SOS – Livio Cadè

SOS – Livio Cadè

Un eschimese iglulik disse un giorno a Rasmunssen: “noi consideriamo l’anima come la cosa più importante e più misteriosa di tutte”. La nostra sensibilità moderna interpreta queste parole come segno di arretratezza scientifica e culturale. Basare una società sul culto dell’anima e farne il valore “più importante di tutti”  ci appare un residuo di quell’atteggiamento superstizioso che in tempi passati la nostra stessa civiltà ha conosciuto e le cui vestigia sono state rimosse dall’imporsi della razionalità, dell’informatica, della cibernetica, della neuroscienza ecc.

Ma se dicessimo all’ingenuo iglulik che la sua coscienza o i suoi sogni non provengono dall’anima ma da flussi di fotoni o elettroni che stimolano i suoi centri nervosi, come misteriosi spiritelli, trasformandosi in immagini mentali, potrebbe scambiarci per pazzi, o crederla una fiaba.

I cultori delle neuroscienze, gli ideologi della ‘coscienza corticale’, dovrebbero penare non poco per distogliere lo stesso Aristotele dalle sue concezioni di anime vegetative, sensitive, razionali, o per convincere Agostino, i neoplatonici, i Padri della Chiesa ecc. ad abbandonare le loro fatiscenti teorie sull’anima. Non sarebbe facile persuaderli che ‘anima’ è solo un modo di dire, metafora obsoleta usata per comodità da mistici e poeti che poco o nulla sanno di sinapsi. O comunicare a Cartesio che la sua res cogitans è un semplice epifenomeno della res extensa.

Secondo la scienza, il termine ‘anima’ – ovvero la summa dei nostri pensieri, ricordi, sentimenti ecc. – indica un complesso di fenomeni ‘mentali’ (termine altrettanto vago di ‘anima’ ma più neutro, privo di risonanze religiose) che nasce dalla stimolazione elettrica di centri neuronali. Su questa falsariga, potremmo pensare che sfregando quattro corde di budello si ottenga la Ciaccona per violino di Bach. L’uomo di cultura, l’amante dell’arte, resterebbero delusi. Ma la delusione non ha valore di confutazione e non può impedire che la ricerca scientifica spazzi via millenni di tradizioni animistiche. Tanto l’animismo totalizzante e primitivo, che vedeva un’anima in ogni cosa, quanto quel semi-animismo specifico, che considerava l’anima esclusivo privilegio degli esseri umani.

Dalla Rivoluzione francese in avanti, v’è stato un progressivo smantellamento delle nostre tradizionali concezioni spirituali. Una mentalità illuminista e scientista ha di fatto eroso gli archetipi dell’anima, fino a giungere alla cosiddetta “morte di Dio”. L’anima e Dio sono infatti due realtà complementari, poli di una correlazione. Come dice Silesius: «So che senza di me, Dio non può un istante vivere:  se io divento nulla, deve di necessità morire». Così, senza Dio, l’anima non può vivere. E senza l’anima, il volto stesso dell’uomo viene cancellato.

La morte di Dio ha inoltre lasciato all’umanità la pesante eredità del potere. Non a caso, negli ultimi tempi, si è diffusa l’idea che “il potere è in sé cattivo”[1]. Carl Schmitt osserva che questa idea va di pari passo con l’idea che “Dio è morto”, anzi, significa la stessa cosa. Dio infatti, è fonte del Bene. Finché l’amministrazione dell’universo compete all’onnipotenza divina, si può dunque credere nella natura benefica del potere. Da quando Dio muore, il potere diventa esclusiva proprietà degli uomini, che se lo spartiscono e ne fanno un mostruoso Leviatano politico, tecnico, economico, militare ecc.

