Dal confine orientale, per non dimenticare, seconda parte – Fabio Calabrese

Dal confine orientale, per non dimenticare, seconda parte – Fabio Calabrese

Il 12 giugno 1945, con l’intervento delle truppe neozelandesi e la cacciata da Trieste delle bande partigiane slavo-comuniste che l’avevano insanguinata per quaranta giorni, per la città giuliana fu, se non la fine, quanto meno l’attenuazione dell’incubo, anche se non bisogna dimenticare che nel frattempo in Istria, a Fiume, in Dalmazia, in tutte le terre italiane cadute sotto il tallone jugoslavo la mattanza continuava feroce e sarebbe continuata per un pezzo: i nostri connazionali erano posti di fronte alla feroce alternativa: fuggire abbandonando le proprie case e le proprie cose, o morire.

Della Venezia Giulia prebellica, era caduta nelle mani dei comunisti assassini della nostra gente il 90% della provincia di Trieste e il 95% di quella di Gorizia, compreso un rione cittadino che la Jugoslavia avrebbe trasformato nella “città” di Nova Gorica, la città è stata smembrata come Berlino, ma a differenza di questa, non è stata mai riunificata.

Nel frattempo, i metodi per l’eliminazione degli italiani si fecero meno artigianali, con l’istituzione dei campi di sterminio di Goli Otok, di Borovnica, di Skofia Loka, di Aidussina. Almeno a Trieste durante i 40 giorni di martirio dell’occupazione slavo-comunista (ma non è escluso che e potuto stesso sia avvenuto altrove, anche se ovviamente non esiste documentazione), il metodo di selezione di coloro che sarebbero stati spediti nei lager, fu particolarmente subdolo, si fece credere che chi l’avesse voluto, avrebbe potuto emigrare nella zona occupata dagli alleati occidentali avrebbe potuto farlo, ma chi si presentava ai comandi jugoslavi per ricevere il lasciapassare, veniva invece inviato alla deportazione.

Trieste non fu comunque restituita all’Italia, ma vi fu costituito un Governo Militare Alleato, in attesa della costituzione, che non ebbe mai luogo, di un fantomatico “Territorio libero di Trieste” (TLT), una sorta di stato cuscinetto fra l’Italia controllata dagli alleati occidentali e il blocco comunista di cui la Jugoslavia allora faceva parte (anche se Tito più tardi indosserà la maschera del “non allineato”).

Il 10 febbraio 1947 avveniva la firma del trattato di pace. Era in sostanza una beffa. Il capovolgimento di fronte dell’8 settembre 1943 e un anno e mezzo di cobelligeranza con gli alleati non erano serviti a nulla se non a innescare la guerra civile e a lasciare sull’Italia una macchia indelebile di disonore. Al momento della stipula del trattato di pace, tornavamo a essere i nemici sconfitti.

Con questo trattato, perdevamo più di quanto non avessimo già perso nella situazione determinatasi con la cessazione delle ostilità. Pola, l’ultimo lembo d’Istria di cui gli Jugoslavi non si erano impadroniti, città dalle profonde radici venete e italiane, occupata via mare dagli alleati occidentali, a quasi due anni dalla conclusione del conflitto, fu ceduta alla Jugoslavia e la popolazione costretta a un ulteriore, straziante esodo.

A margine di questo tragico fatto, va citato un episodio vergognoso. I comunisti italiani (andrebbe virgolettato con virgolette di enorme spessore), non hanno mai mancato di mostrare totale ostilità nei confronti dei nostri profughi, e i polesani non erano destinati a ricevere un trattamento migliore degli altri. Il convoglio ferroviario dei profughi polesani diretto a La Spezia avrebbe dovuto fare tappa a Bologna, dove la Pontificia Opera di Assistenza aveva approntato per loro un posto di ristoro, che fu distrutto dai ferrovieri della CGIL, le derrate, compreso il latte per i bambini, rovesciate sui binari, e al treno non fu consentito di fermarsi.

Basterebbe questo episodio a dimostrare

LA TOTALE INCOMPATIBILITA’ FRA ITALIANITA’ E COMUNISMO.

Oggi i figli di questi sciacalli hanno vestito la pelliccia dell’agnello, si fanno chiamare Partito Democratico, ma gli sciacalli rimangono sciacalli.

Nel 2007, a ricordo dei sessant’anni dalla stipula di questo trattato, la Lega Nazionale di Trieste ha pubblicato un fascicolo intitolato Io ricordo, e tu?, che tra l’altro contiene un interessante commento del presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini che fa notare che da parte italiana il sottoscriverlo fu un eclatante esempio di iniquità e di stupidità.

