La rivalutazione della Bibbia come fonte storica – Marcello Troisi

La rivalutazione della Bibbia come fonte storica – Marcello Troisi

 Le ricerche archeologiche effettuate a partire dalla metà del XIX secolo sembravano aver trovato, di massima, ben pochi riscontri con gli avvenimenti riportati nella Bibbia, specificamente nell’Antico Testamento, e questo fatto aveva contribuito anche alla nascita ed allo sviluppo a Parigi, presso il seminario di Saint Sulpice, del modernismo teologico, un movimento religioso e culturale che intendeva trovare una chiave moderna d’interpretazione della religione cristiana e che, pertanto, riteneva che gli aspetti scientifici dovessero essere totalmente separati da quelli legati alla fede religiosa, poiché, alla luce delle scoperte che si succedevano, la tradizione biblica sembrava apparire un insieme di leggende, e quindi, in sostanza, proponendo una lettura razionalistica della Bibbia e della religione cattolica.

 Dalla metà del ventesimo secolo l’incremento degli scavi archeologici ha accelerato la perdita della fiducia nella storicità del testo biblico, e tra gli studiosi illustri William Albright e George Ernest Wright erano rimasti unici, in ambito scientifico, a mostrare ancora atteggiamenti fideistici. Infatti i momenti critici principali della storia degli israeliti, come riportati nella tradizione e dalla esegesi cristiana, soprattutto protestante, a partire dal diciassettesimo secolo, non trovano semplicemente un riscontro nei resti rinvenuti nei siti archeologici: non vi erano insediamenti in Egitto corrispondenti agli anni della schiavitù, non vi era uno schema coerente di incendi e distruzioni che potesse corrispondere alla conquista della regione di Canaan da parte di Giosuè, non vi era alcun edificio che potesse riflettere la magnificenza dell’età dell’oro di re Salomone. Quindi non ci sarebbero stati Israeliti in Egitto, né sarebbe esistito Mosé, né si sarebbe verificato alcun esodo, non ci sarebbe stata la conquista della Terra Promessa, nessun potente condottiero di nome David avrebbe conquistato la città di Gerusalemme, nessun principe mercante di nome Salomone avrebbe acquistato fama in Medio Oriente; in sostanza non ci sarebbe stata una storia di Israele, così come la si intende comunemente, precedentemente alle prime menzioni di sovrani israeliti negli annali degli Assiri, risalenti alla fine del nono secolo dell’era classica.

 In effetti, la correlazione degli avvenimenti più remoti risulta certamente difficoltosa, soprattutto a causa dei difformi sistemi di datazione adottati nel passato dai diversi popoli, mentre, di converso, la attribuzione dei reperti archeologici è ormai considerata sufficientemente affidabile. A ciò vanno aggiunti gli errori effettuati dai diversi estensori della Bibbia nonché dai copisti che si sono succeduti nel corso dei secoli, che possono aver involontariamente originato anche l’unificazione di episodi simili, mentre, da parte loro, gli storici egizi non hanno facilitato il lavoro degli studiosi, utilizzando per le loro cronache soltanto una datazione interna al regno di ogni singolo faraone, con gli ulteriori evidenti problemi causati dalle parziali sovrapposizioni a causa dei periodi di coreggenza, od addirittura alla eventuale contemporaneità di due dinastie che governavano parti diverse del paese.

 Non c’è quindi da stupirsi che un certo numero di studiosi cristiani, insegnanti proprio di esegesi biblica nelle università, durante gli ultimi decenni siano divenuti scettici al riguardo. Anche in ambito ebraico, nel quale, come è noto, coesistono da sempre più anime, si è sviluppata una linea di pensiero abbastanza vicina al laicismo, per cui, all’estremo, alcuni rabbini sarebbero arrivati a dubitare della stessa esistenza di Abramo e Mosè. Fino a pochi anni fa soltanto l’Islam più radicale sembrava accettare acriticamente e senza riserve la storicità dell’Antico Testamento, e ciò in coerenza con la visione coranica.

 Tuttavia, a partire dagli ultimi anni del ventesimo secolo, alcuni giovani ricercatori avevano cominciato a mettere in evidenza le incongruenze e gli errori compiuti negli ultimi duecento anni, dai quali sarebbe derivata un’estensione artificiale della cronologia del mondo antico. Si erano cioè resi conto che una linea temporale allungata aveva probabilmente separato la narrazione storica della Bibbia dal suo reale contesto archeologico, e che, pertanto, gli archeologi starebbero cercando le prove a sostegno delle storie dell’Antico Testamento nei luoghi giusti ma in epoche completamente sbagliate.

