Approssimazioni – Livio Cadè

Approssimazioni – Livio Cadè

Per gran parte della vita cerchiamo di liberarci da vari mali che ci affliggono. Ma se fosse vero quel che dice Pitagora  – “una cosa è certa: l’uomo è malvagio” – gli sforzi che l’uomo fa per salvarsi dal male non sarebbero che paradossali tentativi di salvarsi da sé stesso.

Del resto, l’enorme proliferazione di testi etico-religiosi che ci esortano al bene, alla compassione, alla giustizia etc., sarebbe incomprensibile e pleonastica se fossimo già inclini a tali virtù per indole naturale. Bisogna supporre viceversa che vi sia in noi una congenita tendenza al male. Per questo la nostra cultura ci invita all’amore del prossimo, cercando di limitare i danni che il nostro odio e il nostro egoismo potrebbero arrecare alla vita in comune. È tuttavia un richiamo teorico, che difficilmente supera i confini di un’astratto moralismo.

Confesso per altro che l’espressione ‘il mio prossimo’ mi suona retorica e mi lascia perplesso. Quel che dovrebbe essere ufficialmente ‘il mio ‘prossimo’ mi pare infatti lontano. Ho un analogo problema con ‘i miei simili’, esseri coi quali non trovo in realtà significative somiglianze.

Queste contraddizioni nascono dal conflitto di due piani diversi, quello dei fatti e quello dei valori. La vicinanza di anime non è quella di oggetti fisici o punti geometrici. Il vicino di casa, fisicamente prossimo, può idealmente vivere in un mondo a me estraneo. La mia coscienza si rispecchia nella sua come in uno specchio capovolto. Ciò che è bello per me è brutto per lui, la sua giustizia mi pare ingiusta, la sua verità falsa etc. Viceversa, una persona materialmente lontana può avere con me una vicinanza ideale.

Non riconosco dunque al mio prossimo il carattere inclusivo che gli viene normalmente assegnato. Se vediamo l’essenza dell’uomo nella sua idealità, ‘prossimo’ o ‘simile’ definiscono una contiguità essenzialmente interiore, particolare ed esclusiva, che nasce solo raramente – e involontariamente. Ne consegue che lontananza e diversità sono gli elementi prevalenti nelle relazioni con gli altri.

Vi sono in realtà diversi tipi di ‘prossimo’. Nell’Antico Testamento la parola indica l’appartenenza a una stessa tribù o popolo. Uguali tradizioni,  leggi e ritualità comuni, stessi nemici etc. Partiti politici o sette religiose creano una prossimità ancora più stretta, dove la coesione ideale è più forte e vincolante. Il massimo grado di prossimità si realizza nelle strutture familiari, tra coniugi, genitori e figli, fratelli, nonni e nipoti etc. Relazioni che servono più o meno consciamente da modello alle varie forme di rapporti sociali, secondo il principio “tutto quel che è nella famiglia è nella società”. Anche i nostri valori religiosi poggiano metaforicamente sulla ricchezza delle dinamiche familiari, tanto affettive che erotiche, proiettandovi prossimità e intimità amorose, fusioni di menti e di anime.

V’è poi la prossimità con sé stessi. L’uomo è infatti un essere diviso, e le parti che lo compongono sono sovente lontane e in conflitto. Il processo di approssimazione dei vari nuclei intrapersonali al Sé e la loro unificazione è in fondo la strada su cui ognuno, volente o nolente, deve camminare. La prossimità sembra estinguersi solo nella cosiddetta unio mystica, in cui il Sé personale si unisce al Sé divino. Si ha così il dissolversi della vicinanza nell’unità, dove vien meno ogni forma di relazione. Ma prima di perdermi nel Nulla vorrei retrocedere di qualche passo.

Ripenso all’educazione religiosa ricevuta. Per la mia generazione la trasmissione di insegnamenti e valori cristiani aveva un peso significativo sulla formazione della coscienza. Il mio concetto di ‘prossimo’ risale dunque a sermoni e catechismi che mi hanno abituato fin da bambino a considerare mio prossimo l’altro in generale – ovvero, con una certa enfasi, l’Altro. Questa definizione onnicomprensiva andava integrata col dovere di amare il prossimo come sé stessi. Non ho mai capito come ciò fosse possibile. E probabilmente quasi nessuno lo ha capito. Non si spiegherebbe sennò l’enorme distanza che da sempre corre a tal riguardo tra teoria e pratica.

