Il lupo e l’agnello – Livio Cadè

Il lupo e l’agnello – Livio Cadè

«Nelle attuali condizioni della società mi sembra che l’uomo sia corrotto più dalla ragione che dalle passioni»

(Chamfort)

 

Mi ponevo in questi giorni una difficile domanda: è lecito rispondere con la violenza alla violenza? Il senso dell’onore, la giustizia, un impulso naturale, un calcolo, una necessità vitale, sono ragioni che possono giustificare l’uso della forza. Tuttavia, la violenza viene oggi interdetta da un potente e generico tabù. La nostra società predica un irenismo un po’ inamidato e sussiegoso.

Questo pacifismo sembra però contraddetto dalla violenza delle istituzioni. Le recenti politiche sanitarie vengono infatti percepite da molti come imposizioni tiranniche, privazioni di libertà fondamentali. Ancor peggio, violenze fisiche, sotto forma di trattamenti medici coatti e potenzialmente pericolosi.

Ma è ormai un luogo comune il dovere di limitarsi a proteste pacifiche, espressione che, come “pacifica ribellione”, ha sapore di ossimoro. E in un mondo come il nostro, inquinato dalla retorica e dall’ipocrisia, c’è da chiedersi se i luoghi comuni non vadano rovesciati. Sta di fatto che alla palese violenza dello Stato si oppongono solo obiezioni di carattere intellettuale, scientifico, giuridico, morale, escludendo a priori ogni ricorso alla forza. Posto un veto alle passioni, restano solo le fredde vie della ragione.

 Vien da pensare ai tizi di cui parla Léon Bloy, che corrono dall’avvocato mentre gli stanno violentando la madre. O all’agnello che, con inutile logica, risponde agli argomenti pretestuosi del lupo che se lo vuol mangiare. Del resto, non avrebbe alcun senso affrontare fisicamente il lupo. E coloro che oggi non intendono vaccinarsi – perché questo è il punto – non hanno certo la forza per difendersi dal Potere famelico che li sovrasta e minaccia.

Questo non significa che sia sempre giusto seguire un principio di pacatezza, quasi fosse il sigillo di una superiore nobiltà d’animo. Un atteggiamento remissivo rende le cose più facili a chi amministra la violenza di Stato, ma la sua nobiltà o eticità son talvolta discutibili.

Ripensavo a quel giovane citato da Jünger, che per difendere l’inviolabilità del domicilio uccise nell’androne di casa sua mezza dozzina di ‘poliziotti ausiliari’. Jünger lo definisce “gloriosa eccezione … partecipe della libertà sostanziale”, alludendo al fatto che certi principi costituzionali, quando vengon traditi e ridotti a vuote formule verbali, van difesi “brandendo la scure”.

Si potrebbe cogliere un legame tra la situazione attuale e i vari decreti antisemiti nella Germania degli anni ’30. Le misure prese oggi contro i non vaccinati evocano infatti la politica nazista, tesa a escludere progressivamente i ‘giudei’ dalla vita sociale, lavorativa, scolastica ecc. Non è dunque legittimo reagire a questa ingiustizia “brandendo la scure”, difendendo l’inviolabilità del nostro corpo e dei nostri cari?

Alcune analogie potrebbero rivelarsi istruttive. Vi sono infatti fili rossi che corrono nella storia, annodando il passato al futuro. Non si tratta quindi di predire il futuro ma di prevedere il passato, di anticipare i suoi ciclici ricorsi. E se la gente non fosse sorda sentirebbe anche oggi risuonare, portate dal vento della storia, antiche e funeste melodie.

L’analogia cui più spontaneamente mi corre il pensiero è  la conquista del Nuovo Mondo da parte degli Spagnoli. Di fatto, evangelizzare popolazioni ancora immerse nell’idolatria fu per gli Spagnoli un mero pretesto per l’occupazione armata e il saccheggio. La scusa oggi è la necessità di una evangelizzazione vaccinale. I moderni conquistadores offrono la buona novella non più sulla punta della spada ma di un ago sottile.

E in mancanza di un Nuovo Mondo da razziare, vorrebbero spolpare fino all’osso quello Vecchio, creando nuove regole economiche basate sulla schiavitù e il controllo dell’intera popolazione. La necessità di convertire il pianeta alla nuova religione sembra giustificare ogni mezzo, per quanto violento e disumano. Perciò, come gli antichi conquistadores, è prevedibile che anche i nuovi non si fermino di fronte al genocidio e alla distruzione di una civiltà.

Ovviamente molte cose sono cambiate negli ultimi cinque secoli. Per esempio, il rapporto tra Stato e Chiesa. Carlo V, all’epoca re di Spagna, veniva considerato proprietario degli immensi territori americani per effetto di una donazione papale. Egli ne aveva la giurisdizione per mandato della Santa Sede e sentiva quindi, come sovrano cattolico,  il peso di una doppia responsabilità: portare in quelle terre il Vangelo insieme all’ordine e alla legge.

Il re era al corrente delle atrocità, delle ruberie e delle brutali politiche schiaviste attuate dai conquistadores. Da buon cristiano, ne era turbato e non intendeva avallarle. D’altro canto, l’America era per la Spagna un’imperdibile occasione d’espansione e ricchezza. Come conciliare le corna del dilemma? Carlo era insieme monarca e uomo di fede. Le sofferenze degli indios provocavano in lui un sincero e doloroso problema di coscienza. (Impossibile qui fare un’analogia con i nostri governanti, creature a sangue freddo cui la violenza non crea alcun turbamento morale).

Carlo doveva anche tener conto di quanto espresso nella bolla pontificia Sublimis Deus, promulgata da Paolo III nel 1537, dove si riconosceva la piena umanità degli indios e si minacciava la scomunica a chi li avesse privati della libertà o derubati dei loro beni. Il Papa concedeva ai nativi americani totale dignità di esseri umani: «Indios veros homines esse», rifiutando la vecchia teoria aristotelica secondo cui alcuni uomini sono servi per natura.

Ma non son più quei tempi, quando la Chiesa poteva alzar la voce contro i potenti, influenzare re e imperatori. La Chiesa di oggi, prona, ridotta a zerbino del Potere, si limita a effondere stucchevoli benedizioni sui vaccinati e i loro gesti etico-amorosi, minacciando gli altri con corrucciati anatemi.

Forse verrà emanata l’enciclica “Sublimis Vaccinus”. Immagino non conterrebbe l’affermazione «non vaccinatos veros homines esse» ma, al contrario, il dogma della loro non-umanità. E insieme la scomunica non per chi deruba gli uomini della libertà e della vita, ma per coloro che rifiutano il nuovo battesimo vaccinale. Pericolosi selvaggi, propagatori di eresie e ateismo, che non credono nella divinità del Sublimis Vaccinus.

Per altro, oggi nessun Capo di governo si rivolgerebbe a un teologo per un problema di diritto internazionale. Per Carlo fu invece naturale chiedere lumi a Francisco de Vitoria, frate domenicano e forse il più grande moralista dell’epoca. Vitoria risponde con le sue severe Lectiones. Richiama il re alla sua responsabilità morale enunciando quattro principi che condannano l’arroganza degli Spagnoli e il loro spadroneggiare sugli indios.

Vitoria sostiene innanzitutto che la donazione papale è invalida. Il suolo americano infatti non appartiene al Papa. Inoltre, il Papa non è ‘dominus orbis’, signore del mondo in diritto di arrogarsi poteri temporali anche sui non cristiani. Quindi, il continente americano è terra libera, non proprietà della Spagna.

Per Vitoria la sovranità nazionale di un popolo è principio intangibile, che va difeso da ingerenze esterne. È quell’utopia che anche noi coltiviamo, il sogno di scrollarci il giogo umiliante che ci rende colonia, protettorato. Siamo, come gli indios, una popolazione occupata e sottomessa di cui altri decidono il destino. Tuttavia, Vitoria poteva ancora sperare che gli indigeni si liberassero dal cappio degli spagnoli o che bastasse ricordare al re il diritto di autodeterminazione dei popoli. A noi la storia ha tolto ogni illusione.

La conversione forzata degli indios è il secondo punto dolente affrontato da Vitoria. L’adesione al cristianesimo, afferma, deve essere assolutamente libera, non ottenuta con la coercizione e le minacce. In linea con  l’antico motto di san Bernardo – «fides suadenda non imponenda» – Vitoria ribadisce che la fede deve nascere da una convinzione personale e non da una pressione esterna.

Oggi direbbe che non è lecito usare sistemi violenti per costringere qualcuno ad abbracciare la fede nel Dio-Vaccino.  L’adesione alla nuova fede deve  basarsi su argomenti razionali e pacifici, in totale libertà di scelta e nella piena avvertenza del suo significato. È inammissibile che si usi la religione come pretesto per condurre azioni di guerra e occupare territori. Il presunto dovere di convertire gli ‘indigeni’ al culto del Sublimis Vaccinus non può divenire strumento di dominio e sopraffazione.

Se lo Stato deroga a tale principio, una reazione violenta da parte degli indigeni sarebbe lecita, bellum iustum, giustificabile sia moralmente che religiosamente. Vitoria non è un pacifista. Ammette lo jus ad bellum,  il diritto di far guerra se vi sono fondati presupposti. Guerra giusta, ad esempio, è quella condotta da un popolo come atto di legittima difesa contro la violenza o l’invasione di potenze straniere. Ma è legittimo anche prender le armi in aiuto di un popolo oppresso e di chi non ha gli strumenti per difendersi dai suoi aggressori.

Vitoria non condivide il pacifismo di Erasmo e Lutero, basato sul “non resistere malo”. Il motto evangelico è secondo lui un consiglio e non un precetto. Occorre dunque valutare quei casi in cui è lecito anche a un cristiano opporsi al male, rispondere con la forza alla forza.

Il domenicano affronta poi un tema spinoso: il rispetto degli usi e dei costumi di ogni popolo. I conquistadores, dice, non hanno alcun diritto di imporre agli indios la civilizzazione europea. Nativi e Spagnoli sono membri allo stesso titolo di una internazionale famiglia umana. Non si possono costringere i nativi ad accettare la cultura europea, cancellando le loro consuetudini sociali e le loro tradizioni.

