La sindrome di Attis – Livio Cadè

La sindrome di Attis – Livio Cadè

«Il mondo invero sta degenerando: gli uomini perdono la loro virilità e sempre più diventan simili alle donne.» Così scrive un medico giapponese nel XVII° secolo, lamentandosi che l’ascolto del polso, utile per le diagnosi, non riveli più differenze tra uomo e donna. Molti uomini, vien detto, non hanno più nemmeno il coraggio di decapitare i condannati. Sempre meno impetuosi e bollenti, per dirimere le questioni si affidano alla lingua invece che alla spada. La causa sarebbe uno squilibrio tra yin e yang. Il polo femminile prevale, inducendo nella sua polarità complementare una regressione.

Questo rammollirsi del maschio compare periodicamente nella storia, in varie epoche e luoghi. Anche l’impero romano, nella sua dissoluzione, vide tramontare il vir che ne aveva fatto la grandezza. Declinarono le maschie virtù di guerrieri e dominatori – che il fascismo tentò vanamente di riesumare – sotto l’incalzare delle mollezze e delle sensualità morbose, dei misteri orientali e delle agapi cristiane, di perversioni sessuali e amorali edonismi. Furono i barbari a riportare nella cultura medievale i semi di una virilità tradizionale, versando in essa potente sangue nordico.

Ma da tempo è sicuramente in atto una nuova femminilizzazione della civiltà occidentale. Non saprei se polso maschile e femminile siano oggi omologati. Pare però che i maschi attualmente abbiano meno spermatozoi che in passato. Di sicuro dilagano omosessualità e forme di eros incerto, incompiuto. Questo fenomeno di svirilizzazione, chiaramente sovraindividuale, presenta alcuni effetti emblematici. Qui possiamo solo accennarne, darne alcuni ragguagli, senza poter certo esaurire un argomento tanto vasto.

È evidente, ad esempio, che il ruolo sociale della donna ha acquistato in tempi moderni sempre maggior importanza, occupando spazi tradizionalmente maschili. Per lei si invocano più diritti, si combattono battaglie femministe, di emancipazione e di parità. Lo stesso concetto di ‘femminicidio’, come categoria di delitti a sé stanti, sembra voler soddisfare un meccanismo di colpa e riparazione della società nei confronti delle donne. Al contrario, nessuno parla di ‘maschicidio’.

Nella famiglia la figura paterna perde valore, mentre sempre più decisivo appare il ruolo della madre. Nella sfera religiosa si verifica un’eclissi del Dio Padre. Si fanno frequenti le apparizioni della Vergine Maria. La Luna oscura il Sole. Il sole rappresenta infatti la stabilità, la tradizione, mentre la luna è ciò che muta. Col principio lunare si affermano quindi precarietà, cambiamenti, progresso e crisi, instabilità sociale, scientifica e culturale, come pure un’idea di ciclicità della storia.

Rientra in questa varia fenomenologia il ritorno di archetipi legati alla fecondità femminile della Terra, al suo ruolo di nutrice. Forse come reazione a una modernità che inquina, avvelena e isterilisce il pianeta. Questo si esprime nel riemergere di sentimenti arcaici, di simbiosi con la Natura, ma anche, più banalmente, in manie culinarie, ossessioni dietetiche e igieniste, pratiche erboristiche e via dicendo.

Prevalgono gli elementi Acqua e Terra, quindi liquidità e corporeità. L’elemento Fuoco dello spirituale è coperto dal fisico e dal fisiologico. La spiritualità stessa si riduce a cura del corpo, relax, accudimento materno dell’anima. La mente non deve essere penetrante ma piuttosto ricettiva, allargarsi, farsi grembo. Il pensiero si fa materialista e biologico, mentre deperiscono le visioni idealiste e metafisiche. Matematica e logica pura diventano ostiche ai più. Fioriscono le scienze psicologiche e naturali. In genere si ama tutto ciò che è naturale, si promuovono campagne ecologiche e ambientaliste. Si diffonde la mania per il benessere e l’armonia psicofisica, la salute, e quindi la prevenzione, i continui controlli clinici.

La società, la cultura, si fanno ‘aperte’ e ‘inclusive’, secondo modelli tipicamente femminili. I ‘flussi migratori’ sembrano alludere a fisiologiche ciclicità mestruali di certe regioni del mondo. Lo Stato si fa assistenziale, si sviluppano i sistemi previdenziali, le indennità, le assicurazioni. Si amano più le forme della tutela, del garantismo, che quelle dell’avventura e del rischio. L’ossessione quasi maniacale per la “messa in sicurezza” di ogni cosa ricorda le apprensioni di una vecchia nonna.

