L’eredità degli antenati, settantaduesima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, settantaduesima parte – Fabio Calabrese

Questa sarà una Eredità degli antenati diversa dal solito, infatti avrà come oggetto l’edizione 2021 del festival celtico triestino Triskell (XXI edizione) e le conferenze che vi ho tenuto.

Vale sempre l’avvertenza che vi ho già ripetuto in analoghe circostanze, ossia che, rivolgendomi a un pubblico generalista, non con un orientamento politico definito, non potevo fare un discorso apertamente e dichiaratamente politico, tuttavia noi capiamo bene che riconoscere e indagare l’antichità e la grandezza della civiltà europea, un discorso che ha un significato anche politico, eccome se lo è, tanto più che oggi, come sappiamo, sotto la deleteria influenza sempre più stringente di idee “politicamente corrette” e del tutto false, questa antichità e questa grandezza si tendono a negare, oppure si ha la pretesa, in contrasto con tutto quanto sappiamo, di “colorizzare” i nostri antenati attraverso una storia inverosimile e inventata di sana pianta.

La verità rende liberi, ha detto qualcuno. Concetto che ha come corrispettivo che la menzogna rende schiavi, ed essendo la democrazia una tirannide, o null’altro che un ben congegnato sistema di tirannidi, non può nutrirsi altro che di menzogne, in primis quelle su noi stessi, la nostra identità, i nostri antenati.

Va da sé che questo non è un resoconto della manifestazione, gli aspetti musicali e folcloristici, i gruppi musicali, il mercatino di chincaglieria assortita, i tizi che girano in kilt, non ci interessano. Ci concentriamo sugli aspetti culturali che tutto sommato costituiscono una parte minoritaria, una “nicchia” nel festival.

Noi tutti sappiamo che la pandemia di covid19 ha avuto ripercussioni pesanti sulla nostra vita sociale. Uno degli effetti che ha avuto, certo non il più grave, è stato quello di rendere il Triskell “temporalmente itinerante”. In altri termini, mentre nelle 19 edizioni che si sono succedute a partire dal 2000 la manifestazione era centrata attorno al solstizio estivo, si teneva regolarmente alla fine di giugno, nelle edizioni 2020 e in questa del 2021 ha avuto collocazioni temporali diverse, cercando di indovinare il momento in cui i rischi di contagio fossero meno gravi. L’anno scorso la manifestazione si è svolta in autunno, quest’anno invece a fine luglio, esattamente dal 23 luglio al 1 agosto.

Tuttavia questa situazione almeno un piccolo vantaggio ce l’ha. E’ consuetudine degli organizzatori del Triskell editare annualmente un fascicolo contenente il programma della manifestazione, ma non solo, vi sono spesso incluse delle interessanti note di carattere storico-culturale.

Nel fascicolo dell’anno scorso, come vi ho raccontato allora, in coincidenza appunto con l’inizio della stagione autunnale, c’era un ampio articolo dedicato all’equinozio e al mito di Proserpina-Persefone, mito classico che trova una corrispondenza nella mitologia celtica, salvo il fatto che qui a incarnare il ruolo di Proserpina come divinità della luce e del tepore che domina la Terra per sei mesi all’anno, c’è una divinità maschile.

Stavolta non si poteva non parlare altro che di Lughnasadh, la festa celtica di mezza estate che cade il 31 luglio, dedicata al dio Lugh che è la divinità principale del pantheon celtico, e tra l’altro si può osservare il fatto che nei Paesi celtici Lughnasadh è tuttora una ricorrenza molto sentita, anche se non la si riconnette più esplicitamente alla venerazione del dio, e questo ci rimanda a un discorso che abbiamo già visto tante volte, al fatto che la cristianizzazione è stata per l’Europa nulla di più di una vernice esteriore sotto la quale il paganesimo ha continuato a lungo a sopravvivere nelle usanze e nei gesti quotidiani, e in parte sopravvive ancora oggi.

Abbiamo anche visto che proprio in coincidenza con la scomparsa o perlomeno la regressione di questo paganesimo implicito, s’innesca il fenomeno della secolarizzazione, della laicizzazione della cultura europea, al punto da porci il dubbio se il nostro continente sia mai stato davvero cristiano.

Per la gente delle campagne Lughnasadh era una ricorrenza particolarmente importante perché coincideva con il momento del raccolto del grano.

Sarà forse il caso di menzionare un fatto importante di cui pochi sono a conoscenza: il calendario celtico conosceva solo quattro grandi festività: Samain (31 ottobre/1 novembre), che iniziava l’anno celtico, Imbolc (1 febbraio), Beltane (1 maggio), Lughnasadh (31 luglio/1 agosto). In altre parole, per gli antichi Celti i punti nodali dell’anno non erano i solstizi e gli equinozi, ma le date intermedie fra essi.

