I miti di fondazione nell’antichità – Fabio Calabrese

I miti di fondazione nell’antichità – Fabio Calabrese

Per l’uomo antico non esisteva una distinzione fra la dimensione del sacro e quella profana, distinzione che possiamo considerare tipicamente moderna. Ogni cosa doveva avvenire rispettando nel contempo la legge umana e la volontà degli dei (la prima essendo appunto niente altro che un’emanazione di quest’ultima), e a questa regola non potevano certo sfuggire eventi di primaria importanza quali la creazione di una nuova città, di una nuova comunità, di un nuovo culto. I miti di fondazione che associavano l’origine di una città, di un popolo, di una religione a un sostrato mitologico con l’intervento di divinità, eroi e semidei, rappresentano un aspetto importante e solitamente trascurato della religione antica.

Prendiamo in considerazione i miti greci e soprattutto la leggenda latina di Romolo e Remo, ma anche la narrazione biblica di Mosè, che presentano alcune sorprendenti analogie sulle quali finora i ricercatori si sono poco soffermati, sapendo però che qui parliamo di una costante antropologica che interessa tutta l’antichità in contrapposizione alla mentalità “laica” e “razionalista” moderna.

Occorre dire in premessa che in questo lavoro la bibbia non è considerata come un testo sacro; il sottoscritto non ritiene che lo sia, ma semplicemente come un documento di interesse antropologico che, al pari di molti altri, ci può illuminare sulla mentalità degli uomini antichi, a patto di non darne una lettura attualizzante e non considerarla verità letterale.

La storia di Mosè e la leggenda di Romolo e Remo presentano diversi punti di contatto, rientrando entrambe nei miti di fondazione, ossia i miti inventati o le storie deformate attraverso il ricordo divenuto tradizione, sulle origini di un popolo. La prima è alle origini del popolo ebraico, la seconda della città di Roma e della nazione romana. La prima è anche all’origine di una religione, ma a ben guardare potremmo dire la stessa cosa della seconda, poiché presso le antiche popolazioni italiche vita civile e vita religiosa facevano tutt’uno, e fondare una nuova comunità significava anche istituire un nuovo culto.

Tra i personaggi di Mosè e quelli dei due gemelli latini, esistono anche notevoli analogie: sia l’uno che gli altri sono abbandonati alla nascita in una cesta in balia delle acque di un fiume, in entrambi i casi il salvataggio ha qualcosa di miracoloso che prelude al futuro destino loro riservato; in entrambi i casi la loro identità non è quella che si presume: il giovane principe egiziano scoprirà di appartenere al perseguitato popolo ebraico, mentre i figli del pastore Faustolo si dimostreranno progenie di Rea Silvia, la principessa destituita, e del dio Marte.

Queste analogie nascondono però una serie di differenze molto profonde.

In un certo senso, potremmo dire che la storia di Mosè e la leggenda di Romolo e Remo sono due contrari speculari: Mosè è stato con ogni probabilità un personaggio realmente esistito che ha intenzionalmente celato la sua reale identità dietro una narrazione dai toni favolosi: al contrario, Romolo e Remo sono due personaggi con ogni probabilità immaginari creati per dare spessore mitico ed epico ad una vicenda in realtà molto più prosaica.

Il nome di Roma non deriva da quello di Romolo; al contrario, è il nome di quest’ultimo (e quello di Remo) che deriva dal nome della città. Roma probabilmente proviene da Ramon o Rumon, una parola forse di origine etrusca che indicava il Tevere, o forse l’ansa del fiume adiacente al Palatino che fu il nucleo originario della città, e sempre da qui proviene il nome dei Ramnes, una delle tre tribù in cui era diviso il patriziato. Il personaggio di Romolo e le vicende che gli furono attribuite, furono inventati ad un certo punto della storia romana per crearsi un eroe eponimo.

Al contrario, è probabile che un uomo che guidò gli Ebrei fuori dall’Egitto e che scrisse il Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia, l’uomo a cui la tradizione attribuisce il nome di Mosè, sia realmente esistito. L’indizio decisivo si trova probabilmente nel nome del personaggio: Moses, Mosè in ebraico non significa nulla, mentre in egizio lo ritroviamo come parte del nome di diversi faraoni: A-moses, Tut-moses, ecc. Miriam, nome della sorella di Mosè, in ebraico significherebbe qualcosa come “goccia d’acqua” (poiché è anche l’originario nome ebraico della madre di Gesù, san Girolamo nella sua versione latina della Bibbia lo tradusse come “stilla maris” che diventò “stella maris” per l’errore di un copista, e in questa versione è rimasto uno degli attributi della Madonna), mentre in egizio significherebbe “amata”, molto più plausibile come nome di persona.

