ASPETTANDO LA RIVOLUZIONE: Ugo Pepe offre la sua vita (Milano, 24 aprile 1922) 3^ parte – Giacinto Reale

ASPETTANDO LA RIVOLUZIONE: Ugo Pepe offre la sua vita (Milano, 24 aprile 1922) 3^ parte – Giacinto Reale

 “Il fascismo che è una milizia di duro sacrificio, non piange questo altro Camerata scomparso, ma al cospetto della sua serena fine promette di continuare inflessibilmente nella sua aspra battaglia”

(Manifesto affisso dal Fascio milanese dopo la morte di Pepe)

 

Con il rientro a Milano, dove lo chiamano i suoi sempre più pressanti impegni universitari, Ugo riprende l’attività politica, sempre nell’ambito della vecchia squadra, la “Cesare Battisti”.

Il suo comportamento a Treviso, che si è risaputo in tutta Italia, anche per la decorazione ricevuta, gli attribuisce un ruolo di preminenza, anche aldilà delle ufficialità delle cariche.

È per questo che la sera del 22 aprile del 1922, sotto il suo comando, un piccolo gruppo formato da quattro squadristi esce per le vie del rione, a consegnare inviti agli iscritti per una prossima riunione del Gruppo Rionale “Oberdan”, ma anche, con ogni probabilità, a fare un “giro di ispezione”.

Un gruppo di Arditi del Popolo li aspetta al varco, li circonda e minacciandoli con le rivoltelle, pretende la consegna dei distintivi e del materiale che devono distribuire.

Il giovane, però, non si intimidisce, e con un colpo di bastone (l’unica arma che ha) fa cadere la pistola dalle mani dell’aggressore che gli è di fronte.

La risposta è una raffica di colpi che lo colpiscono (cinque!) all’addome.

Questa la dinamica dei fatti, che, contro le false versioni che i sovversivi cominciano a mettere in giro, è confermata, con una lettera a “Il Popolo d’Italia” da un testimone, mutilato di guerra, trovatosi per caso sul posto:

 

Io sottoscritto, Vanacore Giulio, abitante in Milano, Corso Porta Nuova 36, non facendo parte di alcun Partito, mi sento in dovere di far presente a codesto accreditato giornale che la sera del 23 aprile, alle ore 21,30 circa, trovandomi di passaggio dal piazzale di porta Romana, e precisamente vicino alla fontanella, ove stavo per bere un sorso d’acqua, potetti notare un gruppo di giovani che, al grido di: “A noi, Arditi del Popolo!” si scagliavano contro un gruppo di fascisti (che non si può chiamare tale, dato che non superavano le quattro unità) sparando colpi di rivoltella.

Rimasi annichilito nel vedere ciò che succedeva, non avendo notato alcunché di molestia da parte dei fascisti verso i sunnominati “Arditi del Popolo”, e li vidi dopo scagliarsi, o meglio sparpagliarsi, in diverse direzioni, parte verso via Ludovico Muratori, e parte verso via Colletta.

Mi sono permesso di dichiarare ciò in risposta all’articolo del giornale “L’Avanti” del 23 c.m., il quale dà molta responsabilità ai fascisti, numerandoli a chissà quanti, mentre non erano più di tre o quattro, che pacificamente transitavano.

Tanto per la verità e la giustizia, avendo altri testimoni oculari. (1)

 

Nonostante la perdita di sangue, Ugo si fa forza, come gli hanno insegnato che deve fare un capo. Mentre i suoi camerati, nel vederlo a terra e sanguinante, si smarriscono, e nessuno prende iniziative, egli ferma, da solo, una vettura di piazza per farsi accompagnare in ospedale, e, in un estremo gesto di cavalleria e generosità, ospita a bordo una ragazza che, di passaggio è rimasta ferita dai colpi.

Lo raggiunge con immediatezza la madre, avvertita dagli altri. Nel suo sguardo il giovane legge, insieme, un blando rimprovero per l’imprudenza del suo comportamento e un grande dolore per le condizioni che appaiono subito gravi, nonostante il fisico robusto e la giovane età potrebbero autorizzare qualche speranza.

Prima di entrare in una (inutile) camera operatoria, proprio per la madre sono le sue parole, che riassumono la convinzione di aver adempiuto un dovere, nella gloriosa traizione della famiglia Pepe: “Non mi sgridare, io dovevo fare così”.

L’operazione di laparatomia, con l’asportazione di circa 40 cm di intestino, sembra lenire il dolore, ma è vana illusione.

Nella giornata del 23 tutti i dirigenti milanesi, e molti semplici fascisti, si affollano nei corridoi dell’ospedale, per avere notizie e trasmettere al ferito il calore della loro vicinanza.

Arriva anche Mussolini, che si ferma una mezz’ora al capezzale, in un colloquio autorizzato, per quanto possibile, dai medici.