Questo riconoscimento di pari dignità assume forme radicali nel quarto punto, dove Vitoria chiede il rispetto dell’idolatria pagana e delle sue pratiche religiose, per quanto ai cristiani possano apparire sconcertanti o inaccettabili. Nessuno deve costringere con la forza gli indios ad abbandonare i loro riti o indurli con sistemi violenti a rinunciare alla loro religione.

Dunque, nel caso degli indios Avax –così mi piace chiamare gli indigeni non vaccinati – si dovrebbe rispettarne lo stile di vita, senza obbligarli a comportamenti per loro senza senso, come indossare mascherine, mantenere distanze di sicurezza, infilare continui tamponi nel naso, restare chiusi in casa etc. Si obietterà che tali costumi non sono inclinazioni facoltative ma nascono da una generale e scientifica necessità, e vanno perciò imposti a tutti con forza di legge.

Tale obiezione è ingannevole, e coincide sostanzialmente col tentativo di imporre ad altri una particolare visione del mondo mediante la violenza. Non c’è dubbio che Vitoria ritenesse la religione cristiana l’unica vera dottrina di salvezza per l’uomo. Ma non vedeva in questa sua sua convinzione una ragione valida per obbligare gli indios a convertirsi.

A maggior ragione dobbiamo deprecare l’arrogante pretesa del vaccinismo di imporsi e dominare il mondo spacciandosi come unica dottrina di salvezza possibile. Soprattutto se lo fa ricorrendo a minacce e ricatti, nascondendo la realtà di una scienza inefficace, basata su dati fittizi e ispirata da motivi di lucro nient’affatto scientifici, impedendo altre prassi terapeutiche, censurando e sanzionando brutalmente ogni dissenso.

La risposta al re contenuta nelle Lectiones di Vitoria è quella che noi tutti dovremmo dare alla prepotenza, all’ipocrisia e alla mancanza di umanità del Potere. Ma è ingenuo sperare che i nostri ‘intellettuali’, semplici cicisbei del Regime, difendano i perseguitati, coloro che oggi son travolti non dall’emergere di un Nuovo Mondo ma di un Nuovo Ordine Mondiale. E la storia si ripeterà.

Vitoria è simbolo di uno spirito libero. Lo stesso Carlo V rimase perplesso di fronte alla sue tesi così aperte e generose, che avrebbero ostacolato l’espansione spagnola nel Nuovo Mondo. Consultò quindi un altro celebre teologo domenicano, Bartolomé de Las Casas. Ma anche Las Casas, da sempre acceso difensore degli indios e convinto della loro naturale bontà, era più incline a proteggere quella gente dai soprusi degli Spagnoli che a favorire gli interessi economici dei conquistadores.

Carlo infine si lasciò convincere dai due teologi. Per ovviare alle terribili condizioni degli indios promulgò nel 1542 le Lejes Nuevas. Questo creò un’ondata di proteste e rivolte da parte dei coloni spagnoli, per nulla disposti a rinunciare ai privilegi acquisiti e ormai abituati a trattare i nativi alla stregua di animali. Il re si vide costretto, nel 1550, a convocare la Giunta di Valladolid. Chiamò quattordici fra le più eminenti personalità laiche e religiose dell’epoca a decidere come proseguire nell’opera di conquista «con giustizia e sicurezza della coscienza».

Alla fine, esaminati vari argomenti teologici e giuridici, prevalse l’idea che fosse lecito imporre ai nativi americani la civilizzazione cristiana. Questo non implicava, secondo quella ‘Commissione Tecnico Scientifica’ ante litteram, la prevaricazione di un popolo su un altro, ma ubbidiva a un dovere di “ingerenza umanitaria”. Tale soluzione, che salvava la capra del tornaconto economico e i cavoli della morale, pareva giustificata dall’usanza indigena di compiere sacrifici umani e atti di cannibalismo. La cattolicissima Spagna non poteva tollerare forme tanto orribili di paganesimo. Bisognava dunque intervenire con la forza per por fine a un crimine contro l’umanità. In pratica, “con giustizia e sicurezza della coscienza” si lasciò che gli Spagnoli facessero scempio e razzia di quei popoli.

Disse Vitoria: «se fosse permesso punire gli indios per le ingiurie che fanno a Dio, a maggior ragione dovrebbero esser puniti i prìncipi cristiani, che peccano più gravemente degli infedeli». Ma nessuno ascoltò quella logica obiezione. E in pochi dubitarono dei resoconti relativi ai riti sanguinari degli indios. Poco si indagò su quelle testimonianze contraddittorie e non sempre affidabili. Le dimensioni dei sacrifici umani furono sicuramente ingigantite. Ma il mito dell’Olocausto, di una mostruosa ecatombe, era funzionale al dominio spagnolo.

Gli Spagnoli sarebbero stati per gli indios custodi, tutori, amministratori. Li avrebbero condotti a condizioni più civili e umane. E chissà quante volte i poveri indios, costretti a subire lezioni di ‘umanità’ dagli Spagnoli, avranno pensato: “chi ci salverà dai nostri salvatori? Chi ci libererà dai liberatori?”. Di fatto, non vi più alcun freno al dilagare della cupidigia e delle nefandezze dei conquistadores e l’ingerenza umanitaria si trasformò in un’immensa carneficina.

A distanza di secoli questo potrebbe lasciarci ormai indifferenti. Ma significherebbe non vedere che un’altra Valladolid incombe sulla storia. È ancora il principio di “ingerenza umanitaria” a guidarci, quasi inconsapevolmente, come un istinto sedimentato nei secoli. Perciò riteniamo giusto escludere dalla vita sociale e lasciar morire di stenti chi è privo di passaporto vaccinale, e anche noi lo facciamo “con giustizia e sicurezza della coscienza”. Oggi il nostro ‘nobile motivo’ è impedire quel crimine contro l’umanità che consiste nell’aver dentro di sé, forse, qualche virus.

Valladolid è il paradigma di un Potere che stravolge basilari ragioni logiche, etiche e giuridiche allo scopo di fornire una legittimazione al Male. Su quella falsariga, anche oggi è in corso una Disputa sul modo in cui trattare gli indigeni renitenti al Sublimis Vaccinus. Ma nella nuova Valladolid gli Avax non hanno alcun avvocato che perori la loro causa. Non c’è un coraggioso Las Casas a difenderne la natura “senza malvagità e senza doppiezze”, l’incorrotta verginità naturale**. Ancor più degli indios, son quindi vittime predestinate, agnelli tra lupi affamati.

Come Maya, Inca e Aztechi, anche gli Avax vengono accusati di sacrificare ogni anno un numero ingente di vite umane a causa delle loro assurde credenze, della loro ‘ignoranza scientifica’. I loro costumi rappresentano una barbarie incompatibile con la civiltà moderna, con la vita sociale ed economica del mondo civile. Come con indios, negri, ebrei etc., si nega loro una completa umanità. Sono animali velenosi cui si deve schiacciare la testa. Perciò appare indispensabile una drastica ingerenza umanitaria. I conquistadores avranno carta bianca. E pochi coglieranno l’orrore di questa nuova Valladolid.

Alla fine, molti si convertiranno al culto del Sublimis Vaccinus per paura, altri per convenienza. Alcuni cercheranno di fuggire, altri resisteranno, affrontando l’inevitabile sconfitta. E già si chiede di lasciarli morire di fame, di chiuderli in riserve isolate e inospitali, di dar loro coperte infettate col vaiolo. Di sottoporli, come streghe ed eretici, a spietate autodafé o di arrotarli, come i presunti ‘untori’ della “Colonna infame”.

E se un Avax osa reagire alla violenza del suo persecutore – basta un’innocua intemperanza verbale – su tutti loro cade un moto di odio e di disprezzo, di esecrazione generale. E sono loro, le vittime, ad essere accusate di praticare “un’odiosa violenza”. E se invece di semplici parole fosse stato uno schiaffo, i media avrebbero immediatamente creato una leggenda nera, dipingendo gli Avax come selvaggi folli e feroci. Perciò mi chiedevo: si può rispondere alla violenza con la violenza? Non hanno gli Avax il diritto di combattere per la propria libertà, il proprio onore, la propria famiglia, la propria vita?

Forse lo faranno, prima o poi. E forse un giorno, se resterà un briciolo di verità su questa terra, si dovrà ammettere che il loro era uno Iustum Bellum, come avrebbe detto Vitoria. Quel diritto naturale di opporsi al Male che prevale su ogni legge civile o religiosa. Perché vim vi repellere licet, è lecito respingere la violenza con la violenza. E, seppur senza speranza, l’agnello ha il diritto di ribellarsi al lupo.

 

** «Tra queste pecore mansuete, dotate dal loro pastore e creatore delle qualità suddette, entrarono improvvisamente gli spagnoli, e le affrontarono come lupi, tigri o leoni crudelissimi da molti giorni affamati. E altro non han  fatto, da quarant’anni fino ad oggi, ed oggi ancora fanno, se non disprezzarle, ucciderle, angustiarle, affliggerle, tormentarle e distruggerle con forme di crudeltà strane, nuove, varie, mai viste prima d’ora, né lette, né udite, alcune delle quali saranno in seguito descritte, ma ben poche in confronto alla loro quantità».

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Categorie: Cultura & Società

Pubblicato da Livio Cadè il 5 Settembre 2021

Commenti

  1. Paola

    Si ispirano a una sordida antologia di orrori della Storia. Guidati da una sinossi del Male. La logica innocente, ma ineccepibile, dell’agnello si perde nell’alito fetido di chi pensavamo amico.
    Mai creduto all’immagine ossimorica della protesta pacifica. Ho già avuto modo di dirlo. Ma siamo rimasti in pochi. Sempre meno. E aspettano la violenza per lo stigma definitivo e la repressione finale. Resterà l’opposizione individuale al marchio. Martirio? Forse.
    Grazie per darci ancora (quel che resta della nostra) voce.

    • Paola

      * mai creduto NELL’immagine ossimorica della protesta pacifica (la preposizione è fondamentale).

