La danza di Shiva – Rita Remagnino

La danza di Shiva – Rita Remagnino

Se ancora non vi siete concessi una visita virtuale al CERN, l’organizzazione europea per la ricerca nucleare di Ginevra, è arrivato il momento di colmare la lacuna. Nel campus del laboratorio troneggia una statua del dio Shiva (donata dal governo indiano) ritratto durante la sua danza cosmica di creazione e distruzione. Gran parte dei visitatori non capisce cosa ci faccia lì quel monumento, mentre una minoranza assorta collega subito il fuoco di Shiva (o di Prometeo) alla scienza e alla tecnica prodotte dall’intelletto umano, le quali sono tanto brave a sostenere una società quanto a distruggerla.

Nel corso dei secoli la vittoria solare (oggi scientifica) del dio danzante è divenuta il simbolo universale della liberazione dell’umanità dal flagello dell’ignoranza e dall’attaccamento alle cose materiali. Ma spesso i dettagli passano inosservati: con la mano destra Shiva offre la speranza mentre nella sinistra stringe il fuoco distruttore; il piede sollevato significa liberazione, ma quello appoggiato sul suolo è l’illusione.

Quest’immagine dalla forte valenza cosmica ricorda all’essere umano la sua appartenenza divina (il fuoco dell’intelligenza) scandita però da un ritmo ternario (manifestazione, mantenimento, riassorbimento) che è anche un archetipo lunare, nonostante Shiva sia palesemente una figura solare.

Ciò significa che il fuoco del sapere illumina ma brucia, informando chi gli si rivolge all’insegna della mutabilità e dell’incostanza. Un attimo di distrazione è sufficiente per essere inceneriti dalle sue fiamme. E se c’è una cosa che il Novecento avrebbe dovuto insegnarci è proprio il sacro dovere della cautela, perché non tutto ciò che la conoscenza rende possibile (le armi letali, per esempio) deve per forza essere usato.

Incuranti di ciò noi continuiamo a ingegnerizzare geneticamente i batteri e i virus, poi ingegnerizziamo gli animali, poi ingegnerizziamo la struttura degli embrioni, poi ingegnerizziamo le piante da cui traiamo gli alimenti, e via dicendo. Sempre incuranti del piede dell’illusione appoggiato sul suolo.

Il solito pessimismo? Scarsa fiducia nelle infinite risorse del migliore tra tutti i mondi possibili? Ridicole preoccupazioni dettate dal solito oscurantismo anti-scientifico? Quando la scienza diventa pericolosa e ha il potenziale di spazzare via l’umanità, la paura non è mai immotivata ma deriva dall’esperienza e dal comune buon senso. Sappiamo tutti di cosa siamo capaci. E per un’inspiegabile ragione, quando ci pensiamo su, torna alla mente un ritornello reso celebre negli Anni Novanta dal duo di cabarettisti Cochi e Renato “l’uomo non è un animale intelligente, lo si capisce da come guarda la gente“.

 

 

Un organo sopravalutato: il cervello

Con il senno di poi bisogna riconoscere che non è stata vincente l’idea di mettere all’angolo la coscienza percettiva, o subcoscienza, per concedere al cervello un credito incondizionato. Senza un’etica e una reale struttura sociale che lo sorregga, l’intelletto non va lontano. O per meglio dire, va dove non dovrebbe andare. Proprio l’esaltazione di un progresso senza limiti e l’illusione di una scienza che poteva bastare a sé stessa ha permesso alla fisica, ad esempio, di partire dalla teoria dei quanti per arrivare alla costruzione della bomba atomica.

Ciò nonostante dopo avere concluso in modo atroce il secondo conflitto mondiale, raccolto un numero imprecisato di morti e feriti, condannato a una vita di sofferenza perpetua centinaia di migliaia di civili innocenti, gli scienziati sono stati assolti dal misfatto. Non tanto per salvare la loro reputazione personale, di cui non interessava niente a nessuno, quanto piuttosto per non offuscare l’immagine dello scientismo in ascesa, che procedendo indisturbato ha toccato oggi vette parossistiche.

