L’eredità degli antenati, settantesima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, settantesima parte – Fabio Calabrese

Vi devo dire in tutta sincerità che questo articolo sono stato tentato di non scriverlo affatto. Come al solito, non oso fare previsioni sul momento in cui comparirà sulle pagine di “Ereticamente”, ma al momento in cui ne inizio la stesura siamo alla fine di giugno.

In questo periodo i media, non solo quelli specializzati nelle tematiche archeologiche, ma anche quelli generalisti, hanno annunciato con clamore la scoperta di due “nuovi” antenati dell’umanità, uno in Cina, l’altro in Israele. Si tratta di un discorso di cui non riesco a poterne più, ogni volta è la stessa storia: ogni volta che un archeologo o un paleoantropologo trovano un paio di ossa, ecco che non solo ha scoperto “una nuova specie umana”, ma addirittura “qualcosa che rivoluzionerebbe completamente l’idea che ci eravamo fatti della nostra storia biologica”. Poi, dopo un po’ si comprende che questa scoperta non era per nulla così eccezionale. Questo giochetto l’ho visto fin troppe volte.

Ho pensato tuttavia che sia meglio esternarvi questi miei atteggiamenti negativi piuttosto che mostrarmi disinformato su argomenti intorno ai quali si sta facendo un rumore inaspettato.

Parliamo per prima cosa della scoperta cinese, di cui ci parla un articolo firmato Ian Sample apparso su “The Guardian” del 25 giugno. Si tratta di un cranio ritrovato vicino ad Harbin che è stato stimato risalire ad almeno 146.000 anni fa, appartenuto a un maschio di circa 50 anni, un cranio di notevoli dimensioni, lungo 23 cm., e largo più di 15. Le circostanze del ritrovamento sono perlomeno strane. Pare fosse stato rinvenuto già nel 1933, ma subito nascosto nel fondo di un pozzo. La Cina era allora invasa dai Giapponesi e si temeva che il reperto potesse cadere in mani nipponiche. Rimasto nascosto tutto questo tempo, ne ha parlato sul letto di morte uno degli operai che allora lo rinvennero e lo nascosero.

Secondo il copione già visto in circostanze simili, gli sono stati subito attribuiti un nome di specie, Homo longi e un soprannome Dragon Man, “uomo drago”. Insomma, un “nuovo antenato” dell’umanità. Di questo ritrovamento, si è occupato anche Nathan Falde in un articolo su “Ancient Origins” sempre del 25 giugno, e che fornisce alcuni particolari che mettono le cose in una luce alquanto diversa. Per prima cosa, il cranio di Harbin è molto simile ad un altro cranio cinese già noto, il cranio di Dali risalente a 250.000, e poiché quest’ultimo era già stato battezzato come Homo daliensis, si comprende bene l’assurdità di assegnare ora un nuovo nome di specie. Secondariamente, il professor Chris Stringer del Natural History Museum di Londra che ha analizzato il reperto ha osservato che la mandibola si adatta bene ai denti denisoviani che abbiamo (mentre non possediamo nessun cranio completo etichettato ufficialmente come di Denisova). In poche parole sia l’uomo di Harbin che quello di Dali potrebbero essere semplicemente denisoviani, di cui ora conosciamo il volto. Qual’è il problema? Il problema è che l’analisi del DNA ha mostrato una stretta parentela con l’uomo “anatomicamente moderno”, e si tratta quindi di un’ulteriore doccia fredda sulla già traballante Out of Africa.

Se infatti un uomo che non si può definire altro che sapiens era presente in Eurasia già un quarto di milione di anni fa, che senso ha affermare che sia “uscito dall’Africa” tra i 50 e i 100.000 anni or sono?

Sempre dell’uomo di Harbin (o Dragon Man, se preferite, soprannome che mi pare sia stato introdotto non tanto per il suo aspetto ma per la sua provenienza cinese) e sempre il 25 giugno, si occupa anche “The Archaeology News Network” con un articolo, come spesso accade su questa pubblicazione, non firmato, ma che riporta la dicitura fonte: Cell Press.