Il problema non è l’accentramento del potere nelle mani di poche persone, ma il fatto che il potere spogliato della sua natura spirituale diviene un potere impersonale. Potere tecnico, delle macchine, delle funzioni matematiche, dei grafici. L’assolutismo dell’antico monarca poteva certo essere viziato da una volontà cattiva, ma aveva ancora un’anima. Poteva scegliere tra il bene e il male e ne rispondeva a Dio. Un potere senza Dio è invece, per sua natura, disanimato. Non ha più un ‘cuore’, un centro di effusione metafisico che colleghi le nostre scelte etiche a una radice spirituale.

Di conseguenza, come si può ridurre l’anima ai tracciati elettrici dell’encefalo, si può assimilare il bene ai calcoli razionali del profitto o ai valori di esami fisiologici. Il Soggetto del bene è dimenticato, sostituito con l’astrazione di ragioni impersonali. Nell’economia, nella medicina, non pulsano più autentici bisogni umani, ma freddi modelli statistici e scientifici. Nella politica, i sistemi democratici impongono le loro strutture senz’anima, in cui il potere è delegato ai numeri.

L’anima si deposita sul fondo della coscienza moderna come il relitto di un’idea arcaica. Tutto il nostro impianto etico, giuridico, psicologico, si appoggia al concetto di anima come all’evocazione di un fantasma. La legge ritiene un uomo responsabile di un atto perché riconosce in lui un’anima libera, non una semplice una catena di eventi fisico-chimici. Questo evidentemente contraddice la scienza. Ma tutto il nostro linguaggio, la nostra cultura, letteratura, società, arte etc. svanirebbero nel nulla se negassimo l’anima. Soprattutto, l’amore pretende un’anima. “E in questo cieco corpo la mia Anima possa sentire che la tua è vicina”, canta Tennyson.

V’è certo una resistenza inconscia, nell’uomo moderno, a rinunciare all’idea di un’anima. Tuttavia, i fondamenti morali e spirituali della nostra società si sono fatalmente incrinati, piegandosi sotto il peso di una progressiva ‘disanimazione’. L’uomo moderno tende a interpretare la realtà senza più ricorrere a ipotesi come Dio o l’anima che, imprescindibili per l’uomo antico, appaiono oggi credenze anacronistiche. Il loro posto, rimasto vacante, viene occupato dai dogmi della scienza. Perciò, “frantumati in quel mulino sociale confondiamo con l’apparenza esteriore l’immagine interna di ogni uomo”[2].

Il punto è che la coscienza moderna non ha una visione dell’essere, non vede più “l’anima che sorge con noi … e da lontano è arrivata”, per usare le parole di Wordsworth. Il suo campo visivo è interamente occupato dall’esistenza. Ma l’anima non esiste, non è un fatto. A tale riguardo, possiamo essere d’accordo col negazionismo scientifico. Ex-sistere è infatti un ‘porsi fuori’. L’anima è invece la più radicale interiorità dell’essere in sé. È questo che la rende “la cosa più misteriosa di tutte”. Perché non è un oggetto osservabile, misurabile. Coincide con una totalità dell’esperienza, e non v’è dunque qualcosa di esterno che la possa definire. Noli siamo invece ipnotizzati dalle cose e non vediamo che «tutte le cose che stanno davanti a noi non sono altro che un’immagine riflessa nel cielo della conoscenza»[3].

Vediamo il sole, la luna, le stelle, senza il cielo. Noi cerchiamo nelle cose la loro causa, il loro fondamento. Ma l’anima, come il cielo, non ha fondamento. Ungrund (senza-fondo), direbbe Böhme, abisso di non-conoscenza. Se avesse un fondamento la ragione potrebbe chiedersi su cosa poggia il fondamento ecc. “A che ti reggi, questo tu non sai”[4]. Il problema è allora come si possa parlare di qualcosa che non si può conoscere. In realtà, l’anima si rivela a sé stessa con un sentimento immediato e totalmente autonomo. Indicando il proprio petto, l’uomo dice ‘io’. È il cuore, il centro dell’essere. Solo che, in questo caso, il dito non indica la luna o un luogo, ma il vuoto.