La teoria stessa, del resto, è controversa. Vedere il prossimo tout court come ‘l’altro’ o ‘il bisognoso’ è un tradizionale pregiudizio, solo apparentemente fondato sull’autorità del Vangelo. Difatti, rispondendo alla domanda “chi è il mio prossimo?”, Gesù non gli conferisce tratti universali. Se ‘il prossimo’ fosse un concetto generale, avrebbe potuto dire: “tutti sono il tuo prossimo” (o “tutti quelli che hanno bisogno di aiuto”). Racconta invece una favola di gusto mediorientale, ambigua ed evocativa.

Si sa che ogni favola induce nell’ascoltatore meccanismi di identificazione che lo rendono ricettivo a un insegnamento iniziatico o morale. Identificandoci con un personaggio ne interiorizziamo le qualità positive: il coraggio, la prudenza, l’astuzia etc. Dobbiamo quindi, anche nel caso della parabola evangelica, individuare il nostro referente. Bisogna però tener presente che la domanda “chi è il mio prossimo?” ne sottintende un’altra: “chi devo amare?”. Questa nozione, a sua volta, è legata al problema di come “ereditare la vita eterna”. Quando tento di ‘approssimarmi’ al senso del racconto devo dunque riconoscerne la natura metafisica e non puramente psicologica o morale.

Un uomo (con ogni evidenza giudeo) si sta allontanando da Gerusalemme, città santa (quindi dalla verità e dalla giustizia). Lungo la strada si imbatte in briganti (i suoi peccati) che lo percuotono e lo derubano di ogni bene, lasciandolo mezzo morto. Passano di lì un sacerdote e un levita. Lo vedono ma non si fermano (sono la moralità e la religiosità teorico-formale dalla quale non possiamo ricevere aiuto). Un samaritano (figura disprezzata dai giudei) prova invece compassione per lui. Gli medica le ferite “con olio e vino” (segni sacramentali), gli trova un riparo e si accolla le spese per la sua guarigione (si fa cioè carico dei suoi peccati, paga  per le sue colpe. Allusione forse al tema dell’espiazione vicaria, quella che nelle religioni orientali si direbbe “trasferibilità del karma”).

Abbiamo dunque cinque personaggi. Tranne casi patologici, penso che nessuno si immedesimi nei ladroni. Il sacerdote e il levita suscitano un immediato rigetto, forse perché ci assomigliano. E non è facile mettersi nei panni dell’uomo malmenato e depredato. Resta quindi solo il samaritano. Questa è difatti la lectio communis, succulenta occasione di edificazione morale. Il buon cristiano deve identificarsi nella figura del samaritano, del ‘salvatore’. Il ‘prossimo’ sarebbe perciò l’uomo abbandonato sulla strada, simbolo di ogni nostro ‘simile’ in difficoltà, cui è nostro dovere prestar soccorso.

Lettura che appaga in fondo il nostro orgoglio. Ci permette la compiaciuta bontà con cui ci “chiniamo sulla sofferenza dell’uomo”, riconosciamo nel derelitto “il volto di Cristo” etc. È un’identificazione gratificante, alla quale difficilmente rinunceremmo per cambiarla con l’uomo tramortito e impotente. Obliteriamo così il senso metafisico della salvezza, evocato dalla narrazione, per leggervi quello di una banale assistenza sociale in cui impegnarci.

A questa interpretazione tradizionale si possono opporre due argomenti. Il primo è che il dottore della legge che pone la domanda (“chi è il mio prossimo?”) è giudeo. Quindi sembra logico debba identificarsi con l’uomo, giudeo come lui, che è vittima dei predoni. In secondo luogo, è Gesù stesso a dare una diversa chiave di lettura.

Se ci atteniamo al testo, dobbiamo concludere che il prossimo non è lo sventurato ma colui che ne ha compassione («Chi ti sembra sia stato il prossimo?» … «Chi ha avuto compassione di lui»). Il termine ‘compassione’ ricorre spesso nel Vangelo. Si tratta di un sentimento viscerale e uterino. Il samaritano ha compassione del giudeo, il padre ha compassione del figliol prodigo, il padrone ha compassione del servo indebitato. Gesù prova compassione per la vedova che ha perso l’unico figlio, per il cieco, per il lebbroso, per la folla affamata, e reagisce alla loro sofferenza con un intervento liberatorio. Lo stesso samaritano può apparire quindi come allegoria di Cristo.