La trasformazione della “ruota dell’anno” in una ruota a otto raggi con l’aggiunta di solstizi ed equinozi, la creazione dell’“anno magico” che si snoda in otto tappe, è una creazione moderna legata agli ambienti New Age e Wiccan. È una distinzione importante da fare, se vogliamo distinguere ciò che è genuina tradizione celtica da ciò che è posticcio.

Veniamo al discorso delle conferenze. Già l’anno scorso gli organizzatori del Triskell mi avevano messo con le spalle al muro dicendomi: “Adesso che sei in pensione e hai un sacco di tempo libero, non penserai mica di cavartela tenendo una sola conferenza, faccene almeno due”.

Tralasciamo il fatto che il problema non è tanto di tempo, quanto piuttosto di scelta degli argomenti, gliene feci due e altrettanto ho fatto quest’anno.

Per la prima di esse, mi sono trovato a compiere una scelta obbligata. Quest’anno, come certamente sapete, cade il settecentesimo anniversario dalla morte di Dante, sono stato quindi incaricato di trattare l’argomento dei rapporti fra Dante e il mondo celtico. Quest’anno, come probabilmente sapete, sono anche i duecento anni dalla morte di Napoleone, ma per fortuna su Napoleone e i Celti non mi è stato chiesto di dire niente.

Complicazione nella complicazione. Come probabilmente saprete, Cristoforo Colombo nel 1492 (data che convenzionalmente pone fine al medioevo) non sarebbe stato il primo europeo a giungere nelle Americhe, ma sarebbe stato preceduto quanto meno dai Vichinghi di Leif Ericcson, figlio di Eric il rosso, scopritore della Groenlandia nell’XI secolo, che avrebbero raggiunto Terranova. La cosa è abbastanza certa, perché in una località della grande isola canadese oggi nota come L’Anse aux Meadows sarebbero stati scoperti i resti di quello che probabilmente fu l’insediamento di Leif. Tuttavia, anche i Vichinghi potrebbero non essere stati i primi. In un documento irlandese del X secolo scritto in lingua latina probabilmente redatto da un monaco, la Navigatio Sancti Brendani, racconta di un santo, Brandano o Brendano (Brandon) che si sarebbe spinto in un viaggio verso occidente partendo dall’Irlanda, fino a giungere a una lontana terra sconosciuta che il narratore identifica con la mitica Isola dei Beati.

Che cosa c’entra tutto ciò con Dante? (Mica tanto) presto detto: nel suo viaggio Brandano incontra delle creature favolose che ricordano un po’ quelle che compaiono in vari punti della Divina Commedia, dove tra l’altro san Brandano non è mai citato. Certo, Dante potrebbe aver letto la Navigatio e averne tratto ispirazione per la Commedia, quest’opera ha avuto una certa circolazione già in età medioevale, mentre la relazione di viaggio di Leif Ericcson è rimasta sconosciuta fino alla nostra epoca, ma si tratta di qualcosa di molto vago: le creature incontrate da Brandano non differiscono molto da quelle che si possono trovare in un qualsiasi bestiario medioevale. Stiamo parlando di uomini con un’idea del mondo molto diversa dalla nostra, se qualcuno al termine di un viaggio non raccontava di essersi imbattuto almeno in un drago o in una sirena, significava che non si era mosso un granché da casa.

Tuttavia, gli organizzatori del Triskell si erano proprio innamorati dell’idea di un collegamento tra Brandano e Dante, al punto di inserire nel fascicolo di cui sopra la crasi BRAN-DANTE.

Voi capite quindi che non soltanto mi era stato commissionato il tema, ma avevo un paletto piuttosto rigido. “Va bene”, mi sono detto, “Per i miracoli ci vuole tempo, ma le cose impossibili le faccio subito”.

Il problema di Brandano l’ho risolto facendo riferimento al viaggio di Ulisse verso occidente raccontato da Dante nella Commedia, e per il resto i legami fra il Poeta e il mondo celtico non mancano, a cominciare dal fatto che Dante, come in genere le persone colte della sua epoca, conosceva bene il Ciclo Bretone, in particolare nella versione dei Romanzi del Graal di Chretien de Troyes che sono stati un vero bestseller dell’epoca medioevale.

In particolare, il notissimo canto V dell’Inferno dove troviamo Paolo e Francesca, i due cognati che furono spinti nel loro amore clandestino dalla lettura dell’amore altrettanto illegittimo di Lancillotto e Ginevra. Più avanti, nel XXXII canto, troviamo Mordred, l’incestuoso figlio di re Artù, ribelle e parricida, condannato nella Caina fra i traditori dei parenti.