Ormai ogni enunciato scientista è un mysterium fidei, un argomento indiscutibile al di fuori dei laboratori e dei centri di ricerca. La parola degli «scienziati di punta» va presa per oro colato persino quando si tenta di far passare per «ultimo grido» una teoria positivista ottocentesca riciclata per l’occasione. Il tutto con la benedizione della stampa generalista che tiene in pugno una popolazione temporaneamente priva di mezzi spirituali, impoverita e disperata, delusa da una politica senza risposte e incurante di una religione completamente ripiegata sul potere temporale.

La stanchezza collettiva, tuttavia, non durerà per sempre. Già oggi suscita qualche perplessità e non pochi sospetti la tattica di sottoporre alla gogna mediatica chiunque proponga idee eterodosse lasciando che l’ortodossia, inebriata di prestigio, sia libera di rivendicare per i propri enunciati un’autorità indiscutibile. Non rendendosi neppure conto, tra l’altro, che l’autoesaltazione nega alle sue stesse dichiarazioni la capacità di percepirsi come «tecniche provvisorie», e quindi di autocorreggersi. Ecco perché, parafrasando Max Planck, ormai da decenni stiamo procedendo “di funerale in funerale”.

Pensare non basta

Andando avanti ribadire la presunta ovvietà di certe categorie scientifiche non sarà più sufficiente. Non funzionerà in eterno lo slogan «è vero perché lo dice la scienza». Afflitte dalla visione materialista anche le teorie scientiste invecchieranno, prima di morire portandosi dietro speculazioni avulse dall’esperienza reale che pullulano tanto di misteri quanto di astrazioni.

Per quanto possa essere elaborata la visione meccanicistica attualmente preponderante non dice nulla sul mistero della vita ma semplicemente sposta i confini dell’ignoto sempre un po’ più in là, aprendo le porte del castello degli specchi in cui è difficile entrare e praticamente impossibile uscire. Dopo oltre due secoli di studi scientifici e astrofisici innaffiati da fiumi di danaro, non abbiamo dell’infinito un’idea più chiara e meno vertiginosa di quella posseduta dall’uomo primordiale. Higgs non ha scoperto dio, né Darwin è riuscito a provare la sua inesistenza.

C’era da aspettarselo, del resto. Certi incontri non avvengono in biblioteca o guardando attraverso i telescopi. Ci vuole un cuore puro per conoscere «l’altro» da sé, cioè il mondo, e lo scientista contemporaneo è troppo invischiato negli interessi materiali per dedicarsi seriamente alle questioni che contano. Gli scienziati non-meccanicisti esistono, intendiamoci, ma vengono regolarmente bollati come «antiscientifici», motivo per cui è raro che le loro idee escano dall’ambito ristretto degli addetti ai lavori, così che a noi comuni mortali non è dato di conoscerle.

Possiamo tuttavia cominciare a chiarirci le idee sull’attività della mente, che non è quella del cervello. Indubbiamente nel sistema binario i nostri neuroni sono imbattibili e con straordinaria rapidità classificano, accettano o rifiutano, ordinano i diversi fattori in serie non diversamente dal computer, nato come loro imitazione. Ma a differenza della macchina gli esseri umani possiedono una mente e un corpo, e si dà il caso che questi elementi non siano separabili, né distinguibili (Heisenberg, Schroedinger, Bohr), come ben sapevano i sapienti dell’antichità.

Puntualizzando l’argomento Gregory Bateson osservò l’appartenenza della mente a una complessità di gran lunga anteriore al cervello e al sistema nervoso superiore che si sviluppa negli organismi viventi (vedasi il saggio Verso un’ecologia della mente). Secondo Bateson essa sarebbe immanente non solo nel corpo ma anche nelle vie e nei messaggi fuori dal corpo, manifestandosi tanto in singoli organismi quanto in sistemi sociali e in ecosistemi.

Niente di nuovo sotto il sole, visto che prima della nascita della coscienza processi di questo genere erano largamente conosciuti. Ma poi l’umanità si fece sfuggire di mano la situazione. E ci sono voluti migliaia di anni prima di tornare ad ammettere che nessuna vera sintonia può essere trovata attraverso il filtro culturale della coscienza, nonostante la nostra difficoltà a separarcene. Per questo motivo eminenti pensatori (ad esempio Stanislav Grof in Oltre il cervello) ribadiscono oggi la necessità di superare gli ormai vetusti principi fondamentali della scienza meccanicistica attraverso l’accettazione delle cose fuori del comune.