Questo provoca uno slittamento della normale prospettiva. Possiamo così vedere che non siamo noi i salvatori. Siamo invece noi (ridotti a mal partito dalle nostre colpe) a essere salvati dal ‘samaritano’. E la nostra salvezza avviene senza alcun merito da parte nostra. Siamo feriti, in stato di incoscienza, non facciamo nulla per esser degni d’aiuto ma qualcuno si prende cura di noi.

Questa diversa messa a fuoco richiede che usciamo dall’ottica di una moralità pelagiana, che riduce la salvezza a capitalizzazione di atti virtuosi, e la nostra fede a contabilità di debiti e crediti. Vediamo allora che la pratica di virtù morali lascia l’uomo nella dimensione del tempo, non lo rende “erede della vita eterna”.

È tuttavia innegabile che la parabola offre un secondo livello ermeneutico, in cui noi stessi dobbiamo farci prossimi, cioè aver compassione degli altri (“fa’ anche tu lo stesso”). È il piano dell’imitatione Christi. Ma l’imitazione scimmiesca di un gesto non significa condividerne il senso e il sentimento. E la parabola sembra volerci dire, più profondamente, che non possiamo amare se prima qualcuno non ha amato noi.

Se amare non dipende dalla nostra volontà, un ostacolo insuperabile si frappone dunque tra noi e la salvezza. San Paolo lamenta lo stesso impasse a proposito degli ultimi due comandamenti, dove ci vien imposto di non desiderare. Questo ci condanna a priori, dato che il desiderare è moto naturale e incoercibile.

Allo stesso modo, amare non è il prodotto di un sistema nervoso volontario che comandi ai muscoli di muoversi, di dire o fare qualcosa. Se scendessimo dentro noi stessi, passando dal livello degli atti e dei discorsi a quello dei pensieri, delle emozioni, di quelle impressioni latenti e cruciali che gli indù chiamano vasana, vedremmo il potere della nostra volontà svanire tra ombre inafferrabili.

Sembra dunque ci sia data una legge – amare – che non dipende da noi rispettare e che fatalmente rende inutili le nostre ‘buone intenzioni’. Così, nel tentativo di salvarsi l’anima dissimulando il desiderio o simulando l’amore, il buon cristiano diventa di solito uno scrupoloso ipocrita. Oppure pensa, facendo opere buone, di “ereditare la vita eterna”.

Si pone allora qualche obiettivo filantropico, cerca di ricordarsi dei poveri, di “vedove e orfani”, dei malati, di estranei che versano in stato di bisogno etc. Tutte degnissime e necessarie ‘opere di misericordia’. Ma sono gesti che si possono compiere senza amore, unicamente per compiacere un ideale morale o intellettuale.

Questo ‘fare il bene’ diventa a volte quella forma di elemosina che, come direbbe Emerson, avvilisce chi la riceve e chi la concede. Un altruismo che tampona i sensi di colpa di chi dà mentre ferisce la dignità di chi prende. L’aiuto dato senza amore crea infatti un’offesa e un’umiliazione. È difficile allora che non si crei un oscuro risentimento verso chi ce lo offre.

Ovviamente “amare il prossimo” è possibile. Sarebbe inutile parlarne se non vi fosse in noi un naturale e quasi biologico altruismo. Sviluppare comportamenti solidali con gli altri membri del gruppo è tipico degli animali che vivono in comunità organizzate. La trofallassi delle formiche, delle api o delle termiti, per quanto possa apparirci disgustosa, è un tipico esempio di istintivo ‘amore del prossimo’. Nell’uomo questo sentimento può allargarsi oltre la sfera dei legami intimi, familiari o sociali, e indurlo a compatire ogni creatura che soffre, anche la più infima. È quel ‘rispetto della vita’ che sta alla base del pensiero buddista, dell’etica dei quaccheri, di Tolstoj, Schweitzer etc.

Questo non risolve però il problema di fondo. Non possiamo infatti decidere liberamente di provar compassione per qualcuno. È un sentimento che nasce spontaneamente quando – anche con un insetto, un fiore – si stabilisce un rapporto di prossimità e di rispecchiamento empatico. Allo stesso modo, per ragioni opposte, si creano antipatie e ostilità.

La natura involontaria dell’attrazione e della repulsione è causa di frustrazione per ogni moralista. Per essere prossimi bisogna attrarsi. Non possiamo unirci a chi non amiamo. Ci troveremmo a patire quell’angoscia che Nietzsche chiamava “soffrire di moltitudine”, ovvero di una solitudine moltiplicata.

