Mercanti e Mercati – Rita Remagnino

Mercanti e Mercati – Rita Remagnino

Scriveva Nietzsche nel suo “Zarathustra” che là dove cessa la solitudine comincia il mercato. Ciò significa che per inquadrare l’Europa mercantile non basta prendere in considerazione gli ultimi secoli ma bisogna partire dalle radici della questione, e precisamente dalla trasformazione dell’uomo-nomade in contadino (tra il 9.500 e l’8.000 a.C. circa) con la conseguente diffusione dell’agricoltura in tutta l’Eurasia.
Non appena le comunità presero a produrre più beni di quanti ne servissero in termini di latte, carne, concime e forza motrice per gli aratri, il surplus alimentare incoraggiò la nascita di figure sociali che potevano affrancarsi dalla necessità di produrre per dedicarsi al governo del territorio. I gruppi agricoli si trasformarono in «società», a cui sarebbero seguiti «regni», «imperi» e «stati», cioè potentati capaci di organizzare le guerre di espansione che furono all’origine della costituzione e dell’ascesa di varie classi sociali. Prima fra tutte, quella dei Mercanti.
Finanziando piccole flotte di navi capaci di attraversare mari tempestosi, o guidando carovane su piste remote, costoro diedero un nuovo impulso alla società umana rimescolando civiltà e culture. Nel loro bagaglio trovavano spazio non solo le merci ma anche «le storie» che raccoglievano e distribuivano in ogni porto, in ogni villaggio, creando in luoghi intorpiditi dalla consuetudine delle valide premesse per ri-programmare il quotidiano.

Leggende, narrazioni orali, convinzioni religiose e codici interpretativi veicolati dai Mercanti finirono nei calderoni più disparati, dove vennero rimestati e rifusi, quindi utilizzati per formare la base cosmologica e letteraria che rese possibili nuove formulazioni da cui nacquero grandi civiltà. Ma poiché è raro che l’originalità e le fortune altrui escano indenni dalle invidie e dai malumori di quanti non ne sono coinvolti, la riconoscenza verso il «tipo strano» di turno che portava ricchezza all’intero clan lasciò molto a desiderare.
Nell’immaginario di una società sedentaria dove tutti, o quasi tutti, erano legati al proprio pezzo di terra e alla propria vacca, la figura del messaggero di novità divenne così l’emblema del «deviante» poco raccomandabile, del vagabondo senza patria né fissa dimora condannato a schivare per tutta la vita un pericolo dopo l’altro.
Come l’Eroe, il Mercante era tuttavia la mosca bianca di cui lo sciame aveva bisogno per sconfiggere la noia dettata dall’abitudinarietà. Ma a differenza dell’Eroe che agiva sotto la tutela di potenti protettori divini, il Mercante era solo con se stesso nella sua avventura esistenziale.

Snobbato quanto bastava dalla Storia per non entrare mai nella leggenda, questo personaggio dalla straordinaria biografia veniva guardato con sospetto anche dalle stirpi guerriere e dalle caste sacerdotali a causa della sua spregiudicatezza. E vista la viscerale antipatia con cui l’eurocrazia altezzosa di oggi tratta i «bottegai», si direbbe che gli antichi pregiudizi non siano mai morti.
In Europa il processo di annientamento del piccolo commercio procede a passi da gigante, e sembra di capire che non porterà niente di buono. Davvero bisogna cancellare la propria esperienza lavorativa per diventare «competitivi»? Siamo sicuri che solo le aggregazioni e le concentrazioni del grande capitale possano conseguire la migliore allocazione delle risorse? Cosa succederà quando tutto sarà virtuale (cioè campato in aria) e verranno a mancare gli scambi di cose reali che costituiscono il termometro capace di segnare lo stato di salute di qualsiasi economia?
Fin dall’inizio alla base dell’azione mercantile c’è stato il guadagno materiale, il profitto, l’arricchimento personale. Non era nelle corde dei primi mercanti mettersi a fare i «missionari», o civilizzare i barbari di paesi stranieri dai quali si sperava solo di tornare incolumi. Ma non è più pericolosa l’alta concentrazione di ricchezze nelle mani dei pochissimi mercanti del XXI secolo, che non accontentandosi di accumulare danaro pretendono anche di ridisegnare il mondo?