A quanto abbiamo già visto, aggiunge un’osservazione: poiché Dragon Man appare più vicino all’uomo “anatomicamente moderno” di quanto lo sia l’uomo di Neanderthal, potrebbe rimpiazzare quest’ultimo nel ruolo di nostro parente più prossimo.

Qui c’è decisamente un malinteso che va chiarito: l’appartenenza a una medesima specie è definita dalla mutua interfecondità: se due individui accoppiandosi possono dare luogo a una discendenza feconda, sono della stessa specie (Asini e cavalli sono specie diverse perché i loro ibridi, muli e bardotti sono sterili, e i loro genomi rimangono separati). Uomini di Cro Magnon, di Neanderthal, di Denisova e certamente anche Dragon Man erano senza dubbio interfertili perché hanno dato luogo a una discendenza feconda, noi. Non erano “quasi umani” nostri parenti prossimi, ma uomini a pieno titolo. Nella nostra filogenesi noi non troviamo mai uomini-scimmia (sappiamo che gli australopitechi africani non lo erano, erano scimmie e basta) ma solo uomini umani quanto noi.

Questo riduce a mal partito non solo l’Out of Africa ma la stessa teoria evoluzionista? Beh, ce ne faremo una ragione.

Sempre il 25 giugno, un articolo di Ansa.it firmato Leonardo De Cosmo ci annuncia trionfalisticamente che in Israele sarebbero stati scoperti nuovi cugini dell’uomo, ma quando si va a leggere l’articolo, il contenuto appare assai meno sensazionale. In sostanza nella località di Nosher Ramia in Israele sono stati rinvenuti fossili neanderthaliani consistenti in frammenti di cranio e di mandibole risalenti a 140.000 anni fa. Contrariamente a quanto afferma l’articolo di De Cosmo, questa non è assolutamente la prima volta che fossili nenderthaliani vengono scoperti fuori dall’Europa e in Medio Oriente.

C’è una storia assai interessante a questo riguardo che l’articolista bellamente ignora: non solo resti di uomini di Neanderthal erano già noti nell’area mediorientale, ma si è anche notato che questi ultimi presentano caratteristiche neanderthaliane meno accentuate di quelli europei, si è quindi voluto distinguere il neanderthaliano “classico” europeo da quello “evoluto” mediorientale, considerando quest’ultimo come una transizione verso l’uomo “anatomicamente moderno”, cosa che si è rivelata falsa, perché i due tipi erano contemporanei.

Un busillis che si potrebbe risolvere facilmente solo se ci si degnasse di prendere in considerazione il lavoro di un antropologo oggi vittima di una vera e propria damnatio memoriae, Carleton S. Coon, e il suo saggio L’origine delle razze (noi oggi comprendiamo che per l’oppressiva ideologia democratica, solo avere il coraggio di parlare di razze significa essere messi al bando dalla sedicente “comunità scientifica”).

Coon ha confrontato le caratteristiche fisiche dell’uomo di Neanderthal con quelle degli esquimesi attuali, riscontrando una notevole somiglianza. Non dobbiamo pensare a una maggiore parentela con questi ultimi rispetto ad altri gruppi umani moderni, bensì a un adattamento convergente al clima freddo che, come oggi domina l’artico, dominava l’Europa durante l’età glaciale. A questo punto l’enigma del neanderthaliano “evoluto” mediorientale non è più tale. Semplicemente già allora il Medio Oriente aveva un clima più caldo di quello dell’Europa, e l’adattamento al freddo dei neanderthaliani che l’abitavano era meno spinto.

