Est Est Est – Livio Cadè

Est Est Est – Livio Cadè

“Seppellisciti nella terra dell’oscurità”

(Ibn ‘Aṭa‘ Allāh)

 

Oriente mistificato

Molti grandi intellettuali hanno subito il fascino delle religioni orientali. Goethe si diceva musulmano. Dichiarazione di fede abbastanza sorprendente in un poeta tedesco del primo ‘800. Nel suo “Divano occidentale-orientale” scriveva: «Se Islam significa “sottomissione a Dio”, tutti noi viviamo e moriamo nell’Islam.» Schopenhauer fu invece conquistato dal Buddha e dalle Upanishad. Prima di loro, dotti gesuiti avevano portato dalla Cina una traduzione latina del Tao Te Ching, aprendo un filone esegetico che tuttora pare inesauribile.

Tuttavia, se si escludono i testi eruditi che già nell’800 circolavano e in genere gli studi di carattere accademico sulla sua filosofia, religione, arte ecc., da secoli esiste da noi un Oriente posticcio, legato all’esotismo di maniera, intriso di seduzioni alla Mille e una notte, in cui si fondono elementi di barbarie e di raffinatezza erotica, di ascetismo e di sensualità.

Un Oriente immaginario che in un periodo di positivismo e di scienza, era come il riemergere di un’ombra dell’inconscio, di una parte dell’essere amputata dai rigori del moralismo vittoriano e del razionalismo. In modo particolare, era l’India a riunire in sé le prerogative del ‘misterioso’ e del numinoso, del magico e del metafisico.

Ma restava un mondo da guardare dall’alto in basso, con la spocchia della superiorità occidentale. Di fronte alla cultura europea, i cui terreni erano stati bonificati e coltivati con ordine metodico, quella tradizione sembrava un’immensa e incolta foresta, giungla di paludi, pullulante di forme di vita insolite e curiose, manifestazioni di un subconscio caotico. Affascinante e repulsiva, prelogica, irrazionale.

La pittoresche divinità, l’idolatria pagana, la mistica svaporante nella trance, santoni e fachiri, apparivano espressioni di una religiosità torbida e selvatica se paragonate ai severi edifici dottrinali dell’Occidente. Tali pregiudizi, basati su una conoscenza superficiale, alimentavano del resto il mito della superiorità dell’uomo bianco, più lucidamente intellettuale rispetto all’indiano o al cinese, meglio organizzato militarmente e socialmente, più evoluto nei campi della cultura e dell’arte, destinato per sua natura al dominio di razze inferiori.

Rovesciamento di paradigma

Questo orientalismo onirico e artefatto si è in fondo ben conservato, anche se i vecchi stereotipi sono stati aggiornati, finendo col rovesciarne il carattere. Così, tanto una cultura di estrazione popolare che una certa tendenza accademica, hanno nella seconda metà del secolo scorso alimentato il contro-mito di un Oriente spiritualmente superiore.

Di fatto, stanchi di una Weltanschauung dagli effetti alienanti, molti hanno avvertito il bisogno di ritrovare modelli di pensiero più vicini alla natura, alla vita e allo spirito; di una più profonda intimità con l’anima delle cose, di filosofie meno aride e prive di palpiti umani, di una religione meno moralista e repressiva.

La cultura occidentale si è chiusa in un sapere sempre più parcellizzato, disperso in infiniti rigagnoli specialistici, incapace di rispondere alle domande radicali della vita. Di fatto, né il corpo né l’anima dell’uomo occidentale hanno più un’identità precisa. Né le scienze umanistiche né quelle naturalistiche sono più in grado di trasmettergli un senso unitario del mondo e di sé stesso.  Il grande mosaico dell’essere è andato in pezzi e nessuno ne vede più il disegno complessivo.

La conoscenza, come l’inconsutile veste del Cristo, viene spartita tra uno sciame di esperti, confinati nell’angusto spazio della propria specialità, come in una turris eburnea cui i profani non hanno accesso. Nessuno osa più esprimere frasi di senso compiuto, perché al massimo conosce una lettera sola di un immenso alfabeto, e anche di quella non è certo.

Pensiero disgregante

Basti guardare la stupefacente suddivisione della medicina in piccoli campi specifici, x-logie ogni anno più numerose e ristrette. Moltiplicazione di saperi cui corrisponde in realtà una crescente ignoranza del corpo umano. Competenze isolate e miopi che prendono in consegna una sezione dell’uomo, un organo, una funzione, limitandosi a meccaniche associazioni tra patologie e farmaci. Sorta di pseudo-scienza che non solo riduce l’essere umano alla sua struttura anatomica o fisiologica, ma spezza anche questa struttura in componenti estranee una all’altra, divise tra loro dagli invalicabili confini di una ‘specializzazione’.

E se anche, con un atto di fede, credessimo in questo sapere frammentario e tentassimo la somma dei suoi dati, ne caveremmo un’idea di ‘corpo umano’ avulsa dalla nostra esperienza reale. Misero brandello dell’essere, da cucire o rattoppare con i dati della psicologia, dell’antropologia, della storia, della religione ecc. Cioè con i pezzi di un uomo che non appare mai intero ma sempre smontato e rimontato come una macchina.

Al posto dell’uomo troviamo il triste feticcio di un transumanesimo che vuol ridurre l’essere ad automatismi psicobiologici e a protesi artificiali. La nostra anima naufraga così in un vacuum di senso, precipita nel nulla come uno specchio andato in mille pezzi, senza più offrirci un’immagine integra e stabile di noi stessi.

Da qui la debolezza di pensiero della modernità e la sua l’inettitudine a soddisfare domande su origine, significato e scopo della nostra vita. Temi di carattere così fondamentale non rientrano in alcuna forma di specializzazione scientifica e culturale. L’uomo moderno si trova così da un lato prigioniero di meccanismi massificanti e dall’altro disintegrato nella stessa molteplicità di questi meccanismi. E se cercasse, come Pollicino, di ritrovare la strada di casa seguendo la via segnata da tante minuscole briciole, si perderebbe in una foresta oscura e senza sbocchi.

Né può trovar risposte in una religione fossilizzata in noiose liturgie e prediche moralistiche, ridotta alla retorica stucchevole dell’amore o dell’assistenza sociale, senza più rapporti con l’esperienza viva dello spirito. Religione amministrata per altro da una Chiesa formalista e  ipocrita, la cui prassi contraddice la teoria.

L’Oriente sembrava invece offrire alla lacerata anima occidentale una visione unitaria, naturale, ricca di senso e di promesse; una via lungo la quale ritrovare una coscienza integrale di sé stessi, ovvero una scienza unificata dell’uomo; un pensiero attraverso cui recuperare quel senso di armonia tra l’uomo e il cosmo che la civiltà moderna aveva distrutto. La possibilità di uscire dai paradigmi di una scienza materialistica e di un’economia disumanizzante, di conferire valori spirituali all’esistenza.

Complementarità di bisogni

Ma la situazione può esser vista anche da una prospettiva opposta. Possiamo cioè pensare che l’anima orientale, travolta da influssi occidentalizzanti e presagendo il rischio della propria estinzione, abbia cercato di trarre vantaggio da alcune circostanze storiche per gettare i propri semi altrove, cercando nuovi spazi dove attecchire, sopravvivere e svilupparsi.