Iniquità perché faceva ricadere pressoché per intero sugli italiani del confine orientale il peso della guerra perduta, stupidità perché nel frattempo fra i vincitori del conflitto era intervenuta una profonda frattura, era iniziata la Guerra Fredda, situazione di cui si sarebbe potuto approfittare per ottenere condizioni meno pesanti.

En passant, ricordiamo che nella costituzione più bella del mondo secondo l’illustre giurista Roberto Benigni, fu inserito un articolo che vieta il referendum sui trattati internazionali, fu inserito precisamente allo scopo di impedire che gli Italiani potessero dire la loro sul trattato del 1947, e in tempi più recenti è servito ugualmente bene per ficcarci obtorto collo nella trappola della UE, e svendere quel che restava della nostra sovranità nazionale.

Il trattato di pace, oltre a sancire il passaggio delle terre italiane alla Jugoslavia, prevedeva l’istituzione del fantomatico “territorio libero di Trieste”. Sulla carta, esso avrebbe dovuto comprendere il moncherino che costituisce l’attuale provincia di Trieste, al momento sottoposta all’amministrazione militare “alleata”, più una striscia di territorio istriano occupata dagli jugoslavi, fino al fiume Quieto. Le due parti che sarebbero dovute diventare un’unica entità sono state denominate Zona A (quella sottoposta al governo militare con Trieste) e Zona B (quella istriana) Questo stato-cuscinetto non è mai venuto in essere, formalmente perché non si riuscì a trovare un accordo sulla figura del governatore che l’avrebbe dovuto reggere, ma noi capiamo facilmente, che, ammesso e non concesso che una simile figura si fosse trovata, questo presunto stato non sarebbe mai divenuto una realtà concreta, o al massimo si sarebbe limitato alla sola Zona A, perché la Jugoslavia non intendeva cedere neppure un metro delle terre di cui si era impadronita.

Contro ogni evidenza storica a cominciare dal fatto che questo presunto stato non è mai venuto in essere, esiste ancora oggi un pugno di nostalgici del TLT, ma questo, a mio parere rientra in un più ampio fenomeno che abbiamo visto più volte, quello degli italiani nauseati da questa repubblica democratica e antifascista (e ne hanno ben donde) e che per conseguenza vorrebbero essere tutto meno che italiani, e per conseguenza si inventano pseudo-nazionalità: neoborbonici, padani, mitteleuropei e via dicendo, ma non è di essere italiani che ci dobbiamo vergognare, è la democrazia antifascista impostaci dai vincitori che ci deve fare nausea e schifo.

Premesso che la cosiddetta Zona B è esistita solo sulla carta, e all’atto pratico era soltanto un pezzo d’Istria dove, come altrove la Jugoslavia si era data da fare per cancellare ogni presenza italiana, la situazione di Trieste rimaneva in bilico, essendo il Governo Militare Alleato una soluzione transitoria, al termine della quale non si sapeva se Trieste sarebbe stata restituita all’Italia o definitivamente annessa alla Jugoslavia. Questa situazione era però destinata a protrarsi per nove anni, fino al 1954.

In questo lasso di tempo non breve, va detto che i rapporti fra i militari alleati occupanti e la popolazione, furono complessi, se con gli Americani si stabilì (non sempre) una certa cordialità, gli Inglesi furono sempre freddi e ostili.

La situazione non era certo tranquilla, al punto da consentire la ripresa di una normale vita civile. Quasi quotidianamente la città era percorsa da manifestazioni di chi reclamava il ritorno all’Italia, e chi invece (sloveni e comunisti) voleva l’annessione alla Jugoslavia, spesso con scontri fra le opposte fazioni dove, soprattutto da parte dei filo-jugoslavi che ben sapevano di essere una minoranza, non ci si faceva scrupolo di ricorrere a coltelli e armi da fuoco.

Nel novembre 1953, il comandante inglese, il generale Winterton ordinò di sparare ad altezza d’uomo per disperdere una manifestazione per l’italianità di Trieste, fra la folla vi furono sei morti fra cui un adolescente, Pierino Addobbati.

Nel 1954, forse anche in conseguenza di questi fatti, veniva firmato a Londra il Memorandum d’Intesa con cui Trieste veniva riconsegnata all’Italia che poteva rientrarne in possesso il 5 ottobre.

Contando anche l’anno e mezzo di occupazione tedesca, erano undici anni che la città era rimasta separata dall’Italia, e il tripudio dei triestini che accolsero con un abbraccio oceanico spettacolare le truppe italiane in arrivo in una seconda liberazione che sembrava ripetere quella del 1918, e che è testimoniata da numerose foto dell’epoca, è ben comprensibile, ma c’è un fatto fondamentale che allora pareva sfuggire a tutti.

L’Italia che allora tornava a Trieste non era l’Italia prebellica, ma l’Italia “democratica e antifascista”, nata dal tradimento dell’8 settembre e dalla sconfitta, il prolungamento, nonostante il mutamento istituzionale da monarchia a repubblica, del governicchio costituito a Brindisi sotto l’egida degli alleati.