Oggi, mi pare, il lavoro di questi ricercatori che pretendono di chiarire le nostre origini e ce le rendono sempre più confuse, sta arrivando a un livello grottesco. Non si tratta solo dello smodato personalismo che li induce a battezzare una nuova specie umana ogni volta che si ritrova un pezzo d’osso, ma dell’esigenza di salvare la capra dell’Out of Africa e i cavoli delle scoperte che la contraddicono in modo sempre più vistoso. La “teoria” dell’origine africana è infatti una mistificazione preziosa per l’ideologia democratica dominante, serve a negare l’esistenza delle razze e a favorire un atteggiamento “accogliente” verso chi oggi invade l’Europa, di conseguenza, tutte le volte che in Eurasia si trova un fossile umano, diciamo anteriore ai centomila anni, l’unica soluzione è quella di inventarsi un “ramo collaterale” della nostra ascendenza invece di riconoscerlo come un antico membro della nostra specie. Homo longi, Homo daliensis, Homo luzonensis, eccetera (a proposito, avete notato che dell’Homo luzonensis non si parla più? Questo conferma la mia ipotesi che non si trattasse altro che di un denisoviano), una complessità grottesca per nascondere la realtà dell’insostenibilità del dogma Out-of-africano che somiglia molto al caos dell’astronomia tolemaica nel XVII secolo.

Veniamo ora a qualcosa di sempre preistorico, ma decisamente più vicino a noi. Un evento che ha da sempre sconcertato i ricercatori è il cosiddetto Dryas recente, una mini-età glaciale della durata di circa 1300 anni che sarebbe iniziata in modo improvviso tra il 10.900 e il 10.800 avanti Cristo, essa avrebbe determinato la scomparsa di diverse culture umane che già apparivano piuttosto avanzate, come quella natufiana in Medio Oriente e la cultura Clovis nelle Americhe e, sempre nelle Americhe, appare correlata alla scomparsa di varie specie di megafauna, fra cui il mastodonte e la tigre dai denti a sciabola (è anche più o meno l’epoca, diecimila anni prima della sua era, in cui Platone colloca lo sprofondamento di Atlantide).

Il 30 giugno su “Ancient Origins” è stato pubblicato un articolo sul Dryas recente di Martin Sweatman, articolo che è in realtà un capitolo del suo libro Prehistory Decoded (La preistoria decodificata).

Secondo Sweatman vi sono prove geologiche sufficienti per concludere che il Dryas recente sarebbe stato causato da un impatto meteorico, forse con un frammento di cometa, che avrebbe causato l’immissione di enormi quantità di polveri nell’atmosfera, schermando la luce solare e abbassando le temperature. Tali prove consistono in un sottile strato di materiale carbonizzato che si trova in circa un terzo della superficie terrestre proprio alla base del Dryas, dove si trovano nanodiamanti che possono essersi formati soltanto in presenza di temperature elevatissime, e di due grandi crateri da impatto che sarebbero stati recentemente individuati sotto i ghiacci della Groenlandia, la cui età geologica corrisponderebbe bene con l’inizio del Dryas. Ci sono poi le prove di natura antropologica, il fatto che l’apparizione di una cometa è vista come presagio di sventure da tutte le civiltà antiche.

Per inquadrare meglio la situazione, Sweatman fa due confronti: da un lato quello con i segni lasciati dall’esplosione della meteora di Tunguska del 1908, dall’altro con lo strato di iridio lasciato 65 milioni di anni fa dall’impatto meteorico che avrebbe posto fine all’era dei dinosauri.

Il termine Dryas recente fa supporre che altri Dryas si siano verificati in passato, e infatti, Wikipedia ci segnala un Dryas antico precedente quello recente di 2-3.000 anni e di durata piuttosto breve in termini geologici: un secolo, un secolo e mezzo, e un Dryas antichissimo circa 20.000 anni fa. Per questi ultimi non sono state avanza spiegazioni, c’è in ogni caso da riflettere sulla presunzione dell’uomo che si ritiene il signore della natura, mentre invece ne è dominato.

Almeno io continuo a provare un senso di disagio constatando che si potrebbe avere l’impressione che io voglia snobbare questa nostra Italia che certamente è non meno ricca delle Isole Britanniche o di qualsiasi altra parte dell’Europa, di un passato di antichissima civiltà, ma dove l’interesse per questo passato, e compreso il patrimonio mitico e leggendario che ne deriva, sembrano essere considerevolmente minori.