    • Paola

      P.S. Va da sé che condivido pienamente la liceità della violenza in risposta a questo UNICUM aberrante che stiamo vivendo. Ma ci credo poco. E, ripeto, se anche accadesse, non penso riusciremmo ad abbattere i demoni. Sono tanti. E sono ovunque, ormai.

      • Paola

        …a livello personale, uscendo da considerazioni generali, l’odio e la violenza repressa che ho dentro di me non sono esprimibili in questa sede. Subirei la censura e l’espulsione perenne da parte della Redazione. Con cancellazione di tutti i commenti fatti nel corso di un anno. In pratica, la damnatio memoriae. Non è un’accusa alla Redazione, anzi. Sarò loro sempre grata per lo spazio e l’estrema libertà concessami. Ma vi sarebbero costretti. Faccio addirittura paura a me stessa.

      • Livio Cadè Staff

        “Ormai solo un Dio ci può salvare”…

  2. Elena

    Curiosità marginalissima al tema trattato: resterebbero dunque documenti a testimonianza dei sacrifici cruenti degli Indios? oppure, allora come oggi, le informazioni furono stravolte o corrette con la chirurgia esatta della storiografia ufficiale?

  3. Livio Cadè Staff

    Io non sono certo un esperto in questa materia. Ho solo avuto modo di parlarne anni fa con un mio studente messicano, cultore di storia precolombiana, e di leggere qualcosa sull’argomento.

    Pare che in realtà solo pochissimi dei resoconti contemporanei siano sopravissuti alla Conquista spagnola del XVI secolo. Tra questi anche racconti fantasiosi o immaginari. I frati francescani e i coloni riferirono di sacrifici umani ma la questione è tuttora molto controversa. Non c’è dubbio che la pratica del sacrificio umano fosse parte delle tradizioni mesoamericane.

    Las Casas difese gli indios anche nel loro diritto di compiere sacrifici umani, che considerava un’espressione del loro rispetto e del loro amore per Dio.

    Se i sacrifici erano senz’altro una realtà, molto dubbi e indimostrabili sono invece i numeri relativi a questa pratica.

    Sono stati scoperti alcuni resti umani, poche decine, in diversi siti archeologici, che potrebbero far pensare a sacrifici umani. Ma non è sicuro, e comunque non si tratta di milioni di vittime, come qualcuno al tempo della conquista raccontava.
    Sembra per altro che in certi casi, come per bambini o ragazzi, le vittime venissero drogate e sedate.

    Restano invece, e nessuno li ha mai messi in dubbio, resoconti precisi sulle atrocità commesse dagli Spagnoli sugli indigeni.
    E qui i numeri non si discutono. All’inizio del XVI secolo vivevano nelle Americhe 80 milioni di indios (su una popolazione mondiale di 400 milioni). Dopo 40 anni di dominazione spagnola gli indios rimasti erano 10 milioni. In Messico passarono da 25 milioni a un milione.

    Un bel risultato per chi si proponeva di evitare qualche occasionale sacrificio umano. Per chi voleva por fine a “un’odiosa violenza”. Così, chi voleva portare la ‘civilizzazione’ in quelle terre, distrusse un’immensa civiltà.
    Se qualcuno vuol cavarne delle analogie coi nostri tempi è libero di farlo.

  4. Faccio seguito a questi commenti:

    Livio Cadè: “Ormai solo un Dio ci può salvare”…
    Paola: Sì. Ma un Dio furioso.
    Paola: …o un Angelo sterminatore. Dalla nostra parte, però…

    Ma non avete letto nell’Apocalisse 17:15-18?:

    Gli Avax

    I novelli conquistadores e la statua di pietra della bestia.

    .

    Si è capito allora che è tutto un piano di Dio per risolvere la questione antica in discussione, ora del Sublimis Vaccinus.

    Dunque si porti pazienza che l’Angelo sterminatore poi verrà:

    «Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco…»(Ap 19,11)

  5. Il commento precedente è stato riportato male, lo ripropongo.

    Faccio seguito a questi commenti:

    Livio Cadè: “Ormai solo un Dio ci può salvare”…
    Paola: Sì. Ma un Dio furioso.
    Paola: …o un Angelo sterminatore. Dalla nostra parte, però…

    Ma non avete letto dall’Apocalisse 17:15-18?:

    Gli Avax

    I novelli conquistadores e statua di pietra della bestia.

    .

    Si è capito che è tutto un piano di Dio per risolvere la questione.
    Dunque si porti pazienza che l’Angelo sterminatore poi verrà:

    «Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco…»(Ap 19,11)

  6. Ho letto l’intervista al vescovo Schneider e colgo questa domanda e la sua risposta:

    Il codice QR utilizzato per dimostrare lo stato del vaccino può già essere considerato di per sé come una forma del marchio della Bestia?

    Sì. Questo codice conterrà tutte le tue informazioni private sulla tua salute che sono già sotto il controllo dello Stato. Questo codice è collegato, a quanto ho capito, al vaccino.

    Ma questa incertezza è vanificata di fatto perché l’Apocalisse di Giovanni è chiara su questo punto nevralgico che si riferisce al potere di imporre – mettiamo – il vaccino.
    Le cose stanno così allora:

    I dieci re che sono le corna della bestia, «riceveranno potere regale, per un’ora, insieme alla bestia» (Ap,17,12)
    Ma «l’Agnello li vincerà» (Ap 17,14) insieme a «quelli che sono con lui, i chiamati, gli eletti e i fedeli» (Ap 17,14).

    Avevo cercato di dire in precedenza col mio intervento, in relazione alla citazione del passo dell’Apocalisse AP 1715-18, (ma non è stato trascritto chissà perché) che il suddetto potere regale di un ora CI SARÀ. È DIO STESSO CHE LO PERMETTERÀ. «Dio infatti ha messo loro in cuore di realizzare il suo disegno e di accordarsi per affidare il loro regno alla bestia, finché si realizzino le parole di Dio» (Ap 17,17)

    Perciò in conclusione è l’Agnello a vincere sul lupo legandoci al titolo del suo articolo, prof Livio Cadè, lo ha detto Gesù per bocca del suo apostolo Giovanni.

    • Livio Cadè Staff

      “È l’Agnello a vincere sul lupo”. Certo, è l’ottimismo della fede, la sua utopia, contro il pessimismo della ragione e della storia. Ma noi adesso abbiamo bisogno di sperare, anche contro ogni logica: non praevalebunt. Grazie.

  7. Paola

    Gaetano B.
    Grazie nuovamente, anche da parte mia.

  8. Livio Cadè Staff

    A Paola.

    Visto che abbiamo più che mai bisogno di angeli, Le propongo Cherubini:

    https://www.youtube.com/watch?v=vECnMav5zrc&ab_channel=AdamOstrowski

  9. upa

    Dopo la fine del mondo (il nostro) questo mi sembra l’accompagnamento doveroso.
    https://www.youtube.com/watch?v=4Cl2BCFaFtI

  10. upa

    Se posso..
    Sono stufo di angeli e diavoli, e contemplare la serena e limpida pace della catarsi dopo dopo lo scontro degli uragani cosmici, non può che darmi un castigato e trasparente piacere.
    Non desolazione, ma calma dopo la tempesta; quando il presente non ci opprime, e le passioni sono germi muti che non ci esaltano o deprimono.
    E’ raro trovare musica che non ci scuota, ma si appoggi sull’Essere privo delle gambe cresciute per vivere nei contrasti..e che metafisicamente non gli appartengono.
    La polifonia del 500 si avvicina, poi le passioni l’hanno travolta coi virtuosismi del barocco e la potenza dell’animo indisciplinato nel romanticismo..per poi finire nella follia e gusto dello scandalo nel 900..
    La musica come accompagnamento alla placida percezione del puro esistere è sempre più rara, ma quei brevi spunti nel finale di ‘De temporum fine comoedia’ me l’hanno rammentata.
    Tra l’altro, Orff è il caos originario senza peli sulla lingua, e non potevano essere le sue ultime note, se non un uscire dalla porta principale del mondo titanico ed originario che aveva evocato..
    Poi si sa..i gusti son gusti..

    • Paola

      Upa.

      Musicalmente sono la persona meno preparata per poter commentare, oltre ad avere un orecchio”disgraziato”. Ma, considerato che tale forma d’arte arriva diretta, squarciando barriere, nella mia pochezza riconosco che la sensazione suscitata dal pezzo di Orff è proprio quella da Lei descritta.

    • Livio Cadè Staff

      Mi dispiace dover dissentire ma il brano di Orff, al mio orecchio, è solo una monotona imitazione di moduli medievali, infiacchiti e ormai disanimati.
      Il carattere che ne esce, per me, è quello della desolazione e dell’aridità, non di “placida percezione del puro esistere”.
      Per trovare una luminosa contemplazione dell’essere bisogna secondo me risalire al gregoriano, non basta certo riandare alla polifonia rinascimentale, così piena di speculazione e artificio.
      Il gregoriano è l’ultima grande forma di arte universale prodotta dall’Occidente, insieme alle cattedrali romaniche e poco altro.
      Tra diecimila anni, se non si saranno imbestialiti, gli uomini ne coglieranno ancora il significato senza difficoltà.
      Sull’idea di “animo indisciplinato del romanticismo” il discorso sarebbe troppo lungo e fuori luogo qui.

      • Stefano

        Personalmente , a parte la ricerca comunque preziosa ma direi ormai più che altro “archeologica” e forse “nostalgica” nei confronti di forme come il gregoriano, fra le vette sublimi dell’arte occidentale, trovo interessanti alcuni slanci musicali più recenti che da tali forme hanno tratto ispirazione senza però fare opera di mera riproposizione di forme spurie, penso ad esempio ad un Olivier Messiaen che ha saputo integrare in modo eccelso a mio modesto avviso queste forme tradizionali(anche extraeuropee) nelle sue composizioni, con un slancio “mistico” anche non indifferente soprattutto nelle opere più mature come “La Transfiguration de Notre Seigneur Jésus-Christ” e la monumentale “San Francesco”… Non sono un frequentatore dell’attuale liturgia cattolica ormai purtroppo svilita, ma non avrei affatto disdegnato se ne avessi avuta la possibilità, frequentare la Chiesa della Sainte-Trinité a Parigi per ascoltare queste improvvisazioni di Messiaen su temi gregoriani come il “Puer Natus Est Nobis” qui proposto: https://www.youtube.com/watch?v=SY7g0ULVl2I&t=421s&ab_channel=symbolkid
        Altro esempio interessante l’unica composizione destinata ad uso liturgico di Messiaen, “O Sacrum Convivium”:
        https://www.youtube.com/watch?v=x0__tgrjTkc&ab_channel=DithyrambicRevels

  11. Livio Cadè Staff

    Leggo adesso la notizia che Bergoglio ha ‘scomunicato’ gli Avax…
    Perbacco! Possibile che ER sia letto in Vaticano?
    Quindi dovremo aspettarci anche l’enciclica “Sublimis Vaccinus”?