Mosè era dunque con ogni probabilità un egizio, e la leggenda del suo salvataggio dalle acque fu verosimilmente inventata da lui stesso per potersi attribuire un’origine ebraica; si trattava con ogni probabilità di uno degli Egizi che avevano aderito al culto monoteista di Aton inaugurato dal faraone Akenaton e che, trovandosi come i suoi correligionari in pericolo a causa della rivalsa del clero tradizionale, decise di portare la predicazione monoteista fra gli schiavi semiti e di spingerli poi alla ribellione ed alla fuga ponendosene a capo. (Bisogna notare che mentre ad esempio nel mondo romano la popolazione servile era un mosaico etnico nel quale si potevano trovare stretti nella medesima condizione uomini provenienti dagli angoli del mondo più disparati, a causa della sua collocazione geografica l’antico Egitto aveva schiavi provenienti da due regioni ben definite: semiti dell’area siriaca mediorientale e neri provenienti dalla Nubia – Etiopia).

Potremmo dire che non fu il popolo ebraico a creare la religione poi conosciuta come ebraismo, ma la religione mosaica a creare il popolo ebraico, la creazione a suo modo geniale di Mosè, che seppe adattare allo spirito etnico – tribale il monoteismo universalistico di Akenaton e creare per il suo nuovo popolo una genealogia inesistente.

Gli indizi in questo senso sono numerosi: si pensi ad esempio nel Pentateuco alla favola di Giuseppe e dei suoi fratelli, sembra inventata apposta (è inventata apposta) per dare una genealogia illustre a una popolazione ridotta in condizione di schiavitù; pensiamo poi alla divisione degli Ebrei nelle dodici tribù, è il segno palese di un’origine eterogenea e della difficoltà di amalgamarsi, e ancora la tendenza davvero sorprendente (si pensi all’episodio del vitello d’oro) a ricadere nell’idolatria (cioè a rimettere in vigore gli antichi culti tribali delle diverse popolazioni semitiche da cui i neo – Ebrei provenivano) tutte le volte che Mosè voltava le spalle.

L’indizio più interessante è però probabilmente dato dal fatto che gli Ebrei vagabondano per quarant’anni nella zona del Sinai prima di decidersi ad entrare in Palestina, se costoro ritenevano di avere su di essa un diritto di nascita, ciò era perlomeno strano, considerando la vicinanza dell’area. Se si leggono i riferimenti alla Palestina nel Pentateuco, si vede che essa è “La terra del latte e del miele”, piuttosto un ricco territorio da predare che non una patria ancestrale rimpianta con nostalgia.

Ammesso che la narrazione biblica di Mosè abbia un minimo di base storica, è verosimile che Mosè, l’egiziano, abbia inventato la storia della propria origine, del “salvataggio dalle acque” da bambino per potersi attribuire un’origine semitica che non aveva, ma è anche verosimile che nell’inventare questa leggenda su di sé, egli abbia sfruttato miti preesistenti (compreso quello di Osiride, in una versione del quale la cassa contenente il corpo del dio viene abbandonata in balia delle acque del Nilo), ed essa può essere letta come la versione di un archetipo. Questo spiegherebbe la somiglianza con la leggenda di Romolo e Remo nella quale i due gemelli neonati sono abbandonati in una cesta nelle acque del Tevere.  Il significato di questo archetipo è piuttosto chiaro: che un trovatello o dei trovatelli diventino gli eroi eponimi, significa la rottura con la continuità degli antenati, con un ordine fino ad allora esistito e l’instaurazione di un ordine di tipo nuovo, che ha il suo punto d’inizio in qualcuno che appare senza antenati, come all’origine del mondo.

Inoltre, il simbolo della cesta o cassa abbandonata in balia delle acque riecheggia forse la sopravvivenza a una catastrofe ancestrale, come il diluvio che troviamo documentato nelle tradizioni di molti popoli.

(Va da sé che un diluvio universale come quello di cui parla la bibbia, non è mai potuto accadere, però molti diluvi locali abbastanza grandi da essere scambiati per una catastrofe universale hanno potuto verificarsi in tempi e luoghi diversi, dando origine a tradizioni convergenti).

