Lo studio e la conoscenza – Marco Calzoli

Lo studio e la conoscenza – Marco Calzoli

 

 Nel mondo indiano la più antica manifestazione della sapienza è costituita dai Veda, i testi sacri dell’induismo. Il Ṛg-Veda, il primo di questa letteratura, è databile attorno al 1500 a. C., anche se contiene del materiale più antico.

 Il pensiero filosofico è presente già nei Veda, che non sono dei testi di mitologia. Ma in senso più occidentale esso nasce in seguito e la prima scuola di filosofia indiana è la Śānkhya, sorta con Kapila, vissuto prima del VI secolo a. C. Secondo questa scuola, esistono due principi ontologici eterni e immutabili: da una parte abbiamo il Paruṣa, cioè il soggetto spirituale, cioè l’insieme infinito e eterno delle anime spirituali; dall’altra abbiamo la Prakriti, la materia, il mondo della natura intrisa di materia. Le varie anime osservano come in un film le varie manifestazioni della materia, cioè l’evoluzione del corpo e della natura esterna a noi. Secondo questa filosofia, l’uomo si identifica con ciò che vede, come quando stiamo sognando, e questo crea l’illusione della nostra identità materiale, è il nostro Io inferiore. Ma noi non siamo confinati in un corpo e in uno spazio: il corpo e tutte le forme che guardiamo sono illusioni date dalla Prakriti, è il film che vede la nostra anima spirituale e che noi crediamo vero mediante il nostro Io inferiore. A questo punto, quando noi cessiamo di credere al mondo delle illusioni, la nostra anima prende consapevolezza che non siamo limitati in un corpo, in uno spazio e in un tempo, ma siamo eterni e infiniti.

 Per questa ragione la conoscenza è lo scopo principale della nostra vita. Dobbiamo renderci conto che tutto il mondo che vediamo altro non è che un film. Questa consapevolezza è la liberazione dall’illusione. È la grande conquista della nostra anima che si sveglia. È la massima sapienza.

 Questa filosofia indiana è un esempio di come le varie tradizioni umane pongano l’accento sulla acquisizione da parte dell’uomo della conoscenza. Aristotele apre la sua Metafisica con questa affermazione: “Tutti gli uomini desiderano conoscere per natura”, che nell’originale greco suona pantes anthrōpoi tou eidenai oregontai phusei. Per questo, sin dagli albori della civiltà nel mondo sumerico, c’è testimonianza delle scuole, nelle quali i giovani venivano e vengono ancora istruiti per imparare dapprima nozioni pratiche e poi via via una visione sempre più ampia e profonda del mondo.

 Piaget vedeva lo sviluppo intellettivo del bambino dapprima nella acquisizione di una abilità pratica e poi sempre più astratta. Nella scuola primaria i bambini imparano dapprima a scrivere le singole lettere, poi fanno i dettati e infine elaborati personali, segno di una più matura libertà di pensiero. La parola greca sophia significa dapprima “abilità tecnica” (per Pindaro il sophos è il bravo poeta, nel senso che ha l’abilità di fare poesie), quindi “saggezza” (per le cose pratiche), infine “sapienza” (per le cose astratte).

 Il verbo latino studēre, donde il nostro “studiare”, significa etimologicamente “appassionarsi” a qualcosa. La sapienza, infatti, è qualcosa di talmente dilettevole e gustoso che le persone desiderano studiare per acquisirla spinti a volte da una vera e propria passione. È significativo il collegamento etimologico tra “sapienza” e “sapore”.

 Leggiamo il frammento di un’epistola di Cicerone, nella quale l’autore istituisce un riferimento ad un episodio a proposito della sua educazione giovanile. Questo frammento ci è conservato soprattutto dal De grammaticis et rethoribus di Svetonio (a sua volta frammentario). Si tratta della parte che Svetonio dedica a Lucio Plotio Gallo. Ma l’episodio lo abbiamo anche dal Chronicon di Girolamo.

 Svet. rhet. 26.1 (Cic. Ep. fr. 1):

L. Plotius Gallus. De hoc Cicero in epistula ad M. Titinium sic refert: Equidem memoria teneo pueris nobis primum Latine docere coepisse Plotium quendam. Ad quem cum fieret concursus, quod studiosissimus quisque apud eum exerceretur, dolebam mihi idem non licere.