I tradimenti, le pugnalate alle spalle contro la nostra gente sarebbero continuate, e così fu.

Per prima cosa, non si sa bene a che titolo, per uno spirito di discutibile liberalità, l’Italia rientrata in possesso della Zona A ne cedette spontaneamente parte alla Jugoslavia, la fascia meridionale con il villaggio di Crevatini. La cosa ironica, se di ironia si può parlare nell’ambito dell’immane tragedia subita dalle genti giuliane, istriane, dalmate, è che proprio ai sensi del Trattato di Pace del 1947, almeno formalmente, non essendo mai stato costituito il Territorio Libero di Trieste, la sovranità italiana non era mai cessata de iure su Trieste e nemmeno sulla Zona B. A cosa fu dovuta questa inesplicabile liberalità, rimane un mistero. La nostra gente non aveva già perduto abbastanza? Come nel caso di Pola, anche la responsabilità per la perdita di Crevatini non è addebitabile alla guerra perduta, ma all’incuria della repubblica democratica nel proteggere i confini nazionali. In altri termini, la piaga dell’antifascismo: poiché il fascismo aveva tenuto in gran conto l’interesse nazionale, ci si è fatto un dovere di tenerlo nel minor conto possibile.

Per la terza volta si ripeté la tragedia dell’esodo, anche gli abitanti di Crevatini furono costretti ad abbandonare le loro case e le loro cose e avviarsi sulla triste via dell’esilio.

Ma questo naturalmente era solo l’inizio, da allora per Trieste è iniziato un (nemmeno tanto) lento declino economico, una graduale sparizione delle attività economiche che ha costretto sempre più spesso i triestini a emigrare per trovare lavoro altrove. “La madre (l’Italia) torna, i figli partono”, ha commentato amaramente qualcuno. Oggi Trieste conta meno di 200.000 abitanti, meno della metà di quanti ne avesse nel XIX secolo. Ce l’hanno ripetuto più volte le attività economiche di Trieste devono essere “complementari e non concorrenziali” a quelle della vicina Slovenia. “Per compensarci” ci hanno dato l’Area di Sincrotrone e il Centro di Fisica Teorica, che saranno certamente delle eccellenze in campo scientifico, ma in termini di occupazione e di indotto, hanno avuto un impatto praticamente nullo. Si è trattato, insomma, della classica operazione di facciata.

Si è varie volte ipotizzato che il Memorandum d’Intesa avesse delle clausole segrete che prevedevano la decadenza economica della città giuliana in cambio della restituzione del territorio triestino, e le smentite ufficiali non sono state molto convincenti, ma all’indomani di esso si ricorda una tracotante dichiarazione del maresciallo Tito, secondo cui all’Italia era stato restituito soltanto il cadavere di Trieste.

Noi non ci siamo mai sentiti l’Italia alle spalle nel difendere l’italianità della nostra città, al contrario, dalla repubblica democratica e antifascista ci sono sempre arrivate soltanto legnate.

La politica della repubblica democratica nei confronti delle minoranze etniche merita un discorso a parte: nello spirito dell’antifascismo, quindi del disprezzo di ogni politica tendente a tutelare la nazionalità italiana, la repubblica democratica ha riempito le minoranze etniche di tutele e privilegi ultra dimidium, sì che si può dire che oggi in Italia, gli Italiani costituiscono la maggioranza discriminata.

L’esempio più classico in questo senso è rappresentato dal trattamento di ultra-favore ricevuto dalla minoranza tedesca in Alto Adige. Vi ricorderete della dichiarazione di appartenenza etnica ottenuta dalla SVP per discriminare gli Italiani, che fa a pugni con l’articolo 3 della “nostra” costituzione, al punto che possiamo dire che nella provincia di Bolzano non vigono le leggi italiane.

Ma questo, ve l’ho già spiegato a suo tempo in una serie di articoli dedicati alla costituzione “più bella del mondo”, è uno dei miracoli di essa e dello spirito antifascista: i suoi articoli valgono solo quando sono rivolti contro di noi, là dove dovrebbero tutelarci, perdono immediatamente di efficacia.

Gli sloveni di Trieste hanno ovviamente cercato di imitare i tedeschi dell’Alto Adige nell’accaparrarsi quante più tutele e privilegi, ma c’è un ostacolo oggettivo rappresentato dall’esiguità numerica di questa minoranza. Allo scopo di impedire che tale esiguità numerica risulti in piena luce costringendoli a ridimensionare le loro pretese, hanno sempre osteggiato qualsiasi ipotesi di censimento, e qui si situa una vicenda davvero grottesca: anni fa fu avanzata la richiesta dell’introduzione nella provincia di Trieste, come già in quella di Bolzano, di carte d’identità bilingui. L’amministrazione comunale triestina fece notare che ciò sarebbe stato malvisto dalla maggioranza italiana, e avanzò una controproposta: scelta libera per i triestini se avere la carta d’identità in lingua italiana o bilingue. Tale controposta fu respinta con sdegno dagli sloveni, perché sarebbe equivalsa a un censimento. Quando si dice avere una coda di paglia lunga chilometri.

