L’eredità degli antenati, sessantottesima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, sessantottesima parte – Fabio Calabrese

Riprendiamo dalla fine di maggio il nostro percorso nell’eredità ancestrale, anche se, come al solito non so dirvi quando questo articolo comparirà su “Ereticamente”.

Su “Scienze notizie” del 26 maggio, un articolo di Angelo Petrone ci informa che in Ucraina è stato appena riportato alla luce un monumento megalitico più antico di Stonehenge.

La struttura è emersa durante i lavori di costruzione di una nuova strada vicino alla città di Novoaleksándrovka, nella regione di Dnepropetrovsk.

Si tratta di un cromlech, di un circolo di menhir allineati costruito al disotto di un tumulo sepolcrale, probabilmente per prevenire eventuali crolli del tumulo stesso, che misura 120 metri per 80, e risale all’Età del Rame, 5.500 anni fa. Il tumulo stesso ha rivelato contenere una ventina di sepolture e frammenti di ceramica.

E’, se vogliamo, un’ulteriore riprova del fatto che la civiltà megalitica non era diffusa, a cavallo fra il neolitico e l’Età del Bronzo, soltanto nelle Isole Britanniche e sulle sponde atlantiche del nostro continente, ma da un capo all’altro dell’Europa.

Vediamo ora cosa ci racconta “Ancient Origins”. Un articolo di Nathan Falde del 25 maggio ci parla dell’analisi genetica che è stata compiuta sui resti di un cranio femminile risalente a 35.000 anni fa che è stato rinvenuto nella grotta di Pestera in Romania. Questo ritrovamento, ci dice, butta all’aria (il traduttore automatico di google usa il termine “svolazza”) le precedenti teorie sull’evoluzione umana. Cos’ha questo ritrovamento di tanto sconcertante?

Sentiamo cosa ci racconta Nathan Falde:

In effetti, il genoma di Peştera Muierii I era molto vario, molto più vario dei genomi sequenziati da fossili europei che erano stati trovati migliaia di anni dopo. È un po’ più simile agli europei moderni rispetto agli individui in Europa 5.000 anni prima”.

Semplificando al massimo: la minore variabilità genetica dei fossili umani eurasiatici rispetto a quelli africani, è considerata una prova della presunta origine africana della nostra specie. Ora, il teschio della donna di Pestera rimette questo concetto in discussione. Non è proprio una confutazione dell’Out of Africa, ma contribuisce a incrinare ulteriormente questa “teoria” oggi spacciata per “la verità” scìentifica sulle nostre origini.

Il 26 maggio sempre Nathan Falde ci racconta un’altra storia interessante. Gli archeologi dell’università di Tubinga, scavando delle tombe preistoriche nel Baden-Wurttenberg nel sud-ovest delle Germania, appartenenti a quella che è stata chiamata la cultura di Unetice, situate precisamente nel distretto di Reusten della città di Ammerbuch, a 7 km dalla città di Tubinga, hanno ritrovato un oggetto davvero insolito: in una sepoltura femminile risalente a 3.800 anni fa, all’antica Età del Bronzo o alla transizione fra neolitico ed Età del Bronzo, hanno rinvenuto un oggetto formato da un filo aureo ripetutamente intrecciato che era forse un braccialetto o un ornamento per capelli (dato che è stato ritrovato a fianco dei resti della donna e non addosso, non si è potuto stabilire). Si suppone che la donna cui apparteneva e insieme alla quale è stato sepolto, fosse una persona di alto rango per possedere un tale oggetto, infatti, ciò che rende insolito il ritrovamento è proprio il fatto che gli oggetti di metallo prezioso risalenti a quest’epoca sono estremamente rari.