    • Paola

      Non credo che il pampero sia in grado di leggere ER…deve aver incaricato qualche talpa. L’enciclica potrebbe arrivare. Scritta da un ghostwriter del Comitato Tanato Sierologico. Per quanto riguarda la sua scomunica, per me vale più delle millemila patacche del gallo cedrone.

      • Livio Cadè Staff

        Sono preoccupato. Nel caso venisse emanata l’enciclica “Sublimis Vaccinus”, non vorrei si pensasse che sono stato io a suggerirla al papastro. Non potrei sopravvivere a un’accusa tanto infamante…

        • Paola

          Eh…effettivamente è un rischio che la Sua (incolpevole) reiterata predittività potrebbe farLe correre. Suggerisco pseudonimo, d’ora in poi.

        • Stefano

          Secondo alcuni esperti di Diritto Canonico Bergoglio sarebbe già in partenza scomunicato Latae Sententiae per essere stato eletto tramite metodi illegali , se fosse così la sua scomunica non sarebbe comunque nulla di valido, questo per chi fra i cattolici fosse magari preoccupato di eventuali ripercussioni sul piano “sottile”, per il resto che dire , a questo punto aspettiamo per vedere se il cerchio si chiuderà con l’enciclica “Sublimis Vaccinus” vaticinata da Livio Cadè e speriamo che a quel punto in Vaticano sappiano magari prendere spunti più positivi per tutti noi dalla lettura di ER… anche se non credo che ne siano in grado o che abbiano la volontà e/o il coraggio di farlo…

          • Paola

            Ben ritrovato, Stefano!

            Approfitto per chiarire il mio commento. La scomunica dello scomunicato, per me, è una medaglia al valore.

          • Paola

            P.S. Sarebbe una medaglia al valore anche se non fosse scomunicato…

          • Paola

            P.P.S. Ho un solo problema. La consegna della suddetta medaglia…chiederei, per così dire, un cambio di modalità, uno stravolgimento del protocollo, ecco…

          • Stefano

            Concordo totalmente cara Paola sul “vanto” rappresentato da una scomunica da parte di quel personaggio che comunque vadano le cose sarà ricordato solo per le sue offese continue non solo alla religione cattolica ma al senso del sacro in genere , per il resto mi accodo anch’io agli apprezzamenti verso questa sezione commenti che prolunga sempre in maniera ricca di ulteriori suggestioni i preziosi articoli del prof. Cade…

  12. Ma io avrei un’idea migliore piuttosto che dare medaglie o al contrario scomuniche, prenderei spunto da una meravigliosa opera d’arte, il bulino “Penitenza del Figliul prodigo” di Albrecht Dürer, detta anche “Il Figliul prodigo fra i porci”. Lo scenario è interessante non vi pare? S’intona bene.
    Nessun critico d’arte e nemmeno valenti studiosi si sono mai accorti di un particolare esposto agli occhi di tutti che riguarda la figura ritratta del Figliul prodigo che prega inginocchiato tra i porci concepita dal maestro Albrecht Dürer. Naturalmente ognuno di voi deve andare a scovare da qualche parte l’immagine di quest’opera. Peccato che non la si può postare come su facebook.
    Ecco ora osservate la postura del porcaro nel “Figliul prodigo” evangelico, sembra normale con quel ginocchio della gamba sinistra che sopravanza l’altra destra? È ASSOLUTAMENTE ANOMALA. Provate ad imitarla e riscontrerete con sorpresa che è quasi impossibile imitarla, col rischio di giungere ad una sensazione di slogatura dell’anca. Non solo, ma tentando di assumere questa postura, almeno per un pò, l’equilibrio viene meno e sarà impossibile tenere le mani unite per imitare il “Figliul prodigo” con la preghiera e con l’attenzione verso la chiesa in lontananza. E allora sorge l’ammirazione verso la genialità di Albrecht Dürer nell’essere riuscito con la scena in questione, di aver rappresentato in immagini un fatto biblico che non ci si aspetta.
    Si tratta della famosa lotta di Giacobbe con Dio e gli uomini citata nelle Bibbia, che si risolse con la sua vittoria. Gli valse in nuovo nome di Israele ma con prezzo dell’azzoppatura, la slogatura dell’anca, cosa che Dürer lega al Figliul prodigo appunto.
    Il Figliul prodigo, dopo l’infelice esito della sua vita fuori dalle regole di vita e non quelle del padre suo, dissipando tutto ciò che gli aveva dato, non potendo fare altro ritorna penitente nella sua casa paterna. Ma non c’è penitenza nella vita spesa inutilmente, senza una prova da superare per riabilitarsi e un prezzo da pagare. Funziona così fra gli uomini di questo mondo, e nel caso del Figliul prodigo il padre suo avrà modo di predisporlo per una saggia penitenza adatta per lui. Ciò che è stato distrutto per protervia e ingratitudine va ricostituito ed è nella provvidenza del padre suo, che rappresenta Iddio, che questo trova modo di attuarsi in qualche modo secondo equità e giustizia. Non si può rigenerare il bene distrutto senza rigenerarlo con il sacrificio personale. Di questo non se ne parla chiaramente nei testi sacri, ma è regola di vita.
    Ed ecco ciò che ha voluto rappresentare Albrecht Dürer nel bulino in questione, il cui giusto nome dell’opera è “Penitenza del figliul prodigo”.
    E ritornando alla questione della medaglia o scomunica in questione, potrebbe valere l’esempio suggerito da Dürer con il suo interessante e tanto attuale “Figliul prodigo” di nuova lega. Non vi pare?

    • Paola

      Stefano (musica), Gaetano (pittura).

      Il prof. Cadè è colui che ha permesso di seguire un interessante, inaspettato, gratificante, corso multidisciplinare “da remoto” (di un livello che “essi” non avevano previsto).

      GRAZIE.

      P.S. Ascoltando con gli occhi chiusi “O Sacrum Convivium”, ci si augura di essere accompagnati da quelle voci, un giorno. Giudizio da profana, già dichiarato. Ma anche i profani esprimono desideri…

    • Paola

      Gaetano B.

      Errata corrige.

      Trattandosi di bulino, e non solo per quello, avrei dovuto estendere il contenuto della parentesi. Arti figurative e Religione. Ho erroneamente scritto “pittura”. Chiedo scusa.

  13. Rimedio sull’immagine del bulino di Durer, Penitenza del Figliul prodigo postando il link relativo da cliccare:
    https://it.painting-planet.com/il-ritorno-del-figliol-prodigo-albrecht-durer/

    • Paola

      Gaetano B.

      Il riferimento all’anca è straordinario…anca, nervo sciatico…Wikipedia ha colmato esiguamente le mie lacune sulla Teomachia. Geniale.

      P.S. Redazione, alla fine, comunque vada, datemi almeno un attestato di frequenza. Si impara ogni giorno. Altroché se si impara…

  14. Stefano

    A proposito di Bergoglio per un confronto con altri indirizzi spirituali in ambito cristiano un buon termine di paragone potrebbe essere questo : https://www.renovatio21.com/i-monaci-del-monte-athos-contro-il-vaccino-mi-rifiuto-di-diventare-un-porcellino-dindia/ Il Cuore pulsante della spiritualità bizantina e forse l’ultimo residuo di vera conoscenza in occidente guarda caso non aderisce agli indirizzi della nuova teologia vaccinale proposto da “el papa” argentino … ciò mi fa piacere, un altro interessante gruppo di eretici …

    • Livio Cadè Staff

      Non lo chiamerei ‘papa’, semmai papocchio…

      • Paola

        Stefano.

        La convergenza di vedute è un onore. Peccato non ammettano donne, per un’eventuale fuga. Ma confido nell’ Unica Presenza Femminile sul Monte Athos…

        Livio C.

        Solitamente sono tignosa sugli epiteti del pampero. Ma ‘el papa’ virgolettato mi ricorda ‘el chapo’…ci sta.

      • Lupo nella Notte

        “Papocchio” mi ha allietato la giornata… 🙂

    • Elena

      La notizia è di cinque mesi fa. Sarebbe interessante conoscere la posizione di questi monaci adesso. Quanti ancora resistono e quanti hanno ceduto? Che pressioni hanno ricevuto?

      • Paola

        Elena.

        Sì, è di aprile. Ma su Google (notizie) gli ultimi aggiornamenti sono di 11 mesi fa (“10 casi di Covid sul Monte Athos”). Altro non scrivono. Se si fossero piegati, lo avrebbero strombazzato, penso…Poi che pressioni abbiano subito/subiscano, non lo sapremo mai, temo.

  15. Lupo nella Notte

    Forse, dato il mio pseudonimo, questo non è il post piú adatto per tornare a commentare, ma tant’è… d’altronde, cambiarlo per l’occasione in qualcosa come “Agnello nel Mattino”, o altra immagine equivalente, non mi sembrava il caso; vi sono già abbastanza “pecore” in giro perché possa aver voglia di ingrossarne le file. Dal momento che è stato citato Jünger, voglio ricordare una sua frase che è pertinente in un certo modo con l’apologo da cui prende spunto l’articolo, non foss’altro perché continua la metafora con gli stessi animali, sebbene in modo diametralmente opposto:

    “Se le grandi masse fossero cosí trasparenti, cosí compatte fin nei singoli atomi, come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono a un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i Lupi; vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la Libertà. E non soltanto questi Lupi sono forti in sé stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in un branco. È questo l’incubo dei potenti”.