A lato di ciò c’è l’esoterismo di Dante che rivela una spiritualità con notevoli aperture verso il paganesimo, e qui mi sono permesso di citare René Guenon, autore appunto nel 1925 del libro L’esoterismo di Dante, e Pierre Drieu La Rochelle, un paganesimo sotterraneo molto celtico, se ricordiamo la frase posta sull’architrave della città di Dite:

Fecemi la divina Potestate, la suprema Giustizia, il primo Amore”.

Potenza, Giustizia, Amore, sono appunto i tre aspetti della divinità secondo la religione celtica ed evidenziati nel simbolo della triplice spirale del Triskell.

Forse sto andando fuori tema, ma una questione importante per me, un problema per quanto riguarda la mia cifra personale è da sempre quello di sentirmi come diviso in due fra la mia attività di ricercatore archeostorico-politico, di ideologo si potrebbe forse dire, e quella di autore di narrativa fantastica. La serie di articoli Narrativa fantastica, una rilettura politica è forse una delle poche cose che mi hanno permesso di gettare un ponte fra queste mie attività. È quindi per me più di una semplice curiosità segnalarvi il fatto che, sempre nell’ambito del settecentesimo anniversario della scomparsa del Poeta, la Pragmata editrice ha pubblicato un’antologia di racconti a tema dantesco, Quando incontrai Dante, che raccoglie gli esiti del concorso narrativo omonimo, e fra essi ce n’è anche uno mio, intitolato (molto originalmente) Il mio incontro con Dante Alighieri.

La prima delle due conferenze l’ho tenuta domenica 25 luglio. La seconda, che ho tenuto mercoledì 28, mi ha posto un problema del tutto diverso, un problema etico.

Certamente l’avrete notato, con L’eredità degli antenati siamo arrivati fino a ora, ma le novità propriamente archeologiche non oltrepassano la fine di giugno e, dalla sessantatreesima parte in poi, non trovate nulla che riguardi le Isole Britanniche.

La ragione è molto chiara, mi sono ripromesso d’ora in poi di non scrivere più nulla che le riguardi, nemmeno se scavando sotto Stonehenge, come ho spiegato agli amici di “Ereticamente”, gli archeologi trovassero il Santo Graal, Thule e Atlantide. È anche chiaro che essendomi servito prevalentemente di fonti inglesi come “Ancient Origins”, d’ora in poi L’eredità degli antenati subirà una pesante ristrutturazione o cesserà del tutto, solo che nel frattempo – da luglio a ottobre – ho utilizzato le “code” del lavoro già fatto, essendo riluttante a buttare via tutto. Non è il solo motivo per il quale L’eredità degli antenati cesserà o subirà un ridimensionamento di frequenza o una radicale ristrutturazione, ma me riparliamo più avanti.

Come italiano, mi sono sentito profondamente offeso dal comportamento tenuto dagli Inglesi in occasione della finale del recente campionato europeo di calcio. Non tanto dalle prevedibili violente intemperanze degli hooligans, ma da quello della nazionale inglese (rappresenta ufficialmente la propria nazione o no?) e degli stessi membri della Casa reale presenti nello stadio di Wembley.

Mi sono anche venute alla mente le parole di uno dei personaggi più negativi e satanici della storia, Winston Churchill, che disse: “Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio, e le partite di calcio come se fossero guerre”. Beh, almeno stavolta sono stati i suoi connazionali a perdere una partita di calcio come se fosse stata una guerra.

La conferenza programmata per mercoledì 28 era Ritorno nel mondo dei megaliti. Negli anni scorsi ho tenuto un ciclo di conferenze sul megalitismo, a partire da quella del 2016 dedicata a Stonehenge, poi nel 2017 ho allargato il discorso alle Isole Britanniche, nel 2018 all’Europa continentale, nel 2019 all’Italia, infine l’anno scorso al Triveneto. Ora, a cinque anni di distanza, era tempo di un aggiornamento, visto che in cinque anni le novità non sono certo mancate.

Un bel dilemma, da un lato non volevo darla buca agli amici del Triskell, dall’altro riparlare di Stonehenge e degli altri monumenti britannici? Mi schifava l’idea di dire qualcosa che potesse suonare anche vagamente anglofilo. Alla fine, ho deciso di tenere la conferenza così come l’avevo da tempo programmata, considerando che Stonehenge e gli altri monumenti megalitici non sono nulla di inglese, non più di quanto i monumenti ellenistici che costellano l’Asia minore siano qualche cosa di turco. Essi sono stati eretti da una cultura celtica o pre-celtica quando gli antenati degli Inglesi, Angli e Sassoni erano selvaggi che si aggiravano in qualche landa dell’Europa centrale (e, come continuano a testimoniarci gli hooligans, selvaggi i loro discendenti sono rimasti).