Un senso di disagio che devo dire negli ultimi tempi si è notevolmente accresciuto, in conseguenza degli atteggiamenti di villania, di violenza, di autentico razzismo nei nostri confronti manifestati dagli Inglesi in seguito alla nostra vittoria al campionato di calcio europeo, e non si è trattato solo dei soliti hooligans il cui comportamento violento era largamente prevedibile, ma del disdegno manifestato dalla nazionale inglese (che come tale è poco meno di una figura istituzionale), e dai membri della stessa casa reale britannica.

E’ dunque con vera soddisfazione, quando accade, che si può segnalare qualcosa che riguarda noi da vicino, anche se in questo caso non riguarda il nostro passato remotissimo ma l’età antica storica, anzi già dopo Cristo.

Non mi ci soffermerò molto, perché la notizia è già stata riportata da tutti i media, compresi i telegiornali: i sotterranei del Colosseo sono stati restaurati, resi visitabili e aperti al pubblico. Questi ultimi costituivano il backstage della grande macchina teatrale dell’Anfiteatro Flavio, erano destinati a ospitare i gladiatori, le belve, i prigionieri, gli ascensori manovrati a mano che permettevano agli uni e alle altre di fare una certamente spettacolare comparsa nell’arena.

Assieme alla villa di Augusto e alla sepoltura recentemente individuata sul Palatino e identificata con la tomba di Romolo, è un ulteriore monumento della Città Eterna che è stato riscoperto e reso fruibile. Tutto ciò può alimentare la speranza che gli Italiani recuperino una maggiore consapevolezza della loro storia.

NOTA: Dovrei dirvi qualcosa di più del solito sull’illustrazione che correda questo articolo: si tratta della ricostruzione del woodhenge megalitico sassone di Pommelte (da “Ancient Origins”). Sarebbe dovuto andare con la sessantanovesima parte, ma ho dovuto dare la precedenza al vaso etrusco recentemente ritrovato nella necropoli di Vulci, perché il corteo di donne, dai lineamenti prettamente caucasici in esso raffigurato smentisce una volta di più la favola “politicamente corretta” che da qualche tempo si sta cercando di insinuare, degli “etruschi neri” nel quadro di una falsificazione globale della nostra storia. Ricordiamo sempre che tutto quel che ci arriva d’oltre oceano all’insegna del “politicamente corretto” è soltanto sterco.

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 27 Settembre 2021

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Charles Vinson

    In realtà, il punto di vista secondo il quale i sapiens erano scuri ma si sarebbero “sbiancati” in Eurasia è contraddetto dalla stessa teoria evoluzionistica, per la quale l’accumulazione di mutazioni genetiche favorevoli all’ambiente (in questo caso più freddo e con meno radiazione solare, da cui la progressiva perdita della melanina, ed altre conseguenze) abbisogna di un tempo enorme, di una serie di generazioni molto lunga, centinaia di migliaia di anni; con questi presupposti venire a dire che gli etruschi o i villanoviani o altri neolitici (biologicamente parlando: ieri) erano neri è una cosa che non sta in piedi proprio per una questione di banale aritmetica da scuole elementari.

