Un druido di nome Dante Alighieri, seconda parte – Fabio Calabrese

Un druido di nome Dante Alighieri, seconda parte – Fabio Calabrese

Tuttavia, diciamolo, i poemi del Ciclo Bretone, soprattutto nella forma data loro da Chretien de Troyes, erano patrimonio comune della cultura europea e delle persone colte all’epoca di Dante, di per sé la loro conoscenza e il riferimento ad essi in vari punti della Divina Commedia sarebbe un po’ poco per parlare di Dante come di un imprevisto druido, ma c’è dell’altro, un filone meno noto, e spesso oggetto di lunghi contenziosi fra gli interpreti, il discorso sull’esoterismo di Dante.

Che nella Divina Commedia sia celato un messaggio esoterico ed iniziatico, questo è stato ipotizzato da parecchi autori, a cominciare da René Guenon che nel 1925 pubblicò un saggio intitolato appunto L’esoterismo di Dante. A suggerire che la Commedia abbia un significato esoterico, sono le parole dello stesso Poeta, in particolare nel IX canto dell’Inferno: O voi ch’avete l’intelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde sotto il velame delli versi strani”.

Sul fatto che vi sia perlomeno un lato esoterico dell’opera dantesca, e che la Divina Commedia come tale, nel suo complesso, possa essere considerata un viaggio iniziatico dalle tenebre infernali alla luce del paradiso, su questo ci sarebbero assai pochi dubbi da avanzare, quella che invece mi sembra molto discutibile, è l’interpretazione guenoniana di questo esoterismo. L’autore francese, infatti, vede in Dante una sorta di proto-massone, sul che, mi pare, si possono avanzare parecchi dubbi.

Assumendo che Guenon, come del resto non pochi altri dopo di lui, si siano serviti della figura di Dante per avanzare la loro idea di esoterismo, cerchiamo di capire come stessero effettivamente le cose.

Consideriamo l’epoca in cui il Poeta visse, un’epoca in cui era pericoloso non professarsi cristiano e ortodossamente cattolico, ma dove, sotto la crosta dell’ortodossia, ribolliva un magma di molto altro. Un’Europa spiritualmente inquieta dove pullulavano movimenti ereticali come Albigesi e Patarini, un pullulare di movimenti “ereticali” la cui “eresia” spesso non consisteva in null’altro che il riconoscere il contrasto fra le ricchezze e i lussi sfoggiati dalla Chiesa e l’insegnamento di povertà evangelico.

Notiamo che è nel 1312 che avviene lo scioglimento dell’ordine dei Templari, ed è dal 1209 al 1229 che si svolge la drammatica crociata contro gli Albigesi, l’unica avvenuta in territorio europeo, che distrusse la Provenza medioevale. Eventi che testimoniano di una grande irrequietezza spirituale e che o precedono di poco la vita di Dante e non potevano non aver lasciato ai suoi giorni un pesante strascico o, come lo scioglimento dei Templari, a lui contemporanei.

La vicenda dei Templari è nota. Nel 1312 il re di Francia Filippo il Bello, essendo fortemente indebitato con i cavalieri Templari, pensò di sciogliere l’ordine con la forza, e per dare alla cosa una parvenza di giustificazione, dichiararli eretici con la complicità di papa Clemente V, basandosi sulle confessioni estorte con la tortura, confessioni nelle quali i membri dell’ordine si riconobbero eretici, apostati, idolatri, blasfemi, ammisero di aver baciato la coda al diavolo, sputato sulla croce, praticare regolarmente la sodomia, e via delirando.

A differenza di molti esoteristi e neo-templari moderni che su di esse hanno basato il loro esoterismo e il loro neo-templarismo, Dante ha dimostrato di non dare credito alle farneticazioni inventate dagli inquisitori di Filippo il Bello. Nel Paradiso mette in bocca a Ugo Capeto, capostipite della dinastia capetingia la condanna del suo discendente. Dopo aver rievocato l’offesa alla cristianità con lo schiaffo di Anagni, ed è interessante che qui distingue chiaramente la figura del pontefice dall’uomo, Bonifacio VIII che in quel momento l’incarnava e per cui non aveva certo simpatie, Dante rievoca così la soppressione dell’ordine templare:

Veggio lo novo Pilato sì crudele/Che ciò nol sazia ma sanza decreto/ Porta nel Tempio le cupide vele”.

