F. Boco: La Catastrofe dell’Europa – Recensione a cura di G.Scalici    

F. Boco: La Catastrofe dell’Europa – Recensione a cura di G.Scalici    

Esistono libri che non superano le angustie dell’età presente, ma ne esistono altri in grado di offrire non soltanto rigorose e ineccepibili analisi sullo stato attuale delle cose, ma che sanno anche indicare prospettive future possibili quanto auspicabili, in modo originale e, insieme, originario.

E’ senz’altro il caso, questo, di La Catastrofe dell’Europa. Saggio sul destino storico del Vecchio Continente, opera del filosofo Francesco Boco, pubblicato dalle Edizioni Idrovolante (2018).

Non tragga in inganno il titolo: “catastrofe”, infatti, non è da intendersi, come si usa di solito fare, nel senso di disfatta definitiva, di sconfitta: situazione che, purtroppo, il nostro Continente ha vissuto come esito dell’ultima guerra mondiale, conflitto che ha visto il prevalere materiale delle forze dell’anti-Europa. Forze e sistemi quali il capitalismo “democratico” d’oltre Atlantico e il comunismo sovietico, alleati, con la loro visione materialistica, economicistica ed antitradizionale, ai fini della distruzione di una Civiltà del tutto antitetica e irriducibile. “Catastrofe” è invece, come sostiene Boco, da riconoscere come “momento in una continuità inesausta”[1]. Non è possibile, nel dominio storico, che per sua natura è di pertinenza umana, affermare in termini assoluti, la fine di una Civiltà. Seguiamo ancora l’Autore: “la fine viene assunta nella sua portata epocale, le rovine diventano le braci di un fuoco pronto a divampare, il passato viene proiettato nel presente in tutta la sua portata e torna ad assegnare senso al mondo attraverso un ‘opera di appropriazione e interpretazione”[2].

Catastrofe come rinascita, dunque, palingenesi, riproposizione di quella che è, potremmo dire nel Mito di fondazione, l’essenza profonda, nel nostro caso, dell’Europa.

Che la Storia debba seguire un processo di sviluppo lineare progressivo e “messianico”, pre-definito da cause superiori, non è un’evidenza incontestabile, o una Legge assimilabile a quelle della fisica, nota giustamente Boco, riprendendo, in termini critici, diverse posizioni speculative del passato: da quella provvidenzialistica cristiana, a quella dell’Idealismo moderno d’ascendenza hegeliana, a quella marxista. Si tratta, a ben guardare, di teorizzazioni antitetiche soltanto all’apparenza. In realtà esse risultano accomunate dalla convinzione che, per una sorta di necessità, inscritta nel corso delle vicende umane, la Storia abbia un esito ultimo da raggiungere: si tratti della agostiniana Città di Dio, o dello Stato etico, o della Società senza classi. A queste concezioni, nella cui logica rientrano, in ultima analisi ancorché di segno opposto, quelle dottrine che, a partire dal mito delle età di Esiodo (da quella dell’Oro a quella del ferro, l’attuale), vedono, nel corso storico il manifestarsi di una serie di fasi di decadenza.

Il nostro Autore, per contro, sostiene una concezione del divenire storico e del tempo definibile come “sferica”, nella convinzione, del tutto condivisibile, che la Storia sia da intendersi quale “fatto” umano, nel senso alto e spirituale del termine, che va oltre la mera naturalità e prevedibilità, in fondo inautentiche, del suo Essere nel mondo. Storia dunque come “espressione dell’Essere di una Civiltà”[3].

Sulle orme di Giorgio Locchi, Boco sostiene che il Presente non si possa ridurre ad un fortuito e transeunte momento della contingenza, che nulla lascerà di sé, ma che si determini nella dimensione di una sfera, le cui tre dimensioni sono, appunto, “passato”, “attualità” ed “avvenire”.

“Solo all’interno di una visione della storia tridimensionale, qui definita sferica” afferma l’Autore “esiste l’origine. Al di fuori di una concezione aperta del tempo, all’interno di una prospettiva lineare e segmentata, sia essa progressiva o regressiva, l’origine si smarrisce nel già avvenuto, nel ricordo pietrificato il cui valore è solo museale, statico.

Il tempo sferico è invece dinamico, coglie l’origine come il sempre possibile, come un progetto che può essere continuamente rinnovato, ripetuto e riconfermato nella sua essenza fondante.”[4]

Viene evocato dunque un contesto che non è, per sua essenza profonda, di tipo “cronologico”, ma “ontologico”, incentrato su di un essere umano artefice e interprete della Storia, in quanto consapevole del suo radicamento nell’origine, se vogliamo nel Mito, unica ratio  dell’affermarsi di una Civiltà.

Il vecchio continente, dunque, potrà rinascere e rifondare sé stesso, solo se saprà tornare alle origini, solo se avrà la forza di emanciparsi dall’essere parte, e subordinata, di un “Occidente” ancora dominato  dall’imperialismo atlantico.

Il testo di Boco è rivolto non solo e non tanto ad un’analisi critica del presente. Intende tratteggiare un avvenire possibile. E l’Europa è un progetto futuro, non un’entità economica geografica e umana in via di estinzione.

La catastrofe dell’Europa è un’opera molto intensa, arricchita da  congruenti e opportuni riferimenti critici a testi di grandi pensatori europei, mai assunti e ripresi in modo pedissequo, ma interpretati e attualizzati con rigore e metodo filosofico. Citiamo, fra i tanti, O.Spengler, M.Heidegger, C.Schmitt, E.Jünger.

Francesco Boco, ne siamo convinti, indica una possibile via positiva, per superare quella che in modo asfissiante viene definita età di crisi. Non siamo larve in balia di forze oscure o automi guidati da leggi inesorabili. Ma a patto di ritrovare in noi stessi quella dimensione spirituale profonda, quel discernimento critico, quell’autodominio, in grado di farci tornare artefici del nostro “destino”.

Di questo libro si continuerà a parlare…

 

[1] Op. cit., p.167.

[2] Op.cit. Ibidem.

[3] Op. cit., p. 130.

[4] Op.cit., p. 131.

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Categorie: Filosofia

Pubblicato da Ereticamente il 7 Settembre 2021

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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