Questo discorso vale a maggior ragione per l’Irlanda, infatti le più importanti novità archeologiche delle Isole Britanniche negli ultimi anni si concentrano soprattutto lì, in particolare nella valle del Boyne, dove sorge la nota tomba megalitica di Newgrange, ma oggi soprattutto grazie alle rilevazioni effettuate con il georadar, sembra di avere a che fare con un complesso archeologico di notevole vastità e complessità, e Irlandesi e Inglesi sono due popoli completamente diversi.

Isole Britanniche a parte, le maggiori novità archeologiche riguardanti il continente europeo, si concentrano soprattutto in Russia. Qui mi sono soffermato in particolare sulle ancora oggi pochissimo studiate piramidi della penisola di Kola, testimonianza forse di un remoto passato “iperboreo”, quando la parte più settentrionale del nostro contenente godeva di un clima molto diverso da quello attuale.

Infine la nostra Italia. Due tipologie di monumenti, le statue-stele (Le più note sono quelle della Lunigiana, ma in realtà si ritrovano su di un’area molto vasta, che va dal Trentino e dal Canton Ticino fino alla Sardegna) e le piramidi-altare (La più nota è quella di Bomarzo, ma ve ne sono altre), fanno sospettare che la nostra Penisola abbia ospitato una civiltà antichissima, addirittura pre-etrusca.

Il testo della conferenza su Dante, lo troverete puntualmente su “Ereticamente”, quello della seconda verosimilmente no, per il semplice fatto che essa è stata interamente basata su materiale già apparso in L’eredità degli antenati.

 

NOTA: Nell’illustrazione, una suggestiva locandina del festival celtico triestino Triskell (Edizione 2020).

 

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 18 Ottobre 2021

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Michele Simola

    I primi a parlarci dei celti furono i greci, i così detti Keltoi, che ne furono impressionati per l’amore per il bere.
    Fra i celti il bere aveva una funzione sociale, con implicazioni spesso politiche, serviva a stringere alleanze intertribali o anche fra i notabili di una stessa tribù.
    La mancanza di una tradizione scritta ci evidenzia la volontà di servirsi di tradizioni orali: la parola scritta cristallizzava un divenire che pertanto non si sarebbe realizzato. Miti, storia, leggende, leggi, attività legate alla sfera del sacro, andavano salvaguardate e rimanere patrimonio unico delle genti appartenenti a quella tribù.
    Sappiamo che i custodi di queste attività erano i druidi e i bardi, gli unici cui era concesso di usare il così detto alfabeto ogamico, questi personaggi, ai più oggi conosciuti come “maghi” rivestivano un’importante funzione all’interno delle comunità celtiche, i loro compiti infatti potrebbero riunirsi nelle funzioni di pontifex e magistrato dei Romani.
    L’Irlanda fu in effetti l’unico paese celtico a non subire invasioni e presenta quindi una cultura che non risente di influenze esterne.
    I druidi erano custodi di una conoscenza esoterica: per diventare druido veniva seguito un apprendistato più che ventennale alla fine del quale, l’apprendista doveva superare una prova consistente nel ritirarsi in un bosco sacro e giungere all’aldilà. questa prova ricorda i riti di passaggio, riti simili sono affrontati dagli sciamani della Russia asiatica dove l’apprendista deve ritornare sulla terra dal cielo ( in queste cerimonie vengono utilizzati alcool e sostanze capaci di alterare lo stato di coscienza, spesso funghi allucinogeni come il peyote usato in Messico.
    Druido era Merlino personaggio centrale della saga arturiana, ma a questo proposito parliamo già del 500-600 e.v.
    La tradizione druidica risale al 4000 a.e.v. quando le foreste occupavano gran parte del suolo europeo, la loro conoscenza si fa risalire a quei tempi, epoca in cui conoscere le componenti botaniche della foresta era importante poiché poteva fare la differenza fra la vita e la morte. La sua saggezza originava dalla lunga pratica derivante da una esistenza a contatto con la natura, cosa che gli permetteva di conoscere le proprietà medicinali delle erbe e delle piante. La venerazione per i boschi di quercia risale a quel tempo.
    La società celtica era tutt’altro che barbara, aveva sviluppato una fiorente oreficeria, nonché una buona capacità manifatturiera nell’ambito tessile non dimentichiamo l’uso di mantelli e i pantaloni chiamati brache.
    Dalle loro festività siamo a conoscenza che rivestiva grande importanza il culto degli antenati, i druidi si possono ritenere intermediari fra gli dei e gli uomini, fra presente e passato.

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