Ma non finisce qui, infatti l’analisi chimica ha rivelato che l’oro era una lega naturale. La sua composizione chimica includeva il 20% di argento, tra l’uno e il 2% di rame, e piccole quantità di platino e stagno. Questo ha permesso di stabilirne la provenienza, il metallo veniva dalle Isole Britanniche, precisamente dalla zona del fiume Carnon in Cornovaglia. Si tratta, guarda caso della stessa composizione e della stessa provenienza delle inserzioni d’oro presenti nel famoso disco di Nebra, del resto rinvenuto a non grande distanza dal luogo di questo ritrovamento. Si tratta insomma di una riprova, non la sola come abbiamo visto varie volte, che le diverse zone e culture dell’Europa dell’età neolitica e del Bronzo erano collegate da una rete di scambi commerciali. Un’Europa preistorica assai meno arretrata e barbara di quanto siamo soliti pensare.

Una rapida occhiata a “The Archaeology News Network” ci consente di trovarvi un articolo sulla struttura megalitica ucraina di cui ha parlato “Scienze Notizie”, del monile aureo rinvenuto in Germania e del sequenziamento del DNA della donna di Pestera, di cui vi ho parlato riguardo agli articoli di “Ancient Origins”, c’è poco da fare, le notizie rilevanti riguardo al nostro remoto passato, di questo periodo sono quelle, e adesso mi sembra inutile ripetermi.

Un articolo di Ashley Cowie dell’8 giugno che ci presenta un personaggio finora sconosciuto nella galleria dei nostri antenati, che i ricercatori hanno chiamato con un bizzarro tocco poetico Elba la pastorella, anche se come vediamo, questo termine non ci deve far pensare a una guardiana di teneri agnellini, bensì di grossi uri.

Si tratta dei resti di una donna di un’età compresa fra i 20 e i 40 anni, risalente all’età mesolitica, circa 9.300 anni fa, rinvenuti nel 2020 in una grotta spagnola, precisamente a Chando Lindeiro nella Galizia nord-occidentale. Il sito, un tempo una grotta, è oggi una dolina formatasi in seguito al crollo della grotta stessa. Lo scheletro della donna e quelli degli animali ritrovati insieme a essa, sono stati studiati dalla dottoressa Aurora Grandal Danglade, docente di paleontologia all’Istituto di Geologia dell’Università de La Coruna.

Si è potuto stabilire che i resti della donna e quelli degli animali, tre uri (bovini preistorici da cui discendono i nostri esemplari domestici) sono assolutamente contemporanei. Elba e gli uri si trovavano assieme, e sono morti in seguito allo stesso evento, verosimilmente proprio il crollo della grotta.

L’importanza di questo ritrovamento consiste nel fatto che esso retrodata considerevolmente l’inizio dell’allevamento bovino, e lo colloca chiaramente in Europa. Una scoperta, Ashley Cowie lo spiega con chiarezza, che ha sconcertato molti ricercatori che si stanno arrampicando sugli specchi alla ricerca di spiegazioni alternative.

Viene francamente da sogghignare davanti al fatto, sempre più evidente, che le nuove scoperte, mentre mettono in imbarazzo sempre maggiore la “scienza” ufficiale, i dogmi sulle nostre origini, vanno regolarmente a confermare le tesi eretiche da me sostenute.

Che l’agricoltura e l’allevamento siano stati due passaggi fondamentali nell’incivilimento umano, questo nessuno potrebbe sensatamente metterlo in dubbio. Ora, stiamo parlando del mesolitico, cioè di un’epoca in cui la produzione litica è caratterizzata da quei famosi dentelli che, immanicati su un ramo curvo potevano formare una falce, rudimentale ma efficiente, e a cosa potrebbe servire una falce se non per mietere? Stiamo dunque parlando di un’epoca già agricola.