Le divergenze si affrontano con la mediazione e il compromesso, morbidezze diplomatiche prendono il posto di confronti più franchi e diretti. Si ripudiano i sistemi basati sulla forza e l’autorità, si diventa insofferenti alla disciplina e alla morale. Si condannano la vendetta, la guerra, la pena di morte. Si esaltano i valori dell’accoglienza, della sensibilità e della tolleranza.

Regimi democratici, legati a masse orizzontali, sostituiscono antiche aristocrazie dalla struttura verticale. Le stesse forme di dittatura, nate come vermi dal cadavere della democrazia, ne hanno ereditato il carattere femminile. Sono totalitarismi dal volto materno, che impongono alla gente obblighi e divieti “per il suo bene”, la soffocano con ansiose misure sanitarie, la manipolano attraverso il senso di colpa.

Anche i media svolgono funzione materna, cercano di infantilizzare e imbambolare la società raccontandole favole. Oppure inducono nella massa forme di isteria, angosce irrazionali (di fatto, la paura d’esser contagiati, d’esser penetrati da un virus e di incubarlo, è tipicamente femminile). La comunicazione tende più a sedurre che a informare. Il dialogo dev’essere invece conciliante, abbondano gli eufemismi. Si predica una libertà accomodante, si evita ciò che porta allo scontro, al conflitto. La stessa Rete è un immenso sacco amniotico che avvolge i cervelli. Ovunque si guardi, la vita si permea di sensi femminili.

Paradossalmente, questa femminilizzazione della società produce un fenomeno opposto che potremmo definire virilismo, legato a una reazione del principio maschile il quale, sentendosi minacciato, si irrigidisce e sclerotizza. Al pericolo di una uterizzazione che evoca fantasmi divoranti e castranti, l’uomo oppone un’energia maschile eccessiva e coatta. Può per esempio mostrare un disprezzo preconcetto e irrazionale per animalismi, ambientalismi, naturalismi, che sembrano inconciliabili con la durezza del maschio. Ma anche pornografia, volgarità, aggressività dei modi e dei linguaggi, esibizionismi, celano il terrore di subire un’intima mutilazione.

Di fatto, ad ogni ritorno della Grande Madre l’uomo teme un’evirazione. Simile a quella che i sacerdoti di Attis e Cibele si auto infliggevano in arcaici riti, fecondando di sangue la nuda terra. Per questo, per dissimulare l’angoscia, ostenta un potere maschile, compie gesti apotropaici che, nella esasperata rappresentazione di virtù falliche, tradiscono la paura di una castrazione. Misura la propria virilità sulla base di prestazioni sessuali o muscolari, simboli di una forza puramente genitale, ripiegamenti narcisistici con cui l’uomo cerca di rassicurare sé stesso.

Oppure, per non esser privato da altri dei propri attributi, se ne priva da sé. Questa auto-evirazione non è però quella fisica dei druidi o di Origene, che presupponeva anzi un coraggio fanatico e maschio.  È un’ablazione metaforica e inconscia che lascia una ferita aperta nella sua identità. Questo spiega perché alcuni, dopo aver sacrificato a qualche divinità ctonia i propri genitali, rimuovano lo spettro di un Io svirilizzato cercando nei genitali di altri uomini forme vicarie di mascolinità. Ricerca che li espone a un’intima frustrazione, dato che devono accontentarsi di compagni simili a loro.

Per altro, quanto più diventa comune  tra gli uomini legarsi con nodi omosessuali, tanto più si fa raro il calore di vere amicizie maschili. L’affetto di un uomo per un altro uomo, fatta eccezione per i vincoli familiari, può infatti alimentare in soggetti già insicuri l’angoscia di non esser virili. L’amore vero è ammesso solo come esperienza sessuale o materna, o come astrazione religiosa. Viene così privato della sua dimensione spirituale e ridotto alle forme dell’erotismo o della tenerezza.

L’uomo, ferito nel suo animus maschile, è spinto verso la sua anima femminile, ne è insieme spaventato e tentato, incapace di trovare un equilibrio. Queste incerte e fragili identità virili deludono la donna, la fanno sentire insicura e la portano a mascolinizzarsi. Così, si crea un circolo vizioso in cui anche il femminino è compromesso, perché nel momento in cui vuol dominare sul mascolino non può evitare di corrompersi, assumendo in sé caratteristiche del principio opposto.