Dove sono i nostri pensieri, i nostri sogni? Non hanno dimora. L’anima è una sorta di meta-spazio non localizzabile. È il luogo che non esiste, l’utopia per eccellenza. È sciocco perciò immaginare un’anima dentro il corpo, come un autista dentro la sua auto. Un corpo non può contenere un’anima, perché un’anima non è in nessun luogo. Viceversa, l’anima può contenere infiniti corpi, infiniti mondi.

Stiamo di fronte all’anima come Agostino di fronte al tempo. Sappiamo benissimo cos’è finché non ci pensiamo. È un’intuizione silenziosa, uno sguardo senza oggetto. Una presenza che emerge rovesciando la direzione della coscienza, secondo la massima agostiniana: «in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.» (“rientra in te: nell’intimo dell’uomo risiede la verità”).

Ma il cammino dell’introspezione è per molti faticoso e innaturale. Soprattutto per l’uomo moderno, perennemente distratto, trascinato fuori di sé da mille futili curiosità e desideri. La sua idea di anima si adagia così in qualche riposante luogo comune o in qualche venerabile dottrina. Prende per buona una teoria, come si legge in calce la soluzione a un problema matematico senza averlo capito.

Interrogarsi sull’anima richiede invece una paziente riunificazione dell’intelletto, lo sforzo di cogliere la natura propria delle cose. Questo implica che vi sia un’incognita, una x o essenza segreta dietro le apparenze dell’essere. Non si tratta però della ricerca di un ‘perché’, ma di un ‘cos’è?’ (quid est). Significa chiedersi: “chi sono io?”. La risposta non sta nei nostri dati anagrafici ma nella nostra coscienza di sé. I libri possono aiutarci a comprendere gli aspetti intellettuali e culturali del problema. Ma l’anima è un radicale ‘non-altro’ (non-aliud) e sarebbe assurdo cercarla altrove che in noi stessi.

«Interrogai me stesso»[5]. Solo così possiamo capire quello che altri prima di noi hanno capito, ma che solo una visione diretta ci può confermare. Le mie stesse parole non hanno alcun valore obiettivo. Vanno prese come testimonianza di un’osservazione soggettiva e indimostrabile.

Io credo che parlare dell’anima sia parlare di libertà. In una catena deterministica o aleatoria di eventi, come quella immaginata dalla scienza, o in una catena di sillogismi rigorosi, non v’è spazio per la libertà. Per questo il discorso sull’anima non è verificabile altro che dall’anima stessa. L’auto-chiarificazione è un atto libero cui non si possono imporre regole e condizioni: “è proprio dell’anima un logos che accresce se stesso”[6].

Chi rivolge l’attenzione alla propria luce interiore, vedrà l’anima versare i suoi archetipi eterni nella caducità delle cose sensibili, mescolando il mondo effimero dei fatti con quello durevole delle idee e dei valori. Coglierà l’eterno presente che incorpora il passato, lo conserva e lo proietta verso un futuro inesauribile. È questo che assicura perennità e coerenza alla vita. È come un discorso in cui ogni parte implica le parti precedenti e preordina le seguenti. Non è solo un atto di estemporanea creatività ma una catena di indistruttibili memorie. È un desiderio incessante, che si nutre di bellezza e di verità. E il destino non è forse che la sua lenta, paziente digestione.

In ciò io non vedo alcun conflitto tra l’anima e il corpo. Il corpo è segno e strumento dell’anima, non la sua prigione o tomba. È il punto in cui anima e mondo si toccano. Il corpo è futile se non è visto come manifestazione dell’anima, ma anche l’anima lo è, finché non si incarna in un corpo. Essendo il corpo medium dell’anima, le sue malattie non sono effetti di  cause esterne ma simboli di processi spirituali. Il nascere, l’ammalarsi, il morire, non sono una contingenza naturale, ma una necessità dell’anima.