Per quanto riguarda l’allevamento, almeno di quello bovino, vi ho ricordato che il fatto che la tolleranza al lattosio sia diffusa in Europa (o fra le popolazioni di origine europea: Americhe e Australia) e sparisca man mano che ci si sposta verso l’est e il sud, è una riprova che l’allevamento bovino è iniziato in Europa, è infatti un adattamento darwiniano al nuovo alimento, il latte, che la domesticazione dei bovini ha reso accessibile. Ora la nostra cara Elba viene precisamente a confermare quest’ordine di idee. Tutto ciò contrasta con le fisime mediorentali di cui molti, troppi sono ancora affetti? Beh, fatevene una ragione.

Il 10 giugno è sempre Ashley Cowie a portarci stavolta all’altra estremità dell’Europa, in Russia, e anche questo è un discorso che abbiamo già visto parecchie volte: le terre dell’ex impero sovietico dove allora le ricerche archeologiche erano scoraggiate. Si stanno rivelando una miniera di sorprese.

In questo caso, la scoperta viene dalla grotta di Imanay, che si trova nel Parco Nazionale della Baskiria nel sud degli Urali, e si tratta del cranio di un orso delle caverne vissuto nell’età glaciale, 35.000 anni fa. La cosa notevole, però, è un buco che si trova nella parte posteriore del cranio, che potrebbe aver avuto altre cause, ma con tutta probabilità è il segno di un colpo di lancia che deve aver ucciso l’animale. Dalla posizione del foro, si deduce che il colpo di lancia deve essere stato inferto mentre l’animale era in letargo. Gli uomini di quest’epoca erano entrati in concorrenza con gli orsi precisamente per il possesso delle caverne. Tuttavia, se questa interpretazione è corretta, si tratta della più antica prova di caccia all’orso da parte di esseri umani mai rinvenuta.

Eccomi a parlarvi di un sito che finora non conoscevo, ma penso che mi perdonerete, sapete bene che “la rete” è un mare magnum dove è praticamente impossibile tenersi al passo con tutto quanto: “Prehistoric Britain”. Per fortuna (perché, come avete visto, mi avvalgo spesso di fonti britanniche, non perché io consideri le Isole a nord-ovest del Canale della Manica un’area più importante di qualsiasi altra regione europea, ma perché lì c’è un’informazione più ricca sulle tematiche che ci interessano, perché ce ne fosse dalle nostre parti altrettanto interesse per il nostro remoto passato!) esordiamo con un articolo che non riguarda la preistoria britannica, ma quella del nostro continente in generale.

L’articolo, Scheletri giganti (Cro Magnon), la specie dimenticata, firmato Robert John Langdon è del 31 maggio. Si tratta di un testo divulgativo molto ampio e particolareggiato, per cui ora mi pare superfluo riassumerlo, salvo evidenziare un paio di punti.

Prima di tutto, ciò che è stato – fortunatamente, direi – dimenticato o quanto meno abbandonato, non è l’uomo di Cro Magnon in sé, ma il vezzo ottocentesco di classificarlo in una specie diversa dalla nostra, come fu fatto nel 1868, quando a Cro Magnon in Dordogna furono scoperti i primi tre scheletri noti di questo tipo umano, in effetti il primo che conosciamo “anatomicamente moderno”.

Anche per quanto riguarda il “gigantismo”, si tratta di capirsi, e Robert John Langdon lo dice chiaramente: complessivamente, gli uomini di Cro Magnon erano più alti e robusti di come siamo noi uomini moderni, vittime, come direbbe Konrad Lorenz, di alcune decine di millenni di auto-addomesticamento, ma non in misura tale da eccedere i limiti della normalità per la nostra specie.

Un fatto di grande interesse che Langdon rimarca, è che i resti degli uomini di Cro Magnon presentano spesso i segni di traumi, ferite o malattie a cui hanno avuto modo di guarire o perlomeno di sopravvivere a lungo, il che ci testimonia l’esistenza di una rete di solidarietà sociale abbastanza avanzata. Uno di questi uomini in difficoltà, poteva contare sull’aiuto dei compagni.