Un’ambizione, questa, che non toccò mai gli antesignani del commercio globale. Ivi inclusa la «stirpe mercantile europea» più conosciuta al mondo: i Fenici, così chiamati dai Greci per i quali il termine phoinikes significava «popolo rosso», dal colore della pregiata porporina che gli intraprendenti navigatori esportavano un po’ dappertutto nei porti del Mediterraneo.
Scendendo dal Mare del Nord le navi fenicie si infiltravano nel Mediterraneo attraverso le colonne d’Ercole e mercanteggiavano la pregiata pasta rosso-bruna, richiestissima per tingere le stoffe, insieme a una notevole quantità di altri beni di consumo. Da quale paese venivano? La loro patria di origine stava tra gli insediamenti risalenti all’Età del Bronzo rinvenuti attorno all’attuale isola di Helgoland? Da quelle parti c’era anche Basileia, l’isola reale dei Feaci cantata da Omero nell’Odissea? Si riferivano a quelle genti spregiudicate gli Egizi parlando dell’invasione del Mediterraneo da parte di popoli marinari venuti dall’Haou-Nebout, il mitico paese-radice della razza umana situato oltre il S’n Wur, il Grande Verde, cioè l’Oceano?

Ad oggi la culla europea dell’arte mercantile è alquanto incerta, principalmente per la carenza di notizie riguardanti le vite dei Mercanti. Il poco che sappiamo rivela comunque nei primi uomini d’affari conosciuti una spiccata intraprendenza e uno «spirito religioso» piuttosto debole, sebbene un dio ufficialmente le popolazioni fenicie l’avessero e l’onorassero. Si chiamava Baal (assimilabile a Melquart, una divinità di probabile origine nordico-pelasgica) e sui suoi altari i devoti non esitavano ad offrire sacrifici cruenti.
Una consuetudine del resto diffusa presso le popolazioni del Nord impegnate da millenni a celebrare il sacrificio del gigante primigenio, reo di avere portato il fuoco della conoscenza all’umanità primitiva. E forse ancora in auge in qualche occulto salotto frequentato dai «nuovi mercanti», cioè dai banchieri che rappresentano la versione degenerata della classe mercantile originaria. Da sempre il dono (il sacrificio) lega gli uomini di un gruppo tra loro e consente di fare società. Chiunque si ad-socia compie un gesto politico, ma se poi vuole anche comandare il mondo deve sviluppare per forza al suo interno un forte spirito di casta, e il sangue aiuta.

Figura originariamente solare e trina, Baal possedeva una triplice natura nella sua forma di dio dell’estate, della primavera e dell’inverno, la qual cosa faceva di lui un essere ondivago e decisamente anticonvenzionale che appariva con aspetto e nome diverso a seconda della città nella quale sorgeva il tempio ad esso dedicato.
Questo dio cosmopolita, friabile come il papiro di Byblos, era sempre pronto a viaggiare e disposto ad adattarsi agli usi e costumi di una terra straniera, a patto naturalmente che il gioco valesse la candela, ovvero che nella terra in questione vi fossero delle ricchezze da commerciare.
Ingegno, sfrontatezza, adattabilità e pelo sullo stomaco non mancavano a questo protettore né ai suoi protetti, dotati tra l’altro di notevoli capacità tecniche. I Fenici, ad esempio, vista la crescente richiesta di pietre preziose proveniente principalmente dalla Grecia, dall’India e dalla Cina, ebbero la geniale idea di inventare il vetro. O meglio, attraverso un’abile operazione di spionaggio industriale rubarono agli Egiziani una vecchia tecnica, la perfezionarono e sfruttarono il nuovo prodotto per fondare proprie vetrerie a Tiro e Sidone.

I Mercanti di terza e quarta generazione, cioè i successori dei Fenici, degli Etruschi e dei Liguri, scelsero un nume tutelare meno ispirato del precedente ma altrettanto astuto: il Mercurius dei Galli celtici, un inguaribile vagabondo che del cosiddetto «tipo fenicio» dei primordi conservava il coraggio, l’anticonformismo e persino una certa aura di antica spiritualità.
Diverso per vari aspetti sia dall’Hermes greco (il padre mitologico del web) sia dal Mercurio romano, un dio-vento come tanti altri elevato a protettore dei «beni» e del «reddito», questo precursore divino del capitalismo spregiudicato era un dio-cielo e un dio-tuono di chiara matrice indoeuropea. Conosceva i segreti delle rune e sprizzava antichità da tutti i pori, essendo probabilmente una riedizione di figure tradizionali precedenti come l’irlandese Lúg e lo stesso Odino (al quale scippò il «mercoledì»), entrambi «viandanti» e comandanti di eserciti che però avevano avuto un’educazione druidica e all’occorrenza non disdegnavano il ricorso alla magia e ai canti rituali.
Mentre il romano Mercurio era una divinità materiale (le ali sciamaniche che portava in testa potevano consentirgli al massimo di accompagnare in veste di psicopompo le anime nell’Oltretomba), il gallo Mercurius aveva un suo perché. Un quid etereo che in un certo senso lo nobilitava, legandolo al cielo e al soffio creatore, all’ebbrezza poetica e alla poesia, all’«invenzione» dell’alfabeto, alle note musicali, alla matematica, da intendersi come abilità e precisione nel tenere i conti.