“Certamente mi ricordo che quando ero un ragazzino per primo un certo Plozio iniziò ad insegnare in lingua latina. Dal momento che vi era un grande afflusso di persone verso di lui e dal momento che tutte le persone più appassionate allo studio della retorica si esercitavano presso di lui, ero addolorato per il fatto che questo a me non era consentito”.

Continebar autem doctissimorum hominum auctoritate qui existimabant Graecis exercitationibus ali melius ingenia posse.

 

“Tuttavia, venivo trattenuto dalla auctoritas di alcune persone di grandissima cultura i quali ritenevano che il talento naturale potesse essere nutrito meglio attraverso esercitazioni in lingua greca”.

Hier. chron. ad Ol. 173.1 [p. 150 Helm]

Plotius Gallus primus Romae Latinam rhetoricam docuit. De quo Cicero sic refert: memoria teneo pueris nobis primum Latine docere coepisse Plotium quendam.

In Girolamo vi è, di più, un’annotazione cronologica: il primo anno della centosettantatreesima olimpiade (88-87 a.C.).

 La tradizione dell’opera di Svetonio è legata ad un codice piuttosto celebre: codex Hersfeldensis. È diventato celebre perché contiene anche le opere minori di Tacito: Agricola, Germania, Dialogus de oratoribus. È vergato in minuscola carolingia, di origine forse francese o germanica, databile intorno alla metà dell’800. Il codice poi è scomparso e riapparso in poche pagine. È stato oggetto di ricerche da parte delle SS tedesche che videro nella Germania di Tacito un testo quasi sacro.

 Lucio Plozio Gallo era considerato, tradizionalmente, il primo maestro di retorica a Roma in lingua latina. Pueris nobis ci offre una prima indicazione temporale: tendenzialmente un puer è un bambino dai 7 ai 14 anni. Sappiamo che Cicerone nacque nel 106 a.C., dunque quest’indicazione ci riporta al primo decennio del I secolo a.C. Questo dato non si concilia con la datazione proposta da Girolamo, che indicava gli anni 88-87 a.C.

 Latine docere: stando a Cicerone si afferma per la prima volta un insegnamento della retorica in lingua latina. Il primato, per quest’innovazione, è attribuito a Plozio Gallo. Il quendam suona un po’ strano, sembra dispregiativo ma non è necessario vedervi nulla di volutamente negativo.

 Concursus: l’insegnamento di Plozio ottiene un grande successo e vi è una grande affluenza di persone, tra cui studiosissimus quisque. Non sappiamo chi siano questi, anche se, secondo alcuni studiosi, si potrebbe includere, nel novero di questi personaggi, Tito Pomponio Attico.

 Graecis exercitationibus: l’insegnamento di Plozio è contrapposto a delle esercitazioni in lingua greca. L’accento è posto sull’esercitazione, non sulla teoria. Secondo gli antichi, per poter padroneggiare la retorica e altre discipline, occorreva la compresenza di tre elementi: natura, ars, exercitatio. Cicerone dice, poi, che secondo l’opinione di alcuni personaggi, le esercitazioni in lingua greca erano più adatte a nutrire l’ingenium (altro modo per esprimere la natura).

 Auctoritas doctissimorum hominum: a Cicerone non è lecito partecipare a tali esercitazioni perché è trattenuto da questi uomini, dato che ritengono che le lezioni precedenti siano superiori dal punto di vista didattico. Si crea una situazione di contrasto tra due metodi didattici. Dietro questi metodi ci sono ovviamente riflessi culturali e politici. Dolebam: questo stato di cose crea un sentimento di dolore nel giovane Cicerone.