Moralistica è pure una visione che assolutizzi l’amore, rimuovendone l’Ombra. C’è un detto buddista secondo cui quando Buddha aumenta d’un piede anche Mara (il demonio) cresce in egual misura. Dobbiamo dunque accettare come necessaria la reciprocità di bene e male, di amore e odio. Chi rifiutasse questa relazione complementare renderebbe incomprensibile l’intera realtà. L’amore è in sostanza una struttura di valori. E se si amano dei valori è naturale avere in odio ciò che li minaccia e li contraddice.

Non ho perciò alcun amore da offrire ai ‘briganti’ che oggi tramortiscono e spogliano l’Uomo, né ai loro complici o a coloro che, come il sacerdote e il levita, passano, guardano e tirano avanti. Chi ha un animo più nobile e magnanimo del mio può forse perdonarli o pregare per loro. Ma per amarli dovrei trascendere i limiti della natura umana. Posso invece amare il mio prossimo, cioè chi condivide e soccorre i miei valori feriti, l’Arjuna che prende le armi e distrugge gli esseri malefici, nemici del Dharma, che vogliono cancellare il volto dell’Uomo.

«Alla scuola del fiero amore si apprende l’ira sublime», dice Guglielmo di Saint-Thierry. Di questo abbiamo bisogno, più che di un affettato e farisaico amore del prossimo. Il fiero amore e l’ira sublime sono oggi “l’olio e il vino” con cui ungere le ferite della nostra società. Viatici verso un bene sempre imperfetto ma che rende possibile la vita. In un mondo dove l’amore e la bellezza, la libertà e la verità, ci si offrono solo per approssimazione.

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Categorie: Spiritualità

Pubblicato da Livio Cadè il 28 Novembre 2021

Commenti

  1. Rita Remagnino

    Non basta la pioggia a rendere pensose le nostre domeniche, Livio, ma puntuali dopo il secondo (o terzo) caffè arrivano a anche i tuoi “domenicali”. Grazie, comunque.

    A proposito di solitudine e «rapporti di prossimità» a me viene spesso in mente uno dei pensieri più citati di Evola, quello in cui il barone ricorda che a partire da un dato punto della vita matura non ci si sente più uniti a qualcuno per il sangue, gli affetti, la patria o l’umano destino, ma solo perché si cammina sulla stessa Via.

    Il «dato punto» evoliano è chiaramente il momento in cui ognuno di noi tralascia le unioni di tipo orizzontale e parentale per privilegiare quelle verticali e spirituali. Un momento che prima o poi arriva. E crisi totali, di tutti i valori e di tutti i principi, come quella che sta segnando la prima parte del XXI secolo ne accelerano l’evoluzione.

    Non si tratta di un periodo facile, né difficile, ma di una «fase di necessità» dalla quale uscirà una nuova stirpe di uomini capace di contrastare il presente ordine mondiale (che di fatto è ampiamente disordine) non con la violenza bensì con la resistenza, che rappresenta la cifra di ogni periodo intermedio (il purgatorio) tra la morte e la rinascita. Ma affinché la resistenza sia efficace ci vuole «il prossimo», ovvero «i simili», perché da soli si fa poca strada.

  2. Paola

    Odi profanum vulgus, et arceo.

    • Livio Cadè Staff

      “Anima mia, librati su questa folla ignara,
      libero uccello immergiti nel cielo spalancato…”

      (Marceline Desbordes-Valmore)

      • Rita Remagnino

        Sì, e dopo essersi immerso nel cielo spalancato, dice: “Ahi, pentirommi, e spesso, / Ma sconsolato, volgerommi indietro” (…)

        Personalmente, opterei per la via di mezzo: resistere con “i simili” e fuggire dalla pazza folla. Ma capisco che le sfumature insite nel concetto di “prossimo” sono molteplici, e tutte hanno un senso. L’ho detto che era un tema da domenica novembrina ….

        • Livio Cadè Staff

          Cara Rita, è un tempo infame, e solo unendoci ai nostri simili (i prossimi) lo possiamo affrontare, è vero. Ma spesso l’impulso più forte, in un tempo così, è di isolarsi.

  3. Paola

    Il problema non è unirsi ai “simili/prossimi”…ma trovarne. Troppe sfumature, certo. Partire dalle basi comuni, in questo tempo infame? In fondo ‘la miseria abitua gli uomini a strani compagni di letto’ (più o meno ricordo così la citazione).
    Ma non basta.