 L’archeologo David Michael Rohl, avendo anch’egli intuito che la problematica avrebbe dovuto essere posta in termini diversi, nell’anno 1995, con la pubblicazione del trattato A Test of Time, ha sviluppato un approccio alternativo alle cronologie tradizionali, conosciuto in ambito scientifico come New Chronology, che alla prova dei fatti si è dimostrata corretta, eliminando gli anni in eccesso erroneamente introdotti, anche se ancora non è stata universalmente accettata.

 Il dottor Rohl, ingegnere e poliedrico studioso interdisciplinare, si è laureato anche in storia antica ed egittologia presso l’University College di Londra, specializzandosi poi negli antichi linguaggi del medio e vicino oriente. È cominciato ad essere conosciuto anche al di fuori dei ristretti ambiti accademici dopo la pubblicazione del suo successivo saggio Legend. The Genesis of Civilisation, ricco di immagini e di fotografie originali, nel quale, con linguaggio accessibile, ha presentato le sue prime ricerche in Iran ed in Iraq, grazie alle quali gli è stato possibile riconoscere con sicurezza la collocazione dell’EDEN biblico nel Kurdistan iraniano, in una valle incuneata tra i monti Zagros, prendendo spunto da un’intuizione dello studioso Reginald Arthur Walker, che per primo era riuscito ad individuare tutti i quattro fiumi citati nel libro della Genesi.

 L’idea vincente di David Rohl è stata quella di considerare indicazioni certe, possibilmente non collegate esclusivamente alla storia dei singoli popoli, da utilizzare come capisaldi per poter sincronizzare anche storie riportate presso popoli diversi. I principali fattori da prendere in considerazione a questo scopo risultano, ovviamente, le grandi eruzioni vulcaniche, le catastrofi naturali che abbiano travalicato ristretti ambiti locali, ed i fenomeni e le osservazioni astronomiche, cioè, in ogni caso, elementi che sia possibile datare con sufficiente accuratezza attraverso metodi scientifici.

 Non appena la New Chronology cominciò ad essere oggetto di discussione tra gli storici e gli archeologi, fu immediatamente rifiutata dagli ambienti accademici più conservatori, i quali, oltre a difendere dogmaticamente quanto era stato tramandato nei corsi di laurea tradizionali, non volevano accettare l’ingresso nei loro ambiti di altre discipline diverse da quelle classiche: paleografia, epigrafia e studio dei reperti archeologici. I più intransigenti si sono dimostrati gli egittologi, convinti che la loro disciplina sia autoreferenziale e che le datazioni comunemente accettate non abbiano, nei casi peggiori, un margine di errore superiore a pochi decenni (per non parlare poi di quelle che considerano indebite interferenze da parte di altre professionalità, quali ad esempio ingegneri elettrotecnici o genetisti, nell’interpretazione del contenuto dei geroglifici). E’ emblematico il caso di Kenneth Anderson Kitchen, professore emerito presso l’Università di Liverpool e comunemente considerato il moderno architetto della cronologia egiziana, che ha bandito una vera crociata contro la New Chronology, colpevole di stravolgere le conclusioni di anni di studio, ed è riuscito a convincere molti studiosi soltanto grazie al suo indiscusso prestigio, pur senza aver portato alcuna valida argomentazione.

 Oggi l’ambiente scientifico rimane ancora diviso sulla New Chronology, ma i rilevanti contributi apportati da rinomati ricercatori di tante diverse discipline, in primis l’astronomia, la geologia, la vulcanologia, e la paleobotanica, hanno permesso di riportare correttamente nella scala temporale molti significativi avvenimenti delle storie dei popoli gravitanti, nel remoto passato, intorno al bacino del Mediterraneo, convincendo molti ricercatori ad accettare le sue conclusioni.

 David Rohl ha pubblicato nell’anno 2002 un ulteriore saggio, intitolato The Lost Testament, riproposto in Italia da Newton & Compton con il titolo Exodus. Il testamento perduto, dal quale sono stati tratti molti riferimenti riportati in questo articolo, nel quale, tra gli altri argomenti, illustra alcune sorprendenti correlazioni individuate da lui e da altri studiosi tra la storia degli Israeliti e la storia egiziana tra la X e la XVIII dinastia.