Infatti, il porsi sopra, l’imporsi, è atteggiamento maschile. Il femminile può dunque prevalere solo incarnando valori maschili. Perciò, paradossalmente, il suo affermarsi implica la sua negazione, e la sua vittoria corrisponde alla sua sconfitta. Si produce così un aberrante corto circuito antropologico per cui più la donna va virilizzandosi più l’uomo si femminilizza, più quella si impone più questo mostra la rabbia di una mascolinità mortificata. Più la donna avanza più l’uomo indietreggia creando in sé cavità femminili.

O, al contrario, si inerpica su vette di virilità solo apparenti e frustranti. Da lì cercherà di riprendere il suo ruolo di controllo e di potere imprigionando la natura (la Madre) nelle maglie di un’ipertrofica razionalità e di una sfrenata tecnologia. Cercherà consolazione nella Macchina, androgino moderno che fonde passività femminile ed estasi maschile della prestazione; in un essere cibernetico, docile e obbediente come una geisha e insieme metafora di potenza virile.

O forse tenderà la mano alla donna, come a un nemico, trattando la pace, rinunciando a privilegi, cedendole territori dell’esistenza che prima gli appartenevano, accettandone l’emancipazione che l’ha resa più ‘maschile’ di lui. Siglando con lei un’alleanza contro il ‘sessismo’, ossia quei modelli sessuali che erano fino a ieri i gangli delle sue certezze più profonde.

Alla fine, il declinare della virilità produce uno speculare declino della femminilità, privando entrambe di valore. La creatività artistica e poetica, in cui è essenziale l’equilibrio tra maschile e femminile, si atrofizza. Ogni armonia tra yin e yang, tra anima e animus, tanto nella coppia come nella società o nel Sè, è sostituita dalla ricerca di pericolanti compromessi. Questo non può che creare infelicità. Uomini che non trovano più la Donna e donne che non trovano più l’Uomo, orfani e orfane di una sana libido.

La fondamentale dualità cosmica maschile-femminile evapora in fumose spirali di desideri alternativi, si trasforma nel cattivo infinito delle possibilità psico-sessuali. La reintegrazione dell’uomo nella bi-unità psicofisica della coppia lascia il posto a una disintegrazione dell’Eros, assurda babele di linguaggi interpersonali che la stessa Legge vuol garantire come diritto naturale

Ma questo infelice disordine, metafisico prima che sociale o psicologico, è forse presagio di una fine necessaria per rinascere. Rito di passaggio dal caos a un ordine naturale e spirituale dove maschile e femminile potranno tornare al loro posto.

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Categorie: Cultura & Società

Pubblicato da Livio Cadè il 2 Dicembre 2021

Commenti

  1. Michele Simola

    La civiltà umana dalle sue origini ad oggi ha presentato un andamento altalenante, dove ad una fase di crescita, di espansione e di sviluppo dell’arte, della scienza, della medicina, dell’architettura e dei costumi si intervalla una fase di decadimento, dei costumi, della morale della scienza che non più libera diventa scientismo, fino a giungere al tracollo dell’essere umano, diventato schiavo, uomo-animale in preda ai suoi più belluini desideri.
    Oggi assistiamo ad una delegittimazione degli istituti fondanti la nostra società: la famiglia, la scuola, la giustizia, la politica, la cosa peggiore è che per alcune di queste istituzioni la delegittimazione parte dall’interno, dove ci sono individui che per velleità di potere le attaccano e le corrodono rendendole pertanto inaffidabili e con scarsa credibilità.
    La famiglia viene, per interessi politici molto bassi, messa in discussione nella sua forma tradizionale ed è venuto meno nella società il suo ruolo educativo, anche la scuola democratica di oggi ha fallito nel suo ruolo educativo e culturale con il risultato che non riesce neanche nell’intento fondamentale di insegnare ai giovani le regole basilari del vivere civile.
    Nella scuola come nella sanità si è instillato il concetto di produttività: scuola e ospedali non vendono frutta e verdura o salumi, che devono produrre? Evitare sprechi è un conto, produrre è un’altra cosa. Avere un maggior numero di iscritti non serve a nulla se non formi cittadini. Il ruolo della scuola dovrebbe essere il più importante per la società, formare cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri, cittadini consapevoli della loro importanza in una società complessa come quella attuale.
    La politica è colpevolmente l’artefice e il prodotto della crisi delle varie istituzioni
    Così come Roma perse l’impero quando indulse nella corruzione dei costumi, il “mos maiorum”, su cui si fondava la sua civiltà, la Tradizione, la parchezza dei costumi e la morigeratezza, il valore militare, e si affidò a eserciti costituiti da mercenari e non da cives, quando affidò la sua difesa a generali “barbari” e concesse la cittadinanza, che aveva sempre elargito con oculatezza, a tutto l’impero, allora crollò il mito della sua grandezza, del valore delle sue legioni, arrivò la fine di una grande civiltà.
    A ciò non fu estraneo il cristianesimo ed il suo papa che hanno sempre malvagiamente lottato contro il popolo Italiano, la morale cristiana frutto di un credo semitico la trovo estranea alle nostre tradizioni, ed anzi sta dandosi da fare per cancellarle. Un popolo senza memoria, senza tradizioni è destinato a scomparire, che è quello che vogliono la chiesa e i politici arcobaleno che troviamo al potere.
    Da quando si è inculcato ad i giovani che la forza è qualcosa che rende l’uomo simile al bruto, si è fatto in modo di svirilizzare l’essere umano, rendendolo più un grazioso animale da salotto, che l’uomo che aveva lottato per creare una civiltà. La chiesa cristiana ha creato l’espressione “bellare semper illicitum est”, tuttavia i suoi capi hanno sempre invocato lo straniero da Carlo magno a Napoleone III per mantenere il loro ignobile potere temporale. La chiesa che in due millenni ha attuato crimini violenti contro l’essere umano, ci parla di amore e accoglienza non c’è nulla di più falso di queste affermazioni.
    La globalizzazione voluta dalle elite, ha avuto un forte impatto culturale ed economico sull’occidente europeo, vi è stata una graduale perdita di identità in seguito all’immigrazione che i vari governi non “hanno mai, dico mai” voluto controllare, rendola oggi irrefrenabile, con l’inquilino del vaticano che invita all’invasione nel nome del suo dio. Io credo che l’esercito, invece di adibirlo al controllo dei cittadini, trattati come terroristi, possa utilmente essere impiegato a questo scopo.
    Solo una politica fatta di esempi positivi, eticamente e moralmente, può riportare lo “Stato” ad avere una sovranità parlamentare che oggi non esiste più, anzi dove dei politici veramente di piccola statura hanno instaurato un golpe tecno-sanitario con l’esautoramento di un parlamento, peraltro scadente.