L’ebraismo antico, in effetti, più che un monoteismo, è un enoteismo, ossia si adora una sola divinità ma si ammette l’esistenza di altre, e in questo senso costituisce certamente una caduta di livello, un regresso rispetto al monoteismo di Akenaton. In tutto l’Antico Testamento “gli altri” dei non sono mai presentati come falsi, ma come “dei stranieri” e la tentazione di “ricadere nell’idolatria”, contro cui sembra continuamente impegnata in una lotta interminabile l’imposizione della legge mosaica, appare del tutto parallela e strettamente intrecciata alla tentazione di mescolarsi con altri popoli sposando donne straniere: il monoteismo (se tale lo vogliamo considerare) è strettamente legato all’esclusivismo etnico.

Geova – Javhe non è il Dio universale, è il dio totemico – tribale degli Ebrei così come Baal è quello dei Fenici, Chemosch quello di Gerico, Marduk quello dei Babilonesi, Allah quello degli Arabi (prima di Maometto).

Un residuo di questa concezione si trova nel cristianesimo fino all’età medievale: le divinità pagane sono viste come demoni, ma ad ogni modo viene loro riconosciuta una qualche forma di esistenza.

Dovrebbe essere facile rintracciare analogie fra la leggenda di Romolo e Remo non solo con la vicenda di Mosè, ma ancora di più con quelle da lui narrate nel Pentateuco (sempre che egli sia stato davvero l’autore, come vorrebbe la tradizione, dei primi cinque libri della bibbia, cosa che non siamo certo in grado di affermare), in particolare nel primo libro, la Genesi, testo concepito per dare, attraverso un mito delle origini, un’identità ad un popolo che ne era sprovvisto, che non era fin allora esistito in quanto tale.

Un altro elemento salta subito agli occhi: la leggenda di Romolo e Remo si può accostare a quella di Caino e Abele, il tema del fratricidio.

Normalmente, nella vita ordinaria, il fratricidio è sempre stato considerato come uno dei delitti più orribili che un uomo possa compiere, eppure questo tema atroce si mescola in maniera ricorrente ai miti delle origini e delle fondazioni.

Se risaliamo alla genealogia di Romolo e Remo, troviamo il loro prozio Amulio che spodesta e probabilmente uccide il proprio fratello Numitore e fa incarcerare Rea Silvia, la madre dei gemelli. Più indietro ancora la rivalità mortale che contrappone i due figli di Enea: Ascanio nato a Troia e Silvio che l’eroe ha avuto nel Lazio da Lavinia.

Nel mondo greco, la rivalità, l’odio mortale fra fratelli, il fratricidio, si trovano ugualmente associati ai miti delle origini e delle fondazioni: Alle origini di Micene troviamo l’odio fra i due figli di Pelope, Atreo e Tieste.

Alle origini di Tebe troviamo ugualmente, secondo il mito, un fratricidio, quello fra i figli di Edipo, Eteocle e Polinice, anche loro presi da una rivalità che sconfina nell’odio mortale, e che finiscono per uccidersi a vicenda. In questo caso il tema del fratricidio si somma a quello del parricidio commesso da Edipo.

Ci sono molte cose dell’antico mondo italico – latino, delle origini di Roma, che ancora oggi ci sfuggono. Pensiamo alla celebre formula SPQR, “Senatus PopulusQue Romanus”, “Il senato e il popolo di Roma”. Per comprenderne il reale significato, bisogna rifarsi alla tradizione latina della “primavera sacra”, quando la popolazione giovanile eccedente veniva allontanata dai villaggi per cercare fortuna altrove. Vi è la contrapposizione fra i vecchi, “senes”, i residenti stabili per così dire, ed il “populus”, i giovani allontanati, che ad un certo punto non avranno accettato di lasciare l’insediamento natio, probabilmente un conflitto seguito da una riconciliazione, provocato dal ritorno al villaggio degli espulsi.

Ciò, ad ogni modo, ci dice anche un’altra cosa: “populus” viene da “populor”, saccheggiare, devastare, il che ci dà un’idea abbastanza precisa di come vivessero questi gruppi che non dovevano differire molto dalle odierne gang giovanili, prima di creare un insediamento stabile.

Appare chiaro che queste nuove fondazioni avvenissero in un clima tutt’altro che pacifico, sicuramente contrassegnato da tensioni e da violenze, dove lo scorrere di sangue fraterno doveva essere un atto tutt’altro che raro, ma questo non ci spiega come mai, a posteriori questa violenza, a cose fatte, non fosse semplicemente rimossa e dimenticata invece di venir elevata ad una dimensione sacrale.

Naturalmente, i miti antichi, compresi quelli biblici che, chiaramente non differiscono dagli altri quanto al carattere leggendario del loro contenuto, sono suscettibili di una lettura a diversi livelli, e ad esempio la leggenda di Caino e Abele esprime l’avversione del pastore nomade verso l’agricoltore sedentario, tuttavia se il tema del fratricidio ricorre tanto spesso nei miti di fondazione, questo significa che in un particolare contesto gli si può in qualche modo attribuire una valenza positiva, sebbene per l’ordinario sia uno degli atti più nefandi che un uomo possa commettere.