    Forse Jünger ha peccato di ottimismo, non so, in fondo non credo che chi nasce “pecora” possa diventare Lupo, come per una mutazione genetica improvvisa. Chi sembra apparentemente farlo, lo era fin dall’inizio, se ne era semplicemente dimenticato. Dimenticato, ma non scordato, se riesco a spiegarmi. Cosa che mi porta anche a riflettere sul fatto che forse Aristotele non aveva tutti i torti, a pensare che vi siano uomini che nascono servi per natura (ma questi non erano certamente gli amerindi – come avevano buon gioco a far credere i Conquistadores – che lottarono fieramente contro la dominazione). Gli accadimenti odierni parrebbero dargli ragione.

    Il problema radicale lo vedo nel fatto che è un luogo comune che l’uomo generalmente ami la Libertà, e che sia disposto a lottare per essa, finanche a morire. In realtà mi sembra che ne abbia una gran paura, che ne sia addirittura terrorizzato. La Libertà – quella vera con la maiuscola, non la sua contraffazione virtuale di pronto uso e consumo che viene spacciata dalla pretesa “cultura” dominante prevalentemente massmediatica, che si riduce in sostanza al soddisfacimento di bisogni fittizî indotti da essa stessa e soltanto funzionale all’infiacchimento morale dell’uomo (obiettivo brillantemente conseguito) – è, a voler esser sinceri, letteralmente spaventosa. Perché non consente di avere piú scuse né giustificazioni di sorta con sé stessi, e costringe – paradossale che la Libertà “costringa”, eppure si può esser liberi solo seguendo il proprio “sentiero interiore”, quello che nella dottrina Indú è noto come Dharma, per occupare la posizione che a ciascuno spetta nella gerarchia degli Esseri, realizzandosi cosí in modo pieno e appagante; l’idea che essa consista semplicemente nel “fare ciò che piú pare e piace” è naturalmente solo una distorsione dell’età moderna, del Kali Yuga o dell’Età del Ferro, a seconda di come la si vuol chiamare; – a guardare alla realtà e a sé stessi senza piú la comoda ma illusoria scappatoia fornita da quegli infingimenti nei quali tutti, chi piú, chi meno, ci si è rifugiati lungo il cammino per non dover ammettere le proprie inevitabili sconfitte esistenziali. Non comprendendo, accecati come si è dalla propria identità individuale, fittizia quasi quanto i bisogni artificialmente indotti che la solleticano, che la piú grande, e la piú autentica sconfitta è proprio quella di non volerle ammettere, e che farlo è solo il primo passo per poter smettere di indossare la pelle di pecora, e ritrovare la propria identità di Lupi.

    Ma siamo sempre a una questione di bruta quantità: le pecore sono sempre molto piú numerose dei Lupi, e questa è una legge di natura che non può essere cambiata.

    Come a tutti qui apparirà scontato, l’apparentemente stridente contrasto fra i simboli del Lupo e della Pecora-Agnello è dovuta al fatto che alle tradizioni spirituali occidentali, nelle quali il primo era piú spesso un simbolo positivo associato alla luce e al Sole – lyke, in Greco antico indicava tanto la luce dell’alba quanto la pelle del lupo, che era associato ad Apollo Iperboreo, divinità della pura luce intellettuale – si è poi venuto a sovrapporre il Cristianesimo, originarimente religione di pace, che quindi preferí l’identificazione con l’Agnello. Ma la polisemia necessariamente insita in ogni simbolo permette di vedere le cose da molteplici angolazioni, e di non considerarle in maniera rigidamente definita e dogmatica.

    Per ironia della sorte, la presente Era veniva indicata nella mitologia Norrena come l’Età del Lupo, nel quale le opposte valenze di Luce-Tenebra finivano per risolversi. Se è vero che secondo il Mito il Lupo Fenrir avrebbe alla fine dei Tempi divorato lo stesso Odino e gli altri dèi, adempiendo in tal modo a un compito “tenebroso”, è anche vero che la sua furia fu scatenata dall’inganno che ebbe a subire dagli stessi dèi – il che potrebbe adombrare un significato di decadenza della stessa stirpe divina, e quindi del mondo intero – i quali lo incatenarono con un sotterfugio a una catena incantata significativamente forgiata da elfi neri, emblema di inganno e negatività, che vivevano nelle profondità della terra, quindi con valenze infere, e che non poteva essere spezzata. Ma durante il Ragnarök, il Giudizio finale, Fenrir liberato dalla catena potrà, con la sua vendetta sí, distruggere il mondo, ma anche permetterne la palingenesi. Per alcune fonti, poi, Fenrir era bianco, colore associato alla purezza spirituale, a significare questa inestricabile mistura di luce e tenebra, di positivo e negativo, sempre in un’ottica dicotomica delle cose che però un simbolo come Fenrir sembra appunto dover ricongiungere e “pacificare”, sia pure attraverso la violenza piú estrema.

    D’altronde sono fermamente certo che l’Apocalisse giovannea descriva ciò che in effetti sta accadendo e sempre piú accadrà, in quanto riproposizione confessionalmente rivestita di un evento ciclico già noto quanto meno dall’epoca vedica (ma in realtà ritengo da sempre). L’umanità – o forse sarebbe piú preciso dire “le umanità” – periodicamente degenera e raggiunge abissi di abiezione e di ottusità che possono essere sanati soltanto da una generale quanto dolorosa riedificazione del mondo.

    Quindi forse, ispirandomi tanto al Vangelo quanto al mito norreno, posso dire che mi auguro che l’Agnello vinca sul Lupo… ma anche che i Lupi vincano sulle pecore. E che tutti comprendano infine che l’unico nemico è il Pastore Bugiardo.

    • Livio Cadè Staff

      Ovviamente l’apologo del lupo è qui sprovvisto di implicazioni mitologiche. È una semplice metafora degli argomenti pretestuosi usati oggi per giustificare le violenze del Potere.
      Quindi, non diventi “Agnello nel mattino”, che c’è bisogno di Lupi (e inevitabilmente “nella notte”, visto il periodo di profonda oscurità).
      Da parte mia, spero nel “ruggito del leone che spacca il cranio agli asini”…

      • Paola

        Lupo nella Notte.

        Grazie per aver citato Jünger.

        P.S. Sto ancora ridendo per Agnello nel Mattino 🙂

        Concordo con L. Cadè…rimanga Lupo. Sono splendidi. E anche la Notte (non l’oscurità attuale) ha una profonda magia.

        • Paola

          Lupo nella Notte.

          P.P.S. Ottimo explicit, tra l’altro.

          • Lupo nella Notte

            Grazie a lei, gentile Paola,

            veniva da ridere anche a me, mentre lo scrivevo… 🙂

            Tra l’altro, sembra che questa vicenda criminale e grottesca della pandemenza, stia rivivificando le valenze positive del Lupo; non sono infrequenti i riferimenti a esso da parte di chi si oppone alla deriva decerebrante e “appecoronante”, se mi è permesso il brutale neologismo.

            Cito quelli che rammento trovati in giro per la Rete:

            “Fin da piccoli vi insegnano ad aver paura del lupo. Poi da grandi scoprite che il vero pericolo viene dalle pecore”.

            “Ma chi volete spaventare, ancora non lo avete capito che le pecore le avete vaccinate tutte? Restano i lupi”

            Poi il filmato di un’animazione non rammento piú in quale sito, dove si vede un lupo andare controcorrente in mezzo a un gregge di pecore che procedono tutte appaiate.

            Ecc.

            P.S. Abbasserò forse un po’ il tenore delle citazioni, ma la sua frase sulla magia della notte mi ha rammentato una vecchia canzone di un gruppo spagnolo che diceva “He oido che la noche es toda magia”. Anche a me piace molto la notte, quella “vera”.

            Inoltre, il cantante è stato uno dei pochissimi personaggi dello spettacolo a dire fin dall’inizio che la pandemenza è appunto una pandemenza… non dev’essere un caso.

          • Paola

            Lupo nella Notte.

            Macché docente indecente, macché abbassamento del tenore delle citazioni! Ho ascoltato il pezzo con maggior piacere ancora…per la Notte e per la posizione del cantante, che non conoscevo…anche questo nel corso! Grazie…ci voleva!

      • Lupo nella Notte

        Certamente, non intendevo dire che vi si riallacciasse in qualche modo, ma rendere in un certo senso il progressivo modificarsi – in realtà direi piú un dispiegarsi – delle valenze simboliche già tutte insite in partenza, in particolar modo di quelle legate agli Archetipi animali (anche se personalmente sarei piú propenso a definirli “Genî di specie”, come nell’esoterismo occidentale o “Spiriti Animali”, come nelle tradizioni sciamaniche).

        Sa che quando mi venne ispirato lo pseudonimo la Notte stava proprio a significare quella in cui vedevo immerso il mondo dell’Età Oscura? Ed essendo il Lupo un simbolo originariamente luminoso, il significato mi parve… “lampante”.

        Naturalmente non ho alcuna intenzione di smettere di esserlo, grazie, Sig. Cadè.

  16. Paola

    Redazione 🙂

    Inserire nel corso anche Mitologia (contributi di Lupo nella Notte).

    Corso : “Via dalla pazza folla” (nessun riferimento alla trama. Ispiratore, soltanto il titolo).

    • Lupo nella Notte

      La ringrazio, ma temo che come docente sarei… indecente… 🙂

      • Paol

        Lupo nella Notte.

        Grazie!

        Macché docente indecente, macché abbassare il tenore delle citazioni! Che noia speculare h24…Ho ascoltato il pezzo con godimento ancora maggiore…non conoscevo la posizione del cantante…anche questo va nel corso!

        • Lupo nella Notte

          Dapprincipio mi sono chiesto a cosa fosse speculare “ia noia h24”, poi ho capito che era un verbo e non un aggettivo… 🙂

          Lieto che abbia apprezzato il brano, che è sicuramente “d’atmosfera”. C’è qualcosa nelle canzoni di quel gruppo che mi ha rapito fin dall’inizio, complici anche dei testi che a volte sembrano brani di poemi epici piú che di canzon; poi, più tardi si è legato a mie vicende personali in maniera davvero sorprendente. C’è anche un vecchissimo brano che si intitola “Virus”… e il testo riserva sorprese, sembra quasi un caso di premonizione… ma non voglio sciuparle il piacere della ricerca, se vuole. 🙂

          Errata corrige: “que” e non “che” nella citazione della frase castigliana…

        • Paola

          Commento quasi fotocopia in risposta a Lupo nella Notte. Era il primo, ma avevo dimenticato la vocale finale del nome e restava bloccato…non pensavo venisse pubblicato e l’ho riscritto…forse un famigerato DDL mi ha portato in fase fluida impedendomi di definire il genere del mio nome proprio??? Non sia mai!!!!