  2. Lupo nella Notte

    Anche stavolta sincronicamente, stavo in questi giorni elaborando pensieri affini. Lo spunto me lo aveva – uso il trapassato prossimo, perché mi pare che lei abbia già detto tutto…. tanto per cambiare! – fornito la fin troppo strombazzata vicenda della “vicequestoressa” – mi adeguo (sarcasticamente) alla femminilizzazione del linguaggio, come di tante altre cose da lei ricordate – la sedicente “Nandra” Schilirò, la quale, come si saprà, dopo aver conseguito un’improvvisa, “spontanea” popolarità per esser salita sul palco d’una manifestazione romana a parlare contro la “cartastraccia verde” – peraltro dopo una promozione iniziata su un sito internet contiguo ad ambienti del GOD, che ebbi modo di visitare proprio pochi giorni prima del suo “exploit” mediatico – ha pensato bene di organizzarne una propria in quel di Firenze, intitolata “Venere vincerà”. Al che mi è venuto subito spontaneo chiedermi: sí, ma contro chi..? Si è assistito quindi ai peana di volenterosi corifei che hanno accompagnato questa “iniziativa rosa” commentando con toni gravi quanto la civiltà attuale abbia bisogno dell’energia femminile, perché essa non è piú “rappresentata” come dovrebbe, ma vi è un sovrappiú di quella maschile, e lo si vede anche dalle dinamiche prevaricatrici che si stanno verificando in questo momento storico, ecc. ecc. Al che io mi dicevo, invece, che a me sembra l’esatto contrario, che ci sarebbe magari bisogno di un po’ piú di “sana” energia Yang, perché tutto ciò che sta accadendo lo sta appunto facendo con modalità palesemente Yin, come lei ha fin troppo bene illustrato nel presente articolo. Ragion per cui… cosa continuo a fare? Ha già detto tutto lei, e a me non resta che sottoscrivere…

  3. Lupo nella Notte

    P.S. L’unica cosa che avrei potuto aggiungere, l’ho dimenticata, ovvero che già Julius Evola, in piú d’un suo testo, ebbe modo di ben distinguere l’uomo davvero virile – d’una virilità prettamente spirituale prima che meramente biologica – dal semplice “maschio fallicizzato”, adombrando anche la sua futura progressiva femminilizzazione nonché evirazione – almeno ideale, se non proprio fisica – prendendo a paragone proprio i coribanti dei culti “granmaterni” proprî alle civiltà che egli definiva “ginecocratiche”. Questo suo articolo me l’ha ricordato da vicino, e direi che ormai ci siamo in pieno.

    • Paola

      L.n.N.