In qualità di «artista della parola» Mercurius era dotato quanto bastava di sfrontatezza, versatilità, prontezza di riflessi, capacità d’improvvisazione, parlantina sciolta, disponibilità a truccare i giochi, intelligenza sufficiente a stabilire e stringere accordi, stipulare alleanze. La Fortuna era immancabilmente al suo fianco poiché la Fortuna, si sa, aiuta gli audaci. Non era, però, un farabutto in senso stretto.
Nonostante gli imbrogli, la «parola data» aveva ancora un senso nel mondo mercuriale degli affari. Finché la ragione mercantile introdotta dagli anglosassoni prese il sopravvento, la saggezza basata sulla vita nella sua totalità smise di essere un valore condiviso e l’arte del commercio divenne una cosa completamente diversa.
Il «solido» (le merci) che per millenni era stato il caposaldo dell’azione dei Mercanti si sciolse nel «fluido» (le chiacchiere), l’effimero si sostituì al duraturo, le organizzazioni si trasformarono in reti, le comunità confluirono nelle Nazioni, i rapporti sociali si confusero negli scambi opportunistici.

Una pietra tombale ricorda oggi l’antica logica mercantilistica del Mare, dell’Aria, della Terra, mentre tutt’attorno un panorama desolante ricorda come l’uomo-mercante sia riuscito in poco più di un secolo a consumare le riserve costituite dalla Natura in trecento milioni d’anni. Addio al vecchio detto taoista “l’uomo si conforma alla Terra, la Terra si conforma al Cielo, il Cielo si conforma al Tao, il Tao si conforma alla spontaneità”, quest’ultima sinonimo di «naturalezza».
Oggi nella terra d’origine del «mercanteggiare», l’Europa, l’oracolo dei Mercanti non è più un furfante ingegnoso ma un furfante e basta, si chiama Nasdaq e le sue contrattazioni agiscono nelle Borse Telematiche dove lo Spazio e il Tempo tendono allo zero, la velocità all’infinito. Con l’ausilio di una tecnologia vorace e distruttiva tutto avviene around the clock, 24 hours on, perché sugli affari non può tramontare il sole, money never sleeps. La contrattazione delle merci parte da Tokyo, fa tappa a Sydney, Shangai, Singapore, approda in Europa e produce guadagni sulla costa est degli Usa.

Per rimanere a galla i mercanti non si limitano più ad offrire beni e servizi ma propongono anche denaro virtuale, trascinando così i clienti nel mare magnum del debito. Il Valore non più ha niente da spartire con il Tempo classico, o di produzione, di trasporto e di compravendita, ma obbedisce agli ordini di Wall Street.
Impegnato a diffondere messaggi volti a convincere la massa che il benessere passa attraverso il consumo, cioè l’appropriazione continua di una quantità sempre maggiore di oggetti, il nuovo Mercante europeo senza volto né anima si è perso nelle nebbie dell’incantamento globalista, inebriato dall’illusione della crescita illimitata che si giustifica con la pretesa capacità di portare miglioramenti “a chi non ha”. Una bufala colossale, come dimostra il modo direttamente proporzionale in cui si è allargata la forbice fra «ricchi» e «poveri» negli ultimi tempi.

Un ripensamento, a questo punto, sarebbe opportuno. Ma per ora nessun «tipo fenicio» sembra intenzionato a riconquistare le condizioni di spontaneità vigenti prima dell’introduzione del controllo sociale globale e l’idea di una «decrescita», più o meno felice, fa tremare i polsi alla maggioranza degli Europei che temono un peggioramento delle proprie condizioni di vita.
L’Europa appare sospesa tra il desiderio di uscire dal conformismo delle regole e il dovere di accettare le convenzioni imposte da altri. Le ci vorrà un po’ di tempo per prendere le distanze dal potere tecnocratico e avvicinarsi a sistemi commerciali più «naturali» come la decentralizzazione, l’interdipendenza e la biodiversità. La dismisura e la disumanità dell’attuale Mercato sono palesi, perciò prima o poi tornerà a farsi sentire negli Europei l’esigenza dello scambio diffuso, partecipativo, in qualche modo «accidentale» contenuto nella vitalità della comunità di base, attiva solo in un contesto antropologicamente limitato.

