L’eredità degli antenati, settantaquattresima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, settantaquattresima parte – Fabio Calabrese

Io adesso non vi ripeterò i motivi per i quali ho deciso la cessazione o comunque la modifica radicale di questa serie di articoli, cosa che vi ho già spiegato esaurientemente, tuttavia anche per il 2021 non ho rinunciato a presentarvi, come gli anni scorsi, una sintesi di quanto l’anno appena trascorso ci ha riservato e, come avete visto, nella settantatreesima parte, mi sono dilungato sulle cose di casa nostra, rimandando il discorso sull’estero a questa nuova e verosimilmente ultima parte de L’eredità degli antenati.

Di nuovo, come la volta scorsa, prendiamo le mosse dalla sessantaduesima parte, essendo la sessantunesima già un articolo riepilogativo.

Cosa abbastanza sorprendente, abbiamo visto una serie di scoperte riguardanti l’Europa mediterranea, e in particolare la Penisola iberica. A marzo, abbiamo avuto notizia di una ricerca condotta sugli antichissimi scheletri del sito di Atapuerca in Spagna, in particolare su un individuo giovanile (tra i 9 e gli 11 anni) noto come ragazzo di Gran Dolina. Poiché manca il bacino, non se ne era potuto stabilire il sesso, ma ultimamente una ricerca sulle proporzioni dei canini, ha stabilito che era probabilmente di sesso femminile. È umoristico come ne ha dato la notizia “Ancient Origins”, “Il ragazzo di Gran Dolina è appena diventato una ragazza”. Sembra di avere a che fare con il primo transessuale della (prei)storia.

Passiamo poi a Matalascanas in Andalusia. Qui è stata ritrovata una serie di imponte fossili neanderthaliane risalenti a 100.000 anni fa. Dalla loro posizione, i ricercatori dell’università di Huelva hanno dedotto che gli uomini erano intenti a pescare o a raccogliere molluschi. Ci sono anche le impronte di un bambino che pare aver giocato con la sabbia, e di una ragazza che pare aver danzato. Più li conosciamo, questi uomini preistorici, più ci appaiono simili a noi.

Ad aprile “The Archaeology News Network” ci parla dell’uomo di Loizu, i cui resti sono stati ritrovati in una grotta nell’omonimo comune in Navarra.

Ora, a questo riguardo, c’è un’importante precisazione da fare. Noi parliamo spesso degli uomini preistorici come “uomini delle caverne” o “cavernicoli”, e pensiamo che perlopiù conducessero un’esistenza da talpe, ma si tratta di una deformazione prospettica dovuta al fatto che nelle caverne resti umani e manufatti hanno avuto una maggiore probabilità di conservarsi e giungere fino a noi rispetto a ciò che si trovava all’aperto. In alcuni casi le suddette caverne potrebbero essere persino state tane di belve che hanno predato questi nostri predecessori, è quanto si sospetta sia avvenuto nella celebre grotta Guattari sul Circeo.

Tuttavia l’uomo di Loizu fa eccezione, sembra abbia ricevuto intenzionalmente una sepoltura “speciale”. Si tratta dei resti di un giovane di età fra i 17 e i 21 anni, risalenti a 11.700 anni fa, uno dei più antichi scheletri completi mai rinvenuti nella Penisola iberica. Presenta sulla volta cranica un foro dovuto verosimilmente a un colpo di lancia che ne ha causato la morte. Tracce di ocra rossa fanno pensare che il corpo fosse avvolto in un sudario. Si pensa si tratti di un guerriero caduto in combattimento contro i membri di un’altra tribù, il primo “milite ignoto”.

A giugno la Penisola iberica ci ha riservato ancora un’altra sorpresa, lo riferisce un articolo di Ashley Cowie pubblicato su “Ancient Origins”. A Chando Lindeiro nella Galizia nord-occidentale, sotto una dolina formata dal crollo della volta di una grotta, sono stati ritrovati i resti di una donna di età compresa tra i 20 e i 40 anni risalenti a 9.300 anni fa. Pare che la donna, che è stata chiamata “Elba, la pastorella” sia stata uccisa assieme al suo gregge, proprio dal crollo della grotta che fungeva da stalla, gregge che era composto da tre grossi uri (bovini selvatici, antenati delle razze domestiche).