        • Paola

          Stefano.

          Che dire? Nulla. Solo leggere e rileggere. Scoprire e ringraziare nuovamente.

          Una curiosità…farò una figuraccia…L’immagine che a volte compare accanto al nome chi rappresenta?

  17. upa

    Visto che tutti i simboli vanno presi con le pinze e adattati all’uopo, mi piace pensare a chi si fa pecora per seguire il Pastore Celeste e poi si trasforma in lupo per difendersi dai pastori inferi.
    Ovviamente è rigorosamente vietato fare i furbi…che il Vero Occhio vede tutto..e se lo ‘spirito delle ossa’ è macilento, ce ne verrà chiesta la ragione e le giustificazioni non sono ammesse.

    • Paola

      A proposito di simboli, o meglio di associazioni…ho frainteso la percezione della Notte. Tutti a vederla come oscurità e tenebra. Rimarrò l’unica ad amarla per il silenzio, la quiete, la bellezza, il mistero. Rifugio dal caos e, spesso, dall’accecante e fredda luce del giorno.

      • Stefano

        No non sei l’unica anch’io personalmente adoro la notte più del giorno, del resto la Notte come ho spiegato nel commento appena sopra ha una valenza spirituale molto profonda e che molto spesso non viene colta, ma penso dipenda molto anche da questioni di “equazione personale”…

      • Livio Cadè Staff

        “Deve il mattino sempre ritornare?
        La potenza terrestre avrà mai fine?
        Consuma un vano affaccendarsi il volo celeste della notte”…
        (Novalis, Inni alla Notte)

        • Lupo nella Notte

          Non conoscevo questa poesia di Novalis, ma sono sorpreso nel ravvisarvi una certa affinità nei concetti espressi – solo in quelli, per carità… – con una che ho scritto all’inizio di quest’anno, durante l’inverno piú buio – interiormente parlando – che io ricordi. Di nuovo belle coincidenze si stanno dando per me in questa sede.

    • Stefano

      Osservazione quanto mai appropriata, del resto come è stato accennato più sopra sia da Lupo nella Notte che dal prof. Cadè il simbolo ha di per se sempre una duplice valenza, una luminosa ed una tenebrosa, e sta a chi lo prende a supporto conferirgli la giusta natura, a questo proposito perfetto è stato l’esempio portato da Lupo nella Notte riguardo l’etimologia di lupo in greco (Lukos=Lupo e Lukè=Luce da cui il doppio senso dell’epiteto dell’Apollo Licio Apollōn Lukeios), per la notte anche ci sarebbero da fare discorsi interessanti, , non scordiamo per esempio che secondo il simbolismo temporale la metà ascendente della giornata è da mezzanotte a mezzogiorno, e la metà discendente da mezzogiorno a mezzanotte, quindi la mezzanotte corrisponde al solstizio d’inverno ed alla “porta degli dei” e non è un caso che nel simbolismo cristiano la nascita dell’Avatara Cristo venga posta proprio a mezzanotte nel solstizio d’inverno… Vi è poi da considerare anche il fenomeno dell’applicazione del “senso inverso” dei simboli, dovuto al fatto che nell’ordine cosmico il mondo terrestre viene visto come uno specchio o un riflesso del mondo celeste , per esempio è bellissimo questo passaggio del Guenon in proposito ;” Per dare un esempio di questa applicazione, la «culminazione» del sole visibile ha luogo a mezzogiorno, e quindi quella del «sole spirituale» dovrà simbolicamente aver luogo a mezzanotte; per questo è detto che gli iniziati ai «grandi misteri” dell’antichità «contemplavano il sole a mezzanotte»; da questo punto di vista, la notte rappresenta non più l’assenza o la privazione della luce, ma il suo stato principiale di non-manifestazione, il che d’altronde corrisponde rigorosamente al significato superiore delle tenebre o del color nero come simbolo del non-manifestato: e pure in questo senso devono essere intesi certi insegnamenti dell’esoterismo islamico, secondo cui “la notte è preferibile al giorno». Si può inoltre osservare che, se il simbolismo «solare» ha un evidente rapporto con il giorno, il simbolismo “polare», ha, da parte sua, un certo rapporto con la notte; ed è inoltre abbastanza significativo, a tale riguardo, che il «sole di mezzanotte» abbia letteralmente, nell’ordine dei fenomeni sensibili, la sua rappresentazione nelle regioni iperboree, cioè proprio dove si situa l’origine della tradizione primordiale”…

      • Lupo nella Notte

        Grazie per l’ottimo contributo, avevo dimenticato quel passo di Guénon, forse in “Simboli della scienza sacra”? Comunque infatti il Lupo è associato alla Tradizione Iperborea, e, particolare forse non pertinente, ma senz’altro curioso, il simbolo della città francese di Blois, dove Guénon ebbe i natali, raffigura un lupo che si contrappone a un porcospino; in mezzo ai due animali il simbolo del giglio.

    • Lupo nella Notte

      La ringrazio per la preziosa glossa, è proprio cosí, ed è analogo al dire che si può essere alternativamente “attivi” o “passivi” a seconda di ciò verso cui ci si pone; attivi nei confronti dell’anima le cui passioni vanno dominate, ma passivi in quelli dello Spirito Universale di cui ci si rende ricettacolo. L’importante è non farsi pecora con il “referente” sbagliato, perché allora si realizza il vecchio detto che vuole che “chi pecora si fa… lupo se la mangia”.

  18. Paola

    Oggi ho problemi con i commenti. La nota per Stefano è finita in alto. Sarebbe dovuta finire in coda. Dopo il suo ultimo intervento. Un delirio. Colpa del rettile. Estende la tortura. Tra un po’ mi rifugio nella Notte. Sollievo.

  19. upa

    «E un Sole Nero, nello spazio, inghiottirà il Sole, la Luna e tutti i pianeti che girano intorno al Sole.»

    (Giordano Bruno, De l’infinito universo e mondi, Londra, 1584)..così si evince da wikipedia , utile se sappiamo cosa cercare.
    o ancora;
    e mentre io guardo la tua pace, dorme
    Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge…
    (Alla sera, Ugo Foscolo)

    Il Sole Nero è anche un formidabile simbolo visivo d’attrazione
    https://it.wikipedia.org/wiki/File:BlackSun.svg

    L’astronomia fa apparire sul piano materiale quello che già era conosciuto sul piano sottile: un Luogo Nero al centro delle Galassie che esercita una formidabile attrazione tale da costringere anche il Sole a piegarsi alla sua forza.
    La notte è l’apparire visibile del mare oscuro dove le stelle e i pianeti galleggiano, spinte dal loro destino a capitolare e alla lotta per la vita a sfuggirli,
    L”energia oscura’ come impulso vitale a espandersi in un ego cosmico voglioso di affermazione e conquiste, e la ‘materia oscura’ come ritorno alla ‘nigredo’ dove la decomposizione astrale esalerà l’anima incorruttibile nel corpo di nuove stelle incubate nelle polveri cosmiche.
    Se il sole illumina i corpi esteriori, il sole interiore illumina i corpi sottili..ma poi la notte ci rinfrancherà dalle fatiche del desiderio nella libertà del sogno, dove il manifestato si scioglie dai vincoli della veglia e vaga senza limiti nei mondi che si merita, prefigurando i destini postumi..
    Alla fine anche il sogno cesserà e la reintegrazione nel buio sarà totale, per poi ritornare a un nuovo ciclo di esistenza che si consumerà in un giorno…in una vita o in un’epoca.
    Se il non manifestato è l’origine del manifestato, e concorrono alla Possibilità Totale..c’è ancora un’altra ‘forza’ d prendere in considerazione ed è il nulla..l’Impossibile.
    Guénon la liquida troppo facilmente; eppure non si può cacciare fuori dall’Infinito perché nell’Infinito c’è tutto..e se la manifestazione produce la non manifestazione..ambedue producono dal Nulla.
    ‘omnia exeunt in mysterium’
    Dire che il Tutto deduce dal Nulla è un’eresia e ne convengo..è assolutamente illogico..eppure non me lo tolgo dalla testa…e il pensare che anche il Nulla sia compreso nella Possibilità Totale rende l’Infinito meno limitato (se così possiamo esprimerci)..
    Il Nulla diventa allora il destino del Tutto..ma dal momento che non può annullarlo perché annullerebbe anche se stesso in quanto negherebbe l’Infinito,..ecco che il massimo potere del nulla corrisponde alla massima energia del Tutto ad affermarsi con la creazione degli Universi..
    Insomma..Essere ( in senso lato) e Nulla, sono i poli della manifestazione cosmica..il ‘corpo’ dell’Infinito.
    Mi sono dilungato, ma visto che l’ambiente è saturo di pensiero tradizionale, mi sono permesso..

    • Lupo nella Notte

      Il Nulla, essendo nulla, in realtà non è… quindi non può essere compreso da nessuna parte; se lo fosse, non sarebbe piú Nulla, ma Qualcosa. Se si toglie nulla da qualcosa quel qualcosa rimane immutato, quindi “togliere” il Nulla dall’Infinito, non costituisce per quest’ultimo limitazione alcuna.

  20. Paola

    …e Chopin.