Se la interroghiamo, l’anima ci mostra le cose per quello che realmente sono: infinite. La percezione della mia finitezza nasce proprio dal contrasto tra la mia struttura psicofisica limitata e lo spazio infinito del mio essere. Se non fosse per questo sfondo illimitato non potrei concepire i miei limiti. E analogamente, questa mia natura finita mi è necessaria perché evoca l’infinito che la sostiene.

La sostanza dell’anima sembra essere la coscienza e l’amore di sé. Le immagini del mondo sono lo specchio in cui l’anima si contempla. La stessa percezione del mondo esterno è quindi auto-coscienza. La compassione, l’amore per le creature, è un riflesso del suo amore per sé. L’occhio dell’anima infatti si rispecchia in ogni cosa e tutto in lei invoca l’unità. “Dispersa collige in unum[7]. Ma io credo che solo nella visione di Dio raggiunga la pienezza della coscienza e dell’amore.

In fondo, non puoi sapere qualcosa dell’anima. Qualsiasi cosa se ne possa dire, l’anima resiste ad ogni tentativo di comprenderla. “I confini dell’anima, per quanto lontano tu vada, non li scoprirai, neanche se percorri tutte le sue vie: così abissalmente si dispiega”[8]. Per questo non è possibile esplicitarne in forme adeguate il significato. Perché non soltanto si dispiega in un’infinita lontananza o profondità, ma si cela in un’infinita vicinanza. Non è dunque possibile misurarla con gli scandagli del pensiero razionale. E resterà sempre un nulla per chi la cerca.

“V’è una via e v’è un andare, ma non v’è chi vada”[9]. Questa è l’estrema libertà dell’anima. Non essere riconducibile a un chi o a un cosa. Questo le permette di sfuggire a ogni determinazione. Come il vento, “soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va”[10]. Le parole dell’anima sono libere, i suoi pensieri vengono e vanno per strade sconosciute. Emergono dal non-essere, dai fondali insondabili della sua libertà.

Perciò, quella cultura che rifiuta l’idea di anima finirà col cancellare anche l’idea di libertà. E di fatto noi oggi constatiamo come non solo alle nostre azioni, alle nostre parole, ma alla nostra stessa interiorità venga imposta la schiavitù di condizionamenti e meccanismi sociali sempre più oppressivi. Impariamo a nostre spese che dove arretra l’anima avanza la barbarie e la disumanità.

Infine il potere e la libertà dell’anima si ribelleranno al mondo moderno, come un impulso troppo a lungo represso. Non possiamo conoscere in anticipo gli esisti di questa rivolta. La sua libertà rende l’anima impredicibile, aperta a ogni ‘possibilità’. In lei confliggono forze opposte, pulsioni creative e distruttive sempre in precario equilibrio; ogni luce proietta un’ombra, ogni anelito all’ordine trova la resistenza del caos. E quando in lei prevale la tenebra, sul mondo cala una desolante aridità spirituale.

Allora, come dice il Fonditore di bottoni a Peer Gynt, l’anima viene buttata in un crogiuolo e rifusa. Purificata dalle scorie dell’oscurità nel calore bruciante delle fiamme. In un lungo e doloroso processo ogni grumo di tenebra deve liquefarsi, colare dall’anima come nera pece bollente. Non è una punizione. È lei stessa che chiede dal profondo di sé d’esser redenta, salvata dal suo rovinoso naufragio. Dal relitto spirituale del mondo, come da una zattera alla deriva, sentiremo alzarsi verso Dio una preghiera: Save Our Souls, salva le nostre anime.

[1] Jakob Burckhardt

[2] Alfred Tennyson

[3] Abhinavagupta

[4] Stefan George

[5] Eraclito

[6] Idem

[7] Agostino

[8] Eraclito

[9] Buddhaghosa

[10] Gv (3,8)

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Categorie: Cultura

Pubblicato da Livio Cadè il 29 Agosto 2021

Commenti

  1. Paola

    È uno scritto impossibile, per me, da commentare. Non ne sono in grado e, con ogni parola, ne svilirei il contenuto. Solo una riflessione, breve, sul “potere e la libertà dell’anima” e sulla loro ribellione. Spero non si risolva mai in una ribellione pacifica e incruenta. Sarebbe un ossimoro insopportabile, per me, ora.