Aderendo alla psiche di turisti o ricercatori spirituali, come il polline dei fiori al pelo degli insetti, si è così spostata da una parte all’altra del mondo. L’induismo stesso, dopo millenni di stanzialità, ha scoperto una vocazione nomade e missionaria, portando una brezza di liberazione a coscienze che si sentivano incatenate da secolari catechismi. Senza prevedere che avrebbe in questo modo ispirato movimenti di controcultura e ribellione idealistica, fatto proseliti dalla sessualità disinvolta, inclini a cercare l’estasi più con le droghe che con la meditazione.

In realtà, credo che Est e Ovest si siano cercati come spinti da un’attrazione sessuale, complementari e desiderosi uno dell’altro. Due disastrose guerre mondiali avevano mostrato all’Occidente il suo lato più oscuro. Persa la fede nel potere della ragione di creare un mondo migliore, diventato sospettoso, spaventato dalle sue stesse pulsioni distruttive, ha chiesto aiuto a una Tradizione che gli appariva meno compromessa. Perciò, mentre l’Oriente assimilava rapidamente le nostre conquiste tecniche e scientifiche, noi abbiamo cercato di ritrovare in lui le antiche e smarrite metodologie dell’anima.

Ma in realtà è già a partire dalla seconda metà dell’800, in particolare grazie alle dottrine teosofiche e ai loro sviluppi, che si stabiliscono i fondamentali elementi di fascinazione dell’Oriente sulla mente occidentale, e insieme si palesano i limiti di un processo di ibridazione spirituale che avrebbe scontentato i tradizionalisti dell’una e dell’altra parte.

Penso si possa semplificare la complessità di tale processo dicendo che l’Oriente ci ha influenzato essenzialmente in due modi. Da un lato ci ha aperto nuove prospettive intellettuali, offrendo ai temi esistenziali luci e angolazioni diverse, inesplorate profondità, una nuova freschezza religiosa. Dall’altro, ha permesso a molti di riempire un vuoto spirituale con superficiali conversioni, illudendoli più o meno intenzionalmente con ammiccanti vie di salvezza.

La questione della salvezza

Proprio qui, nel conflitto tra due visioni di ‘salvezza’, quella cristiana e quella orientale, che possono apparire incompatibili tra loro, si pone un problema a mio avviso fondamentale. Tuttavia, non si tratta secondo me di una contraddizione reale, quanto di un’antitesi tra superficialità e profondità dell’esperienza spirituale. In un approccio superficiale, che si fermi al piano di una religiosità di tipo teoretico o giuridico, si incontrano infatti difficoltà che perdono forza a mano che se ne approfondisce il senso.

Solo nella profondità l’incontro tra Oriente e Occidente si fa concreto e fruttuoso. Sintomo della profondità è la vertigine. Allora ci coglie il turbamento per questo abisso posto sotto la sottile crosta della ragione, dove le nostre certezze affondano. Sintomo della superficialità è invece la sensazione di rassicurante stabilità delle nostre idee, come di case costruite e ammobiliate secondo i gusti di un luogo e di un’epoca.

Ma, come dice padre Larre, grande sinologo gesuita, “se si riconosce che Cristo libera l’uomo senza imporgli né logica particolare, né visione determinata della natura umana, l’avventura diviene realizzabile, seria, seducente”. In altre parole, a tale condizione si può trovare un’armonia tra anima orientale e occidentale. Sia il messaggio di Cristo che le dottrine orientali si pongono infatti come fine la liberazione dell’uomo.

A me piace dire, in modo paradossale, che Cristo non è cristiano. Non propone all’uomo una teologia dogmatica, ma una via di salvezza. È quindi necessario anche per il cristiano, entro certi limiti, liberarsi del cristianesimo. Più che indagare i conflitti teorici tra diverse prospettive religiose è necessario dunque osservare il loro rapporto con l’esperienza concreta della liberazione. Ovvero uscire dall’analisi di un apparato dottrinale fine a sé stesso per valutarne l’efficacia pragmatica come strumento di una restitutio in integrum, guarigione totale della natura umana.

“Li giudicherete dai loro frutti”. Non si tratta quindi di cavillare sul senso di karma, reincarnazione o Brahman, inerpicandosi su speculazioni metafisiche, ma al contrario di calarsi fino alla radice di un Male che affligge l’uomo. Perciò sottolineo il ruolo cruciale della profondità, dell’esperienza radicale, dove le diverse strade si incontrano.

Il mistero doloroso

Il cuore del problema è l’esperienza del dolore, da cui nasce nell’uomo la coscienza della propria debolezza e vulnerabilità e, per converso, una domanda di salvezza. A uno sguardo superficiale può sembrare che Oriente e Occidente diano due risposte divergenti. Il dissidio nasce già nelle due diverse prospettive eziologiche. Disubbidienza a un ordine divino, che è infrazione di un’armonia cosmica stabilita da Dio, oppure ignoranza della propria natura reale, Avidyā.

In realtà, se assumiamo l’atteggiamento della profondità, questo apparente disaccordo si riassorbe nella comune percezione di una caduta, di una fondamentale alienazione del sé. Si pone quindi in entrambe le visioni la necessità di un’ascesi che restituisca il sé alla sua natura incorrotta. Sia la tradizione orientale che quella occidentale hanno battuto in tal senso strade diverse, conosciuto gli estremi di una salvezza che scaturisce esclusivamente dallo sforzo umano, come nel buddhismo delle origini o nel pelagianesimo, e di una salvezza per fede, effusione di grazia, come in Lutero o nel buddhismo della Terra Pura. E se per alcuni la liberazione nasce dalla conoscenza, per altri sta in una nube di non-conoscenza, in una dotta ignoranza.

Comune è l’esigenza di reintegrare il sé in una condizione di armonia, equilibrio e pace. Cristo afferma: “vi dico queste cose perché la vostra gioia sia completa”. Ma il cristiano pone a simbolo della sua fede l’immagine di un supplizio. Non vede la croce come intersezione di orizzontalità e verticalità dell’esperienza umana, immanenza e trascendenza, ma come luogo di sofferenza. Questo lo relega alla superficialità di un’idea di salvezza in cui l’elemento gioioso è obliterato.

L’Oriente esprime invece la sua fede con l’immagine di un uomo tranquillamente seduto in meditazione. Questo sembra creare un contrasto insanabile tra una religione della sofferenza e una religione del benessere. Ma anche il sorriso del Buddha o il flauto di Krishna rischiano di bloccarci in un’idea superficiale di salvezza, in cui viene escluso l’elemento doloroso.

Banalizzazione dell’ascesi

Per questo motivo la spiritualità orientale è potuta da noi degenerare in ginnastica, fitness, banale ricetta eudemonistica o anche solo edonistica. Si è confusa la liberazione dal dolore con la fuga dal dolore, con una fittizia rimozione psicologica. Il pensiero orientale è diventato pretesto di un labile escapismo, di un’evasione dalle situazioni di conflitto e di sofferenza. Ha portato molti a irrigidirsi in una stereotipata e fittizia pacificazione, o a credere di poter dominare la propria sofferenza attraverso un’analisi scientifica delle sue cause.

Alimentando così il mito di una consapevolezza che appiattisce l’uomo nella dimensione di ciò che sa o crede  di sapere. Che lo porta a negare la propria ombra, nascondendo sotto il tappeto  quelle parti di sé che non corrispondono a una morbosa immagine direttrice, ossia al proprio ideale narcisistico.

In realtà, nell’ascesi orientale come in quella cristiana, la negatività del sé non è mai rimossa o nascosta con trucchi cosmetici, ma sempre affrontata con lucidità e coraggio. La vita dello spirito è guerra, jihad, sofferta lotta con le forze recalcitranti alla luce, “combattimento contro la propria anima istigatrice” come dice il Profeta.