Tuttavia i Cro Magnon non devono essere stati i primi a inventare le cure sociali e/o familiari. Langdon cita il caso del ritrovamento dei resti di un uomo di Neanderthal di circa 45 anni sopravvissuto a gravi mutilazioni.

Entrambi i gruppi umani (penso che aquesto punto non abbia nessun senso parlare di specie separate), Cro Magnon e Neanderthal, hanno concorso al nostro patrimonio genetico, sono nostri antenati.

Forse ricorderete che non molto tempo addietro vi ho parlato dei ritrovamenti avvenuti nel sepolcreto neolitico di Yuzhniy Oleniy Ostrov, nel nord-ovest della Russia, dove abbiamo rilevato, i numerosi ornamenti costituiti da denti principalmente di alce, conservavano ancora la traccia degli abiti con cui i defunti erano stati sepolti. Bene, ultimamente (7 giugno), “Smithsonian Magazine”, periodico dello Smithsonian Institute, con un articolo di Livia Gershom è tornato su questi ritrovamenti con una novità abbastanza sorprendente. Secondo i ricercatori dell’università di Helsinki, analizzati al microscopio, questi denti di alce presentano numerosi segni di sfregamento reciproco. Si suppone perciò che fossero ornamenti di abiti cerimoniali che venivano indossati durante le danze, e il tintinnio così prodotto doveva essere parte del rituale (fino ai tempi storici, la danza aveva prevalentemente un significato sacro). Decisamente, questi uomini preistorici, separati da noi da un così grande abisso di tempo, non smettono mai di sorprenderci, e meglio li conosciamo, tanto più ci allontaniamo dallo stereotipo del bruto semi-scimmiesco.

Naturalmente, neppure questa volta poteva mancare qualcosa che riguardasse l’Italia, terra come sappiamo, di antichissima civiltà, e con un patrimonio storico-archeologico da fare invidia a chiunque, ma dispiace che, come spesso succede, la fonte sia straniera: gli stranieri sembrano interessati più di noi Italiani alle meraviglie archeologiche della nostra Penisola, e questo è un pessimo segno.

Comunque sia, “The Archaeology News Network” ha pubblicato in data 9 giugno un articolo di David Nutt dedicato alla Vasca Votiva di Noceto. Quest’ultima è una struttura che è stata scoperta nel 2005 su una piccola collina nei pressi di Noceto (Reggio Emilia). Questa vasca ha circa 3.500 anni, ed è ampia 12 x 7 metri, ed è stata studiata da un team di ricercatori guidato da Stuart Manning della Cornell University.

 Poiché non si trova in un villaggio, e vicino a essa sono state trovate numerose figurine di argilla e altri oggetti (probabilmente degli ex voto), si è potuto stabilire che non si trattava di una cisterna per la raccolta delle acque o di un pozzo, ma di un luogo di culto. Poiché ha le pareti rinforzate con strutture lignee, è stato possibile datarla con molta esattezza combinando i metodi del radiocarbonio e della dendrocronologia, e si è constatato così che essa è stata realizzata su due livelli, rispettivamente risalenti al 1444 e al 1432 avanti Cristo (entrambe le datazioni con un’incertezza di 4 anni).

Di passata, si può notare che la tradizione delle abluzioni rituali si trova con una certa frequenza nelle religioni indoeuropee, da quella indiana con le abluzioni nel Gange, fino alla sua sopravvivenza in ambito cattolico col culto mariano di Lourdes.

Direi che questo è un periodo non di scoperte eclatanti, ma di conferme, tocchiamo con mano sempre meglio l’antichità della civiltà europea, ironicamente, proprio nel momento in cui i Black Lives Matter e la sinistra USA seguiti pecorescamente da quella nostrana, pretendono di stravolgere e “africanizzare” la nostra storia.

NOTA: Nell’illustrazione, ricostruzione di Elba la pastorella con i suoi tre uri (da “Ancient Origins”).

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 6 Settembre 2021

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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