  2. Livio Cadè Staff

    Paola.
    Personalmente non credo sarà possibile un cambiamento incruento, di tipo gandhiano.
    In realtà si tratta secondo me di una contro-rivoluzione, cioè di disfare quello che le rivoluzioni degli ultimi secoli (francese, industriale, tecnologica, sovietica, cinese ecc. fino a quest’ultima, sanitaria) hanno creato.
    La contro-rivoluzione in sé potrebbe anche essere pacifica, ma non ce lo permetterebbero mai.
    Per esempio, non vaccinarsi (pardon, sierarsi) è una pacifica contro-rivoluzione. Ma Lei pensa che non attirerà su di sé la violenza del regime?
    Mutatis mutandis, i non vaccinati rischiano oggi di finire come i vandeani.

    • Paola

      Lo so. Ma ho sempre amato e rispettato l’armata vandeana. In loro onore, Dieu le Roi. Anche perché su quel vecchio referendum nostrano ci sarebbe molto da…
      P.S. Mi disturbano le proteste pacifiche che si concludono cantando, anche ora (stavolta lascio l’avverbio). Sono, ripeto, detestabili e inutili ossimori.

  3. Gianni

    Scienza e cristianesimo non sono che due facce della stessa medaglia, per chi è ancora in ricerca forse i filosofi presocratici e quelli a loro contemporanei in Cina potrebbero dare un aiuto molto più consistente, il dibattito che ruota introno al Dio cristiano [giudeo] e all’anima come accostamento individuale ad un corpo individuale è a mio avviso estremamente fuorviante, non me ne voglia Cadè, ma oltre i confini dell’occidente e prima che tali confini esistessero la conoscenza di sè stesso dell’uomo era/è molto più avanzata di quanto i contemporanei in occidente possano mai immaginare.
    Agostino rimane uno dei peggiori assassini della spiritualità, su di lui e su tutti i fondatori cristiani rimarrà eterna sanzione, per aver distrutto una storia millennaria spirutuale che i cristiani non sono mai stati capaci di comprendere.

  4. Livio Cadè Staff

    Signor Gianni,
    “Scienza e cristianesimo sono due facce di una stessa medaglia”. Assolutamente no se per cristianesimo si intende il corpus dei Vangeli. Sì, se invece intendiamo la scolastica e quello che ne segue.
    A proposito di filosofi presocratici e cinesi coevi (immagino Lao-tze e Chuang-tze), i miei riferimenti ideali sono proprio Eraclito e Lao-tze (e alcuni altri che non serve nominare). Ci tengo a ribadire però che il problema dell’anima non è un problema di riferimenti culturali ma di esperienza diretta.
    “Anima come accostamento individuale a un corpo individuale è estremamente fuorviante”. Io credo al contrario sia fuorviante eludere il problema dell’individuazione e delle sue manifestazioni somatiche e psichiche. Ossia il problema del rapporto tra universale e particolare. Di come l’infinito diventi finito restando infinito.
    Vorrei inoltre ricordarLe che nel testo mi riferisco all’anima come un ‘non-cosa’ e un ‘non-chi’. Il mistero dell’anima è appunto, per me, il rapporto tra Ungrund (non-fondamento) e la fenomenologia dell’individuo.
    Se no si rischia di finire in vagheggiamenti un po’ misticoidi, avulsi dalla propria esperienza reale.
    “Agostino rimane uno dei peggiori assassini della spiritualità”. Per quanto io possa non condividere la filosofia di Agostino, non riesco a prendere seriamente questa accusa.
    Non gliene voglio, naturalmente. Ma per me dire che la “conoscenza di sé” in certi tempi e luoghi è “molto più avanzata” di quanto altri possano immaginare è, appunto, immaginazione. Perché nessuno può giudicare la conoscenza di sé di qualcun altro, o di una generica civiltà. È solo qualcosa che soddisfa la nostra fantasia. E adesso prego Lei di non volermene.

