Ex Oriente lux, ma sarà poi vero? trentunesima parte – Fabio Calabrese 

Ex Oriente lux, ma sarà poi vero? trentunesima parte – Fabio Calabrese 

Ricominciamo con l’aggiornamento dei testi delle conferenze dedicate al fenomeno megalitico. Stavolta parliamo dell’Europa continentale. Cominciamo dalla parte occidentale del nostro continente, per passare quindi a esaminare quella orientale e arrivare infine alla nostra Italia, e anche in casa nostra vedrete che le sorprese non mancano.

Uno dei più noti e importanti siti celtici sul continente europeo, è quello di Vix in Borgogna, dove sono state ritrovate sepolture celtiche di età preromana ancora miracolosamente intatte, e dai cui scavi è emerso uno dei pezzi più interessanti fra quelli ritrovati in questo genere di sepolture, il cratere di Vix, un grande cratere in bronzo proveniente dalla Magna Grecia che ci testimonia di contatti fra le popolazioni celtiche e quelle generalmente ritenute più civili dell’Europa mediterranea. Tuttavia, l’area di Vix è ancora lontana dall’essere completamente esplorata.

Noi ci lamentiamo del fatto che in Italia c’è una grande e vergognosa incuria circa l’enorme patrimonio artistico e archeologico della nostra Penisola, ma bisogna dire che anche i nostri vicini francesi mica scherzano.

“Le Monde” del 19 settembre 2019 riporta la notizia che gli archeologi francesi che lavorano nel sito celtico di Vix nella regione della Cote d’Or hanno ricevuto il finanziamento per procedere allo scavo della sepoltura di una principessa celtica…dopo 66 anni. Questa tomba, infatti, era stata scoperta nel 1953.

I Francesi hanno dimostrato di non brillare per solerzia nella conservazione e nello studio del loro patrimonio archeologico. Vi ho ricordato in precedenza il caso incredibile e increscioso della piramide di Nizza, smantellata per fare posto a uno svincolo autostradale, tuttavia non è che ad esempio gli Spagnoli o tanto meno noi Italiani ci dimostriamo molto migliori.

Un articolo di Antikitera.net del 13 gennaio 2020 a firma di Vins Lilly, riporta la notizia che a seguito della siccità è riemerso dalle acque il sito megalitico spagnolo di Guadalperal. Questo sito, a volte chiamato la Stonehenge spagnola, si trova nella provincia di Cacéres, ed è composto da 144 pietre erette, menhir che formano una struttura approssimativamente circolare. L’articolista lo definisce erroneamente dolmen, ma si tratterebbe piuttosto di una struttura simile a un cromlech. Si tratterebbe a ogni modo di uno dei siti megalitici più antichi d’Europa, datato a settemila anni fa,

Il sito, che un tempo si trovava ovviamente all’asciutto, è stato sommerso dalle acque oltre mezzo secolo fa, precisamente nel 1963 a causa della costruzione di una diga che ha portato alla formazione di un lago artificiale. Oggi si sta pensando di spostarlo in una posizione più elevata come è stato fatto per il tempio egizio di Abu Simbel. Ci sarebbe veramente da chiedersi come mai un’idea simile sia venuta solo adesso dopo un cinquantennio e passa di ammollo.

Si capisce che la produzione di energia elettrica e il ricavare nuova terra per l’agricoltura (le regioni interne della Spagna sono aride) hanno la loro importanza, ma ne ha anche l’archeologia, soprattutto di fronte a un monumento così antico, senza contare che tutto ciò potrebbe anche avere una ricaduta economica in termini di turismo, come dimostra l’esempio degli Inglesi che hanno ben saputo “usufruire” di Stonehenge da questo punto di vista. E’ vero però che non dovremmo parlare noi italiani che in fatto di incuria del nostro patrimonio artistico e archeologico, siamo maestri.

Altre volte si è costretti a fare delle omissioni perché le cose da dire sarebbero davvero troppe. È stato questo il caso della conferenza del 2018, dedicata al fenomeno megalitico nell’Europa continentale. C’è infatti da dire che, mentre per quanto riguarda le Isole Britanniche esso è relativamente ben conosciuto almeno a livello di specialisti e di appassionati, per quanto riguarda il continente, se ne sa ben poco o nulla.

Ora però, mentre ad esempio Carnac in Bretagna o Externsteine in Germania una certa rinomanza ce l’hanno, il fenomeno megalitico nell’Europa orientale è letteralmente sconosciuto ai più, e qui le cose da citare sarebbero state tantissime, ho dovuto fare una selezione e, con ogni probabilità non ho fatto sempre la scelta migliore, ad esempio non ho menzionato quella che sembrerebbe essere una vera e propria Stonehenge russa scoperta nel 2010. Scoperta che è stata resa nota in Europa occidentale da un articolo apparso sul sito britannico NDTV News il 10 ottobre di quell’anno. Si tratta di un antico insediamento le cui tracce sono state trovate al confine fra il Kazakistan e la Siberia meridionale.

Alla lettera, il titolo dell’articolo è 4000-years-old Aryan City discovered in Russia.