Cioè Filippo il Bello (lo novo Pilato), non contento del sacrilegio di Anagni, illegalmente (sanza decreto) porta le cupide vele nel Tempio, cioè nella casa madre dell’ordine templare, al modo di un vascello saraceno venuto per predare e saccheggiare.

E’ forse opportuno precisare la vicenda storica, che non sarà nota a tutti. Dopo aver fatto catturare papa Bonofacio VIII dai suoi agenti nella località di Anagni (tra l’altro, non è certo se Sciarra Colonna che agiva per conto del re di Francia, l’abbia effettivamente schiaffeggiato) e fattolo morire in prigionia, Filippo il Bello impose come papa un suo uomo, il francese Clemente V che trasferì la sede papale ad Avignone e fu suo complice nella vicenda dei Templari.

Qui è forse opportuna una digressione, infatti la vicenda dei Templari ha finito per incrociarsi con quella del Santo Graal.

Nella prima metà del secolo scorso, un esoterista tedesco, Otto Rahn, in un libro divenuto presto un best seller, Crociata contro il Graal, racconta questa storia. La Sacra Coppa (che si trattasse del calice usato da Gesù nell’Ultima Cena, di quello dove Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il sangue sgorgato dal costato di Cristo quando fu trafitto dalla lancia di Longino, o del medesimo oggetto usato in entrambe le occasioni, questo è un particolare che, da Chretien de Troyes in poi, nessuno ha mai chiarito) sarebbe stata trovata a Gerusalemme dai cavalieri templari che, ricordiamo, sono chiamati così proprio perché presero dimora sulle rovine del tempio di Gerusalemme, poi sarebbe stata da questi portata in Francia e rimasta nelle mani dell’ordine fino allo scioglimento dello stesso. In quel momento fatidico, alcuni templari superstiti si sarebbero rifugiati in Provenza, presso gli Albigesi portando con sé il Graal. Proprio questo sarebbe stato il motivo scatenante della crociata contro questi eretici fino allora più o meno tollerati, infatti la Chiesa cattolica avrebbe temuto che qualcuno in possesso della reliquia contenente il sangue di Cristo, avrebbe potuto rivendicare sulla cristianità un’autorità superiore alla sua.

Nella nostra epoca le idee esposte da Rahn sono state scopiazzate pari pari nel libro Il santo Graal, degli inglesi Baigent, Leigh e Lincoln (Baigent è un giornalista della BBC, gli altri due sono esoteristi), libro che a sua volta è servito da base per la stesura del romanzo Il codice Da Vinci di Dan Brown (rassicuratevi, qui il nostro genio rinascimentale evocato nel titolo non c’entra proprio nulla), un romanzo veramente brutto, nonostante l’enorme battage pubblicitario con cui fu lanciato, che si capisce perfettamente essere stato scritto in vista della trasposizione cinematografica, è quasi una sceneggiatura, e che per di più fa una figura miseranda se confrontato con un nostro romanzo uscito non molto tempo prima che si occupa anch’esso, assai meglio, di tematiche esoteriche, Il pendolo di Foucault di Umberto Eco. Pareva che peggio di così non si potesse fare, fino a quando è arrivata la trasposizione cinematografica, che si avvale di un Tom Hanks che ci da una delle sue peggiori interpretazioni, di una piattezza incredibile.

Ma a parte tutto ciò, quale fondamento storico ha la teoria di Rahn-Baigent-Leigh-Lincoln-Dan Brown? In una parola, nessuno. A prescidere dal fatto che non si trova alcuna prova documentale né di altro tipo, si tratta di qualcosa di impossibile, infatti, come avrebbero potuto dei superstiti templari dopo lo scioglimento dell’ordine nel 1312, trovare rifugio presso gli Albigesi, le cui ultime comunità erano state spazzate via quasi un secolo prima nel 1229? Questa storia è andata avanti per un sacco di tempo semplicemente ignorando le date.

Torniamo a Dante. Che il Poeta abbia un risvolto esoterico, una Dottrina che si asconde sotto il velame delli versi strani, è per sua ammissione altamente probabile, anche se non ha probabilmente a che fare con l’interpretazione che ne da Guenon, né tanto meno con le escogitazioni moderne di Rahn, Baigent, Dan Brown e compagnia cantando, una dottrina che potrebbe essere connessa con le tradizioni dell’Europa precristiana, addirittura con il mondo celtico, una sopravvivenza del druidismo sotto la cristianizzazione, come lo è la figura di Merlino nel Ciclo Bretone?