La notte dal 23 al 24 trascorre serenamente, ma nella mattinata del 24, le condizioni si Pepe si aggravano definitivamente.

Mussolini, informato, torna in ospedale, al suo capezzale, insieme alla madre.

Egli che è pienamente lucido, risponde alle domande e rivolge loro espressioni di incoraggiamento e conforto, manifestando il dolore per l’assenza del padre, comandato in missione a Costantinopoli.

Secondo la versione che poi circolerà, le sue ultime parole saranno: “Mamma, ti sia di conforto il sapere che muoio per una grande Idea e per l’Italia. Sono felice di sapere morire se penso che il mio sacrificio potrà essere utile un giorno per la pace della Patria”.

Troppo simili, per noi malfidati lettori del 2022, a quelle pronunciate da Federico Florio, qualche mese prima, al termine dei suoi sette giorni di agonia: “Mi dispiace di non potere fare altro per il mio Paese! Che il mio sacrificio salvi Prato! Addio, Fiume!”

Non v’è, però, motivo di dubitare della loro autenticità. È il comune sentire di due quasi coetanei che si sentono investiti di una missione salvifica, che ad essa hanno sacrificato gli anni migliori della loro giovinezza, e che non ritengono di rinnegare –anzi rinnovellano – il loro impegno nemmeno nell’istante supremo.

Mostra di capirlo il padre, che arriverà troppo tardi, la mattina del 25, e, nella sua unica, laconica dichiarazione, ferma e commossa, coinvolgerà i camerati del figlio che con lui hanno condiviso l’ideale:

 

A Mestre mi fu arrestato. A Treviso fu ferito ed ebbe la medaglia. A Milano fu incarcerato. Fu ucciso a tradimento, e se non ci fosse stata la commossa bontà dei compagni suoi, il dolore della sua povera madre sarebbe stato ben più atroce. (2)

 

La stessa mattina del 25 la salma è trasportata alla sede del Fascio milanese, in via Monte di Pietà 21, composta in una camera ardente appositamente preparata, affidata alla custodia d’onore di squadristi e studenti universitari.

Alle 17 arriva il Duce, che depone un fascio di gigli, e si trattiene a lungo, non facendo mancare il sentito conforto alla madre.

Le parole che pronuncia, dalle quali traspare evidente il dolore per l’ennesimo sacrificio della vita di uno dei suoi seguaci, non mostrano, però, alcuna rassegnazione:

 

Ma se i nemici della Nazione non desistono dal loro criminale sistema di lotta, noi crediamo – o nostro compagno caduto – di onorare degnamente e santamente la tua memoria accettando la battaglia sul terreno che i nostri avversari ci impongono. È triste, ma fatale. Doloroso, ma è necessario.

Sono forze in campo, sono forze tese. Una di esse deve scomparire. (3)

 

Ad un amico, camerata e collega di studi è affidato l’estremo ricordo:

 

Ho portato oggi mammole e garofani a Ugo Pepe, piccolo mazzo di fiori senza profumo, ma purificati nell’offerta fraterna…C’è intorno a lui oggi una moltitudine di gagliardetti, un tappeto di fiori…Vi sono, presso il suo capo senza vita, statuari nell’ultima guardia, ma con gli occhi un po’ rossi, i suoi compagni e gli amici suoi. In fondo alla bara, seduta e col capo sulla cassa, sua madre prega sommessamente, senza singulti. (4)

 

Negli anni seguenti, Ugo Pepe sarà sempre particolarmente ricordato e onorato dal Fascismo ormai diventato Regime. In tutta Italia gli verranno dedicati Istituti scolastici e saranno esposti busti che lo raffigurano. A Milano, nel quartiere Vigentino, gli sarà intitolato il Gruppo Rionale.

Prima il suo nome verrà dato al Gruppo Universitario Fascista milanese e ad altri sul territorio nazionale.

A Milano, la madre rivolgerà ai camerati del figlio poche parole, che però spiegano ottimamente il senso del suo sacrificio: “Andate col suo nome in cuore e spandete luce di bellezza e bontà e forza, e che la vittoria arrida sempre a voi, per fare, come egli sognò, un’Italia sempre più grande e libera e forte”.

 

NOTE TERZA PARTE

  1. Su “Il Popolo d’Italia” del 25 luglio 1921
  2. (a cura di) Manfredo De Simone, Pagine eroiche della rivoluzione fascista, Milano 1925, pag. 39
  3. Panorami di realizzazione del fascismo, vol II, i grandi scomparsi e i caduti della rivoluzione fascista, Roma 1942, pag. 289
  4. Gruppo Universitario Fascista Milanese “Ugo Pepe”, Ugo Pepe, Scuola di Mistica fascista, Milano 1936, 40

 

 

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Categorie: Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 23 Febbraio 2022

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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