o sinistri, i Governi di Roma non godono la loro fiducia. Vogliono fare la rivoluzione”. (4)

 

È per questo che gli ordini ricevuti sono tassativi: evitare assolutamente spargimenti di sangue e conflitti con Carabinieri e Guardie Regie, trovare una soluzione alla vicenda che, di scarso rilievo di per sé, potrebbe però assumere dimensioni impreviste. Con conseguenze non volute, soprattutto dopo la ritrovata armonia tra fascismo e classi medio borghesi (facili a nuovamente spaventarsi, per l’uso di una violenza che non abbia solo carattere “difensivo”), successiva al raffreddamento del primo semestre dell’anno.

Va quindi chiarito che Balbo non viene mandato a Parma per “mettere a ferro e fuoco la città”, come si dirà poi, ma piuttosto per ingabbiare le intemperanze squadriste e per trovare una soluzione in qualche modo “politica”.

Partito da Ferrara nel primo pomeriggio del 3, viene fermato ad un posto di blocco al ponte sul Taro, al confine tra le province di Reggio e Parma:

 

Giungo al ponte sul Taro. Reparti di Guardie Regie bloccano il ponte. Non vale insistere. Debbo ritornare a Reggio Emilia. Al Fascio mi avvertono che il Questore è una persona con cui si può ragionare. Vado. Gli dico che, quale membro della direzione del Partito, debbo recarmi a Parma per una ispezione, con l’ordine di condurre i fascisti ad uno spirito di pace. Mi rilascia questo biglietto per il Reparto di Guardie Regie sul ponte del Taro:

“Il dott. Cav. Uff. Umberto Molossi prega il Capitano Occelli ed il dottor Massa, nonché gli agenti della forza pubblica a cui il latore dott. Balbo possa eventualmente presentarsi, di lasciarlo transitare.

Il dott. Balbo, membro della Direzione del Partito Fascista, si reca a Parma, in automobile, con tre compagni di scorta, per un’inchiesta sui fatti svoltisi”. (5)

 

Grazie a questo lasciapassare può proseguire fino a Parma, dove, finalmente, giunge al far dell’alba del 4 agosto.

Stabilisce il suo Quartier Generale all’hotel “Croce bianca”, in piazzale della Steccata, e da qui, verso le dieci, dopo essere stato informato sulla situazione, muove alla volta della Prefettura, scortato da un centinaio di squadristi mantovani armati di tutto punto che, lì giunti, fronteggiano minacciosi il picchetto di guardia.

Prima, però, provvede ad organizzare la presenza fascista in città, già numerosa, ma caotica: viene costituito un Comando con relativo Stato Maggiore, scelti i Comandanti sul campo e realizzati i collegamenti. Accantonamenti, viveri, armi e dislocazione degli uomini sono oggetto di apposite direttive, ma soprattutto, si mira al mantenimento della disciplina “rigorosissima, che giunge fino ad incarcerare i fascisti se gli ordini non sono eseguiti scrupolosamente”.

Al Prefetto viene posto un ultimatum: immediato sgombero delle barricate, in cambio della partenza dei fascisti. Con l’occasione viene anche sentito telefonicamente Mussolini a Roma, che dà il suo consenso.

Pure il Prefetto si convince, e finalmente si decide a mandare contingenti di truppa Oltretorrente a smantellare le barricate. Quando, però, i militari si presentano per provvedere allo sgombero, con una trovata furbesca i rivoltosi fanno accoglienze festose agli uomini in divisa, fingono di sbaraccare, salvo tornare allo status quo quando essi si allontanano.

Balbo, informato, si sente beffato, e reagisce alla sua maniera. Alle nove della mattina seguente, alla testa di un gruppo scelto, composto da un centinaio di squadristi, si fa gioco dei militari di guardia al ponte Bottego, attraversa il greto del torrente in secca estiva, ed entra nel quartiere, giungendo fin nei pressi di una delle Camere del Lavoro, senza incontrare resistenza da parte dei soldati di guardia o dei sovversivi in armi.

Qui, però, si trova davanti il Reparto che presidia la barricata di via Rodolfo Tanzi, e il Comandante, Sottotenente Coruzzi, gli intima di tornare indietro. In caso contrario, dice, comanderà ai suoi uomini di aprire il fuoco, così come disposto da un ordine prefettizio che mostra ai fascisti.

Il giovane Ufficiale, però, che, tra l’altro, è di simpatie nazionaliste, aggiunge che, adempiuto il suo dovere di soldato, si toglierà la vita, per la vergogna di aver dovuto ordinare il fuoco sui suoi fratelli.

L’atteggiamento risoluto e nobile allo stesso tempo del militare non può non impressionare Balbo, pressato anche dall’arrivo del Generale Enrico Lodomez, Comandante della piazza, che lo prega di accettare un ulteriore incontro con il Prefetto, assicurando il suo intervento mediatore.

Alle 11,30 l’incontro ha luogo, sia pur nello scetticismo di “Pizzo di Ferro”, e si conclude con un nulla di fatto, mentre le squadre procedono alla distruzione delle ultime sedi sovversive rimaste in piedi in città e nella provincia.