E’ un’ipotesi da considerare, considerando che la sostituzione del cristianesimo al paganesimo non è avvenuta tutta in una volta, e sotto la vernice della cristianizzazione, modi di pensare discendenti dalle più antiche tradizioni europee si sono conservati sino alla controriforma se non oltre, e che nel medioevo tale trasformazione era certamente in fieri.

Ricordiamo che ai tempi di Dante era assolutamente d’obbligo professarsi cristiani e ortossamente cattolici, pena reprimende severe che potevano arrivare fino al rogo, ma sotto il cristianesimo forzatamente imposto troviamo chiari indizi di un pensiero altro. Sempre nella Commedia, parlando dell’imprevedibilità della fortuna, cosa di cui egli nella sua vita fece parecchia esperienza, Dante scrive:

Et ella giudica et persegue/Fortuna suo regno/come il loro li altri dei”.

Un passo notevole che testimonia una sorta di conciliazione tra cristianesimo e paganesimo, in cui gli dei antichi continuano la loro funzione sebbene subordinati al Dio cristiano, che attirò l’interesse dello scrittore francese Pierre Drieu La Rochelle, che vi vide la via per conciliare tutte le tradizioni europee, quelle cristiane e quelle precristiane.

In un altro passo della Commedia, egli attribuisce la bellicosità, disgraziatamente reciproca dei fiorentini all’influenza di Marte, poiché ai suoi tempi erano ancora visibili nella città i resti di una statua dedicata al dio della guerra.

Ma forse più notevole di tutti, da questo punto di vista è l’episodio dell’incontro con Farinata degli Uberti, dove l’antico leader dei ghibellini fiorentini gli profetizza l’esilio di lì a meno di cinquanta mesi:

Ma non cinquanta volte fia raccesa/La faccia della Donna che qui regge/Che tu saprai quanto quest’arte pesa”.

“L’arte” è quella di sottrarsi ai propri nemici accettando l’esilio. Il termine “donna” ha qui il significato di signora, dominatrice, letteralmente dal latino domina (uso del temine che vediamo altre volte nella Commedia, come quando parla dell’Italia dicendo che non è più “Donna di province” come fu ai tempi di Roma), e nel caso specifico si riferisce a Proserpina/Persefone, oltre che dea della luna, secondo la mitologia classica, sposa di Ade e signora degli inferi.

Un’altra divinità pagana che compare nella Divina Commedia, nel canto VII dell’Inferno, è Pluto, non si tratta qui del cane di Topolino, ma del dio pagano della ricchezza. Dante gli fa pronunciare una frase sibillina che è diventata una delle più celebri espressioni della Divina Commedia e sul cui reale significato i critici si sono a lungo accapigliati:

Pape Satan, pape Satan, aleppe”.

A mio parere, a parte l’invocazione a Satana, è verosimile che essa non abbia altro significato. Il Poeta con essa può aver voluto significare null’altro che la stupidità e la cecità che la ricchezza, o meglio la sua brama, la cupidigia e l’avarizia possono generare negli uomini: la persona avida, tutta tesa ad accumulare ricchezze, finisce spesso per non godere affatto di quei beni che la ricchezza gli permetterebbe di possedere, diventando una sorta di supplizio di Tantalo auto-imposto.

E’ anche notevole che sempre nello stesso canto il Poeta parla di Virgilio come di “Quel savio gentil che tutto seppe”, delineando la figura del poeta-mago, una sorta di Merlino (o di Gandalf), come abbiamo visto.

Non mancano poi nella Commedia i riferimenti a figure mitologiche minori: i Centauri, i Titani, le gorgoni, il mostro Gerione.

La Chiesa cattolica ha messo nell’indice dei libri proibiti (che esiste ancora, sia pure nella forma attenuata di libri la cui lettura è sconsigliata ai buoni cattolici) perfino i Promessi sposi di Manzoni, strano che non vi abbia messo anche la Divina Commedia.

Assodato dunque che nella Commedia sotto la vernice cristiana c’è un chiaro fondo pagano, si tratta di un fondo riconducibile al paganesimo celtico, al druidismo?

Credo che anche a questa ulteriore domanda si possa dare una risposta almeno parzialmente positiva.

Credo rammenterete questi versi:

Fecemi la Divina Potestate/La Suprema Giustizia/Il Primo Amore”.

Sono parte dell’iscrizione che il Poeta immagina trovarsi sull’architrave all’ingresso della città infernale di Dite. Vi ricordano nulla?