    Non fatevi ingannare dagli pseudonimi giocosi. Più o meno casualmente (ma nulla è casuale), ho scoperto che…a voi la risposta.

    https://m.youtube.com/watch?v=ujrtCmFHeQI&list=PLb51pnHRnTbz3P2fqA8jb_Q127RTxQaFP&index=34

  21. upa

    Lupo nella Notte

    E’ quello che dice Guénon ..ed è quello che ho sempre creduto fin da quando ho scoperto la Tradizione nella sua versione filosofica che, appunto Guénon, rappresenta in sommo grado.
    Il discorso non fa una grinza e logicamente è inattaccabile.
    Eppure, qualcosa nel profondo..negli ultimi tempi, mi ha reso ‘stretta’ la concettualizzazione logica dell’Infinito, come se escludesse qualcosa di fondamentale dal suo orizzonte.
    Che il logico derivi dall’ontologico non si discute, come pure che l’ontologico sia la veste del metafisico, ma procedendo nella discesa gerarchica qualcosa si perde, altrimenti sarebbero la stessa cosa…o apparirebbero la stessa cosa.
    Ma se l’Infinito è il luogo dei Possibili..escludendo l’impossibile, può ancora chiamarsi Infinito?
    Oppure è un Infinito limitato dalla nostra comprensione logica?
    Se l’Infinito non ha limiti, la logica può applicarsi solo all’orizzonte che comprende, oltre non ha potere.
    L’Essere è il Non Essere manifestato..ma è ancora di più essendo la sua radice immanifesta.
    Ma se l’Infinito è il Possibile che unisce Essere e Non Essere, siamo sicuri che non abbia una radice superiore? E se si..quale radice superiore può fregiarsi del ‘titolo’ se non il Nulla..che ‘unito’ al Tutto fanno l’Infinito nella pienezza delle sue Possibilità ?
    Ma dal nulla non nasce niente..si dice..ed è vero…ma se l’Infinito fosse il luogo dove l’Impossibile diventa Possibile e viceversa?
    Logicamente è un’assurdità, ma l’Infinito non può limitarsi neppure di fronte all’Impossibile…altrimenti avrebbe un limite e noi saremo schiavi di questo limite.
    La mia non una posizione nichilista perché non pongo il Nulla a origine di Tutto, che implicherebbe una gerarchia: dico che l’Infinito, unisce il Possibile e l’Impossibile..come il Possibile unisce l’Essere e il Non Essere.
    Le conseguenze non sono ininfluenti in un percorso iniziatico..ma mi fermo qui per non appesantire troppo la discussione ..

    • Lupo nella Notte

      Mi sembra di ravvisare qualche ridondanza concettuale in ciò che scrive riguardo al Nulla. Il suo “adombramento” di esso mi appare simile a ciò che Guénon diceva del Non Essere, vale a dire che è la radice dell’Essere in quanto ne contiene il principio immanifesto (non il contrario come si evincerebbe dal suo scritto, probabilmente per un semplice “lapsus calami”), premurandosi anche di specificare che non coincideva affatto con il Nulla, che è, appunto una “pura impossibilità”. L’Essere è il principio della Manifestazione, a livello non manifestato, ma deve poggiare sul Non Essere. Precisava che per questo il Non Essere è piú dell’Essere stesso, essendone la radice, e che in mancanza di termini migliori dei quali sovente lamentava la mancanza nelle lingue occidentali moderne bisognava adattarsi a indicarlo con un termine negativo; lo si potrebbe magari indicare come “piú che Essere”, espressione che saltuariamente anche Guénon infatti usò, sebbene possa apparire una perifrasi un po’ goffa, ma senz’altro piú precisa di quella negazione in effetti fuorviante. Certamente molto si perde nella trasposizione dal piano metafisico a quello meramente logico-discorsivo, e questo lo ammetteva lo stesso Guénon, che pure era costretto a ricorrere a tale “riduzione” perché altrimenti non sarebbe stato affatto possibile parlarne.

      Lei parla di “escludere l’impossibile”, che però, siamo sempre lì, si esclude da sé in quanto al di fuori della Possibilità Universale; ma poiché al di fuori di Essa non può esservi… nulla, ecco che l’Impossibile coincide col Nulla. Il fatto che la logica non coincida se non in misura infinitesima – e quindi in fondo nulla, dal momento che ogni cosa è nulla in rapporto all’Infinito – con la metafisica per ciò che pertiene al solo àmbito dialettico, ciò non significa che qualcosa di “insitamente” – visto che si sta disquisendo di argomenti liminali mi avventuro ad adoperare tale avverbio sconsigliato dalla Crusca in quanto ritenuto quasi privo di senso – illogico possa trovar posto nella Possibilità Totale. La logica non è tutto, ma nulla di ciò che è, è illogico.
      Mi pare di capire che secondo lei tutto dovrebbe essere possibile, altrimenti si limita l’Infinito/Possibilità totale, ma direi che l’unica limitazione all’Infinito sarebbe proprio la contrapposizione del Nulla quale “realtà” effettiva, che ne limiterebbe la totalità.

      Lei dice che l’impossibile porrebbe un limite all’Infinito e cerca una conciliazione tra Possibile e Impossibile – vale a dire tra la Possibilità Universale e il Nulla – ma mi sfugge perché vi sarebbe bisogno di una conciliazione tra l’Infinito e ciò che è pura negazione, e dunque non solo non “esiste” nel manifestato, ma neppure “è” nell’immanifesto.

      Ancora di piú mi sfugge perché l’Infinito dovrebbe a sua volta avere una radice. L’Infinito è la Possibilità totale, il Tutto. Nulla ne resta al di fuori se non il Nulla, proprio perché nulla può restarne al di fuori (alla fine forse nei calembour si nasconde il senso piú profondo in certe “spericolatezze” intellettuali). Se si vuole, l’unica cosa a poter esser indicata quale sua radice è solo il Principio Supremo, lo Spirito Universale, il Grande Mistero, o comunque vi si voglia riferire.

      Poi, certo, la logica discorsiva non potrà mai comprendere l’Infinito, può semplicemente “presagirlo”, dovendo giocoforza arrestarsi ai confini dell’intuizione intellettuale pura cui deve poi lasciare il posto. E per questo esiste(va?) l’Iniziazione.

      • upa

        Lupo nella Notte

        E’ forse logica la ‘presenza’ del Tutto..?
        Si può sviluppare logicamente, ma la sua “esistenza” non è per niente logica in quanto poteva essere il “nulla” e amen..
        Se poi identifichiamo il Tutto con la Possibilità Totale, va da se che l’Impossibile non può farne parte…e non facendo parte del Tutto, è ovvio che sia un nulla..ma questa è una tautologia: solo un Tutto che “contenga” il Possibile e l’Impossibile sarebbe un Tutto Universale, altrimenti sarebbe solo la Possibilità Universale..priva dell’Impossibile.

        I limiti dell’Infinito, che si identifica col Tutto Universale, non vengono compromessi dal Nulla, che è lo “spazio” metafisico dove l’Infinito si realizza e cresce passando dalla potenza all’atto nella manifestazioni che gli sono proprie ..nel senso che il Nulla è il terreno privo di qualificazioni che l’Infinito “colonizza” nei suoi stati molteplici..
        Visto che ‘così in alto così in basso’..potremo prendere ad esempio il cosmo che si espande..e dove può espandersi se non battezza il nulla in spazio fisico?
        Potremo dire che si espande nella possibilità spaziale e la rende esistente..ma quando arriviamo al piano metafisico dove le possibilità “esistono” nel non essere, dove potrebbero espandersi se non nel Nulla? Oppure l’Infinito è qualcosa di statico, senza sviluppo, se lo pensiamo incapace di creare Possibilità dal Nulla?
        E’ proprio il Suo svilupparsi nel Nulla che lo rende vivo e creatore..
        Come possa l’Infinito dare un nome al Nulla è fuori di quella logica che sostiene il mondo manifestato e lo regola nelle Sue Possibilità

        E’ proprio perché il Nulla è la negatività assoluta che lo rende atto ad accogliere la positività assoluta..che poi sarebbe il Principio Supremo che specchiandosi nel Nulla crea l’Infinito ..

        Non ho usato un linguaggio guenoniano, peraltro impeccabile in argomenti ‘intermedi’ perché agli estremi confini della metafisica mi va, come si suol dire, un po’ stretto..e qualche parola evocativa rende la visone più chiara..anche se illogica,( il bloccare la filosofia in analisi del linguaggio serve a distruggere la metafisica senza ottenere in cambio altro solo che continui dubbi..come per esempio sviscerare tutti i significati di “nulla” per negare quella comprensione che nata dall’Intuizione si manifesta in ‘visioni’ se proprio non ce la facciamo a stare in silenzio)
        Sono sicuro che il Signor Lupo della Notte non sarà d’accordo, ma lo ringrazio per lo scambio..perché il pensare ai massimi sistemi è un’ottima medicina per distogliere l’attenzione da attaccamenti molesti e da pensieri deprimenti)
        E poi è chiaro che trascendere Guénon non è possibile con i suoi concetti, che sono affascinanti..ma alla fine imprigionano in schemi che imbrigliano la ricerca..se non ne usciamo prima mentalmente e poi anche esperienzialmente o viceversa..

        ..

        • Lupo nella Notte

          Solo poche precisazioni:

          1) Sí, la presenza del Tutto è “metafisicamente logica”, e no, non poteva essere “il Nulla e amen”… altrimenti vi sarebbe il Nulla davvero (e dire che vi sarebbe il Nulla è già una contraddizione in termini). Tautologico? Certo. Alla fine la Realtà ultima non può che esserlo. Altrimenti sarebbe “impossibile”.

          2) Continua a sembrarmi evidente che lei chiami “Nulla” ciò che per Guénon era il Non Essere, vale a dire ciò da cui sorgono tutte le possibilità. Se liberarsi del inguaggio guenoniano significa soltanto trovare sinonimi fuorvianti, non è una vera liberazione.

          3) La “negatività” non ha un’essenza propria; è data solo dalla diminuzione della “positività”, per questo si può dire che il Male esiste… ma non È.

          4) La metafisica non ha confini, né tantomeno “estremi”.

          5) Se il Principio Supremo “si specchiasse” nel Nulla… non sarebbe piú Supremo, in quanto avrebbe qualcosa d’altro da Sé cui relazionarsi, sia pure quel cosiddetto “Nulla” totipotente come lo intende lei. Non si può concepirLo come si farebbe con un essere finito.

          6) Interagire dialetticamente è l’unico modo per scambiare idee quando neppure ci si conosce; non significa “bloccare la filosofia in analisi del linguaggio”, ma, al contrario, partire da quest’ultimo per suscitare idee intuitive.