    • Livio Cadè Staff

      Spero che la citazione non risulti profetica. Perché se si va avanti così potremmo realmente finire in qualche campo di concentramento (o di rieducazione) per dissidenti, costretti a dividere il letto con strani compagni…

    • Rita Remagnino

      Paola uno, massimo due, punti condivisi nell’Età Oscura sono già una conquista. Qui non si tratta di trovare frotte di anime gemelle, a mio modesto parere, ma di prefiggersi uno/due obiettivi importanti e cercare di raggiungerli insieme.

      Se abbiamo imparato qualcosa in questi due anni di costrizioni e segregazioni, e io credo di si, quella cosa è l’intramontabile attualità della politica gentile e tenace dei piccoli passi. La rivoluzione, con i mezzi distruttivi di cui ci siamo dotati, sarebbe la fine di tutto e di tutti. Non si può fare. E’ possibile tuttavia resistere non stando al gioco, o standoci il minimo indispensabile a garantire la propria sopravvivenza fisica. Ma senza un rapporto con quanti condividono con noi l’utilizzo del tavolo verde, come facciamo a far circolare la voce che il croupier imbroglia e ruba? Altri, pian piano, lo capiranno.

      Non c’è tempo? In realtà, non c’è scelta.

      • Paola

        Gentile Rita,
        speriamo che lo capiscano, speriamo. E non troppo piano. Io temo anche il tempo.

      • Livio Cadè Staff

        Scusa Rita, ma quando mai si è usciti da una dittatura (e questa è peggio di una dittatura) in modo pacifico?
        Non credo basti la resistenza di qualche dissidente disubbidiente.
        O crolla l’immensa torre di Babele di menzogne che hanno tirato su in questi anni (e allora una minoranza pensante potrebbe incanalare la rabbia della gente contro il sistema), oppure si crea una lotta all’interno dello stesso sistema, un conflitto tra poteri antagonisti.
        In ogni caso non sarebbe una transizione pacifica.
        Temo che la via della non-violenza non darà risultati concreti.

  4. Paola

    …un po’ forte, ma sempre efficace, a mio avviso, il grande Cioran.

    “Disprezzo il cristiano perché è capace di amare i suoi simili da vicino. A me, per riscoprire l’uomo ci vorrebbe il Sahara”.

  5. Kami

    Storia vera (triste). Ieri mattina, passeggiando assieme al mio compagno in centro città, noto come il vento abbia tirato giù una specie di transenna fuori da un locale e, farisaica, decido di tirarla su (sebbene il mio compagno avesse detto, quasi leggendomi nel pensiero, “ma che stai a tirarla su, ‘sti qua neppure ci fanno entrare a bere un caffè! Fregatene” ). Nel delirio mi congratulo con me stessa e mi domando pure quanto karma abbia espiato, mica come quegli altri egoisti che passandoci davanti l’hanno lasciata al loro posto. Nel pomeriggio passo per la solita via per andare a fare compere e, un po’ con la testa tra le nuvole, do una botta con la gamba contro la stessa transenna che per poco non vedo le stelle. Oggi ho un lividone grande come una mela. Come per dire che fare opere buone forzando la propria naturale inclinazione, o peggio, per sentirsi migliori, non solo non espia i peccati, ma ne aggiunge (lividus docet). E son segate, come si dice dalle mie parti, ma sono pur sempre lezioni. È mio pensiero (e fede) che, rimanendo fedeli alle nostre anime e non dandoci in pasto alla paura e alla rabbia, avverrà in maniera naturale un avvicinamento con persone affini; non anime gemelle, come dice Rita, quelle sono rare da trovare e personalmente credo che una basti e avanzi, ma persone con cui formare una ecclesia (o quello che è stato chiamato il corpo mistico di Gesù). A questo punto mi è chiaro che, indipendentemente da ciò che si pensa o si crede, è la sostanza di ciò che si è che rende affini le persone; personalmente, prendendo come esempio i fatti recenti, non vedo la divisione inoculati/non inoculati, anzi, a dirla tutta chi urla dichiarandosi pro o contro mi sembra essenzialmente uguale. Con chi mi piacerebbe discutere? Forse con coloro che sono in grado di guardare agli eventi senza esserne completamente sopraffatti. Ultima cosa: penso che il concetto di resistenza non escluda i mezzi violenti, ma credo che in questo frangente, in cui è chiaro che parlare di dittatura sarebbe come considerare l’ice berg solo come la parte emersa, bisogna prima di tutto non perdere il contatto con la propria anima e mantenersi radicati nella Verità dentro di noi. E questa è già un’impresa titanica a mio avviso, e temo che sia gli allucinati che i ribelli non ce la faranno a resistere l’onda d’urto; essere nel mondo ma non del mondo è forse la chiave. Personalmente non ho la forza di immergermi tout court in una visione e rimanere spiritualmente sana. Magari, come nella parabola del buon samaritano, raccontataci in maniera veramente eccellente da Livio, non dipende davvero da noi ciò che avviene e magari resistere è veramente tutto ciò che possiamo fare. In definitiva, vincere la paura della Morte è la vera sfida e forse saranno quegli uomini e quelle donne che prevarranno contro la grande tentazione a riedificare un mondo diverso dalle ceneri di questo caos. Un saluto a tutti e buona domenica!