 Abbiamo scelto Cicerone perché è un eminente esempio di persona dedita allo studio. Di lui Canfora scrisse che amava più la vita come palestra per la cultura che la cultura come palestra per la vita Siamo in grado di ricostruire una serie di dettagli grazie ai riferimenti dello stesso Cicerone. La sua prima educazione avvenne in famiglia, forse ad opera del padre o di qualche maestro a pagamento. Iniziò ad andare a scuola quando si trasferì a Roma con la famiglia, intorno ai 10 anni. Tra il 96-92 studiò la Grammatica. Quando si trovava alla scuola del grammaticus studiò a memoria il testo della legge delle XII Tavole. Studiò sia la lingua greca che latina, presso ignoti maestri. Durante questo percorso di studi ebbe il riconoscimento di essere uno degli allievi più brillanti. Ebbe compagni di studio importanti, come Attico e Gaio Mario (figlio del rivale di Silla). L’immagine che ricostruiamo è quella di un percorso di formazione di assoluta eccellenza.

 Dal 91 inizia lo studio della retorica. Nel 90 ebbe il suo tirocinium fori. Il tirocinium fori era una sorta di apprendistato pratico: i membri dell’élite venivano affidati a un tutor, che è un personaggio importante. Nel caso di Cicerone sono stati Quinto Muzio Scevola l’Augure e il Pontefice.

 Cicerone non si fermò qui, proseguì quasi per tutta la sua vita a studiare. Si recò in Grecia e in Asia per ricevere le lezioni dei più importanti maestri del tempo. Si recò a Rodi per seguire le lezioni di Posidonio di Apamea e di Apollonio figlio di Molone, a 27 anni.

 Il De Oratore è un’opera di Cicerone databile nel 55-54 a.C. È un dialogo platonico ambientato nel passato, nella villa di Tuscolo di Lucio Licinio Crasso nel 91 a.C. Quest’ultimo fu console nel 95 a.C. e censore nel 92 a.C. Dal punto di vista di Cicerone è uno dei più grandi oratori della generazione precedente. Il 91 a.C. è esattamente il periodo in cui Cicerone è studente e Plozio Gallo apporta le sue novità. A parlare in prima persona è Crasso. Leggiamo da quest’opera (93):

Verborum eligendorum et conlocandorum et concludendorum facilis est vel ratio vel sine ratione ipsa exercitatio.

“La teoria (ratio) o l’esercitazione stessa senza la teoria, a proposito della scelta della collocazione e della conclusione delle parole (posizionare le parole in fine di periodo) è facile”.

rerum est silva magna, quam cum Graeci iam non tenerent ob eamque causam iuventus nostra dedisceret paene discendo, etiam Latini, si dis placet, hoc biennio magistri dicendi exstiterunt.

“Invece è grande la foresta delle cose, dal momento che ormai i Greci non padroneggiavano la quale (quam – silva magna) e per questo motivo (ob eam causam) la nostra gioventù / i nostri giovani quasi per così dire disimparava (dedisceret) imparando, negli ultimi due anni (hoc biennio) sono comparsi (exttiterunt), che gli dèi ci aiutino, anche dei maestri latini”.

quos ego censor edicto meo sustuleram, non quo, ut nescio quos dicere aiebant, acui ingenia adulescentium nollem, sed contra ingenia obtundi nolui, conroborari impudentiam.

“Io, in qualità di censore, con un mio editto li avevo tolti di mezzo (sustuleram), non perché, come riferivano che non so chi dicesse (nescio quos dicere), io non volessi che le qualità naturali dei giovani venissero acuite (acui), ma al contrario non volli che le loro qualità naturali si ottundessero (obtundi), e che venisse rafforzata la loro sfacciataggine”.

 Cicerone ci riferisce un fatto preciso, avvenuto durante la censura di Lucio Licinio Crasso. Inizialmente abbiamo una contrapposizione tra verborum e rerum del periodo successivo. Inventio, elocutio, dispositio, memoria e actio sono le cinque parti della retorica. Quindi qui Crasso sta contrapponendo inventio ed elocutio (vale a dire contenuto e forma). Silva è l’equivalente di del greco ulē, che significa “materia grezza” ed è reso in latino con materies. Questi nuovi maestri latini, che si rifacevano ad un certo insegnamento proveniente dalla Grecia, non padroneggiavano più l’arte della corretta forma dell’orazione retorica, quindi corrompevano l’ingegno dei giovani, ragion per cui Crasso decise di far chiudere quelle scuole.