 Ad esempio, secondo l’egittologo britannico ed il professor Hans Wolfang Helck, già professore di egittologia presso l’università di Amburgo, l’epoca di Abramo, importante capo clan degli Amorriti, andrebbe collocata intorno alla metà del XVIII secolo dell’era classica, all’inizio della Media Età del Bronzo. Il patriarca proveniva dalla città di Ur dei Caldei, nel tempo rinominata con diversi nomi ed attualmente chiamata Urfa, situata sull’altipiano anatolico nell’alta Mesopotamia, anche se, a causa della similitudine del nome, già in passato, per errore, gli era stata attribuita la nascita nella antichissima città di Ur dei Sumeri, che era invece situata nella bassa Mesopotamia, in prossimità del Golfo Persico. In Egitto, durante il Primo Periodo Intermedio, regnava la X dinastia ed il faraone che avrebbe incontrato Abramo sarebbe stato Kheti IV.

 Il periodo in cui Giuseppe sarebbe stato visir d’Egitto e capo architetto delle canalizzazioni, secondo i calcoli astronomici del dottor David Kilmartin Lappin, sarebbe posizionato verso la metà del XVI secolo a.C., durante il Medio Regno, sotto la XII dinastia, quando il faraone era Amenemhat III. L’insediamento degli Israeliti nella fertile zona del delta orientale del Nilo è stato definitivamente confermato grazie agli scavi ad Avaris condotti dall’archeologo austriaco Manfred Bietak.

 L’epoca della schiavitù e dell’Esodo, sempre durante il Medio Regno, sarebbe invece da collocarsi sotto la XIII dinastia, e la vittoriosa campagna militare contro i Cusciti condotta dal principe Mosè, riportata nelle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio, si sarebbero svolte al tempo del faraone Sobekhotep IV, mentre l’uscita degli Israeliti dall’Egitto si sarebbe verificata mentre regnava un suo successore chiamato Dudimose. Gli scavi nella zona di Avaris dell’egittologo tedesco Edgar Bruno Pusch hanno provato, al di sopra di ogni possibile dubbio, la condizione di schiavitù e di estrema sofferenza della popolazione del Gosen, nella regione del delta orientale, intorno alla metà XIV secolo dell’era classica.

 Che vi sia stata effettivamente una grande migrazione è provato, in primis, dalle risultanze archeologiche dell’abbandono generalizzato delle abitazioni della popolazione di Avaris e del resto della provincia. È stata inoltre rilevata la presenza nel Sinai di oltre 300 siti della Media Età del Bronzo, a dimostrazione di una considerevole attività in quella regione all’epoca il cui la New Chronology colloca le peregrinazioni nel deserto. Tra tali indagini archeologiche sono significative quelle condotte dall’archeologo italiano Emmanuel Anati, che, tra l’altro, ha individuato per primo l’area presso il monte Har Karkom, da dove la moltitudine degli Israeliti, dopo aver consolidato la propria struttura sociale e culturale ed aver preparato un esercito ben addestrato, si era mossa per conquistare la Terra Promessa.

 È anche significativo tener presente che qualcuno, sulla base di una attenta rilettura dei testi relativi all’esodo e di un approfondito studio della geografia della penisola del Sinai, potrebbe avanzare l’ipotesi alternativa che nella Bibbia possa essere stato confuso il ricordo di una precedente spedizione militare egiziana con la successiva fuoriuscita degli Israeliti, accorpandole in un’unica narrazione.

 Secondo la New Chronology, la conquista ebbe luogo nell’ultima fase della Media Età del Bronzo, tra il 1440 ed il 1353 a.C., in accordo con le risultanze degli scavi archeologici nei siti delle città conquistate da Giosuè: in particolare Gerico fu distrutta nell’anno 1406, poco prima di un’eclisse ricordata dalla Bibbia.

 Mentre le tribù di Israele vagavano nel Sinai, tutta la regione palestinese fu occupata da una moltitudine di popolazioni nomadi provenienti dal Canaan meridionale, e subito dopo la stessa sorte la subì il nord dell’Egitto, senza poter opporre resistenza poiché era rimasto privo di difese, in quanto non più presidiato dai reparti su carri di stanza nella regione del delta del Nilo, che avrebbero potuto essere stati distrutti proprio nell’attraversamento del Mare di Canne durante l’inseguimento degli Israeliti in fuga. Dalle risultanze archeologiche è emerso che questi invasori, identificati dagli storici con il nome di Amalechiti, che già in precedenza avevano cercato di violare i confini dell’Egitto, si accamparono inizialmente nelle abitazioni semidistrutte che erano rimaste abbandonate, e successivamente provvidero a ricostruire la città di Avaris, edificando complessi templari al loro dio Baal ed alla sua consorte Astarte.