  5. Gianni

    Sig. Cadè
    Grazie per la risposta.
    Certo non si può giudicare la conoscenza di sè qualcun altro, ma si può valutare quanto un civiltà sia o meno materialistica, gli antichi prima del cristianesimo erano aperti alle esperienze spirituali dell’altro e non sentivano il bisogno di distruggerle, erano infatti in larga parte politeisti, mentre fu Agostino stesso che dichiarò di fronte a una comunità presso Cartagine: «Infatti, che venga cancellata ogni superstizione dei pagani e dei gentili, Dio lo vuole, Dio lo ha comandato, Dio lo ha stabilito» – Agostino, Sermone 24.6, citato in MacMullen (1984), 95.
    Quando si assume la propria fede o versione del mondo come assoluta verità e si ingaggia chiunque non si accordi ad essa, a mio parere, si è molto più lontani dalla verità di quanto si pensi.
    Il viaggio verso sè stessi e quindi verso l’essenza del cosmo, che io considero non separati ma un’unica entità, non può essere realizzato portando il peso di verità assolute che inficierebbero il cammino sin dall’inizio, ma si tratta solo di mie umili constatazioni personali ovviamente.

    • Livio Cadè Staff

      Ovviamente non c’è lo spazio qui per discutere del problema delle ‘eresie’ e dell’opera di repressione della Chiesa.
      Non è un problema puramente ‘spirituale’ ma eminentemente politico, attinente ai rapporti tra Chiesa e Impero, ovvero unità della fede e unità dello Stato.
      II principio prevalente nei Padri fu comunque, almeno fino a San Bernardo, la persuasione non violenta (fides suadenda non imponenda).
      Bisogna però comprendere anche il senso di Chiesa, come comunità unita in unica fede-dottrina religiosa, non divisa in una molteplicità di opinioni personali e discordanti (anche Lei parla di “unica entità”).
      Detto questo, io trovo ingiustificabili gli strumenti adottati dal potere religioso e politico per mantenere l’unità cristiana dal XIII secolo in poi.
      Però ritengo essenziale porre un distinzione tra cristianesimo inteso come lascito evangelico (quello che Cristo ha detto e fatto) e cristianesimo come fenomeno politico-sociale o elaborazione teologica.
      Infine, anche se questo non piace alla mentalità moderna, ritengo che la verità non possa essere che assoluta. Solo la conoscenza della verità è relativa. Questo pone complessi problemi a ogni religione che si dichiari ecumenica. L’opera di diffusione della propria’ verità’ si trasforma infatti nell’egemonia di una conoscenza relativa sulle altre.
      La ringrazio.

      • Paola

        L. Cadè.

        Grazie anche per questo Suo ultimo commento. Illuminante per chi, come me, ha in mente degli embrioni di pensiero in tal senso, ma non la conoscenza, gli strumenti e, bisogna dirlo, neanche l’intelletto, per poterlo esprimere.

  6. Paola

    Che strane coincidenze, a volte. Quasi spaventano. Ieri ho citato Cathelineau, ma non sapevo di chi fosse lo splendido dipinto in cui è raffigurato. Spinta da una serie di circostanze, ho cercato: Girodet…ma non sapevo (di nuovo!) che una delle sue opere più famose fosse “Ippocrate rifiuta i doni di Artaserse”. Sono tornata al tempo presente…e ho riflettuto. Molto.