Cowie ci racconta, e questo è forse il punto più interessante dell’articolo, che questa scoperta ha creato grande sconcerto fra gli archeologi, infatti non solo retrodata di parecchio la scoperta dell’allevamento, ma la colloca molto lontano da quel Medio Oriente dove hanno sempre supposto abbia avuto origine. Si tratta, insomma, di una bella legnata alla leggenda dell’ex Oriente lux.

Guarda caso, se ci spostiamo dalla parte opposta alla Penisola iberica rispetto a noi, cioè in Grecia, è arrivata un’altra legnata a questa leggenda a cui gli archeologi affetti da strabismo orientale sono ancora oggi così assurdamente attaccati.

Costoro avevano sempre supposto che le tre culture della Grecia protostorica: elladica (Grecia continentale), cicladica (isole Cicladi), minoica (Creta) derivassero da tre distinte migrazioni provenienti – chissà perché – dall’Anatolia. Invece, una recente ricerca genetica sui resti degli antichi Elleni, Cicladici e Minoici ha rivelato non solo lo stesso profilo genetico, ma un profilo pefettamente compatibile con quello dei Greci attuali. La ricerca è stata condotta sui resti di 17 persone vissute nell’Età del Bronzo da un team di ricercatori svizzeri e greci. Ce ne parla il 7 maggio su “Ancient Origins” Nathan Falde.

Niente migrazioni da oriente alla base della civiltà greca. Sarebbe ora che ci si decidesse a confinare l’ex Oriente lux nell’unico luogo che davvero le compete, il regno delle favole.

Su questo punto è bene essere chiari: l’oriente la cui presunta priorità va respinta nel regno delle favole è quel Medio Oriente egizio e mesopotamico di cui l’Europa si è ritenuta a lungo falsamente tributaria, anche e soprattutto per l’influsso del cristianesimo, è un discorso che non si applica minimamente alla parte orientale del nostro continente, dove invece in questi anni si sono succedute scoperte una più significativa dell’altra, anche perché quando qui regnava l’impero sovietico, ricerche che eccedessero l’epoca dei Variaghi erano di fatto proibite.

Il centro Europa e il settentrione del nostro continente, così snobbati dall’archeologia “ufficiale” hanno nondimeno riservato interessanti scoperte.

Sapevamo già che con il neolitico la scoperta dell’agricoltura ha introdotto una rivoluzione nella vita degli esseri umani, infatti prima di essa ciascuno era impegnato a procurarsi mediante la caccia e la raccolta quel minimo che permettesse a lui e alla sua famiglia di sopravvivere, e non c’erano eccedenze che consentissero attività specializzate, diverse dall’immediata produzione di cibo. Bene, abbiamo scoperto che questo discorso non riguarda solo i singoli, ma intere comunità. Studiando il sito minerario di Prigglitz-Gastell nelle Alpi orientali, attivo tra il XIX e il IX secolo a. C., e in particolare i residui di piante alimentari, i ricercatori dell’Accademia Austriaca delle Scienze si sono accorti che non ci sono scarti di lavorazione. Il cibo veniva importato già lavorato dall’esterno.

L’attività mineraria e la metallurgia sembrano aver avuto uno sviluppo precoce nell’Europa centrale e settentrionale. Già decenni or sono, Louis Pauwels e Jacques Bergier ricordavano nel libro L’uomo eterno che “i barbari” sembrano aver avuto armi di qualità migliore di quelle dei Romani.

Quasi a conferma di questa tesi, abbiamo visto che nel mese di aprile sono avvenute due scoperte che gettano nuova luce sull’evoluzione della metallurgia nell’area centro-nord europea: nel sito del castello di Wildenberg nella regione Nord Renania-Westfalia (Germania), qui è stata ritrovata una vera e propria armeria dell’Età del Ferro, comprendente 150 oggetti datati tra il III secolo avanti Cristo e il I d. C., fra cui 40 punte di lancia, spade, umboni di scudo, fibule, finimenti per cavalli. Il ritrovamento è opera della Associazione Regionale della Westfalia-Lippe (LWL) di Lippstadt. Secondo Michael Waales, portavoce della LWL, si tratterebbe del più grande deposito di armi di età preistorica mai rinvenuto in questa parte della Germania, al termine di un lavoro di tre anni. Parrebbe trattarsi di un bottino di guerra, alcune spade sono piegate in un modo che non può essere avvenuto in battaglia, si suppone che in tal modo fossero “sacrificate” agli dei.