Potremmo pensare che la competizione mortale fra i due aspiranti leader e fondatori di città assegni la palma della vittoria e l’onore della fondazione al più capace dei due o a quello che gode maggiormente del favore degli dei, oppure che l’atto in sé orrendo testimoni in qualche modo una natura divina del suo autore che dimostra con ciò di non essere vincolato dai limiti posti per l’ordinario dalla morale umana (questa lettura sarebbe particolarmente calzante per Romolo che fu divinizzato). Spiegazioni di questo tipo, sebbene non prive di validità, non appaiono del tutto soddisfacenti.

Occorre ricordare che la fondazione di una nuova città, di un nuovo popolo implica anche la nascita di una nuova religione che di quel popolo sarà propria, una riorganizzazione dell’ordine divino non meno che di quello umano. Chi ambisca a tanto, deve sottoporsi al maggior sacrificio che gli è possibile, il sacrificio di sé stesso.

Per un dio, immolarsi e poi risorgere è relativamente facile: si pensi a Odino nella tradizione germanica, ma anche a Dioniso e a Cristo, ma questo un uomo non lo può fare, ed ecco allora l’uccisione rituale di un fratello come immolazione sostitutiva.

Questa immolazione sostitutiva può avvenire anche mediante il sacrificio di un figlio; si pensi, nella bibbia all’immolazione (sventata all’ultimo momento) di Isacco da parte di Abramo, ma la ritroviamo anche nei miti greci. Teseo, che può essere considerato se non proprio il fondatore, l’eroe eponimo di Atene, che uccide il figlio Ippolito che gli dei resuscitano e a cui in età ellenistico-romana viene attribuito il nome di Virbio (vir-bis: colui che è stato uomo, cioè ha vissuto due volte).

Analogo, all’origine di Micene e di Sparta, il mito di Tantalo che avrebbe ucciso il figlio Pelope e ne avrebbe imbandito le carni agli dei che l’avrebbero resuscitato (e condannato il padre al celeberrimo supplizio), mentre lo stesso Pelope sarebbe diventato l’eroe eponimo che avrebbe dato il nome al Peloponneso, oltre ad essere il genitore di un’altra coppia di fratelli – nemici cui ho già accennato, Atreo e Tieste.

L’idea che un atto atroce come l’uccisione di un congiunto possa assumere un significato sacrale, ci colpisce in maniera sgradevole, ma noi non dobbiamo dimenticare che gli antichi avevano una concezione della morale profondamente diversa dalla nostra. Nell’antichità non esisteva l’idea della divisione dell’essere in una dimensione sacra ed una laica-profana. Ogni azione era un gesto magico e poteva avere conseguenze fauste o nefaste.

“Sacro” è ciò che trascende la dimensione umana, ma non ha necessariamente connotazioni positive, così come le divinità possono essere di volta in volta benigne od ostili. “Sacer esto” era una formula di maledizione.

Qualcuno, confrontando il cristianesimo dei nostri giorni con la religiosità medioevale, ha detto che quello odierno è un Dio “pensato” mentre quello degli uomini dell’Età di Mezzo era un Dio “vissuto”, o per meglio dire costoro vivevano in una dimensione dove non c’era distinzione tra il soprannaturale e il quotidiano. Certamente altrettanto e forse maggiormente “vissute” erano le divinità antiche.

Occorre tenere ben presente tutto ciò, sapere che ci confrontiamo con un orizzonte mentale a cui per gli uomini moderni è molto difficile attingere.

NOTA: Nell’illustrazione, bassorilievo romano che raffigura la mitica fondazione dell’Urbe, Romolo che traccia il solco delle future mura.

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Categorie: Cultura

Pubblicato da Fabio Calabrese il 11 Ottobre 2021

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. paolo

    Affermazioni discutibili secondo le quali Mosè sarebbe quasi certamente esistito e il Pentateuco sarebbe stato scritto da lui. Purtroppo non son vere né l’una né l’altra e men che meno la seconda. Ma basta informarsi per eradicare simili luoghi comuni che la critica contemporanea ha dismesso ormai quasi unanimemente

  2. Fabio Calabrese

    Caro Paolo: quando si affronta il discorso di ciò che potrebbe essere storico nella bibbia e di ciò che non lo è si affronta un cammino estremamente scivoloso. Non escludo affatto che lei abbia ragione. Comunque l’essenziale dell’articolo non è lì.

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