          La ringrazio anch’io per lo scambio, molto stimolante comunque.

  22. upa

    Paola

    La poesia di Alcmane è quella che preferisco in assoluto, è come l’immagine di una pax profunda che miracolosamente ci viene data in attesa di quella superiore, così..per farcene un’idea.

    Il notturno invece lo gradisco nella prima parte, dove il ritmo ci accompagna placidamente a una serena rilassante mestizia..
    La seconda parte è come una ribellione alla prima..un cambiare idea, e non può che ferirmi l’animo in una vana agitazione.

    • Paola

      Upa.

      Sì, Alcmane amato da sempre.

      Sul Notturno…io lo ascolto spesso. Mi dà grandi emozioni. Diverse, sì. Ma uniche. Comunque l’esecuzione/interpretazione è di…molto più “vicino” a noi di quanto si pensi. Un Maestro…

      • Livio Cadè Staff

        Ricordo Gide che fece visita all’abate di Montecassino. Questi era a letto malato e leggeva alcuni spartiti chopiniani. Disse a Gide: “non c’è musica più pura di questa”.
        Io penso vi sia musica più pura, ma Chopin è fuoco romantico calato in una cristallina, perfetta purezza di forme.

  23. Paola

    A me evoca lo scivolare in un Sogno dolce, desiderato, con tanta nostalgia. E il fondersi in esso. Poi, la consapevolezza del risveglio vicino e il tentativo di trattenerlo quel Sogno, ma…

    Buonasera, Maestro.

  24. Paola

    …mi riferisco, ovviamente, alle sensazioni descritte da Upa, riferite specificamente all’ascolto che abbiamo condiviso.

  25. Paola

    Upa.

    Rileggevo le Sue parole. “Vana agitazione”. Sì. Il vano tentativo di trattenere il Sogno. Ferisce, o addolora. Da qui, la vana ribellione. Superba, però.

  26. upa

    Paola

    L’incedere tenue ma ritmico dei bassi indica una delicata ma solida realtà, come quella del bimbo a cui la madre rimbocca le coperte..e dove tutto è perfetto nel presente vissuto con dolcezza..
    Poi la vita prende il sopravvento e i bassi cedono a elevati panorami cristallini e cadute in acute emozioni incontenibili..i toni cupi..rari.. diventano sforzi di volonta per ordinare il mondo nuovo.. ma il ritmo profondo della vita è perso ..e alla fine ritrovato nella nota finale che è un ritorno all’inizio..per ripetere (si presume)..la stessa uguale avventura..
    Io leggo questo, ma ognuno legge sempre se stesso..e addirittura può cambiare i significati se non gli aggradano più…o affina meglio l’udito..

  27. Livio Cadè Staff

    Paola e Upa.
    Secondo me questo Notturno esprime uno dei motivi ricorrenti della Notte, ossia la Morte.
    Lo schema è il classico ABA.
    La prima parte è una sorta di malinconica e dolorante marcia funebre.
    Nella seconda parte l’animo inclina a una più serena accettazione ma in questo nuovo sentimento si insinua una ribellione, prima solo mormorata ma che monta gradualmente e si fa più fiera, orgogliosa, si inerpica verso le vette dell’affermazione di sé e della propria volontà.
    Ma la ribellione ha breve durata e ricade verso il basso. Ritorna il tema iniziale in tutta la sua tristezza, ma questa volta il dolore non ha più la compostezza di quel primo lento, dignitoso incidere, è scosso dall’angoscia, da sussulti di pianto, da un fremito di armonie che si muovono come onde, come respiri affannosi. Per sprofondare infine nel nulla, nell’oscurità della Notte.

    • Paola

      Ubi maior…ci mancherebbe. Dio mio, però…mi è venuta l’angoscia. Tanta angoscia. Mi stavo allineando sul commento di Upa. “Una delicata e solida realtà…poi la vita prende il sopravvento…il ritmo profondo della vita è perso…”. Certo, in ogni caso, non un lieto fine, quello proprio no. Ma non pensavo a QUESTA fine…

  28. Paola

    Ho letto ora varie analisi sul Notturno di cui si parla. Mai fatto prima, forse, anzi sicuramente, erroneamente. Ma mi lasciavo trasportare dal mio ignorante sentire. Percepivo il dolore (anche dolce), la perdita, la ribellione e la lotta vana. Ma non avvertivo angoscia, non mi trasmetteva angoscia. Né senso di morte, ineluttabile. Perdita, sì, ma è diverso. E invece sono i temi dominanti, scopro ora. Ringrazio, da un certo punto di vista, il mio orecchio disgraziato, che mi ha illusa. E, in fondo, salvata. Non penso riuscirò più a riascoltarlo, ora che so.

    • Livio Cadè Staff

      Non leggo mai l’analisi dei pezzi che suono. Voglio che il loro senso mi si offra spontaneamente. Quello che ho detto del Notturno è quindi un’impressione personale, che non ne esclude altre.
      Tuttavia, se anche esprimesse la morte, l’angoscia, perché rifiutarlo?
      L’arte ha il potere di mostrarci la vita intera. Perciò anche le esperienze più dolorose, ma privandole della loro associazione a un ‘io’ e a un ‘mio’.
      È questo che permette la catarsi e il godimento estetico.
      Non bisogna fuggire in immaginari nirvana…

      • Paola

        Lei NON ha bisogno di leggere analisi, ci mancherebbe. Io, sicuramente, sì.
        Tutto vero, quel che dice. Ma in questo momento mi sono necessari immaginari nirvana, di tanto in tanto. Altrimenti non ce la faccio.

  29. Paola

    Livio C.

    Comunque, nel mio caso, il Notturno significava proprio una delle espressioni da Lei citate. La perdita di un affetto. Che fisicamente non tornerà più. Ma il sogno ha la potenza e la capacità di fartelo rivivere accanto, con una intensità che non credevi possibile. Tuttavia, anche nel sogno, sai che il Sogno finisce. E non vuoi.

    • Livio Cadè Staff

      È una lettura assolutamente plausibile.
      Ma nel caso di Chopin credo più probabile vi sia il dolore di un amore impossibile.

      • Paola

        Non volevo dare una lettura, per carità!!! Sarebbe folle da parte mia! Ora mi metto pure ad analizzare i brani e psicanalizzare Chopin…mancherebbe solo che mi sentissi George Sand e lo chiamassi
        con nomignoli affettuosi…
        Intendevo dire che era la mia personale, stravolta, eretica emozione. Che provo quando ascolto il brano. Chopin mi perdoni. E Lei pure.

        • Livio Cadè Staff

          Nessuna psicanalisi. Solo, l’estetica di un artista è filtrata dalla sua psicologia. E la sua psicologia traspare, seppure in piccola parte, dalla sua biografia.
          Il sentimento dell’amore impossibile è abbastanza evidente in Chopin.
          Non è tanto la nostalgia di qualcosa che si è perduto quanto quella di qualcosa che non è mai stato.
          E poi, se mi posso permettere, non bisogna aver soggezione dell’opera d’arte. Ogni opera vuol esser letta, afferrata, spremuta dei suoi significati, anche di quelli che l’autore stesso non ha immaginato.
          Quindi Chopin non La deve perdonare (e men che meno io, naturalmente)…

  30. Paola

    Allora torno ad ascoltarlo. Con la mia emozione personale, ma arricchita da nuove prospettive…sarà l’istinto a suggerire quelle più idonee a me. E magari rifiuterà quelle più dolorose. Per autodifesa, molto probabilmente.
    Ma l’importante è riascoltarlo. Mi sarebbe mancato.

    P.S. Questo era un seminario speciale, all’interno del corso. Grazie.

  31. Paola

    …e mi focalizzerò anche su Mademoiselle Laure Duperré. Poco o nulla si sa, leggevo ora. C’è la dedica. In ogni caso, preferisco immaginare l’amore impossibile, per la giovane allieva o meno…la mia autodifesa me lo consente.

  32. upa

    Interessantissimo lo scambio tra Paola e Cadé, perché è quello che mi sta arrovellando in questi giorni proiettato oltre la musica: se quanto sia legittimo indagare un passato doloroso che abbiamo rimosso per salvarci dalla sua nefasta influenza, credendo di saldare parti di noi stessi fratturate..oppure fermarci di fronte al muro che abbiamo costruito a difesa contro un virus psichico che non potremo contrastare facilmente una volta liberato..
    Paola interpretava il pezzo secondo il suo sentire, ma poi l’Autorità..che è quella del Maior, le ha indicato una nuova proposta, e Paola, si trova al bivio di negare il Maestro per affermare se stessa o affermare se stessa negando il Maestro..che poi è la prova cruciale dell’uccisione del Budda
    esteriore per affermare quello interiore..
    Finché non diventiamo Budda noi stessi è difficile uccidere quello fuori di noi e la sua influenza sarà un sottile veleno che guasterà le nostre percezioni..c’è poco da fare, è una dolorosa fase della crescita che non può essere evitata se non ricacciando il problema nell’oblio, perdendo un pezzettino della nostra anima..(scelta giusta se non la possiamo affrontare)
    Se invece di essere un giudizio musicale, diventa un giudizio sulla nostra vita, spesso subito in gioventù..sia a scuola o in famiglia, allora invece di un pezzettino ci viene tolta l’anima tutta, e ricomporla non sarà facile, perché ci troveremo ancora di fronte alla prova del Budda, e alla scelta cruciale..
    L’unica soluzione è allora rifugiarsi in se stessi come allenamento imprescindibile a scelte che prima o poi dovremo compiere..e riguardano
    il nostro destino e non solo un giudizio estetico..
    La “via iniziatica” è proprio questo..: scoprire quella Luce che non teme i giudizi e che è il vero Maestro superiore e Maior rispetto a tutto quello che ci circonda; ed essere in qualche modo sulla Via è moneta sonante che ci ristora nelle fatiche e fughe che affrontiamo con saggio passo..

  33. Paola

    Buonasera, Upa.
    Ho letto con estremo piacere anche questo commento. Grazie.

    P.S. È il professor Cadè al piano sul link…si è affrontato proprio il Maior..da parte mia, con una certa temeraria incoscienza…ma ne valeva la pena.

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