Non possiamo occultare la realtà del dolore in una nebbia concettuale o trascenderla con un tirocinio puramente cognitivo. In questo campo la fuga non serve a nulla. Se non riconosciamo la necessità del patire, oltre che dell’agire, la nostra ricerca spirituale si riduce a semplice anestesia dell’anima. «Niente di importante nella vita si impara senza soffrire, e a questa regola non v’è eccezione», afferma un antico samurai.

Tentativo di bandire il dolore

La stessa esperienza della recente ‘emergenza sanitaria’, al di là dei reconditi motivi economici o demoniaci che possono averla ispirata, ha messo in luce l’angoscia profonda che attanaglia una modernità incapace di elaborare l’idea della malattia e della morte al di fuori di schemi materialistici e farmacologici. Ha mostrato la fragilità e l’immaturità interiore di un’umanità priva di solidi riferimenti religiosi e spirituali, immersa nel liquido amniotico delle sue illusioni sul ‘benessere’, e perciò facilmente manipolabile.

È un’umanità che evacua il senso del dolore, lo anatemizza, rinunciando alla sua libertà in cambio di gabbie che promettono un’illusoria protezione. Ma, separata da una didattica del dolore – patemata matemata –  l’esperienza religiosa diviene puro compiacimento di sé o sterile evasione intellettuale. Si ricorre a ‘tecniche spirituali’ secondo i canoni della medicina moderna, usandole cioè come strumento di repressione dei sintomi, approdando infine a una cronicizzazione che comporta non una liberazione dal male ma una dipendenza dal farmaco.

Questo non significa che il dolore salva ma che non c’è salvezza senza dolore. Perché ogni processo di liberazione dal male implica conflitto, rinuncia e sacrificio. «Se tutta la realtà non viene aggravata, non si può ottenere la liberazione con l’uso di antidoti rasserenanti e piacevoli» dice Ma gcig, mistica tibetana dellXI secolo, che paragona la pratica religiosa alla cauterizzazione delle ferite. Ma anche San Giovanni della Croce usa il cauterio come metafora dell’azione dello Spirito  Santo.

Ogni redenzione è una purificazione dolorosa, che passa attraverso crisi successive, momenti di rottura e distacco. Separata dalla sottomissione a questo disegno divino – l’Islam cui Goethe si riferiva – la spiritualità produce solo un’ipertrofica displasia dell’ego e dei suoi desideri, o una demoniaca volontà di potenza.

L’approccio anestetico induce nell’uomo sentimenti di autistica sufficienza, bloccandolo alla superficie dell’essere. All’anima vengono precluse dimensioni profonde dell’esperienza religiosa: la devozione, la Grazia, la colpa, il pentimento, il perdono. Si perdono così alcuni elementi animici costitutivi della Tradizione orientale, anche di quella più speculativa e gnostica. Si procede, potremmo dire, a un’errata decodificazione del suo contenuto.

Lingua madre

Del resto, era forse inevitabile che la ricezione di un messaggio soteriologico espresso in un diverso linguaggio, con un altro apparato simbolico, generasse fraintendimenti e distorsioni. Di fatto ogni religione presenta una peculiare struttura lessicale, grammaticale e sintattica, che non è facile tradurre. La coscienza occidentale parla da secoli il cristianesimo, ne ha assimilato geneticamente le declinazioni, i modi. La decifrazione di altri codici religiosi può risolversi in una traduzione maldestra e in una riaffermazione di schemi linguistici propri, seppure con l’intenzione di negarli e superarli.

Inoltre, l’emergere di tante diverse proposte e pratiche religiose ha dato a molti l’impressione di trovarsi in un grande bazar dello spirito dov’era possibile scegliere la fede che più piaceva, come si sceglie un abito, e adattarla ai propri gusti e alle proprie aspettative. Questo è sembrato perfettamente razionale, coerente coi criteri dell’imperante relativismo culturale e con la ‘libertà’ dell’individuo di autodeterminarsi. Si è arrivati così a creare la moda di una spiritualità self service, dove ognuno si serviva da sé. Ma la fede non è oggetto di scelta.

Gioverebbe a tal proposito ricordare quello che scriveva il grande mistico dell’Islam, Al Hallaj: «Ho riflettuto molto sulle religioni, facendo uno sforzo per capirle, e le considero come i rami di un Unico Principio. Non domandare dunque all’uomo di adottarne una, perché ciò lo allontanerebbe dal Principio Primo e Uno. E’ certo, invece, che proprio il Principio stesso deve venire a cercarlo: il Principio, Lui, nel Quale si illuminano tutte le grandezze e tutti i significati. E allora l’uomo comprenderà». Non si tratta dunque di trovare la via adatta a sé ma di camminare sulla via in cui il Principio ci pone, adempiendo al nostro dovere e al nostro destino.

L’orientalizzazione dei concetti di ‘salvezza’, ‘liberazione’, ‘illuminazione’, malamente tradotti ad usum delphini, ha invece introdotto interpretazioni e prassi devianti. In sostanza, dopo esser passato dal confessionale e dal lettino dello psicanalista, l’uomo occidentale ha visto nelle filosofie orientali un nuovo modo, indolore, per uscire da angosce e frustrazioni. Stanco dei vecchi maestri, è andato in cerca di nuovi psicopompi, di guru e di liberatorie iniziazioni. Ha fatto incetta di manuali, di comodi prêt-à-porter dello spirito, di mappe che conducevano ai favolosi tesori della consapevolezza e della realizzazione di sé. Convinto che fosse sufficiente leggere e praticare qualche esercizio per accedere all’oltre-uomo.

Tecnologia dello spirito

Ha appreso che forze serpentine possono srotolarsi da plessi occulti, inondare di fluidi beatificanti i suoi canali sottili. Che, meditando a gambe incrociate, recitando mantra in luogo delle obsolete preghiere, si possono suscitare latenti energie o raggiungere il nirvana. Ha imparato come, invece di pregare la Madonna, ci si possa filosoficamente rannicchiare nell’utero di una Grande Madre. E prima ancora di aver raggiunto uno stadio di decorosa umanità, ha sentito il richiamo di stati sovrumani, divini.

L’uso di droghe gli ha aperto le cigolanti porte della percezione. Seguendo antiche formule tantriche ha liberato la kundalini da vecchie catene sessuofobiche, celebrando i riti di un Eros gaudente e amorale. Per trascendere l’ego si è dato a narcisistiche ricerche del Sé, inseguendo il samadhi, il satori o altri ineffabili orgasmi della psiche. Ha atteso il tocco di una risanante energia, il lampo di un’improvvisa rivelazione dell’Essere.

Le vie dello spirito son state raccolte in manuali di tecniche e ricette, in uno sconcertante eclettismo e sincretismo di tradizioni diverse. Combinando un’antichissima scienza spirituale coi modelli del moderno razionalismo scientifico, la dottrina della reincarnazione coi miti del progresso e dell’evoluzionismo, le ipotesi della neuroscienza coi misteri dell’anima. Concetti incompatibili si sono mescolati in un paradossale impasto di materialismo e tecnologia spirituale. Da un lato formando la bassa vegetazione della sub-cultura popolare; dall’altro creando una nuova variegata fauna di esperti, autorità e specialisti da cui dipendere.