    • Paola

      Gentile Kami,
      qua non si tratta di urlare pro o contro. Se uno è pro, si buchi all’infinito. Ma non obblighi, né porti all’indigenza, né discrimini, né ghettizzi gli altri. Il punto è questo. Altrimenti, si reagisce. È naturale.

  6. Livio Cadè Staff

    Kami, secondo me, in un momento come questo, bisogna guardare con sospetto all’equanimità. Rischia di diventare un concetto vuoto.
    Non posso mettermi al di sopra degli eventi e conservarmi equidistante da tutto. Devo prendere una posizione. Sono parte anch’io del processo.
    Se c’è una banda di prepotenti che aggredisce un poveretto, lo malmena, lo deruba etc., posso anche pensare “chi sono io per giudicare?” e non prender le parti di nessuno.
    Così mi illudo di mantenermi equanime.
    Ma per me c’è differenza tra la vittima e il carnefice.
    Se poi certa gente è contenta di essere ingannata, truffata, violentata etc., affari suoi.
    Ma non posso mettere questa gente sullo stesso piano di chi invece viene costretto a subire violenza con la forza, i ricatti, le minacce.
    Non posso rinunciare a discriminare tra il bene e il male.
    Questo non significa che il male (o il bene) stia tutto da una parte.
    I fanatici e gli stupidi son dappertutto.
    Ma ci sono i carnefici, i loro complici, le vittime compiacenti e le vittime dispiacenti.
    E si tratta di realtà radicalmente diverse.

    • Livio Cadè Staff

      P.S.: anche nel senso che la violenza ha natura e giustificazione diversa se nasce da un’aggressione, da uno stupro, da una rapina etc. o da una legittima difesa.

  7. Michele Franceschini

    La parola è empatia e l’ha scritta qui sopra: il samaritano identifica l”uomo straniero che si è fatto da se in base alle sue capacità senza basarsi su raccomandazioni o conoscenze compiacenti. Il samaritano è colui che ha percepito in prima persona cosa significa essere abbandonato e comprende le sofferenze della vittima dei ladroni e solo tramite la sua sensibilità può comprendere le sofferenze dell’uomo ed essergli di un qualche aiuto. Se qualcuno tenta di aiutarlo senza l”empatia sarà come la barzelletta del boy scout che accompagna la vecchietta dall’altra parte della strada per sentirsi “a posto” senza comprendere esattamente di cosa avesse necessità la vecchietta.

  8. Rita Remagnino

    Livio è sensata la tua domanda “quando mai si è usciti da una dittatura in modo pacifico?” Non è però neanche mai successo che il dittatore fosse un’entità immateriale. Contro chi dovrebbero combattere i rivoluzionari del XXI secolo; BlackRock, Vanguard, State Street, Rothshild Foundation? Con quali armi; codice QR o Spid?

    Per contrastare i nuovi dèmoni possiamo solo restare umani, che è esattamente ciò che loro non vogliono. Manifestiamo il nostro dissenso con l'”avvicinamento sociale” anziché mettere in pratica il “distanziamento”, diciamo NO alla paura e alla rassegnazione, all’imbozzolamento domestico, alle cene consegnate a domicilio e consumate in solitudine davanti alla tivvù nella stessa stanza in cui di giorno si lavora, sempre in solitudine.

    Chi semina datteri non mangia datteri? Pazienza. Raccoglieremo i frutti della nostra opera quando torneremo a casa, nell’universo, o almeno spero.

    • Livio Cadè Staff

      Beh, entità immateriale fino a un certo punto, perché questi demoni, o magari i demonietti di grado minore che si divertono a tormentarci con decreti e a tenerci sulla graticola, o i demonelli dei media etc., hanno tutti nome e cognome. Hanno anche dei corpi di materiale biologico che può esser danneggiato (la loro anima no, quella ormai è morta).