Tutti si preparano ad una notte che si preannuncia tempestosa, quando, nel pomeriggio, alle ore 16,40, arriva da Roma il decreto di destituzione del Prefetto e del contemporaneo affidamento di tutti i poteri al Gen. Lodomez, con la proclamazione dello stato di assedio.

La notizia, con inspiegabile ritardo, viene ufficialmente portata a conoscenza del Comando fascista verso la mezzanotte, insieme alle decisioni del nuovo responsabile dell’ordine pubblico che dispone, dalle 15 del giorno successivo, 6 agosto, lo smantellamento delle barricate, la consegna delle armi e l’applicazione del Codice Militare di Guerra.

È, in buona sostanza, quello che chiedono i fascisti. Balbo ordina la partenza delle squadre entro le ore 12, raccomandando il massimo ordine:

 

A tutti i Reparti dipendenti presenti a Parma.

Dalle ore 24 i poteri nella città di Parma sono stati assunti dall’Autorità militare. È questa una vittoria, perché il Governo aderisce finalmente alla nostra richiesta esautorando l’indegna Autorità politica complice e responsabile dell’attuale situazione. Il passaggio dei poteri all’autorità militare significa la nostra partenza e l’immediato ristabilimento delle normali condizioni di vita, scopo che ci eravamo prefissi fin dal primo giorno della nostra azione. Per evitare nel modo più assoluto il minimo conflitto con l’Esercito, che è e deve rimanere sempre il nostro più prezioso alleato, ordino nel modo più preciso

    1. che all’alba di oggi spariscano completamente tutte le armi. I Capi Reparto ritireranno nelle caserme fucili, moschetti e munizioni dei loro uomini e le rivoltelle troppo appariscenti che non possono essere nascoste nelle tasche;
    2. che si prepari la partenza di tutti i Reparti per le ore 12 di oggi. (6)

 

Tutto finisce così. Nessuna epica “battaglia”. I fascisti non avranno in città nemmeno un Caduto, e pochi saranno quelli avversari (cinque o sei, in alcuni casi anche vittime di fuoco amico)

Il 17 agosto, tra le due parti in campo, viene firmato un “patto di pacificazione” che ha, come effetto immediato, la sospensione dello stato d’assedio militare. Balbo non è però convinto, e affida al suo Diario, un giudizio severissimo:

 

Evviva la repubblica di Parma posta sotto la protezione dell’on. Berenini! Si può essere più ingenui di così? Io so che il documento è nato sotto gli auspici dell’on. Terzaghi. Evidentemente è un’anima candida. Forse anche smemorata…

Tra noi e gli avversari vi è un abisso che non si colma con una formula. Tutto sommato, questa insalata russa di comunisti e di Generali mi pare contro natura. Il patto-manifesto porta le firme di De Ambris, Picelli e altri socialisti!

Avranno ragione loro. Forse io non sono lungimirante. E Mussolini? Mi pare che la soluzione trovata da Terzaghi sia in netto contrasto col suo temperamento e con le sue idee. (7)

 

Il 29 settembre, egli riproporrà alla Direzione del Partito la necessità di un’azione in grande stile sulla città, e il 7 ottobre si trasferirà a Borgo San Donnino dove convocherà tutti i capi fascisti responsabili dell’offensiva che sta programmando.

L’11 ottobre, imprevisto, arriverà però l’altolà mussoliniano: Balbo è convocato a Milano, staffette informano gli uomini, già pronti a muovere, del rinvio dell’azione. Venti giorni dopo il fascismo sarà al potere e la questione-Parma non avrà più alcuna rilevanza.

A “Pizzo di ferro”, ora Quadrumviro della Rivoluzione, vengono assegnati altri compiti. Si stabilisce al Quartier Generale a Perugia, e va su e giù per l’Italia a risolvere situazioni difficili.

Un momento di serenità lo ha quando, recatosi in ispezione al concentramento di Monterotondo, trova 600 dei suoi squadristi, di Copparo, di quelli che per primi lo avevano seguito, avevano marciato su Ferrara e poi occupato Bologna. Inarrestabile scorre il fiume dei ricordi, e il cerchio si chiude. Gli stessi che andavano su e giù per Ferrara battendosi le mani sulle cosce per sembrare di più, che dormivano sulla paglia nel capoluogo emiliano, si avviano a diventare padroni dell’Italia.

 

FOTO 5: le barricate di Parma

FOTO 6: Balbo alla marcia su Roma

 

 

NOTE

  1. Italo Balbo, Diario 1922, Milano 1932, pag. 77
  2. Giordano Bruno Guerri, Italo Balbo, Milano 1984, pag. 114
  3. Renzo de Felice, Mussolini il fascista, vol. I, Torino 1966, pag.215
  4. Italo Balbo, cit., pag 113
  5. Ibidem
  6. Ibidem, pag. 133
  7. Ibidem, pag. 146

 

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Categorie: Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 23 Marzo 2022

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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