Forse parlare di città è esagerato, poiché si trattava di un insediamento dove sarebbero vissute dalle 1000 alle 2000 persone. In realtà, ci viene detto, la scoperta risalirebbe a una ventina di anni prima, ma non era stato possibile compiere alcun tipo di indagini e la localizzazione del sito era stata mantenuta segreta, perché la zona era di interesse militare, poi, con la scomparsa dell’Unione Sovietica e della conflittualità con l’Ovest, da questo punto di vista c’è stata una progressiva liberalizzazione. Questo insediamento, che si trova al confine fra la Russia meridionale e il Kazakistan, sarebbe il primo a essere esplorato di una ventina di altri simili che si trovano nella stessa zona. I manufatti rinvenuti lo collocherebbero in modo abbastanza certo nell’Età del Bronzo.

Gli archeologi che hanno studiato il sito sono il russo Gennady Zdanovich e l’inglese Bettany Hughes del King’s College di Londra che lavora anche come divulgatrice scientifica per la BBC.

Sono stati rinvenuti un carro, set da trucco e numerosi pezzi di ceramica, molti dei quali contrassegnati con delle svastiche che, ricordiamolo, nell’antichità non avevano significato politico, ma simboleggiavano l’energia solare e vitale, oltre a sepolture nelle quali cavalieri sono stati inumati assieme ai loro animali.

Zdanovich e la Hughes non hanno dubbi sul fatto che questi insediamenti si trovino proprio nella patria ancestrale degli Indoeuropei, che coloro che li hanno abitati quattro millenni or sono non solo avevano caratteristiche fisiche europidi, ma parlavano la lingua proto-indoeuropea da cui poi si sono differenziati i vari rami del centum del sātem. Sarebbe bello riuscire a capire su che cosa fondano tale certezza, se sono state ritrovate iscrizioni e di che tipo, ma purtroppo l’articolo non è affatto chiaro al riguardo.

Per quanto riguarda l’Europa orientale e la Russia le cose da dire sarebbero veramente tante. Qui i regimi politici comunisti che hanno dominato fino al 1991 hanno letteralmente scoraggiato se non espressamente vietato questo tipo di ricerche. Per esempio, è relativamente recente la scoperta delle piramidi della penisola di Kola. Questa penisola, assieme alla regione della Carelia costituisce la parte russa della Scandinavia, ne è “lo sperone” nord-orientale, oltre il circolo polare artico. A Murmansk, capoluogo della regione si registra la più alta escursione termica annuale del mondo, 101 gradi, dai 39 della stagione estiva ai 62 sotto zero registrati nei mesi invernali. Questo renderebbe improbabile che essa possa essere stata abitata in epoca pre-moderna a meno che in un’epoca remota le condizioni climatiche non fossero totalmente differenti da quelle attuali.  Quest’ultima ipotesi è resa verosimile dal fatto che nella Russia settentrionale e in Siberia (e del resto anche in Alaska) sono stati trovati abbondanti resti di una megafauna estinta che nelle condizioni ambientali di oggi non potrebbe minimamente sostenersi: mammut, mastodonti, rinoceronti lanosi, leoni delle caverne. Dobbiamo quindi pensare a un’epoca remota nella quale il settentrione artico godeva di condizioni climatiche favorevoli, proprio quando le regioni oggi temperate erano strette dalla morsa della glaciazione.

Nella penisola di Kola, nei pressi del lago Sadeosero, conosciuto anche come Lago Sacro, si trovano alcune piramidi scoperte da una spedizione russa nel 1998. A differenza, ad esempio delle presunte piramidi bosniache di Visoko che sono di terra e di forma alquanto irregolare per cui sono ritenute dalla maggior parte dei ricercatori delle semplici colline naturali, non c’è dubbio che quelle di Kola sono opera dell’uomo, sono costituite da blocchi di pietra e hanno forme troppo squadrate per essere degli inverosimili capricci della natura.

Nonostante ciò, sono state pochissimo studiate, di fatto ignorate dalla scienza ufficiale, tranne che in Russia, anche la loro datazione è estremamente controversa, si va da una stima di quattromila anni a una di novemila. Io propenderei per la più alta, se è logico pensare che esse siano i resti di una cultura esistita quando le condizioni dell’Artico erano molto più favorevoli di quelle attuali.

Riguardo ad esse, la stampa russa ha parlato apertamente di Iperborea, rifacendosi alle idee espresse dallo studioso Alexander Barchenko fucilato dai sovietici nel 1938 secondo cui sarebbe esistita una remota civiltà nordica, Iperborea appunto, i cui eredi sarebbero poi stati costretti a migrare verso il sud dal mutamento climatico che avrebbe trasformato l’Artico in ciò che conosciamo oggi.