Nel sito di Ribe in Danimarca, esattamente nello Jutland sud-occidentale. Ribe è considerata la più antica città della Scandinavia, e doveva essere un centro specializzato nella metallurgia. Qui sono stati rinvenuti numerosi crogioli di età vichinga, risalenti all’VIII e IX secoli. Le tracce di fusione in essi conservate hanno permesso di seguire l’evoluzione delle tecniche di lavorazione dei metalli. Esse sono state analizzate da un team di ricercatori dell’università di Aarhus guidato dalla dottoressa Vana Orfanou. Si è notata una sostanziale evoluzione, con il passaggio da leghe casuali dovute all’impurità dei minerali, a un uso sempre più raffinato, ad esempio, nell’ottone largamente usato per la produzione di fibule e spille, diminuisce man mano la quantità di piombo e aumenta quella di zinco.

Non basta, perché sul numero di maggio-giugno di “The Archaeology Magazine” un articolo di Jarrett A. Lobell che ci parla dei Cigni dell’Età del Bronzo. Di che si tratta? Si tratta di una serie di lampade in metallo, generalmente bronzo, a forma di un uccello acquatico, probabilmente un cigno, tutte molto simili fra loro, risalenti a un periodo fra la tarda Età del Bronzo e l’età antica (1300-500 avanti Cristo) che sono state ritrovate in una vasta area compresa tra Ungheria, Slovacchia, Italia, Bosnia-Erzegovina.

Ora, secondo l’archeologo Filip Ondrkál che si è soffermato in particolare su di un esemplare recentemente rinvenuto nel sito di Liptovský Hrádok nel nord della Slovacchia, queste lampade avrebbero avuto un uso cerimoniale connesso con i riti funebri, e testimoniano di una cultura comune, o perlomeno di usanze culturali simili esistite all’epoca in una vasta area dell’Europa.

 Non potevano mancare neppure quest’anno una messe di informazioni riguardanti la preistoria e la storia remota dell’Europa orientale e della Russia, questioni che durante l’epoca comunista, tutta presa dai miraggi dell’“uomo nuovo” e del “sol dell’avvenire” erano state trascurate o addirittura messe al bando. In particolare, sembra essersi riacceso l’interesse attorno all’antico, e per certi versi misterioso, popolo degli Sciti.

Addirittura Sergei Shoigu, ministro della difesa russo e stretto collaboratore del presidente Vladimir Putin avrebbe annunciato l’intenzione di clonare il DNA degli antichi guerrieri sciti. Per realizzare un simile intento, Shoigu avrebbe suggerito in particolare il sito funerario di Arzan nella repubblica autonoma di Tuva, un luogo noto anche come “la valle dei re”, che forse non sarà ricco come l’omonima località egiziana, ma certo tale da avere un notevole interesse, da cui si spera di ricavare campioni di DNA sufficientemente integri.

Tralasciamo per ora questa idea che sembra avere a che fare più con la fantascienza che con studi scientifici che rientrino nelle possibilità reali, e veniamo a qualcosa di più concreto.

Su “Scienze notizie” del 26 maggio, un articolo di Angelo Petrone ci informa che in Ucraina è stato appena riportato alla luce un monumento megalitico più antico di Stonehenge.

La struttura è emersa durante i lavori di costruzione di una nuova strada vicino alla città di Novoaleksándrovka, nella regione di Dnepropetrovsk.

Si tratta di un cromlech, di un circolo di menhir allineati costruito al disotto di un tumulo sepolcrale, probabilmente per prevenire eventuali crolli del tumulo stesso, che misura 120 metri per 80, e risale all’Età del Rame, 5.500 anni fa. Il tumulo stesso ha rivelato contenere una ventina di sepolture e frammenti di ceramica.