  9. Kami

    Per Livio e Paola.
    Più che di equanimità parlo di agire, se necessario, senza lasciare che le emozioni ci trascinino nei soliti meandri della Storia, in questo eterno ritorno di vittime e carnefici. E senza esporsi inutilmente in fasi ancora acerbe del conflitto, come quella in cui siamo adesso.
    La reazione di cui parlate voi fa, a mio avviso, parte del gioco di lorsignori. Primo, creo un clima discriminatorio (fatto gravissimo), forzo la mano rendendo il clima psicologico un inferno (è evidente che gli articoli mainstream sono progettati per toccare corde emotive nei “contro”, almeno secondo me, e hanno la funzione di esasperare gli animi a goccine giornaliere) e poi aspetto una reazione che, ad ogni modo, sarà strumentalizzata a favore di chi l’ha architettata (lorsignori). Assumendo che, per esperienza personale, tante persone “pro” non sono dell’idea che sia giusto ghettizzare i dissidenti (questa è l’idea che il mainstream vuole che credano i “contro”) , sarebbe più saggio aspettare che le carte vengano scoperte definitivamente dai nostri avversari (lasciar fare a loro le prime mosse è sempre meglio che esporsi per primi). Questo perchè è necessario che molti “pro” vedano oltrepassata una linea rossa, una specie di taboo, e che si ravvedano e offrano il loro aiuto alla dissidenza; allora si che ha senso pensare ad una forma di guerrilla, anche se nel 2021 non so che forma potrà avere. A mio avviso, però, la componente emotiva è bene tenerla a bada perchè porta sempre a reazioni molto prevedibili; questo era quello che intendevo dire con osservare con distacco, non volevo dire che “tutto è bene e perfetto”, come se la raccontano in certi circoli new age o invitare alla non azione. Se uno si incavola ogni giorno per il commento dell’influencer di regime piuttosto che per la trasmissione becera in TV, quando sarà il momento di utilizzare la rabbia in maniera costruttiva, fallirà perchè non sarà in grado di controllarla. In un certo senso, secondo me, il motivo di questo panico generale sono stati diversi decenni di terrore instillato a goccine, con conseguente assuefazione della gente alla paura, dipendenza psico-fisica e incapacità di distaccarsene e controllarla (come con ogni droga). Ognuno di noi avrà una parte da giocare in questa faccenda, questo è sicuro; quale che sia lo scopriremo solo vivendo. Credo che l’azione pura, svincolata quanto più possibile dalle emozioni pilotate dal nemico, sia la nostra sola vera arma a disposizione. Però, è comprensibile che il Leviatano ci sputi via come i gusci dei semi di zucca; alla fine non è il Leviatano il nemico stesso? Le sue testoline sono la finanza, la burocrazia,la sanità, lo stato, l’istruzione (di regime)..alcune le vogliamo, pensiamo ad un mondo senza sanità, altre le aborriamo..ma e possibile salvare capra e cavoli, mi domando?
    PS quoto Rita e penso che questo mantenersi umani sarà parte della grande sfida di questi nostri tempi. Spero anche io che raccoglieremo i nostri frutti una volta tornati a casa. (Speriamo che ci sia una casa a cui tornare).
    Un saluto!

  10. Paola

    Non è reazione al media o ai fessi che straparlano. È discriminazione reale. È ricatto reale. È ghetto reale. Tutto per legge. È disperazione reale. Nel mondo reale.

  11. Livio Cadè Staff

    Kami, non credo possibile il “distacco emotivo”. Ti impediscono di lavorare, ti trovi senza più soldi per pagare le spese, l’affitto, vieni trattato come un topo da derattizzare, sei circondato da una torma di zombi allucinati, politici, medici e giornalisti ti prendono quotidianamente per il c…, se provi a dir qualcosa ti censurano, ti radiano, ti manganellano etc.
    Forse chi ha dissolto il proprio ego nel nirvana può restare calmo e distaccato.
    Ma anche Gesù Cristo ci sono dei momenti in cui si in..quieta.