 Perché Crasso emanò l’editto? L’editto venne promulgato ed evidentemente aveva suscitato delle reazioni. Il termine del contendere è l’effetto che questo nuovo tipo di educazione esercitava sugli ingenia dei giovani. Secondo i critici Crasso chiuse la scuola perché rendeva i giovani da un lato ottusi, da un lato impudenti. L’accusa di chi era contro l’editto era che Crasso non volesse che i giovani diventassero acuti e volesse contenere la loro intelligenza.

 Conoscere è una qualità dell’anima umana, che la nostra natura spirituale condivide con gli dei. Śrimad-Bhāgavatam III, cap. 25, 2: “Nessuno possiede una conoscenza più grande di Dio”. Aristotele (Metafisica I, 2): soltanto il dio conosce da sé stesso (kath’auton epistēmē). Gli uomini, fin quando sono nella condizione terrena, legati e limitati da un corpo, conoscono per lo più apprendendo da altri. Da qui la grande importanza della scuola.

 È fondamentale l’importanza dell’orfismo per la filosofia greca. L’orfismo si incentrava su un mito: la figlia della dea Demetra, Persefone, viene rapita nel mondo dei morti ed Orfeo cerca di liberarla per portarla alla luce. Gli studiosi ritengono che il mito alluda all’anima immortale degli uomini che si incarna nella dimensione terrena (gli inferi), con un corpo, per poi reintegrarsi nella natura divina, cioè vivere con gli dei. L’anima immortale ha compiuto una colpa e per questo deve reincarnarsi in molte vite terrene per purificarsi e ritornare tra gli dei. L’orfismo introduce nel pensiero greco il dualismo: anima immortale e anima mortale (assieme al corpo). I presocratici si spiegano pienamente ammettendo le concezioni orfiche, soprattutto Pitagora, i Pitagorici e Empedocle. Ma anche certi frammenti criptici di Eraclito trovano luce solo rifacendoci alle dottrine orfiche, per esempio “Immortali mortali, mortali immortali, la vita di questi è la morte di quelli, la morte di questi è la vita di quelli” (fr. 22 B 62 DK). Ma pensiamo anche al primo testo della filosofia occidentale, il Detto di Anassimandro, un frammento tramandato da Simplicio: “Ma da ciò da cui per le cose è la generazione, deriva anche la dissoluzione verso di esso, secondo il necessario; esse si rendono infatti reciprocamente giustizia e espiazione per l’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo”.

 Il dualismo è compiutamente presente in Platone. Pensiamo poi al suo mito della caverna: gli uomini che sono nella caverna sono coloro che stanno ancora legati alla dimensione terrena. In tutto il mondo ci sono racconti simili, spaziando dall’India (Rama che deve ricongiungersi alla propria amata, simbolo dell’anima) al Giappone: la dea del sole Amaterasu che si rifugia nella caverna. Si tratta di un’unica storia ripresa consapevolmente da tutti i popoli della terra? Si tratta di un archetipo presente nell’inconscio collettivo di tutti gli uomini. Quello che è certo è che, nonostante in tutti i miti e le storie dell’umanità compaia un riferimento a qualche cosa di celeste che si cela in una caverna per poi riemergere, questi stessi racconti sono poi sviluppati in maniera assai originale all’interno della singolare cultura di appartenenza.

 Facciamo un solo esempio. Ci riferiamo al mito giapponese. È utile notare che Amaterasu è presentata non solo come divinità del sole ma anche come tessitrice, il che apre un’interpretazione molto diversa del significato del mito. Michael Como ha mostrato come ci siano somiglianze strutturali tra le leggende cinesi sull’origine della sericoltura e la storia della caverna. Nella sua interpretazione la caverna descrive come la tessitrice Amaterasu morì ed entrò in uno spazio confinato simile a un bozzolo, riemergendo in grande splendore dopo un rischioso periodo di incubazione. Questo rispecchia la vita dei bachi da seta, noti in Cina come il miracoloso “insetto delle tre trasformazioni”. In un altro contesto il Nihon shoki (Cronache del Giappone) descrive come l’allevamento di bachi da seta iniziò quando Amaterasu “si mise dei bozzoli in bocca e ne tirò fuori del filo”. Como mostra che i gruppi immigrati di tessitori dal continente praticassero il culto dei bachi da seta in santuari dedicata a Amateru o Amaterasu, il che suggerisce che la sericoltura e la tessitura fossero, almeno inizialmente, parte integrante del mito della caverna.