E’, se vogliamo, un’ulteriore riprova del fatto che la civiltà megalitica non era diffusa, a cavallo fra il neolitico e l’Età del Bronzo, soltanto nelle Isole Britanniche e sulle sponde atlantiche del nostro continente, ma da un capo all’altro dell’Europa.

Torniamo a parlare dei ritrovamenti avvenuti nel sepolcreto neolitico di Yuzhniy Oleniy Ostrov, nel nord-ovest della Russia, dove abbiamo rilevato, i numerosi ornamenti costituiti da denti principalmente di alce, conservavano ancora la traccia degli abiti con cui i defunti erano stati sepolti. Bene, ultimamente (7 giugno), “Smithsonian Magazine”, periodico dello Smithsonian Institute, con un articolo di Livia Gershom è tornato su questi ritrovamenti con una novità abbastanza sorprendente. Secondo i ricercatori dell’università di Helsinki, analizzati al microscopio, questi denti di alce presentano numerosi segni di sfregamento reciproco. Si suppone perciò che fossero ornamenti di abiti cerimoniali che venivano indossati durante le danze, e il tintinnio così prodotto doveva essere parte del rituale (fino ai tempi storici, la danza aveva prevalentemente un significato sacro). Decisamente, questi uomini preistorici, separati da noi da un così grande abisso di tempo, non smettono mai di sorprenderci, e meglio li conosciamo, tanto più ci allontaniamo dallo stereotipo del bruto semi-scimmiesco.

Ci sarebbe poi da evidenziare il fatto che questo 2021 ha visto il ritorno in campo di due ricercatori indipendenti che latitavano da un po’ e il cui lavoro è una preziosa sfida ai dogmi africano-centrici che vogliono “democraticamente” imporci sulle nostre origini, Tom Rowsell e Robert Sepher. Tom Rowsell con un filmato su Youtube, Ancient Greek and Roman DNA, in cui ribadisce un concetto che in altri tempi sarebbe stato assolutamente pacifico, ma non oggi, quando la scienza si deve piegare e all’estremismo ideologico dei “Black Lives Matter” e accettare come “verità” dogmaticamente imposte le loro farneticazioni e falsificazioni, la genetica ci porta prove schiaccianti: il DNA degli antichi Greci e dei Romani è tipicamente indoeuropeo, strettamente collegato a quello delle popolazioni dell’Europa centrale e settentrionale.

Robert Sepher ha dato recentemente alle stampe il libro Species with Amnesia.  Certo, la nostra specie soffre di amnesia, ha dimenticato interi capitoli della sua storia, quegli stessi che io stesso, pur nella modestia dei miei mezzi, cerco qui di ricostruire.

Infine una piccola nota: se guardate l’illustrazione che correda la sessantatreesima parte, vi ho spiegato che si tratta della ricostruzione di una famiglia di neanderthaliani, che si è finalmente smesso di rappresentare come i bruti scimmieschi che certamente non erano. Come facciamo a sapere che non si tratta di Cro Magnon o di uomini ancor più recenti? Guardate il puntino rosso in alto a destra, non è un errore di stampa, è il pianeta Marte. Come sapete, recentemente c’è stato il massimo avvicinamento di Marte alla Terra, è questo che ha permesso le missioni di Spirit, Curiosity e gli altri rover marziani.

Il precedente massimo avvicinamento è avvenuto centomila anni fa, è a questo che si riferisce l’illustrazione. Centomila anni fa in Europa non c’erano Cro Magnon, solo neanderthaliani. Quanto più conosciamo questi nostri lontani parenti, tanto più si allontana l’immagine del bruto scimmiesco creata per supportare una teoria evoluzionista che diventa ogni giorno più fragile.

 

NOTA: Nell’illustrazione, la Dama di Elche, capolavoro della statuaria iberica. Come si evince dalla prima parte dell’articolo, nel 2021 l’archeologia iberica ha riservato diverse sorprese.

 

 

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 10 Gennaio 2022

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Fabio Calabrese

    Questa volta sono lieto di contraddirmi, vi do la notizia che “L’eredità degli antenati continuerà”, non me la sento di deludervi.

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