  12. Gianni

    Bell’articolo,bella discussione arricchita da Rita,Livio e altri attenti amici.Il tema è complesso perché comunque il nostro retroterra psicologico culturale religioso ci impedisce di dare una spiegazione libera da condizionamenti.Ma c’è un tempo per tutto.C’è il tempo per la pace,uno per la diplomazia,uno per la guerra.Si deve solo capire quando si deve usare uno di questi strumenti.Un bicchiere d’acqua,un fiume,e l’oceano sono fatti di acqua eppure sono cose,entità diversissime,perché anche la quantità contribuisce a cambiarne le caratteristiche.Pure il tempo cambia la natura dell’evento,anche quando ci sembra uguale.Mi sono sempre chiesto se le parole che adoperiamo rispecchiano il significato profondo che in varie epoche venne loro attribuito.Pietas è la nostra pietà?Il “prossimo” dei vangeli è il nostro prossimo?La moglie il marito i figli e le figlie erano nelle epoche passate uguali a ciò che oggi sono per noi?…

    • Livio Cadè Staff

      Non solo il significato delle parole cambia nel tempo. Cambia anche nello spazio. E a volte non servono neppure grandi distanze. Parli con uno e capisci che dà alle parole un significato diverso dal tuo. E spesso è proprio questo che ci consente di andar d’accordo, il fatto che non ci siamo capiti.

  13. Kami

    Paola e Livio, so essere tutto reale e mi intristisco e mi arrabbio anche io come tutti voi. Non ho una famiglia da mantenere, quindi la mia situazione è molto meno complessa di quella di molti e non intendo sminuire le preoccupazioni di nessuno. Sono ghettizzata pure io ma non dispero, perchè guardo anche al lato positivo della faccenda e questo mi aiuta a vedere al di là delle mie piccole/grandi preoccupazioni; e il lato positivo è che finalmente abbiamo tutti una occasione di dire “ciao” ad un sistema e ad un modo di vivere che ci ha ingrigiti e che ci ha deresponsabilizzati al punto da essere diventati come neonati che, senza la poppa, morirebbero nel giro di pochi giorni. È una realtà brutale, ma abbiamo bisogno dello Stato, della grande finanza, perchè siamo dipendenti (almeno la maggior parte di noi, io inclusa) dalla sanità, dalle catene alimentari, dal petrolio, ed è stato così per molto tempo, in un tacito accordo in cui si è barattata la nostra libertà per un po’ di comodità – pur sapendo che nel mondo c’era chi pagava un prezzo molto alto per questa nostra comodità (ma di questi ghettizzati non ce ne siamo mai curati, come si dice “ognuno sente le sue”). Ce la siamo goduta, senza renderci conto che già eravamo ricattabili prima del 2020, il salario, le tasse, i migliaia di codici più o meno scritti a cui abbiamo dovuto piegare la nostra natura pur di stare al gioco sociale..non sono ricatti? Solo che, accettandoli, non ci pesavano, mentre farsi inoculare è stata la nostra linea rossa. Dico la nostra, perchè altri hanno abbandonato la nave prima di noi di fronte ad altri fatti, le loro linee rosse; è stato lo smog insostenibile delle nostre città, le ineguaglianze sociali, la mancanza di senso. Adesso la verità è emersa anche per noi, la poppa era avvelenata perchè ci ha resi molli e paurosi, un po’ una caricatura dell’Uomo, piuttosto simili agli animali allo zoo che, notoriamente, campano più a lungo di quelli allo stato brado. Penso però che il ricatto finisca nel momento in cui ciascuno di noi sia in grado di raccogliere la forza ed il coraggio necessari per prendere in mano la propria vita ed imparare a camminare sulle sue gambe; capire che la sicurezza proprio non è di questo mondo e che la vita è anche lotta. Questo vorrà dire fare molti passi indietro, molti sacrifici, cambiare completamente orientamento, trovare persone affini, come si diceva, e ripartire dalle basi; magari il premio sarà una vita più viva, meno compromessi, avere meno gente che ci sta sulle scatole con cui avere a che fare. Oppure cercare di cambiare qualcosa, se lo si ritiene possibile, ma non per tornare a quello che c’era prima, sembra ormai chiaro che questo è quello che c’era prima in stato latente.
    Che cosa ci sta insegnando questo periodo? Forse che è arrivato il momento di diventare grandi? Forse iniziare a vedere il messaggio insito negli eventi ed imparare qualche lezione ci potrebbe aiutare per fronteggiare i tempi che verranno. In questo senso un po’ di sano distacco emotivo ci può essere grande alleato.
    Un saluto!

  14. Livio Cadè Staff

    Leggo tra le regole di san Basilio il Grande (329-379):
    “…è necessario, se si desidera compiacere Dio, vivere con persone che abbiano la stessa mentalità”.

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