Dopo le infruttuose evasioni, dopo aver scambiato per lampi metafisici i fuochi fatui del pensiero, tale ricerca è destinata a naufragare in un amaro disincanto. Si esaurisce infine in quell’elementare ossessione per un benessere niente affatto metafisico e tutto empirico che si consuma nella dimensione psicofisica del soggetto. Dopo un lungo giro sulla ruota panoramica delle ‘soluzioni orientali’ ai problemi della vita, l’uomo occidentale è invitato a scendere e a tornare al punto di partenza.

Unione delle forze

Questo non vuole assolutamente togliere valore all’incontro con l’Oriente.  Lo stesso vituperato new-age è un fenomeno semiologico di grande complessità e dai molteplici livelli, che non si può liquidare con una critica sbrigativa. Pur nelle sue stravaganze, ingenuità o aberrazioni ideologiche, ha favorito il nascere di nuove e significative manifestazioni dello spirito. Ha aiutato l’Occidente a conoscere e apprezzare la filosofia orientale, liberandola dai retaggi delle cineserie e dei futili esotismi. Ha fornito l’impulso a riavvicinarsi con maggior consapevolezza da un lato allo gnosticismo e al misticismo cristiano, dall’altro alle tradizioni misteriche, ermetiche, esoteriche e iniziatiche di cui l’Occidente è da sempre meravigliosamente ricco.

È servito a tracciare più chiaramente i confini tra superficialità e profondità dell’esperienza spirituale, tra conformismo religioso e autentica vocazione. Ha spinto molti a porsi domande più penetranti sulla propria natura, sulla relazione con il cosmo, sulla vita e la morte, sui piani sottili che trascendono l’esperienza sensibile. Ha favorito un interrogarsi che oggi è una necessità vitale, terapia e anamnesi per un’umanità che rischia di smarrirsi in un tenebroso oblio di sé. L’Oriente ha acceso nuovi bagliori nel crepuscolo dello spirito occidentale, prima che cali la sua profonda Notte.

L’Est è diventato il significante di ciò che È, quindi dell’Essere oltre le apparenze. Ma questo ‘Est’ in terza persona rischia di restare un ‘Esso è’, oggetto esterno, esteriore, cioè ancora un ex-sistere fuori di sé, finché non diviene prima persona, soggetto di un ‘io sono’. E paradossalmente è diventato compito di una civiltà occidentale quasi totalmente alienata, proiettiva, esteriorizzante e votata all’immanenza, recuperare il senso di questa interiorità trascendentale.

Sono dunque le potenze stesse dell’Anima che hanno avvicinato Est e Ovest, cercando di unire le residue risorse perché insieme guidassero l’umanità in questo periodo di oscurità, passando dal tramonto di una civiltà a una nuova aurora. Oriente e Occidente rischiano entrambi di esser sommersi  da una marea anti-spirituale, il cui scopo è uno psichicidio collettivo. Ma per qualcuno le acque del mare si apriranno, aprendo una strada verso la salvezza. Sugli altri si richiuderanno, trascinandoli via con i resti di una civiltà ormai decrepita e moribonda.

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Categorie: Neospiritualità

Pubblicato da Livio Cadè il 19 Settembre 2021

Commenti

  1. Roberto

    Signor Livio , io la ringrazio del suo articolo che come sempre è da pelle d’oca ! Lei scrive esattamente quello che io ho nella mia testa ma che purtroppo non riesco a esprimere con le sue parole ! La cosa impressionante è la sua profondità spirituale e i collegamenti sempre puntuali ! Io e mia moglie ci mettiamo sempre insieme a leggerli sul divano e a certi passaggi capita che ci emozioniamo perché colpiscono la nostra anima e il nostro essere nel profondo ! Complimenti ancora e continui così ! Roberto e Erica

  2. upa

    Tutto giusto..ma come potremo interiorizzare il messaggio dell’Oriente per renderlo vivo e non un costrutto mentale e superficiale?
    A una domanda radicale anche la risposta sarà radicale..e il dolore che genera la domanda dovrà essere assoluto..
    Chi avrà un dolore parziale, anche nella risposta sarà parziale, e qui si spiega il successo della modalità fitness.
    Chi sentirà il dolore della solitudine sessuale, cercherà quelle fonti dove poterla soddisfare, fermandosi alla superfice di quelle tecniche (tantra) dove il sesso è considerato una Via..; magari non raggiungerà il samadhi ma avrà qualche soddisfazione altrimenti negata..
    Così il desiderio di aggregarsi in fine comune (presunto) risolverà l’isolamento di chi si percepisce ‘diverso’ e non accettato.
    Si può continuare così per tutti quegli atteggiamenti che vogliono risolvere un dolore ‘esistentivo’ e non ‘esistenziale’.
    Visto che la maggior parte degli uomini hanno interessi pratici, l’Oriente viene visto come una tecnica per soddisfarli e, in questo, si avvicina in modo speculare a quello che le religioni indicano come ‘salvezza’ che sarebbe in parole povere, come si deve stare al mondo in rapporto alle nostre esigenze e a quelle degli altri..(Dio è solo il garante dei nostri desideri)..agli occhi di chi si vuol salvare.
    Importante è anche considerare che questo atteggiamento che riguarda il fare (in senso lato) ha creato la scienza come tecnica utilitaristica..
    L’esistenza vera e propria, nella sua profonda essenza e intimità è propria dell’Oriente, almeno in forma massiccia e diffusa, anche se non compresa dal popolo se non negli effetti pratici, e mai ostacolata come da noi.
    Il dolore che provoca l’inadeguatezza esistenziale è un dolore assoluto, e solo un Maestro lo può risolvere col suo messaggio che deve essere compreso e vissuto.
    L’interiorizzazione dell’Oriente passa da questo, altrimenti rimaniamo nella esteriorizzazione che possono darci solo cose esteriori che alla fine tradiscono chi vi si era affidato completamente.
    Parlo qui di un Maestro vero che può avere gradi di comprensione diversi ma sempre veri al loro livello, se invece il maestro difetta, allora avremo falle in tutta la linea e arriveremo al famoso supermarket con cibi avvelenati oltre a quelli buoni..e chi sceglie a caso potrà finire male.
    Insomma, per ‘vedere’ l’Oriente è necessario uscire dalla mente che indaga, pensa e studia; e afferrare il Principio che è l’Io Sono ..per mezzo dell’Intuizione Superiore.
    Questa è la base dell’Iniziazione, e solo un Maestro può trasformare il pensiero di ‘io sono’ nell’esperienza sonante di ‘Io Sono’ e trarci fuori dal dolore mostruoso di perdere se stessi.
    La ragione del successo del ‘messaggio’, deriva da fatto che magneticamente percepiamo le fonti da cui arriva..e anche solo le parole, dette da chi sa, sono diverse da chi le dice solamente senza saperne il significato profondo, e il ‘profondo’ dentro di noi le percepisce.
    Il Guru può anche essere un libro e allora diventa l’Upaguru..che inizia..poi va fatto il ‘lavoro’ scovando la ‘tecnica’ se non abbiamo inclinazione alla devozione o il misticismo, che pure esistendo in Oriente, sono però specifici dell’Occidente.
    Ho brevemente e non esaurientemente parlato dell’interiorizzazione del messaggio orientale, almeno in una forma tra le tante, e poi, la sorgente diventa un torrente e un fiume dove chiunque può abbeverarsi..magari pensando di bere alla sorgente mentre stava davanti al fiume e pure non troppo pulito..
    Alla fine l’importante è avere sete, che poi l’acqua arriva da qualche parte..

  3. Livio Cadè Staff

    A Upa.