    • Livio Cadè Staff

      Accostamento magnifico!
      Indubbiamente oggi acquista un drammatico valore simbolico, e vale più di tante parole…
      Grazie

  7. upa

    Bè..il Maestro ha detto tutto in forma pregevole e in significato ineccepibile.
    Diciamo che siamo giunti ai limiti del pensiero e oltre non si può andare se non attorcigliandoci sulle parole e sui loro variopinti significati.
    Quindi, ‘gambe in spalla’ e corriamo a tuffarci nell’anima, che, mi sembra, sia la prassi più sensata comunque vada il mondo.
    Comincia allora la fase ‘operativa’, lo scrivere nella carne quello che abbiamo pensato nella mente; perché l’anima non è facile stanarla dal suo sogno o incubo, che la rimbocca nella comoda mollezza di una ‘via’ pensata e mai raggiunta.
    Intanto che l’anima si sgranchisce in vista della sua luminosa affermazione, possiamo evocarla con frasi e scritti che la invoglino a mostrarsi, lavoro duro, e per niente pulito, perché bisogna distruggere la comoda bicocca in cui si è rifugiata, per difendersi, quando ha scelto di rintanarsi vinta dal mondo.
    In attesa che il fresco e vigoroso vento della verità ci corrobori nel trascendimento dell’illusione, abbeveriamoci al ‘pensiero corretto’, che è già qualche cosa di fronte al bozzolo asfissiante preparato da chi ci vuol succhiare a proprio agio.

    • Livio Cadè Staff

      Se si esclude la prima frase, il resto lo condivido.

      • upa

        Eppure, è la semplice e nuda verità, almeno per me.
        Il leggerla mi ha smosso il piacere dello scrivere concetti veritieri in forma piacevole e meno ‘ispirata’, tanto che ho introdotto la punteggiatura (cosa da me aborrita come concessione a regole che odio), perché insomma, anche l’occhio vuole la sua parte, e di fronte a ciò che si apprezza non possiamo altro che cedere all’esempio: ‘ubi maior minor cessat’; tanto che mi sono fatto una bibliotechina virtuale di ‘classici’ per godermi l’arte di apprezzare una buona lettura e scrittura.
        Ho sempre pensato troppo alla sostanza e poco alla forma, anche perché pressato dal ‘significato’ che occupava i mie intendimenti insopprimibili, che le domande debbono pur trovare una risposta senza tanti cincischiamenti grammaticali.
        Libri che una volta mi apparivano vuoti e noiosi, adesso li vedo come preziosi simboli di accettazione di ciò che appare per nobilitarlo a raggiungere ciò che è.
        Sto facendo un corpo accellerato di letteratura mondiale per mettere nell’arca della mia mente ciò che è degno, e lasciare ciò che l’affonderebbe.
        Morire senza avere avere letto qualcosa di scritto bene, lo considero adesso un innocente desiderio che mi allontana da desideri ben peggiori, e poi, se la meta è la via, che questa sia addolcita nella sua asprezza è tutto di guadagnato.
        Per questo l’ho appellata Maestro, perché ha reso reale ciò che prima era solo possibile, e mi ha iniziato al piacere della lettura che prima era soffocato dal ‘senso’, e mi creda, per un tipo orgoglioso come me non è affare da poco.
        La mia non è adulazione ma presa d’atto, e il dirlo è solo verità che non teme il ‘giudizio del volgo’, che ci fa apparire ridicola un’emozione sincera.
        Nondimeno, domani posso contestarla ferocemente, e sminuire il suo lavoro: ‘panta rei’, solo noi esistiamo, che tutto il resto sono bolle di sapone rivestite di parole cangianti.,e non c’è da farci molto affidamento.

        • Livio Cadè Staff

          Allora quel che scrivo non è del tutto inutile… Grazie.
          Anch’io sto cercando di decidermi su cosa portare nell’arca e cosa lasciare…
          Temo che il diluvio sia vicino. Spero che non finiremo anche noi ‘medusati’…

  8. Paola

    Upa.

    Gran bel commento. Grazie.

    P.S. Condivido anche la prima frase, come penso si sia compreso…ma resti tra noi.

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