Potere, Giustizia, Amore – Skiant, Nerz, Karantez – Sono i tre aspetti della divinità secondo la religione celtica (e non a caso, costituiscono anche il motto che accompagna il logo della nostra Associazione Uther Pendragon), i tre aspetti della divinità rappresentati nel simbolo della triplice spirale del triskell, simbolo peraltro antichissimo, di cui se non erro, il più antico esemplare si ritroverebbe nella tomba irlandese di Newgrange, datata a 6.000 anni fa.

Fra questi tre aspetti, che comunque si equilibrano e si contemperano, il più importante, quello preminente perché creativo, è Karantez, Amore, e qui abbiamo forse la chiave per riprendere il discorso sull’esoterismo di Dante. L’identificazione della divinità con l’amore, inteso come forza generatrice e creatrice è comune nei mistici medioevali, ma forse qui abbiamo qualcosa di più.

Che Dante avrebbe fatto parte di una società iniziatica nota come Fedeli d’Amore, è opinione comune fra quanti hanno attribuito alla sua opera un significato esoterico, e come tale questa associazione è citata prima di tutto nel libro di René Guenon che ho più volte menzionato e, fatto interessante, stando a quanto riporta wikipedia, essa sarebbe stata una ramificazione, una sorta di terz’ordine laico dell’ordine templare. Sfortunatamente però  le prove dell’esistenza di tale confraternita si trovano esclusivamente nell’interpretazione di taluni passi della Vita Nova dantesca, là dove il poeta asserisce che solo i Fedeli d’Amore sono in grado d’intendere rettamente il significato dei suoi versi.

Forse non dobbiamo pensare tanto a una società organizzata, quanto a un ambiente quello dei poeti del Dolce Stil Novo, dove circolavano idee comuni. Questo approccio ci consente, in ogni modo di chiarire il fondamentale problema di quale rapporto vi sia fra l’amore umano, carnale, sessuale e l’Amore divino secondo i Fedeli d’Amore o (il che è in definitiva lo stesso) gli stinovisti.

Anche questo non è un mistero, sappiamo che i poeti del Dolce Stil Novo hanno ripreso un complesso d’idee già emerse nella scuola siciliana sotto l’egida di Federico II, fra cui quella della donna angelicata, della donna-angelo, e questo lo si vede molto bene proprio nel ritratto che di Beatrice ha fatto Dante nella lirica più nota della Vita Nova.

E par che sia cosa venuta di cielo in terra a miracol mostrare”.

Ma attenzione, la donna mostra il miracolo, non è essa stessa il miracolo. Contrariamente all’atteggiamento misogino e sessuofobo della Chiesa, l’amore umano, terreno, fisico può, per questi poeti-pensatori, essere strumento di elevazione, dall’amore per le creature più belle e nobili gradualmente si passa a quello per il loro creatore, all’amor di Dio.

E qui si apre un’altra interessante questione. Chi ha un po’ di dimestichezza con la filosofia, perlomeno al livello in cui si insegna nei licei, non avrà difficoltà a riconoscere questa concezione: è quella di Platone, ma, si dirà, l’Europa medioevale non conosceva Platone. Questo non è del tutto vero: l’Europa medioevale non conosceva il greco e non aveva accesso diretto ai testi platonici, ma un bel po’ di platonismo le era arrivato attraverso Cicerone e sant’Agostino.

Noi probabilmente dobbiamo a Dante Alighieri più di quello che pensiamo, a cominciare dalla nostra lingua. Pensiamo a una cosa, quando, con la dissoluzione dell’impero romano il latino ha cessato gradualmente di essere una lingua viva, non è stato rimpiazzato da un volgare, ma da una molteplicità di volgari diversi da regione a regione. La desinenza -iamo con cui noi formiamo la prima persona plurale del tempo presente (andiamo, parliamo, eccetera) nell’Italia del trecento si ritrova soltanto nel fiorentino. L’italiano che noi parliamo, è in sostanza il fiorentino trecentesco. Se esso è divenuto lingua nazionale, è stato grazie alle “tre corone” fiorentine: Dante, Petrarca, Boccaccio, ma soprattutto Dante.

Dante Alighieri rimane tuttavia per molti versi un personaggio enigmatico: non solo poeta ma anche filosofo e forse un druido attardato. Noi oggi forse siamo riusciti a sollevare un po’ Il velame delli versi strani.

 

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Categorie: Cultura

Pubblicato da Fabio Calabrese il 20 Dicembre 2021

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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