Io credo ricorderete che in alcune parti di Una Ahnenerbe casalinga vi ho parlato dell’ipogeo di Glozel in Francia. In questa località, un secolo fa all’incirca, un contadino arando un campo ha casualmente aperto un varco a una vasta camera sotterranea che si trovava sotto di esso, dove sono stati ritrovati manufatti molto antichi e lastre di pietra con esemplari di una scrittura che nessuno ha ancora decifrato, la traccia di un capitolo finora sconosciuto della più antica storia dell’Europa che gli archeologi ufficiali preferiscono non prendere in considerazione perché potrebbe portare alla sconfessione del dogma dell’Ex Oriente lux, della nascita della civiltà in Oriente, nella Mezzaluna Fertile o in luoghi adiacenti.

Bene, a quanto pare, sembra che una Glozel l’abbiamo anche in Italia. Si troverebbe in Val di Susa, ne ha parlato alla metà di settembre su “Vanilla Magazine” Gian Mario Mollar nell’articolo La misteriosa città di Rama, l’Atlantide della Val di Susa. Più che di un’Atlantide, la storia pare una fotocopia di quella di Glozel. Anche in questo caso, un contadino, arando un campo, avrebbe casualmente aperto l’accesso a un ipogeo da cui sono emersi misteriosi manufatti. Questo ritrovamento è stato subito associato a una leggenda diffusa nella zona, quella di una città scomparsa, Rama appunto. Come c’era da aspettarsi, l’assonanza che potrebbe essere casuale, con il nome di una divinità indiana, ha fatto sì che la leggenda fosse collegata ai miti indiani che parlano di mondi sotterranei, Agarthi e Shamballa, ma tenendo i piedi più per terra, si tratterebbe di un insediamento celtico o forse di qualcosa di più antico, ma è inverosimile che con l’India abbia qualcosa a che spartire. In ogni caso, diciamo che ritrovamenti come quello di Glozel e anche di quest’ultimo della Val di Susa fanno pensare che probabilmente c’è un capitolo o forse più capitoli strappati della più antica storia dell’Europa.

A volte capita invece di essere fortunati. Va anche detto che la pubblicazione dei testi delle mie conferenze (generalmente suddivisi in più articoli per motivi di lunghezza) sulle pagine di “Ereticamente” non è mai o quasi mai avvenuta, non dico in tempo reale, ma in tempi ravvicinati rispetto alle conferenze stesse, e il motivo di ciò è facilmente intuibile: poiché su “Ereticamente” mi occupo di una molteplicità di argomenti anche eterogenei, a volte questi articoli devono passare un vero “collo di bottiglia” per arrivare alla pubblicazione.

E’ così capitato che il testo della conferenza del 2018, Il fenomeno megalitico nell’Europa continentale, è stato pubblicato proprio mentre stavo preparando quella dell’anno seguente, dedicata all’Italia megalitica. Una lettrice che si firma Mariela mi ha chiesto se avessi in programma di includere nella mia trattazione anche il fenomeno megalitico italiano, e mi ha fornito indicazioni preziose, delle quali la ringrazio e che non ho mancato di includere nel testo della mia conferenza del 2019, sulla “Stonehenge valdostana” di Saint Martin de Corleans.

È importante soprattutto il fatto che questo sito che risalirebbe alla fine del V secolo avanti Cristo presenterebbe le tracce di un’aratura propiziatoria, laddove secondo l’archeologia ufficiale la scoperta dell’agricoltura e l’invenzione dell’aratro sarebbero avvenute in Medio Oriente millecinquecento anni più tardi. E’ chiaro invece che, se l’aratro è stato inventato ben prima di allora dalle nostre parti, questo non può essere avvenuto solo per fini di culto, ma prima di tutto in relazione alle attività agricole.

Come voi sapete, esistono numerosi indizi dei quali vi ho più volte parlato, che suggeriscono che la scoperta dell’agricoltura, e con essa l’avvio di tutto ciò che possiamo chiamare civiltà, sia avvenuta non in Medio Oriente, ma in Europa. Ora forse, con queste tracce di aratura abbiamo qualcosa di più, una prova tangibile.

Io penso che da tutto ciò si possano trarre due conclusioni. La prima che “Ereticamente fa cultura politicamente orientata, cultura controcorrente, “eretica” contro i dogmi della visione del mondo che ci si vorrebbe forzatamente imporre, nondimeno cultura nel senso pieno della parola, a tutto tondo, e lo si vede bene anche da commenti come quello di Mariela. La seconda, purtroppo, è la constatazione di quanto poco gli Italiani conoscano del loro passato più remoto, anche “grazie” agli sfaceli di una scuola pubblica che fa più propaganda ideologica di sinistra che non insegnamento.

A fronte di tutto ciò, noi abbiamo l’ambizione di rappresentare un punto di riferimento in una battaglia che è non solo politica, ma anche culturale.

La seconda, più importante, è che abbiamo ricevuto dai nostri antenati un’eredità da difendere con le unghie e con i denti, in termini di eredità storica, archeologica, culturale, ma soprattutto eredità di sangue.

 

NOTA: Nell’illustrazione, le misteriose e ancora oggi quasi per nulla studiate piramidi di Kola.

 

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Categorie: ex oriente

Pubblicato da Fabio Calabrese il 8 Novembre 2021

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Quitadamo Angela

    Interessante saperne di più, mai letto queste notizie, grazie infinitamente.

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