ASPETTANDO LA RIVOLUZIONE: (l’assassinio di Federico Florio, Prato 11 gennaio 1922) – 1^ parte – Giacinto Reale

ASPETTANDO LA RIVOLUZIONE: (l’assassinio di Federico Florio, Prato 11 gennaio 1922) – 1^ parte – Giacinto Reale

 

Voi avete nella già bolscevica Prato, un compito delicato e grandioso da assolvere: conquistare alla bellezza ed alla santità delle nostre idee la massa che lavora, e portarla all’adorazione della Patria comune.

(Mussolini ai fascisti pratesi il 5 luglio del 1921)

 

  1. “fascisti, questa volta muoio”

Anche a Prato la battaglia interventista segna un punto di svolta nel panorama politico cittadino. Con una particolarità, però. Qui i primi ad essere oggetto dell’ostilità socialista non sono i nazionalisti di varia estrazione sociale, ma gli studenti interventisti del Collegio –poi Convitto Nazionale- Cicognini, dove già aveva studiato anche d’Annunzio.

Tra di essi si mette in luce Curzio Suckert che poi lo ricorderà con giusto orgoglio:

 

A Prato, in quel tempo, i semi di zucca e i lupini costavano assai più delle legnate: Tamburini ed io ne sappiamo qualcosa. Tutte le domeniche erano botte da orbi: Tamburini era più matto di me, ed io più di lui, ma da buoni amici s’andava d’accordo nel buscarle insieme dai piazzaioli di Vaiano, di Campi e di Galciana, che si sfogavano sulle nostre spalle contro la guerra di Libia e la festa dello Statuto.

Tamburini, diventato poi il capo del fascismo di Firenze, si è vendicato di quelle legnate pratesi spianando il gobbo ai fiorentini; ed anch’io mi sono ripagato ad usura come meglio ho potuto.

Ma debbo ancora vendicarmi delle botte che mi salutarono in piazza, quando, nel marzo del 1915, feci ritorno in Prato dalle Argonne, dove ero andato ad arruolarmi, scappando di casa a sedici anni. (1)

 

Le ultime righe del brano ci fanno capire come la foga del giovane e già tempestoso “Curtino” non possa fermarsi, però, alle scazzottature paesane. Con i trentuno operai che lo affiancano negli scontri con la marmaglia neutralista, va volontario nella Legione Garibaldina, in Francia, agli ordini di Peppino Garibaldi, e si può ben dire che questa scelta sarà decisiva nella vita dell’adolescente Pratese.

Al termine della guerra, la situazione nella cittadina, che ormai conta 60.000 abitanti, sarà identica, se non peggiore di quella di prima, e non serviranno a ribaltarla piccole azioni dimostrative e senza spargimento di sangue, come la sottrazione della bandiera rossa della sezione socialista, nella notte tra il 14 e il 15 novembre, il cui solo effetto è la proclamazione dell’ ennesimo sciopero generale, con concentramento alla Camera del Lavoro e comizio infarcito di minacce agli ignoti responsabili.

Contro queste intimidazioni, per difendere il significato della guerra e tutelare i diritti dei combattenti, qualche settimana dopo, l’11 gennaio, proprio in un’aula del “Cicognini”, viene costituito un Fascio di Azione Patriottica, che ben presto vede schierate, al suo fianco, ma in posizione più defilata, le locali sezioni della Associazione Combattenti e Mutilati e Invalidi.

Associazioni che poco possono, e si vedono, da subito, contrastate dalla prepotenza sovversiva che, tra uno sciopero e l’altro (la cosiddetta “parentesi scioperaiola” pratese) trova anche il modo, per ammonimento e lezione, di impedire un concentramento di Mutilati in Val di Bisenzio. Il 31 marzo poi, in coincidenza con grandi manifestazioni a Vaiano e Vernio, tutti e venti gli stabilimenti lanieri della vallata si fermano, a testimonianza di una situazione pre-rivoluzionaria che appare irreversibile, al punto di provocare l’intervento dello stesso Mussolini, con un articolo – censuratissimo – su “Il Popolo d’Italia”, dal titolo: “Prato è Italia?”