 I maestri dell’umanità dicono che l’anima conosce tutto, quindi il conoscere in questa dimensione terrena è un ricordare, come voleva Platone. Platone (Sofista 228 c7 sg.): “Sappiamo che ogni anima senza un impulso interiore a conoscere è nell’insipienza”, alla mēn psuchēn ge ismen akousan pasan pan agnoosan. L’anima può conoscere tutto per sua natura, ma è la incarnazione nella dimensione terrena che le sporca questa innata capacità, che deve riacquisire mediante la purificazione, come voleva l’orfismo. Attraverso varie vite terrene l’anima si purifica sempre più dalla materia e ritorna, alla fine, a splendere e a conoscere tutto. Infatti, l’anima non è una entità terrena: “come testimonia Aristotele, nei poemi orfici si dice che l’anima entra in noi dall’universo, portata dai venti, quando respiriamo” (così Giamblico in un fr. del De anima tramandato da Stobeo, Anthologion I, 49, 366).

 Ancora Proclo (Lettera all’inventore Teodoro 49), alla fine della filosofia greca antica, diceva: abbiamo individuato “quelle forme di sapere che l’anima può attingere all’interno della dimensione terrena e quelle che sono ottenibili unicamente dopo aver avuto accesso ai livelli più alti del cosmo. Socrate possedeva alcune di queste forme di conoscenza, mentre sperava di ottenere le altre e di accedere alla contemplazione della verità una volta liberatosi dal corpo, absolutus a corpore”.

 Allora possiamo dire che studiare e apprendere in questa dimensione terrena è una preparazione a ricordare la sapienza insita in ogni anima immortale. È una preparazione per riacquisire il ricordo della nostra natura divina. Conoscere ha a che fare con la gloria della nostra anima, è un atto sacrale.

 Un importante esponente del medioplatonismo, Massimo di Tiro (Dissertazione 10), così riassume: “Il corpo per natura è in grado di camminare, mentre l’anima per natura è in grado di conoscere. Se poi questa è immortale, come è, in qualche modo è necessario che da sempre in lei esista questo: i concetti e le scienze delle cose, tas noēseis te kai epistēmas tōn pragmatōn. Poiché io credo che l’anima sia intrappolata in una duplice vita – la prima pura, splendente e non molestata da alcuna sventura, mentre la seconda torbida, agitata e mescolata a ogni genere di avversità – in questo mondo è riempita di oscurità e si sente la testa pesante”.

 Ma lo studio, quando moltiplica l’apparenza senza puntare all’essenziale, diventa una aberrazione, che ci allontana dalla natura divina della nostra anima. La conoscenza discorsiva deve lasciare posto, alla fine, alla conoscenza intuitiva, altrimenti moltiplicando le parole si smarrisce la via. È il pericolo di cui parla anche Lao Tze (Tao Te King 32): “Ma è cominciata la misura, si sono avuti dei nomi, e i nomi si sono moltiplicati, bisognerebbe arrestare il sapere, saper arrestarsi, sarebbe la salvezza”.

 Il filosofo pitagorico Ione di Chio diceva che condizione perfetta di ciascun essere è una triade: intelligenza, forza e fortuna, sunesis kai kratos kai tuchē (fr. B 1 DK). Possiamo dire che la intelligenza massima sta nel lasciare questo mondo per andare nell’altro, quello superiore, e per questo fine ultimo è necessario usare la forza della volontà sperando che la fortuna sia propizia per tale grande opera. Rimanere in questo mondo significa rinunciare alla verità e alla gioia piena. In sostanza il cristianesimo medioevale, seppur secondo altri presupposti, proponeva la mortificazione della carne e il ripudio di questo mondo e di tutti i suoi valori per entrare nel regno dei cieli, anche con aspre penitenze. Giovanni 1, 5: “La luce nelle tenebre brilla ma le tenebre non la accolsero”, ou katelaben. Giovanni 1, 9-10: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo fu fatto per mezzo di lui ma il mondo non lo riconobbe, ouk egnō”. Giovanni 15, 18, 21: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me, ei o kosmos umas misei, ginōskete oti eme prōton umōn memisēken. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia, dià touto misei umas o kosmos. Ricordatevi della parola che io vi ho detto: ‘Un servo non è più grande del suo padrone’. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono Colui che mi ha mandato, oti ouk oidasin ton pempsanta me”.