    Due affermazioni che non posso condividere:

    1) “quello che le religioni indicano come ‘salvezza’ che sarebbe in parole povere, come si deve stare al mondo in rapporto alle nostre esigenze e a quelle degli altri”…

    “Come si deve stare al mondo” è questione di ‘moralità’ e non attiene alla dimensione della salvezza.

    2) “inclinazione alla devozione o il misticismo, che pure esistendo in Oriente, sono però specifici dell’Occidente”

    Questo è una falsa immagine dell’Oriente, il quale ha una tradizione mistica e devozionale forse superiore ma certo non inferiore a quella occidentale .

  4. Kami

    Non vedo molte differenze tra il messaggio Orientale e quello Occidentale, al punto che leggendo la Bhagavad Gita, il Vangelo o il Tao te Ching, vedo solo differenze di nomi e forme esteriori, a fronte di un messaggio unico e ben chiaro; il “nemico” alla conoscenza di sè, la causa della sofferenza, dell’eterno ritorno del binomio piacere/dolore, è la persona, con tutti gli attaccamenti che questa identificazione al corpo/mente comporta. A me la crocifissione di Cristo (che tra l’altro sembra aver trascorso diversi anni tra India e Tibet durante la sua giovinezza, apparendo nelle cronache locali come Isha) fa venire in mente proprio questo; il corpo/mente è solo un punto nell’intersezione dello spazio/tempo, e anche se appartenente ad un grande uomo, un realizzato come Gesù, non ha alcun valore se non quello di contenere lo spirito divino. A mio avviso le istituzioni, occidentali o orientali che siano, hanno snaturato questo messaggio, imponendo modalità di liberazione/salvezza e sono pertanto inautentiche. I libri, anche, in parte. Per Upa se leggerai.
    Il Guru è un concetto a mio avviso abusato da noi occidentali, che riflette l’immaturità spirituale con cui ci approcciamo alla ricerca interiore; se, invece di cercare dei santoni esotici ritornassimo alle nostre radici, scopriremmo che concetti come quello del Sadhguru, il Maestro Interiore (considerato il Guru più importante nella tradizione indu) sono presenti anche nella nostra tradizione. Un saluto!

  5. upa

    Pe Cadé

    La ‘salvezza’ come dice la parola, è un argine alla ‘caduta’ e punto di appoggio alla ‘liberazione’
    Siano i riti o la morale ( i primi ci relazionano a Dio e la seconda agli altri) sono, per così dire, obbligatori, se vogliamo appartenere a certa forma religiosa con l’intento di ‘salvarci’; si compenetrano e, l’uno rafforza l’altra: staccarle significa togliere validità o fondamento sia all’uno che all’altra (da qui i problemi di fondamento della morale laica)..
    Una salvezza senza morale è misticismo, e il mistico non ha bisogno di morale perché la ha in sovrappiù, in quanto si è fuso in Dio con un percorso individuale ricco di ostacoli che ha vinto con la sua fede…ma è dono del Cielo..della Grazia..non è una via sapienziale ma pratica..non viene usata la mente, ma la devozione, fino al sacrifico supremo del proprio io..una via disordinata che può lasciare indietro il corpo e la psiche fino a danneggiarli.
    Mentre la salvezza implica una morale e riti che la sostengano (e che sono proprie delle religioni rivelate di natura teologica, ma anche il confucianesimo ha riti e morale senza avere una teologia), la ‘liberazione’ supera la morale, quale che sia il suo fondamento positivo (Dio o lo Stato)..per affidarsi all”intuizione sovrarazionale’.
    La compassione non è una morale ma un’esperienza, come un’esperienza è la percezione di un Sé superiore all’io..
    Chi è dotato di compassione o di percezione del Sé, è difficile che possa ingabbiarsi in quello che si chiama essoterismo..ed è la vittima designata in quel territorio dove la Luce è debole, ma è abbastanza per comprendere la necessità di una Via da percorrere senza essere dilaniato dai lupi del dubbio..
    Il Maestro serve a questo: è la prova visibile che superare la morale imposta per affidarsi all’Intuizione è possibile senza cadere nella blasfemia o ribellione luciferina..
    Per il resto, la devozione c’è in Oriente e in Occidente, ma l’Oriente è famoso per Vie alla Conoscenza che esulano da quelle dette comunemente religiose..e possono essere chiamate ‘metafisiche’..pur avendo un rivestimento religioso che non guasta agli occhi del mondo..
    Guénon dice che in Oriente l’esoterismo è la parte superiore delle religioni, mentre in Occidente si è separato e nascosto al mondo per non venire soppresso, e questo la dice lunga sui famosi valori di tolleranza così estranei alla nostra storia e per questo tanto supponentemente sbandierati ..

  6. upa

    Kami

    Maestri esistono anche nella nostra Tradizione, ma la tipologia occidentale è più volta alla guerra e alla lotta e meno alla meditazione..
    Più kshatriya e meno brahmana..
    Mentre da noi vanno cercati col lanternino e soffrono polemiche isolamento tanto che ci vogliono studi e cultura per identificarli, e rimane qualche dubbio; in Oriente trovano terreno propizio perché la cultura li esalta e non li combatte come da noi..quindi è più facile trovarne qualcuno chi ci ispiri al Vero..
    La Verità, poi, non ha sedi geografiche, ma esistono luoghi dove si sofferma più volentieri..e l’Occidente non è tra questi..tristemente..basta guardarsi attorno.
    Detto per inciso, avvocati e medici indiani hanno denunciato per strage la responsabile indiana dell’OMS che negava l’uso dell’ivermectina..e questo è un esempio di come l’ambiente in cui la realtà ,anche spirituale, non è nascosta, sia più sano anche a livello pratico..

    https://agenziastampaitalia.it/politica/politica-estera/57868-capo-scientifico-oms-rischia-pena-morte-tiboni-mic-l-indian-bar-association-fa-causa-per-aver-sconsigliato-l-utilizzo-di-ivermectina

    • Kami

      Upa, penso che anche “da noi” medici coraggiosi e fedeli al giuramento abbiano parlato e parlino anche adesso, il punto è che ne sappiamo poco perchè siccome siamo in dittatura c’è una precisa volontà di occultare la realtà dei fatti etc etc non mi dilungo su questo punto assodato. Sul fatto che l’India (o l’Oriente in generale) siano un ambiente più sano, non saprei perchè non ci sono mai stata; sicuramente un ambiente dove la cd spiritualità ha campo più libero per esprimersi che in questa parte del mondo, ma mi fermo qui sulle supposizioni. Quel che penso è che il livello di “benessere” e “sviluppo” di stampo Occidentale (uso i termini canonici pur non condividendoli) abbiano ottenebrato le menti, e questo vale penso anche per le menti dell’India di Bollywood (in contrapposizione a quella dei Sadhu), portando ad un radicamento ostinato nella materia e di conseguenza ad una decadenza che personalmente vedo in persone di ogni dove che ho modo di incontrare regolarmente. Riguardo ai Maestri, non saprei se essere d’accordo con te; io penso che per chi ha desiderio di libertà, di maestri è pieno il mondo, sopratutto in un paese come il nostro che ha ancora così tante connessioni con la Natura e con la terra. Certo è, per dirla con Nisargadatta Maharaj, che uno potrebbe avere di fronte anche il maestro più illuminato e non rendersene conto se non è pronto a riceverne gli insegnamenti, o se la sua volontà non è ferrea, se non è pronto ad essere un discepolo. Il punto non è che non ci sono maestri in Occidente, il punto è che forse non ci sono discepoli; quanti di noi sarebbero pronti a fidarsi totalmente di un Guru, al punto da lasciare la propria vita nelle sue mani? Quanti di noi potrebbero rinunciare alla conoscenza in favore della saggezza? Quanto attaccamento abbiamo verso il corpo e la mente? Pochi direi..ma era così 4 generazioni fa? Forse no, la gente aveva meno “da perdere” ed era più simile per stato e mentalità ad un indiano. Questo per dire che la divisione est-ovest è fittizia; l’ovest è solo il capofila di questo processo materialistico, non è certo “peggiore” dei nostri amici ad est. Un saluto!