 Subito dopo, una invasione di popoli di razza meticcia asiatica ed indoeuropea provenienti dall’Anatolia, identificati dagli storici come Anakin, sottomise le popolazioni che si erano istallate nella Palestina e conquistò la maggior parte della regione del delta del Nilo, istituendo un vero regno con il faraone Sheshi, fondatore della XV dinastia: lo storico egiziano Manetone li denominò Hyksos, con il significato di sovrani dei pastori. Poi, dopo circa un secolo, altri popoli stranieri di etnia diversa, che provenivano dalle regioni a settentrione e dal Mar Egeo, si insediarono nel Basso Egitto e fondarono la XVII dinastia. Per distinguerli dai precedenti invasori, gli egittologi li hanno soprannominati Hyksos maggiori.

Contemporaneamente alle dinastie che si erano istallate nel nord dell’Egitto e che provavano ad espandersi verso il sud, erano sopravvissute anche le dinastie faraoniche dell’Alto Egitto, che però, in certi momenti, si trovarono ad esercitare il potere soltanto in ambiti locali. Questa situazione cambiò con l’avvento della XVIII dinastia, che con il faraone Ahmose riuscì a sconfiggere l’ultimo faraone hyksos all’inizio dell’undicesimo secolo dell’era classica ed a riunificare i due regni.

 La squadra degli scavatori austriaci del professor Manfred Bietak ha potuto confermare anche questa datazione, avendo ritrovato i frammenti degli affreschi decadenti in stile cretese che erano stati rimossi dal palazzo reale di Avaris subito dopo la cacciata degli occupanti.

 I sovrani che successero ad Ahmose condussero altre spedizioni militari, assoggettando i capi hyksos che si erano rifugiati nella pianura costiera palestinese in tante città-stato e che da quel momento vengono ricordati come Filistei, oltre agli stati satelliti indoeuropei in Siria fino al confine dell’Eufrate, compreso quello degli Hurriti.

 Gli Israeliti si erano ormai stabilmente istallati nelle zone collinari centromeridionali della Palestina, dove vivevano anche popolazioni semitiche nomadi conosciute come Habiru, anch’esse discendenti dal patriarca Eber, che erano dedite alla pastorizia, al brigantaggio e che si offrivano anche come combattenti mercenari.

 Durante il periodo a cui la Bibbia si riferisce come il governo dei giudici, gli Israeliti si erano trovati in continuo conflitto con altri popoli della regione, ed anche con i Filistei, che occupavano gran parte della fascia costiera, i quali, oltre ad essere tributari dell’Egitto, erano anche stati incaricati del controllo della regione con le proprie truppe per conto dei faraoni. Poiché la situazione ristagnava senza evolvere in alcun modo, nell’anno 1012 a.C. gli anziani dei clan israeliti avvertirono la necessità di unirsi e, come per gli altri popoli, di essere governati da un vero re. Il profeta Samuele, ultimo dei giudici, consacrò re Labaya, valoroso guerriero della tribù di Beniamino, ricordato nella Bibbia con il nome di incoronazione Saul, che significa il richiesto, mentre in Egitto regnava il faraone Amenhotep IV, il quale, dopo un periodo di correggenza insieme con il padre, aveva assunto il nome Akhenaten.

 Re Saul, avendo organizzato un forte esercito riunendo le forze delle diverse tribù ed utilizzando anche un contingente di mercenari habiru come guardia del corpo personale, cominciò ad occupare una dopo l’altra le città con le quali gli Israeliti erano da tempo in conflitto, inizialmente con l’appoggio di un giovane ambizioso e spregiudicato che si chiamava Elcanan e che aveva anch’egli assoldato un proprio contingente di Habiru.

 Il regno di Saul durò poco più di due anni, ed alla sua morte in battaglia gli successero due suoi figli, che cercarono di governare le province centrali e settentrionali del paese, mentre Elcanan, che era stato consacrato re della città di Ebron con il nome David, controllava la zona collinare meridionale.