 Secondo la teologia e la spiritualità cristiane, Dio non forza le sue creature. L’uomo ha di fronte a sé due vie: è libero di scegliere tra quella di Dio e quella del mondo. In questo sta l’amore inconcepibile di Dio: Dio ama talmente tanto le sue creature che, qualora queste scelgano la via del male, Egli le rispetta, dando loro però sempre indicazioni positive, una delle quali è la Parola di Dio. Dio non odia il peccatore, ma il peccatore, nella straordinaria misericordia di Dio, ha tanto più diritto di appellarsi al suo Cuore misericordioso quanto più è sprofondato nel peccato. Nessuna intelligenza umana né angelica è in grado di capire fino in fondo l’amore eterno che Dio nutre nei confronti di ogni creatura. La sua misericordia deve quindi essere certamente collegata alla sua onnipotenza. Solo un Dio onnipotente è in grado di amare visceralmente, come una tenera madre, anche quel peccatore che sceglie tenacemente la via del mondo, del sopruso e del male, rispettando fino alle estreme conseguenze la libera scelta di farsi del male con le proprie mani. I mistici, che parlano con Dio, riferiscono di aver incontrato un essere “pazzo di amore” per l’umanità, che fa di tutto per richiamare la coscienza del peccatore e di tutte le persone, che tutte sono nel peccato, alla conversione verso la sua via rigettando le seduzioni e le illusioni del mondo. Luca 15, 7: “Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”.

 Per le varie teorie della reincarnazione, è una grave colpa reincarnarsi ancora in questa dimensione terrena: quindi una vera tragedia. Infatti, la natura terrena e mortale del nostro essere uomini è riassunta in maniera molto precisa da Apuleio di Madaura (Il dio di Socrate 126-127): “Gli uomini dunque, fieri della loro ragione, potenti nel loro linguaggio, oratio, hanno un’anima immortale, membra corruttibili, una mente agile e inquieta, un corpo pesante e vulnerabile, costumi quanto mai diversi, colpe simili, un’audacia pervicace, una speranza solida; condannati a una fatica vana, in balìa di una sorte precaria, individualmente mortali, ma collettivamente immortali, se si considera l’insieme della specie, continuamente rinnovati dal susseguirsi delle generazioni, essi hanno un tempo fugace, un senno tardivo, una morte rapida, una vita piena di dolori, querula vita: questi sono gli uomini che abitano la terra”.

 Per il mondo antico e medioevale il sacro non era una opzione ma il cardine unico della vita sociale. Tutto era sacro, come oggi per i musulmani. Per questo l’ateismo aveva un altro valore. Dio era spesso un principio cosmico accettato come si accetta il sole, sul quale tuttavia si potevano avere diverse opinioni. Anche l’anima immortale era accettata spesso quasi come un dato di fatto. Allora la religione, che tramandava questi insegnamenti, non era un’opinione ma la verità. Esattamente come oggi avviene presso i musulmani, dove non esiste un ateismo come negazione totale della fede. Si parla per l’Islam, rispetto al mondo occidentale, di contemporaneità del non contemporaneo. Come i filosofi greci dicevano che il più grande sapiente è il sacerdote, così il Corano (2, 10), sulla stessa linea, ha questa certezza per chi si allontana da Dio: “Nei loro cuori c’è una malattia e Dio ha aggravato questa malattia. Avranno un castigo doloroso per la loro menzogna”, fī qulūbihim maraḍun fazādahumu l-lahu maraḍan; walahum ‘adhābun alīmun bimā kānū yakdhibūna.

 

 

 

 

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha dato alle stampe 37 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli.

 

 

 

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Categorie: Cultura

Pubblicato da Marco Calzoli il 3 Ottobre 2021

Marco Calzoli

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha dato alle stampe 36 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli.

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