  2. Michele Simola

    Sappiamo bene che qualsiasi reperto osseo o manufatto rinvenuto in medio oriente o africa trova sempre una grande cassa di risonanza sui media ufficiali proprio perché giustifica la loro favola del politicamente corretto che le razze non esistono, che l’homo sapiens proviene dall’africa, che la civilizzazione umana ha avuto, secondo i loro dogmi, la direzione sud-nord.
    Al contrario si glissa o si negano razze storicamente esistite come Neanderthal o Denisoviani che si tenta di far passare come precursori del sapiens e soprattutto come specie animalesche più vicini alle scimmie che all’essere umano.
    Oggi sappiamo bene che non é così, anzi sia l’uomo di Neanderthal che l’uomo di Denisova avevano caratteristiche umane, capacità fonatorie, abilità tali che ne fanno degli uomini moderni a tutti gli effetti.
    Per inciso, il sottoscritto ha sempre avuto convinzione che l’uomo moderno il sapiens, sia sempre stato tale, non c’é nessuna discendenza dalla scimmia, non é mai stato trovato l’anello mancante solo perché non é mai esistito.
    Tutti i supposti ominidi, precursori del sapiens, sono solo specie diverse di scimmie estintesi nel tempo, ed ancor oggi c’é chi si ostina a parlare di discendenza dalla scimmia.
    Neandetrhal e Denisoviani che partorivano progenie fertili, a mio avviso erano razze umane estintesi, che avevano capacità notevoli, che non si vuole riconoscere da parte dell’archeologia ufficiale, degli uni e degli altri é provato che avessero credenze religiose di tipo animista, in particolare sembra acclarato, da studi effettuati su ritrovamenti nel nord america e nella regione dei grandi laghi che la cultura denisoviana abbia dato origine allo sciamanesimo dei nativi americani delle tribù del nord.
    Le tribù dei grandi laghi, Chippewa, Cree, Algonchini, Irochesi presentano tutti elevata statura, cosa che li avvicina fisicamente ai Denisova;in particolare fra i Chippewa e Cree é stato ritrovato un gene EPAS1 che si riscontra fra gli sherpa e i tibetani, tale gene permette di vivere ad altitudini elevate senza risentirne.
    In un articolo di Andrew Collins, del 2018 pubblicato su Fenix, ho trovato parecchie notizie interessanti che ci fanno pensare ai Denisova come ad individui ben organizzati e tutt’altro che primitivi. Fra le tribù Chippewa si parlava del “popolo del tuono”, una tribù che viveva ad altitudini elevate sulle montagne che ci fa pensare a possibile discendenza dai primi Denisoviani giunti nel grande nord attraverso il beringia.
    Secondo quanto afferma Collins i Denisoviani avevano già addomesticato il cavallo fra i trenta e i quarantamila anni a.e.v.
    Se ciò fosse vero verrebbe a crollare tutta la teoria sulla preistoria umana. L’impatto finale sarebbe che l’uomo di Denisova ha avuto un ruolo fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana, cosa credo che non sarebbe gradita alla “scienza ufficiale”. Peraltro il sequenziamento del DNA Denisoviano da parte dell’istituto Max Plank di Lipsia ci dimostra che molte moderne popolazioni possiedono tracce Denisoviane. E che dire delle usanze dei Neanderthal in Europa? Si conosce con certezza l’usanza dei Neanderthal di usare piume di corvi e soprattutto rapaci per creare indumenti. E non é ciò che facevano la gran parte delle tribù di nativi americani?
    In una notizia “ansa” del 20 /09/2019 si informa che da una ricostruzione di reperti ossei di appartenenza Denisoviana, si giunge alla conclusione che le loro dita fossero non dissimili da quelle dell’uomo moderno, penso proprio che non dovremmo stupircene.
    La scienza ufficiale fino ad oggi ha volutamente mentito sulle nostre origini, dando spesso notizie incomplete: é stata creata una narrazione dell’evoluzione umana utile a sostenere che le razze sono inesistenti, che chi parla di razza é un possibile razzista, che l’uomo discende dalla scimmia (bestia, essere animale), si é creata una narrazione surreale per fare intendere che tutto ciò che é innovativo venga dal medio oriente o dall’africa nera!

  3. Fabio Calabrese

    Caro Simola. Lei come al solito ha ragione in tutto. Aggiungerei un particolare: la parola “razzismo” ha seguito uno slittamento concettuale. Oggi non indica più chi sostiene una superiorità di una razza sulle altre, ma chi si accorge che le razze umane esistono. Non è la stessa cosa. Si tratta di una manipolazione del linguaggio di tipo orwelliano al preciso scopo di limitare la nostra percezione della realtà e la capacità di pensare.

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