  7. Livio Cadè Staff

    Quando siamo piccoli e piangiamo la mamma ci dà il ciucciotto o fa suonare qualche sonaglietto colorato per distrarci.

  8. Michele Franceschini

    Ringrazio per la sua opinione sull’argomento dei rapporti culturali fra est e ovest del mondo.
    Dal mio punto di vista, da anni, noto un’enorme interesse da parte della cultura orientale per la tradizione occidentale. Ritengo che questo approccio culturale nell’avvicinare la nostra
    cultura sia di per se limitato se non si approfondisce la nostra tradizione filosofica e religiosa che sta alla base della nostra storia.
    Noi stessi che siamo nati nel periodo del boom economico, abbiamo perso il rapporto esclusivo con la nostra stessa tradizione, distratti dai messaggi di tv, radio, internet etc.
    provenienti dal mondo. Siamo diventati ormai cittadini del mondo.
    Recentemente, ho visto alcune trasmissioni sulla direzione d’orchestra tenute su RAI 5 dal maestro Muti a giovani direttori provenienti dall’estero (https://www.riccardomutioperacademy.com/)
    che manifestano un grande interesse per la nostra tradizione operistica. Il maestro Muti dice chiaramente che la comprensione della musica italiana passa tramite la comprensione della
    psicologia dei personaggi ed è impossibile giungere ad una comprensione del reale significato delle composizioni senza comprendere le radici culturali di questo fenomeno.
    Dovremmo riconquistare un nuovo rapporto con la nostra cultura, alimentandoci tramite la passione e la spontaneità di questi giovani stranieri che affrontano in modo così diretto e
    disinibito il rapporto con la nostra tradizione. Sono convinto che la maggior parte di noi ha perso la capacità di emozionarsi tramite l’approfondimento del nostro patrimonio culturale
    e solo la scoperta di un atteggiamento rinnovato può aiutarci a vivere una dimensione più consapevole di noi stessi.

    • Livio Cadè Staff

      Anch’io penso che dovremmo approfondire la nostra tradizione filosofica e religiosa. E penso non solo al cristianesimo ma anche alla nostra tradizione astrologica, ermetica, alchimistica, ai Tarocchi, alla dottrine orfiche, pitagoriche, al neoplatonismo, alle varie scienze occidentali dello spirito.
      Siamo europei, abbiamo nel sangue la cultura greca e latina, il medioevo e il rinascimento, il gotico, il barocco, il classicismo, il romanticismo, l’impressionismo…
      Non possiamo godere del teatro tradizionale indiano o di quello giapponese come godiamo di Shakespeare o di Ibsen.
      Né della musica orientale come di Mozart o di Verdi.
      Abbiamo una nostra letteratura, una nostra musica e forse parlano una lingua più universale di quelle orientali.
      L’Europa è anche il cuore della scienza, con i suoi aspetti luciferini ma anche con il suo sforzo di comprensione della realtà fisica.
      Questo non significa che non possiamo apprezzare la cultura orientale, ma una ‘conversione’ presenta aspetti assai problematici e rischia di sradicarci.
      Possiamo però riconoscere che la filosofia orientale arricchisce la nostra conoscenza dell’uomo e dello spirito. E forse ha avuto il merito di togliere un po’ della polvere e della muffa accumulata nei secoli sull’anima occidentale.

      • Livio Cadè Staff

        P.S.: ovviamente il problema è che la nostra cultura è andata a remengo… ma credere di poterla sostituire con un’altra è un’illusione.

  9. upa

    Non si tratta di ‘incorporare’ le forme orientali, ma lo ‘Spirito’ che ci sta sotto.
    E questo Spirito non si può studiare o rievocare, ma solo trasmetterne la ‘presenza’ da chi lo ‘possiede’..
    Tutta la cultura occidentale è il luogo delle passioni, più o meno benigne o maligne: è stata privilegiata la forma fino a privarla della ‘sostanza originaria’, e la caduta nel mondo materiale e intermedio, ha creato la scienza e l’apologia del sentimento rivestito con arte sublime che tutti ci inviano, e viene imitata per il suo apparire indiscutibile..
    Ma per ottenere questi risultati l”Essere’ si è indentificato nel ‘fare’ e si è dimenticato..
    In Oriente questo Essere è ancora operante come ‘presenza’ anche se in ritirata, travolto dal nostro contagio..
    Metafisica orientale e scienza occidentale, adattate alle diversità del ‘sentire’ dei popoli, è la ricetta giusta e unica per salvarci dal degrado attuale.
    Vedere in tutte le forme, sia orientali che occidentali, la stessa sostanza superiore, implica il non identificarci nella ‘materia’ ma nello ‘Spirito’ che veicola..
    Questa operazione non può essere realizzata dai popoli, perché identificati alla materia che li ha formati, ma da quell’élite della ‘conoscenza’, capace di innalzarsi verso l’essenza delle cose per renderla fondamento unico a un sentire universale, che pur espresso in modo diverso, è patrimonio di tutti quelli dotati di ‘ragione’..qualsiasi cosa stiano facendo o ‘pensando’.
    Si può essere orientali pur vivendo in Occidente e occidentali pur vivendo in Oriente.
    Quando le due cose si mischieranno ..lentamente ma con energia.. la maionese sarà pronta e gustata per chi ne è degno..e visti gli sviluppi attuali, alla fine, mi sa che saranno molto pochi a gustarne la prelibatezza..e noi non potremo essere tra questi se… non ci diamo una mossa verso la ‘croce’ che ci attende..

  10. Livio Cadè Staff

    Ho l’impressione sia ancora diffusa in Occidente quella mistificazione dell’Oriente cui ho accennato. Che poi va trasformandosi in idealizzazione, sublimazione, razionalizzazione, forma proiettiva di contenuti inconsci e irrisolti.
    All’esperienza religiosa si sostituisce la speculazione metafisica, sorta di gnosticismo astratto che gira su sé stesso senza andare da nessuna parte.
    Io credo che l’anima non sappia che farsene dei nostri discorsi metafisici sull’atman e sul brahman.
    Ovviamente non parlo di casi personali che non conosco, ma di una generica tendenza intellettualistica che ho spesso avuto modo di riscontrare in ambienti di neo-convertiti e neo-adepti.
    Persone i cui discorsi mi sembravano a volte quelli di un bambino che ha letto un manuale di sessuologia e parla di cose che immagina senza poterle capire.
    Parlo di una mia impressione, di un mio dubbio, forse infondato, non potendo entrare nel mistero della coscienza di qualcuno.
    Viceversa, sulla prodigiosa profondità e ricchezza della spiritualità orientale non ho alcun dubbio.
    Ne sono convinto da quasi cinquant’anni.
    Ma prendiamo Nisargadatta, ricordato qui da Kami.
    Sicuramente era uno di quelli che tolgono all’interlocutore ogni appoggio intellettuale, ogni ‘tettarella’ spirituale.
    Ma alcuni finiscono così per usare Nisargadatta e altri maestri come ciucciotti.
    E in fondo non c’è niente di male, se è quello di cui hanno bisogno.