Chi oggi gongola perché Londra, Parigi, Berlino, Milano sono metropoli piene di scintillanti punti vendita (tutti uguali) non solo testimonia di non conoscere la Storia dell’Uomo ma rivela di non aver mai provato il piacere che si prova a comprare in un mercato rionale, o in un bazar orientale.
Personalmente evito le piattaforme e-commerce a vantaggio di bancarelle e botteghe alle quali riconosco un «valore aggiunto» in termini di qualità etica, morale, sociale e talvolta persino economica. Non m’illudo che i colossi dal fatturato miliardario abbassino le armi puntate contro il cosiddetto «commercio di prossimità», ma confido nell’implosione del sistema. “La verità non trionfa mai, ma i suoi avversari finiscono col morire”, diceva Planck.

Una persona rimane una persona e il suo benessere non passa attraverso il consumo coatto nei grandi centri commerciali, o nell’appropriazione continua di una quantità sempre maggiore di oggetti superflui. Oltre al fatto che l’uomo tecnologico è un bambino viziato che si stanca di tutto molto in fretta.
Inoltre la compravendita a scopo di lucro non è l’unica forma di scambio possibile nella storia umana, come ha dimostrato nel XX secolo il m.a.u.s.s. (Movimento Anti-Utilitarista nelle Scienze Sociali). Ci sarà pure un motivo se il dono e la reciprocità hanno svolto per millenni una funzione di primaria importanza lasciando nella Storia un segno indelebile.
Per quanto ne sappiamo il futuro potrebbe riservarci il ritorno di un nuovo modello donativo capace di sostituire il modello utilitario dominante, e a quel punto l’economico verrebbe ricondotto al posto che gli compete, quello di mero strumento di sostenibilità comunitaria e naturale al servizio dell’uomo.

Prima, però, l’Europa dovrà fare delle scelte importanti. Se l’aumento del fluire dei beni materiali attraverso il processo di produzione-vendita-consumo rientra nella sfera della crescita economica illimitata, come si concilia l’idea della dismisura con l’ambiziosa “Agenda 2030”? Si può produrre ad oltranza senza interferire con il funzionamento della biosfera? Delle due l’una: o si va verso lo «sviluppo», o si va verso la «crescita». Gli indicatori della prima opzione sono quantitativi, mentre quelli della seconda sono qualitativi. Cosa vogliamo fare?
Può darsi tuttavia che gli attuali politicanti non avranno neppure l’imbarazzo della scelta, visto che l’aumento dei consumi è già in fase calante. Si sapeva fin dall’inizio, del resto, che certi picchi pilotati sarebbero stati dei fenomeni transitori. Un motivo in più per portarsi avanti e cominciare fin da subito a ragionare in una prospettiva qualitativa, «volgersi alla radice», «tornare all’origine», «uniformarsi al fondamento».
Ha fatto il suo tempo la visione antropocentrica che relega gli altri esseri animati, gli ecosistemi e tutto il mondo naturale, al rango di «materia» a nostra disposizione per trarne utili profitti. Un principio elementare dell’economia classica recita che l’economia in quanto tale non esiste, ci sono soltanto politiche che mettono in campo scelte che avvantaggiano qualcuno e svantaggiano qualcun altro. Ne consegue che il fantomatico «primato dell’economia» nella società è un’invenzione di sana pianta.

Rita Remagnino

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Categorie: Storia

Pubblicato da Rita Remagnino il 16 Novembre 2021

Rita Remagnino

Nata a Genova, attualmente Rita Remagnino vive e lavora tra Nervi e Crema. Dopo la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ha seguito studi storici ed approfondito nel corso di lunghi viaggi alcuni aspetti della filosofia orientale. Ha fondato varie associazioni culturali tra cui il “Circolo Poetico Correnti” e “CremAscolta blog”, di cui è stata per un lustro presidente. Ha scritto su periodici, quotidiani e cataloghi d’arte contemporanea. Conduce nelle piazze d’Italia l’evento performativo “Poesia a Strappo”. Ha presieduto giurie di concorsi letterari ed è stata organizzatrice di numerose rassegne culturali. Ha curato la pubblicazione di antologie poetiche tra cui “Velari”, “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante”. È stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura”, il testo multimediale “Circolazione”, la graphic novel “Visionaria”, la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante”, il romanzo “Il viaggio di Emma”. Attualmente si dedica alla «scrittura differente», un suo personale approccio alla saggistica che si propone di raccontare negli Anni della Fine la storia dell’uomo delle Origini poiché per la forma, come per qualsiasi altra cosa, il punto di partenza e il punto d’arrivo si trovavano necessariamente nello stesso ordine di esistenza. Perché inventare «saghe» con protagonisti fittizi che si muovono in mondi paralleli quando la saga più bella del mondo esiste già? Nulla può essere più interessante del cammino di una stirpe cresciuta in paradiso e finita all’inferno dopo temerarie navigazioni transoceaniche e avventurose marce intercontinentali: la nostra stirpe.

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