A testimonianza della liceità del dubbio, proprio nella suddetta valle, poco tempo dopo, in coincidenza con la lotta contro il caroviveri dell’estate del 1919, verrà costituita una vera e propria “Repubblica dei Soviet”, con l’emissione di monete, marche e francobolli propri, diversi da quelli dello Stato italiano.

La situazione si deteriora ancor più in città, con l’assalto, a luglio, ai negozi, ad opera di squadre socialiste che requisiscono la merce direttamente nelle botteghe, col dichiarato obiettivo di ottenere, sotto minaccia, la riduzione dei prezzi.

Per “tutelarsi” da devastazioni e furti totali, nell’impotenza delle forze dell’ordine, molti piccoli industriali e proprietari di attività commerciali arrivano a cedere le chiavi alla Camera del Lavoro, perché “gestisca” la situazione. Lo fanno rassegnati, covando e rinviando a momento più opportuno –come naturale- un comprensibile desiderio di vendetta per le angherie subite.

A far da sfondo, la perenne mobilitazione di masse di operai lanieri in sciopero, e di contadini che non si accontentano più di occupare le terre, ma procedono al sequestro degli animali nelle stalle, si impossessano delle automobili e “prelevano” oggetti di lusso e beni preziosi dalle case dei proprietari.

Una situazione che sembra precipitare con l’avvicinarsi delle elezioni di novembre, viste dai sovversivi come un “redde rationem” dopo la minorità loro imposta dalla guerra.

Il giorno 13 di quel mese, prima viene impedita la distribuzione de “L’Aratro” il giornale dei combattenti, e poi Sem Benelli, Francesco Giunta e Pirro Nenciolini, arrivati appositamente da Firenze. non riescono a tenere l’annunciato comizio. Nasce una sparatoria che fa parecchi feriti e testimonia l’innalzamento del livello di scontro rispetto alle cazzottature precedenti.

È per questo che Benelli indirizza ai suoi concittadini una lettera, nella quale dice, tra l’altro, riferendosi agli aggressori:

 

Sono venuto oggi a Prato, per parlarvi, o pratesi, non vi ho trovato. Ho trovato un’orda incivile che mi guardava in cagnesco con livore, con odio bieco, che non reggeva il mio sguardo che era veramente fraterno.

Non mi sono atterrito… ed ho tentato di parlare.

Me lo hanno impedito con urla, fischi e con parole immonde, triviali, stupide.

Pochi coraggiosi mi hanno ascoltato e approvato. Ho dovuto ritirarmi con isdegno. No: io non vi ho veduti, o Pratesi. Se quelli che ho visto sono Pratesi, oh, io certo non sono di Prato! In nessuna terra d’Italia alberga l’odio come costà; io non odio; io voglio l’amore, il bene, la giustizia e la liberà. Non ho nulla di comune con i tiranni che ho veduto oggi. Io sono libero. Io sono il popolo, costà c’è tirannia. (2)

 

La risposta socialista è immediata e sprezzante, laddove precisa che i manifestanti erano Pratesi purosangue, e che, piuttosto, a causa della lunga e frequente assenza, era “il Benelli che poteva considerarsi non di Prato”.

L’esito delle elezioni vede trionfare la lista socialista, con oltre il 60% dei voti validi, seguita a parecchia distanza, da quella popolare con il 20% circa.

Situazione difficile, come si capisce, aggravata dalla crisi occupazionale di una industria laniera che ha visto ridotte drasticamente le forniture di guerra di 200.000 coperte e 200.000 metri di panno al mese. Si crea così il problema dei 15.000 lavoratori addetti al settore, e la necessità di intervenire con lavori pubblici in grado di assorbire mano d’opera licenziata o minacciata di licenziamento. Primo fra tutti, la costruzione della cosiddetta “Direttissima” Firenze-Prato-Bologna che sembra soddisfare l’esigenza occupazionale, ma che si rivelerà male pensata ed organizzata, con l’assunzione, a casaccio, sotto la pressione dei neo-disoccupati, di personale senza precedenti di mestiere, che rallenta l’avanzamento dei lavori e dà origine a nuovi scioperi ed agitazioni

Il quadro generale è, di conseguenza, destinato a peggiorare, con un sempre più frequente ricorso alla violenza, che fa sì che l’anno seguente gli antisocialisti (parlare propriamente di fascisti a Prato è ancora prematuro) debbano lamentare i primi feriti, vittime di una realtà che li vede in forte inferiorità numerica e sprovvisti di un vero Capo.