  11. Kami

    Upa, mi sa che mi trovo in disaccordo. La tua visione (che sbaglio a definire un po’ Guenoniana?) non mi convince, non credo ci sia una èlite iperborea di illuminati e non credo che la metafisica orientale vada a binomio con la scienza occidentale, quasi a fare un tutt’uno. Come scriveva Michele Franceschini nel commento sopra, la nostra cultura è guardata con grande rispetto in oriente e penso, come dice Livio, che per cultura e forma mentis, ci verrebbe molto difficile comprendere concetti indu anzichè cristiani ad esempio, semplicemente perchè questa è la “lingua” che ci è stata insegnata e che fa parte delle nostre radici. Se ti dico “forte come una quercia” ciò evoca qualcosa in te; “puro come il loto” a me dice poco, gli unici loti che io abbia mai visto sono in una coltivazione a una mezz’ora di macchina da casa mia..non proprio buddhisti. Capisco la disillusione verso l’Occidente da parte di un occidentale, e credo sia ragionevole in quanto la conoscenza maggiore degli usi, costumi e appunto della forma mentis occidentale, ci permette di avere una sensibilità maggiore verso il bello e anche verso il marcio nel nostro mondo rispetto al marcio di un paese esotico sul quale scenderemmo necessariamente meno in profondità nell’indagine. O peggio, indagheremmo con i nostri parametri..magari considerando male ciò che è bene, non comprendendo. Chiunque sia andato in India è tornato frastornato dai colori, dalla vivacità degli odori, dei sapori, e magari lo shock culturale non ha permesso di indagare a fondo sul degrado di una società come quella indiana. In definitiva, penso che l’Occidente e la sua bellissima Tradizione debbano essere riscoperte e potate a dover per eliminarne il marciume; in un certo senso questa è veramente un’operazione di grande apertura mentale, in quanto siamo i primi ad auto discriminarci (ovviamente come parte del mito fondativo della “grande colpa bianca” che sembra essere in voga) e a fare equazioni del tipo cristianesimo=chiesa cattolica, tarocchi=stregoneria etc. Senza niente togliere all’Oriente e alla sua Tradizione, che amo, s’intende; penso peròo che riconnetterci alla spiritualità dei nostri lidi porterebbe una ventata di aria fresca e di linfa ad un Occidente che sta morendo di asfissia spirituale.
    PS ho citato Nisargadatta non a caso, ma come esempio di “guru” che sfata proprio questi miti occidente/oriente e che dimostra l’essenziale unitarietà del tutto. Non si presta bene a diventare una tettarella spirituale però. 🙂

  12. Livio Cadè Staff

    A Kami.
    Sono d’accordo. Vorrei aggiungere un piccolo amarcord.
    Conosco Nisargadatta da quasi quarant’anni. Era l’inizio degli anni ’80 quando uscì la raccolta di dialoghi curata da Grazia Marchianò (moglie di Elémire Zolla).
    Pochi anni dopo lessi i libri della Aequilibrium, curati da Giovanni Turchi (che conobbi personalmente negli ambienti krishnamurtiani che all’epoca frequentavo) e gli altri testi che seguirono.
    Nisargadatta, che prima pochi conoscevano, divenne uno degli esponenti più emblematici (reali, non accademici) dell’Advaita insieme a Ramana Mahrishi, da cui si distingueva per il carattere brusco e la loquacità.
    Nisargadatta mi è sempre piaciuto. Del guenonismo mi sono invece stancato presto. Ma questa è storia vecchia, anzi vecchissima.
    Nisargadatta è l’antitesi di ogni tettarella spirituale, su questo non c’è dubbio. Ma qualcuno può usarlo lo stesso come ciucciotto.

  13. upa

    Dal mio punto di vista, ovviamente limitato e partigiano, non si può assolutamente capire nulla di Oriente..di Tradizione e di metafisica realizzativa, se non ci è stata tradotta in termini a noi comprensibili..e questi termini li ha usati Osho..
    Diciamo che parla ‘terra terra’ e può essere compreso anche dai sassi, se ovviamente sono sassi capaci di superare quel livello mentale di impermeabilità culturale tipico del filosofo occidentale, refrattario a tutto ciò che non siano i pregiudizi in cui si è formato.
    La cultura occidentale tende a far entrare nei propri parametri tutto ciò in cui viene a contatto, anche cose che non ci potrebbero entrare perché aliene dalla forma mentis che le dovrebbe interpretare.
    Se Osho parla ‘terra terra’, ma con vene di poesia ineguagliabili, Guénon traduce in linguaggio filosofico realtà metafisiche sviluppate in Oriente ma incomprensibili se prima non siano state sperimentate..
    Quando venne chiesto a Mircea Eliade perché non parlasse mai di Guénon, rispose che lui parla tutti mentre Guénon parla agli iniziati..
    Cosa vera, ma allora bisognerebbe comprendere cosa significa essere iniziati.
    Se vogliamo capire, almeno intellettualmente, cosa dicono o di cosa parlano i famosi Maestri indiani che vanno per la maggiore sul piano colloquiale come Ramana Maharshi, Nisargadatta, Krishnamurti..dovremo comprendere di cosa parlano..altrimenti li associamo a dei simpatici parolai che per qualche strana circostanza mentale dicono di avere realizzato quello di cui parlano, e li consideriamo come i filosofi stoici o epicurei..gente convinta di seguire precetti o assenza di precetti per rendersi la vita meno problematica…cosa che però non fa per noi.
    Personalmente questi Maestri mi annoiano, o mi annoiavano, in quanto perché dopo Osho, gli altri Maestri appartengono a nicchie potabili per chi viene intellettualmente eccitato senza venirne spiritualmente colpito..per continuare il gioco di una ricerca confinata nella mente..
    Per uscire dalla mente e dall’io..ci vuole un Maestro che tocchi il Sé..lo renda palpabile..reale..concreto..e questa si chiama ‘iniziazione’.
    Quando lessi per la prima volta Osho ‘La dottrina Suprema’ mentre ero preda di una specie di febbre celebrale prodotta dall’insignificanza del tutto che mi dilaniava, dall’eccitazione non dormii tre notti: venni squassato in tutto il mio essere..sentii che avevo trovato quello che avevo sempre cercato e mai ottenuto dalla cultura occidentale.
    Avevo scoperto il Sé..cosa c’era dietro all’agitazione inconcludente e al dolore di vivere..
    Mi ricordai del senso dell’Essere che avevo da bambino, di come mi avvolgeva e mi appagava sempre..prima che il mondo me lo sottraesse con la scuola, gli impegni. le ambizioni..e tutto ciò da cui ero circondato..
    Avevo sempre vissuto all’infermo, e adesso mi era apparsa la porta del paradiso perduto che andavo cercando da sempre..
    Il bello è che avevo letto anni prima ‘Le Sette Valli’ sempre di Osho, ma avevo altro da pensare e pur capendo che diceva cose giuste, non mi colpì affatto.
    Per dire che, se si ha una curiosità intellettuale, e basta, il Sé, l’Essere..sono solo concetti senza sostanza.
    L’Oriente appare quando ne sentiamo il bisogno…non prima, e se il bisogno non c’è, tutto si risolverà in concetti mentali e troveremo i Maestri adatti a giocare mentalmente senza scendere o salire oltre..
    Osho mi soddisfaceva nella pratica e nell’intuizione..ma la mente voleva di più..e allora apparve Guénon..che trasponeva in linguaggio filosofico quello che Osho diceva in linguaggio più articolato..o poetico.
    Un Maestro poi non è un filosofo, non vuole fare cultura, ma solo svegliare i discepoli..può dire bugie, inesattezze, mentire,..tutto è concesso a un Maestro che vuole ‘svegliare’..
    Un Maestro è come il Papa: infallibile nella dottrina ma fallibile in tutto il resto..e Guénon serve a collegare i Maestri autentici in una filosofia realizzativa e metafisica comune pur in forme culturalmente diverse..
    In Occidente cosa possiamo trovare..?
    Molto..se non tutto..
    Ma espresso in modo centellinato, oscuro, cifrato,..bisogna decodificare..e pur analizzando..alla fine ci rendiamo conto che l’esoterismo occidentale è una via regale e non sacerdotale..
    Basta leggere qualche Upanishad per trovare quello che cerchiamo senza scomodare l’alchimia, l’ermetismo, i tarocchi,..o almeno, basta leggere le Upanishad e potremo capire di più anche della nostra tradizione e i suoi limiti..
    Se poi ci interessa vivere al lume della storia e appagarci della soddisfazione che ci da la conoscenza mediata dalla mente o dall’emozione, oppure profondarci nella cabala..conoscendo l’Oriente ci sarà tutto più semplice..
    Questo è quanto..e così è per me..
    Ognuno ha il suo porto di riferimento e i suoi mari da solcare..
    Non voglio imporre niente a nessuno che è già difficile imporre a me stesso..
    Ho parlato solo della mia esperienza..perché l’Oriente è esperienza..come tutto d’altronde..
    Un sannyasin (neo) come io sono, dovrebbe essere l’ultima identificazione..per questo cerco di trascendere anche Osho e Guénon..e anche i ‘partiti’..ma dal momento che bisogna pur parlare di qualche cosa, che il silenzio è una dimensione troppo ardua per il peccatore come io sono, ringrazio chi fin qui mi ha letto, e mi ha dato l’occasione di distrarmi da quella porta che mi vede aspettare e mai si apre..appunto.. perché mi distraggo troppo spesso (hahaha)