 David non si accontentò di governare la Giudea, ma in circa sette anni, dopo aver eliminato la dinastia regale di Beniamino ed aver strappato ai Gebusei la città di Gerusalemme, nell’anno 1004 a.C. divenne re di tutti gli Israeliti, fondando la dinastia reale di Giuda, mentre in Egitto regnava il faraone Smenkhkare, che secondo l’ipotesi avanzata dall’egittologa Christine El Mhady, sarebbe stata la regina Nefertiti, moglie di Akhenaten e coreggente insieme con lui a partire dall’anno 1011. Questa, a sua volta, avrebbe associato come suo coreggente il giovane Tutankamen alla morte del padre, avvenuta nell’anno 1007. Quest’ultimo, che regnò da solo dall’anno 1000, data dalle morte della madre, visse soltanto altri due anni, e gli successe lo zio Ay, che nell’anno 990 accettò come coreggente il generale Horemheb.

 Salomone fu consacrato re di Israele nel 971 a.C. e regnò contemporaneamente al faraone Horemheb, con il quale strinse diversi accordi, suggellati con un matrimonio con una delle principesse sue figlie.

 Il riconoscimento della contemporaneità, alla fine della tarda età del bronzo, tra i primi re di degli Israeliti ed i sovrani egiziani della XVIII dinastia appartenenti al cosiddetto periodo amarniano, consentito dall’adozione della New Chronology, ha permesso agli storici di ottenere importantissime informazioni sulla storia di entrambi i popoli, anche grazie all’archivio diplomatico di stato ritrovato proprio tra le rovine della capitale Amarna, contenente perfino un carteggio tra Saul ed Akhenaten, oltre ai riferimenti a tutte le città tributarie dell’Egitto conquistate da quel re e dal suo successore David senza che il faraone, concentrato esclusivamente sulla sua riforma religiosa, si preoccupasse minimamente della difesa degli alleati e della salvaguardia degli interessi dell’Egitto. Inoltre, sempre dallo studio dei documenti ufficiali, oltre ad altre importanti notizie, è stato possibile risalire a quasi tutti i nomi riportati dalla Bibbia in relazione a quel periodo, portando quindi un’ulteriore conferma dei contenuti storici presenti nell’Antico Testamento.

 Malgrado che, soprattutto grazie a questi ultimi esempi riportati, la fiducia nella New Chronology sia decisamente aumentata in tutti gli ambienti scientifici, sono ancora molti gli storici che considerano gli eventi fisici riportati nei documenti antichi, quali ad esempio le ecclissi, soltanto come notizie di contorno nelle cronache, e ritengono che il volerle utilizzare per mettere in discussione le cronologie tradizionali non sia altro che una turlupinatura, al pari delle tante tesi complottistiche prive di fondamenti attualmente in circolazione.

 Ciò nonostante, grazie ai riscontri che continuano a susseguirsi, si rileva decisamente un forte interesse intorno alla storicità dei racconti biblici.

 

BIBLIOGRAFIA

  1. Mario Liverani – Oltre la Bibbia. Storia Antica di Israele Editori Laterza, 2003
  2. David Rhol – A Test of Time: the Bible from Myth to History Comerstone, 2001
  3. David Rhol – Legend. The Genesis of Civilisation Arrow, 2005
  4. Giuseppe Flavio – Antichità giudaiche UTET, 1998
  5. Flavio Barbiero – La Bibbia senza segreti Profondo Rosso, 2010
  6. La Bibbia di Gerusalemme EDB, 2009
  7. Christine El Mahdy – Tutankhamon Sperling & Kupfer, 2000
  8. David Rhol – Exodus. Il testamento perduto Newton & Compton editori, 2015

 

L’AUTORE

Marcello Troisi è nato a Roma nel 1948, si è laureato presso l’Università di Bari ed ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento.

Durante la sua vita professionale è stato anche assistente volontario presso le Università di Napoli e di Bari.

Da sempre appassionato di storia, ha approfondito, in particolare, le vicende degli antichi popoli del Medio Oriente, dedicando particolare attenzione soprattutto agli aspetti sociali e religiosi che li hanno sempre profondamente condizionati.

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Categorie: Religione

Pubblicato da Ereticamente il 12 Novembre 2021

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Renato Corno

    Grazie Troisi, decisamente illuminante e di appassionante lettura.

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