È in questo periodo che comincia farsi strada, tra i mussoliniani pratesi, Tullio Tamburrini, un personaggio che mai nessuno avrebbe immaginato adatto a ricoprire un ruolo di vertice. Ecco l’impietoso ritratto di Umberto Banchelli, del quale sarà, dopo una iniziale amicizia, asperrimo nemico:

 

Calligrafo. Fin da ragazzo ebbe la mania di fare i discorsi montando sui banchi della scuola elementare. Lo conobbi nel 1914. Era interventista, poverissimo, viveva fabbricando biglietti da visita alla birreria Mucke, ai caffè del centro e al Gambrinus. I suoi amici lo chiamavano “Pizzo d’oro”, per una piccola barbetta bionda che portava. Aveva l’aria mistica, un sorriso indefinibile ed una gabbana di colore altrettanto indefinibile, lunga ed untuosa…Teneva testa ai beceri neutralisti con molta disinvoltura, tanto che questi durante la notte gli tendevano agguati per ucciderlo.” (3)

Allo scoppio della guerra, questo modesto soggetto si scopre un insospettato coraggio fisico (lui, che è “giovanotto piccolino e rotondetto, rossiccio, ossequioso e sorridente”) che gli frutta la promozione a Tenente, due medaglie d’argento (una delle quali con proposta di commutazione in oro) e una di bronzo.

Ottime credenziali in un ambiente, come quello fascista, che al coraggio fisico dà grande importanza, come ammetterà, con malcelato disappunto, la Commissione incaricata di ricostituire il fascio fiorentino nel maggio del 1922, scrivendo a Michele Bianchi: “egli è seguito dalla massa giovane, che lo ammira sempre come il grande bastonatore”.

Grande bastonatore” è la definizione attribuitagli Dino Perrone Compagni in una lettera con la quale lo accuserà –in occasione delle successive polemiche fiorentine- di darsi arie da castigamatti. Il soprannome gli rimarrà, e forse non gli dispiacerà nemmeno, perché lo giudicherà coerente con il personaggio che sa di essere, e, comunque, gli piace interpretare.

Si può quindi condividere il giudizio che di lui darà uno studioso di storia pratese:

 

Era un fascista prima maniera, forse il vero, unico, grande fascista pratese. Deciso, energico, inflessibile, attivo e fedele; fedele all’Idea più che agli uomini…Ebbe animo e carattere di popolano (ma non populista); gli antifascisti di maniera, insomma, lo tenevano nel novero di coloro che indossavano camicie nere di tela grezza da ferrovieri, mentre i fascisti “bene” se la facevano fare di seta dalla camiciaia. (4)

 

Per ora, in questo inizio del 1920, è lì, nelle strade e piazze di Prato, a fare a pugni, a bastonate e a revolverate per difendere le ragioni dei combattenti e della vittoria italiana, contro i disertori di ieri, e i traditori di oggi.

Né lo spaventa il loro numero e la loro tracotanza, vieppiù crescente.

Il 20 giugno del 1920, anche Prato deve fare i conti con la nuova tecnica d’azione escogitata dai sovversivi di fronte alla coriaceità dei primi fascisti. Niente scontri diretti, ma imboscate ai camion fascisti, che si vanno affermando come mezzo di locomozione preferito dalle camicie nere per le loro “gite” nei paesi vicini.

È quel che succede nella discesa di Carmignanello, e poi giù fino a Usella, quando una vera tempesta di fuoco e massi con la partecipazione di una folla (si parlerà di 500 manifestanti) inferocita, investe il 18BL che sta tornando in città, dopo una manifestazione a Luiccina, con l’inaugurazione di una lapide commemorativa dei caduti in guerra. Il gruppetto a bordo, composto da una ventina di camicie nere, quasi esclusivamente ex combattenti e mutilati, dispostosi a difesa dell’automezzo, fermo per la fuga del conducente spaventato, ha numerosi feriti, ma riesce a conservare il possesso delle due bandiere tricolori disposte sulle fiancate, destinate simbolicamente alle fiamme dagli aggressori.