    .

  14. Livio Cadè Staff

    A Upa.
    Per Osho devo regredire di qualche anno. Era il 1978 (avevo 21 anni) quando lessi “Il libro dei segreti”. Allora si diceva Rajneesh, non ancora Osho. Spero che le mie opinioni non La offendano.
    A me Rajneesh sembrò un grande affabulatore, abile manipolatore di concetti.
    Il suo insegnamento mi sembrava tendere all’ipnosi e alla fascinazione più che alla ‘illuminazione’.
    Sentivo nel suo “andare oltre la mente” e nel suo invito alla libertà un’essenziale contraddizione. Mi sembrava che in realtà imprigionasse la mente in una rete sottile di concetti.
    Naturalmente questo può essere colpa di chi ascolta. Ogni maestro può creare dipendenza. Ma avevo l’impressione che “creare dipendenza” fosse la vera intenzione di Rajneesh.
    Forse sbagliavo, ma nel tempo non ho cambiato idea, e quello è rimasto l’unico libro suo che ho letto (mi pare ne abbia pubblicati 650).
    Del resto, ogni animale mangia il cibo adatto a sé, e probabilmente Osho non rientrava nella mia dieta.

  15. upa

    Non mi offendo certamente: se tutti comprendessero Osho, la razza umana finirebbe: come se tutti fossero militari, banchieri, intellettuali o santi..
    Osho non parla alla mente..ma indica la strada concreta per trascenderla solo per chi è stufo delle sue illusioni, e cerca di uscirne fuori senza percorrere scorciatoie distruttive..
    Dà un input partendo dalla base, poi ognuno la sviluppa cercando la sintonia con se stesso..e appare la sua lotta personale contro il ‘nemico’..ciò che lo trae in basso.
    Chi sa già (anche inconsciamente) dove vuole arrivare, le sue parole risulteranno vuote e inconcludenti, in quanto non è possibile incorporarle nella propria ‘cultura’..
    Non c’è niente di strano, anche io non lo avevo capito e, trascurato, quando procedevo col vento in poppa assorto nelle mie faccende.
    Tra l’altro non lo leggo da trent’anni..e ne parlo solo per ricordare il momento da cui tutto è partito…e dove la mia vita ha cominciato ad avere un senso.
    Lungi da me fare proselitismo o inalberarmi per incomprensioni che sono naturali per chi ha diversi riferimenti.
    Ma le faccende odierne, così estreme e radicali, ci pongono di fronte a reazioni che devono essere estreme e radicali..se ne vogliamo uscire o almeno tentare di farlo: è il tempo delle scelte, ed è necessario usare tutte le armi in nostro possesso e anche costruircele di nuove.
    Ognuno si guarderà in tasca per vedere cosa possiede..e stabilire il fondamento delle manovre che si appresta a fare.
    Può aiutare il Dio dei preti..?
    L’imperativo categorico di Kant..?
    La gnosi? L’alchimia? L’ermetismo?
    Il sentirsi detentori di una libertà non sacrificabile mai?
    Ci può aiutare una morale naturale fondata su un’etica naturale..e se si..quali basi ha oltre a contrastare un oltraggio che sentiamo improponibile?
    Esiste un ‘sentire’ che ci possa indicare i ‘fini’ senza impuntarci sui mezzi, tale che il nostro fine sia riconosciuto valido prescindendo da questo ‘sentire’ individuale?
    Domande filosofiche interminabili.. e neppure con tutti i libri della nostra sterminata letteratura e filosofia..ne potremo venire a capo..
    Io ho compreso che l’io è servitore del Sé..che dietro al mio ego c’è l’Essere..e che ogni manovra in schiavitù o libertà corporale è volta a proteggere l’Universo che mi parla per liberarsi.
    Magari anche Hegel o gli idealisti tedeschi pensavano qualcosa di simile..per non parlare della Cabala o di Plotino..
    Ma il leggerlo nei libri non mi ha mai aiutato..non mi ha mai permesso di comprenderlo, mentre Osho ci è riuscito..e a Lui va il mio ringraziamento…
    Una storiella..
    Un discepolo muore e va in Paradiso.
    Ad attenderlo c’è Dio e il suo Maestro..
    Il discepolo li vede e s’inchina prima al Maestro e poi a Dio..
    Ma..perché ti inchini al Maestro?..dice Dio..non sai che io sono superiore..?
    Se non c’era il mio Maestro non avrei potuto conoscere Dio..per questo mi sono inchinato prima a lui..(hehehe)
    Vabbé, anche oggi il mio sermoncino quotidiano..internet sviluppa una straordinaria devozione virtuale (hahaha)

    • Livio Cadè Staff

      Come si fa a trascendere la mente? Chi o che cosa dovrebbe trascendere la mente? E che cos’è la mente?
      Per me la mente non esiste, è un concetto. Lottare con ‘la mente’, farne un nemico, è lottare con un concetto usando un altro concetto.
      Ma la trasformazione interiore non dipende dai nostri concetti.

  16. upa

    Una lettera che avrebbe potuto scrivere Cadé.
    Mi vergogno a dire che mi ha impressionato più la lettera che non l’atto eroico..
    Chiunque potrebbe dimettersi..ma non chiunque potrebbe scrivere una lettera simile..

    https://www.miglioverde.eu/il-professor-villoresi-si-congeda-dalluniversita-no-al-lasciapassare-verde/?fbclid=IwAR3Uam_3hPOYnSbmdOnckKsX7dN5K3-6GWtV7r8c3-aZZ7NAW5g24zhZEn8

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