Nel complesso, nel generale declino della città giuliana, la minoranza slovena, favorita in ogni settore, ha prosperato, anche perché i figli di famiglie miste hanno tutta la convenienza a dichiararsi sloveni. Anni fa, quando le mie figlie erano piccole, ho avuto a che fare con un pediatra sloveno e molto fiero della sua slovenità. Sapete come si chiama? Volpi, non c’è che dire, lubianese puro!

La regione Friuli-Venezia Giulia è stata costituita nel 1963, unendo ciò che restava della Venezia Giulia prebellica, Trieste, Gorizia e Tarvisio, al Friuli, cioè alla provincia di Udine scorporata dal Veneto (successivamente è stato elevato a provincia Pordenone), un matrimonio forzato che si è rivelato non sempre felice. Nel 1973, in occasione del decimo anniversario di tale costituzione, la regione editò un fascicolo, “F” (come Friuli-Venezia Giulia). Quello che vi si legge è molto interessante: il documento si apre con una lamentela circa la mancata integrazione fra la parte friulana e quella giuliana della regione.

Non è chiaro? Non è un esempio evidente di come la democrazia antifascista intendeva risolvere il problema giuliano? Le parti superstiti della Venezia Giulia avrebbero dovuto amalgamarsi al Friuli, e del fatto che un tempo fosse esistita una Venezia Giulia italiana sulla sponda orientale dell’Adriatico, non si sarebbe dovuto parlare più. Semplice e molto orwelliano.

Non finisce qui, perché la prossima volta ci dedicheremo a esaminare la storia dell’accordo di Osimo, le sue conseguenze e gli eventi degli anni successivi.

 

 

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Categorie: Giornata del Ricordo

Pubblicato da Fabio Calabrese il 14 Febbraio 2022

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Michele Simola

    Caro professore gli antifascisti di professione, l’antifascismo militante che sono rigurgiti del più tetro stalinismo, odiano gli Italiani, gli autoctoni a cui preferiscono lo straniero, l’immigrato che ha sempre più diritti dell’Italiano e senz’altro più comprensione da parte di politici e giudici.
    Come ogni negazione delle libertà acquisite, si comincia con il lasciapassare per giungere ai campi di concentramento.
    La politica di questa italietta, farsescamente rappresentata da personaggi che potrebbero ben vestire i panni di arlecchino dai mille colori, buoni per ogni occasione, dal 1945 ad oggi è andata perdendo credibilità per lo scadimento umano e culturale dei suoi rappresentanti. L’unica costante è rimasto il tradimento, prima per l’alleato successivamente per i propri cittadini e per i diritti di questi.
    I politici che indegnamente ci rappresentano, non hanno mai fatto gli interessi della Patria e delle genti Italiane, ma si sono venduti agli interessi di altri popoli ed oggi si vendono agli interessi delle multinazionali, che non sono i nostri INTERESSI.
    L’ingresso nella così detta comunità europea non era una priorità per i cittadini, era solo una manovra che giovava allo straniero e da allora è cominciato un lento declino che dura da più di venti anni. Dal 1989 con la riunificazione della Germania è cominciata la svendita dell’industria Italiana di stato che in Europa faceva paura: al tempo eravamo la sesta potenza mondiale, oggi abbiamo perso il conto delle posizioni cedute, quasi ovunque ci troviamo agli ultimi posti, giustizia, mobilità, pubblica amministrazione etc.
    le armi Italiane sono state tradite sempre dai politici nazionali, ultimi i due marò abbandonati nelle mani degli indiani, gli americani hanno tanti difetti ma non abbandonano i loro uomini nelle mani del nemico.
    Fino all’armistizio lungo gli “alleati” ci definirono il nemico, gli italiani si definivano cobelligeranti, anche allora dimostrarono il loro disprezzo nei nostri confronti utilizzando i soldati Italiani come carne da macello.
    Non ci furono allora e non ci sono oggi, politici di grande statura che possano impedire il tracollo della nostra Patria.
    In atto vedo solo un curatore fallimentare della nazione nelle vesti di primo ministro, sugli altri è meglio stendere un velo pietoso, poiché ignoranza e inettitudine sono le uniche cose per cui possono brillare.

  2. Fabio Calabrese

    Caro Simola:
    Non posso che essere pienamente d’accordo con lei. Aspetti di leggere la terza e la quarta parte.

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