I tempi sono maturi perché la voglia-necessità di reazione si organizzi e prenda corpo: al 3 dicembre data il primo verbale di costituzione del Fascio cittadino, con una quarantina di presenti, in massima parte studenti non ancora ventenni della Scuola Professionale e del Collegio Cicognini.

Seguirà il classico telegramma a Mussolini e a d’Annunzio a Fiume, che provocherà una imprevista, rabbiosa reazione degli avversari:

 

La sezione socialista giovanile pratese, preso atto del telegramma del Gruppo fascista formato a Prato, inviato a “Il Popolo d’Italia”, delibera:

di combattere con ogni mezzo lecito o illecito questo Gruppo di delinquenti formato in Fascio di combattimento, allo scopo di sopprimere le nostre massime organizzazioni (5)

 

Questo, poche settimane dopo che le elezioni amministrative del 31 ottobre in città hanno decretato la sconfitta di una lista “nazionale”, appoggiata anche da Combattenti e Mutilati.

Al termine di una giornata contraddistinta da violenze e aggressioni ai danni degli elementi “nazionali”, il trionfo dei socialisti è pieno, tale da autorizzare i 32 sovversivi eletti ad alzarsi in piedi e gridare: “Viva il socialismo, viva la Russia dei Soviet”, quando, alla prima riunione del Consiglio, viene pronunziata la frase di rito: “In nome di Sua Maestà il Re dichiaro legalmente insediata la nuova Amministrazione Comunale di Prato”.,

Anche a Prato, però, i seguaci di Treves e Turati dimostrano, come in molte altre parti d’Italia, di non capire la realtà di quel fascismo che in breve li distruggerà. A dare l’esempio sarà proprio un leader prestigioso come Giacomo Matteotti:

 

Il fascista è il figlio di papà, il professore di storia patria, l’impiegato a cento franchi al mese, il viveur stimolato da qualche cocotte, l’ex arnese di questura, l’artista teatrale che ti fa gli sberleffi nelle riviste che san di fiele, il vecchio Ufficiale a riposo, il discendente che si vanta di aver avuto il padre, il nonno garibaldino, il nobile che grida “Viva la guerra” per sposare la figlia del pescecane.

Il fenomeno fascista è il fenomeno della delinquenza politica, della vigliaccheria civile, delle nullità intellettuali, dell’arditismo militare. “A colpi di rivoltella” è il loro motto. Parole che scolpiscono il tipo della criminalità.

…O siano messi nell’impossibilità di nuocere, o noi faremo giustizia sommaria. A Rovigo, come altrove, occhio ai mali passi. (6)

 

Lo stesso giorno, per una curiosa coincidenza, che testimonia però una diffusa convinzione, all’articolo di Matteotti farà eco quello simile apparso sul giornale dei socialisti pratesi:

 

I fascisti? Chi sono costoro? Sono un Partito, una setta, una classe? Niente di tutto ciò. I fascisti sono la peggiore feccia assoldata dalla borghesia per la sua difesa. I fascisti sono bravacci sbafanti nella greppia dei pescecani, che, condotti da sapienti Capitan-Fracassa della borghesia, colpiscono a tradimento oppure protetti dai poliziotti.

E non sono più le semplici rivoltelle che pongono in uso i teppisti del fascismo, ma sono le bombe a mano dei venduti e dei sicari, i pugnali degli Arditi, i moschetti delle Guardie Regie e dei Carabinieri. (7)

 

Parole che, nella falsa rappresentazione che danno, costituiscono il viatico della futura Caporetto della sinistra, ma che, alla fine del 1920 appaiono alle vittime predestinate profetiche di una realtà che si prospetta molto amara per loro e che occorre impedire, giorno per giorno, armandosi e preparandosi.