      Anch’io pensavo al triste e rovinoso declino poco prima che uscisse il pezzo di L. C…e proprio ieri mi sono imbattuta in una citazione di Evola a tale proposito.
      Concordo e sottoscrivo ogni singola parola dei Suoi commenti.

      • Paola

        L.n.N.

        Oltretutto, non ci voleva molto a capire che la Venere de ‘noantri è una squallida al soldo di Essi (lo si evinceva da ‘frequentazioni’, da ‘inclinazioni letterarie’ etc, ed è più che mai palese dopo gli ultimi eventi…Ma era percepibile da subito…).

        • Paola

          * de’ noantri (l’apostrofo era scivolato sotto). Irrilevante. Ma disturbava.

        • Lupo nella Notte

          Verissimo, ed è diventato a dir poco eclatante da quando la vicequestoressa scribacchiatrice ha “confessato” di aver “contratto” la terribile malattia che non c’è… non fosse stato già abbastanza chiaro quando aveva detto che se avesse voluto avrebbe potuto richiedere la “cartastraccia livida”, il che non stava a significare altro che o è stata inoculata (molto poco probabile) o che, quasi certamente, voleva far credere di esserlo.

          P.S. la grafia corretta sarebbe però “de noantri”, senz’alcun apostrofo… 🙂

      • Lupo nella Notte

        La ringrazio, Paola, e credo che sia superfluo aggiungere che la questione non è affatto da porsi su un piano di stolida contrapposizione tra i sessi – o, come si direbbe oggi nel neolinguaggio ideologisticamente distorto e con definizione piú pertinente a questioni grammaticali che d’altro tipo, tra i “generi” – ma su uno piú squisitamente interiore, e dunque almeno in parte svincolato dalla cogenza del puro biologismo, nel quale una donna può manifestare le migliori qualità Yang (unitamente a quelle Yin) mentre un uomo può manifestare quelle peggiori sia della propria polarità che di quella opposta. Sfortuntamente, oggi tutti quanti, uomini e donne con le dovute, rimarchevoli eccezioni, sembrano propendere per il secondo caso… ma che Kali Yuga sarebbe, altrimenti..?

        P.S. Nell’ultimo commento ho erroneamente definito civiltà “ginecocratiche” quelle che Evola in realtà preferiva definire “ginecocentriche”, nelle quali, cioè, a tutto ciò che è femminile viene riservata una netta preminenza, pur in assenza di un manifesto comando sociale a guida femminile. In tal senso, la nostra non può non rientrare in tale novero.

  4. lorenzo merlo

    Se alla demascolinità si può associale l’Yin, ugualmente lo è per la defemmininità. Ed è ciò a cui stiamo assitendo.

    La potenza del femminino è yang.

  5. Paola

    L.n.N.

    Grazie per la ‘dritta’…ero in dubbio è avevo pure controllato…mi davano versioni diverse. Dettagli. Ma ormai, pur di non impazzire per la rabbia, cerco di perdermi nei dettagli. Servirà a poco. Sono già oltre. E piena di odio. Qua lo dico e me ne vado. Se cederà mia figlia, a cui hanno tolto tutto, io non avrò più niente da perdere. Niente.

    • Paola

      *”E” (avevo pure etc…)

      Grazie a tutti voi per questo periodo insieme.

      • Livio Cadè Staff

        La capisco. Anch’io vivo direttamente situazioni simili. Anche ieri ho sentito un amico, disperato, che ha come alternativa il vaccino o la fame. Rabbia, tanta. Ma non è il momento di arrendersi. Forse è una nostra colpa d’esser troppo pessimisti. La critica verso questo sistema infame non deve trasformarsi in rassegnazione.

    • Lupo nella Notte

      Ascolti il Sig. Cadè, non si rassegni. La rabbia può anche essere una formidabile alleata, cosí com’è anche per la paura, entrambe facce della stessa medaglia. C’è chi reagisce alle avversità con la prima, chi con la seconda. Non per niente ciascuna delle due può mutarsi facilmente nell’altra. Ma a nessuna delle due va permesso di divorarci da dentro, altrimenti non v’è piú scampo, e saremo stati proprio noi ad aprire le porte del nostro Tabernacolo interiore alle orde nemiche. E questo è un tormento che non va aggiunto agli altri che pure vi sono.

      Siamo a un bivio di un’importanza metastorica. Da qui può nascere – nascerà – una nuova umanità, rigenerata nei valori e nel sapere. Chi si rende conto della situazione, chi ha questo immenso privilegio, non può e non deve assolutamente arrendersi. Chi non lo fa, ha già vinto.

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