I timori crescono quando, a marzo del 1921 – prima ancora della costituzione ufficiale romana del luglio – viene organizzato in città un gruppo di ottanta attivisti, futuri “Arditi del Popolo”, che intendono stroncare sul nascere ogni iniziativa dei mussoliniani.

L’idea piace ai sovversivi locali, così che, ai primi di settembre, saranno in seicento a sfilare in città, scandendo slogan antifascisti. Ne nasceranno incidenti, con scambio di fucilate e feriti. Nell’anno saranno in tutto una trentina i feriti da parte fascista, sintomo certo di una vivacità dell’ambiente che, col rientro da Fiume, di Federico Guglielmo Florio, ha trovato finalmente il Capo che mancava.

Federico Guglielmo Florio, nato a Gaeta nel 1899, ma residente a Prato fin dall’infanzia, è personaggio già molto noto negli ambienti cittadini, per essere stato sedicenne volontario di guerra, combattente valoroso, prima in Albania, poi sul fronte italiano, Comandante di Plotone Mitraglieri (il cosiddetto “Plotone d’oro”, già comandato dal Tenente Sabatini, l’eroe del monte Corno), infine nel 13° Reparto d’Assalto, col quale sarà, al termine del conflitto, anche in Libia.

Ferito durante la battaglia di Vittorio Veneto, riceverà un encomio solenne per avere rifiutato, l’ordine di raggiungere il posto di medicazione ed essere invece rimasto tra i suoi Arditi, finchè stremato, al quarto comando, obbedisce, e, visti al sicuro gli uomini, va a farsi medicare.

Proprio con 38 dei suoi Arditi “diserterà in avanti” per raggiungere Fiume, dove, fin dall’inizio, si conquisterà la fiducia del Poeta, che, apprezzandone la tempra, a novembre del 1919, lo invierà a Milano a capo di una squadra di Arditi e Legionari incaricati di proteggere la campagna elettorale mussoliniana.

Umberto Pasella renderà testimonianza di questa sua permanenza milanese:

 

Un giorno, mentre mi trovavo in via Silvio Pellico (sede del Comitato elettorale nostro), nel mio ufficio si presentò un giovane in borghese, pallido, biondo, il quale mi chiese: “È lei Pasella?”

Alla mia risposta affermativa, esclamò: “Sono il Tenente Florio, Legionario. Per ordine del Comandante vengo da Fiume per rinforzi. Ho con me venti uomini, venti pugnali saldi. Sono a sua disposizione”.

Strinsi fortemente e cordialmente la mano a quel giovane, che mi parlava con fermezza come un veterano, e detti subito un incarico, non ricordo quale. (8)

 

Tornato a Fiume, nelle giornate del “Natale di sangue” si meriterà l’encomio solenne del Comandante, che lo premierà anche con la “Stella d’oro” (la seconda) e il “Pugnaletto d’oro”, riservato a chi meglio si è portato nella difesa della città,

 

 

NOTE PRIMA PARTE

  1. (a cura di) Calimero Barilli e Mario Bonetti, Venti giovani leoni, Roma 1984, pag. 43
  2. Gigi Salvagnini, “Fascisti pratesi, 30 anni di storia e un massacro”, Bagno a Ripoli 2006, pag 16
  3. Umberto Banchelli, “Le memorie di un fascista”, Firenze 1922, pag. 72
  4. Gigi Salvagnini, cit., pag 11
  5. Comunicato “contro il fascismo”, pubblicato su “Il lavoro” dell’11 dicembre 1920 (riportato in: Rosangela degli Innocenti Mazzamuto, Le lotte sociali e le origini del fascismo a Prato, Firenze 1974, pag. 120)
  6. Giacomo Matteotti su “La lotta” del 27 novembre 1920 (riportato in: Michelangelo Bellinetti, Squadrismo di provincia, Rovigo 1985, pag. 16)
  7. Tullio Burni “Legalitarismo fallito”, su “Il lavoro” del 27 novembre 1920 (riportato in Alessandro Bicci, Prato 1918-1922, Prato 2014,  pag. 63)
  8. Maria Luisa Florio, Federico Guglielmo Florio, nella vita e nell’opera, Firenze 1924 (?), pag. 24

 

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Categorie: Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 12 Gennaio 2022

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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