Mettiamoci il cuore in pace, l’intelletto umano non arriverà mai a spiegare tutto. Basti pensare alla natura arbitraria e relativa di tutte le barriere fisiche, alle connessioni dell’universo che nulla hanno a che vedere con l’idea di spazio, alla comunicazione tramite mezzi e canali ignoti, alla memoria senza substrato materiale, alla non linearità del tempo, alla consapevolezza in tutte le forme di vita, compresi gli organismi unicellulari e le piante.

Cavie da laboratorio

Prima di quanto si creda torneranno sulla passerella della Storia i veri investigatori dell’universo, cioè gli uomini e le donne consapevoli del fatto che il solo intelletto guidato dalla coscienza non porta da nessuna parte, perché la vita che ci circonda è un mistero. In costoro sarà sostanziale la «natura», ovvero le oscure sensazioni organiche delle loro subcoscienze, a prescindere dagli abiti culturali che indosseranno per presentarsi alla propria epoca.

La tensione spirituale, per fortuna, non muore. L’uomo totale non può essere desacralizzato e ignara di sé la vera «natura» è ancora integralmente presente nel mondo. Il fatto che ogni tanto la società s’incagli su scogli di dotta ignoranza che lasciano emergere l’opacità di fondo della coscienza collettiva non è il sintomo della fine di ogni cosa, ma l’annuncio di un nuovo inizio.

Usciremo dalla palude, e questa è senza dubbio una buona notizia. Ma non prima di avere riannodato i due capi della fune, quello formato dalle principali filosofie fiorite in Oriente svariati millenni or sono e l’altro composto dalla fisica quantistica, dal principio di indeterminazione, dalla dinamica dei sistemi complessi, dallo studio della mente di tutti gli esseri senzienti (animali e vegetali).

Ovviamente per portare a termine una simile operazione ognuno nel suo piccolo dovrà fare la propria parte. Magari cominciando a vedere le cose sotto una luce differente, prendendo le distanze dalla logica economicista, mettendo in dubbio quella scientista (che non è infallibile) e sostenendo con ogni mezzo la vera scienza, cioè il sapere che non teme di essere sconfitto né superato da istanze migliori, perché proprio nel moto perpetuo delle contraddizioni sta il bello della ricerca.

Mica vorremo farci dettare l’agenda dai dogmi a tempo indeterminato. Ricordiamo che non esistono regole valide in assoluto e le teorie che pretendono di dire l’ultima parola si screditano da sole. Il processo di scoperta e conoscenza è troppo complesso per essere circoscritto, chiama in causa molteplici fattori, perciò un autentico professionista della scienza dovrebbe mantenersi costantemente aperto alle critiche anziché indispettirsi quando viene contraddetto.

Se ciò accade, è solo perché lo scientismo a sfondo tecnologico negli ultimi decenni si è fatto gnosi, assumendo una funzione salvifica e redentrice. Quando in realtà è solo la punta dell’iceberg ideologico «scuola per tutti, conoscenza per nessuno». Davvero l’Occidente ha creduto che mettendo a punto una scuola sempre più invasiva, cosiddetta «a tempo pieno», avrebbe accelerato l’apprendimento, e quindi l’evoluzione? Dove sta scritto che basta tenere generazioni di giovani tutto il giorno chiusi in un edificio scolastico per alterare la fisiologia del cervello? E anche ammesso che ciò sia dimostrabile, a cosa/chi serve?

Non basta un «progettino» buttato giù nel salotto buono di qualche megalomane per rivoltare il mondo come un calzino. E difatti la direttiva di approfondire all’eccesso le materie di studio, specializzandole oltre il buonsenso, non ha prodotto gli effetti sperati. Non si vedono all’orizzonte promettenti «menti allargate» ma solo gruppi di specialisti privi di una cultura generale, e dunque incapaci di avere una visione complessiva delle cose, che difendono a spada tratta i propri privilegi di casta.

Alcune di queste persone possiedono la tecnica sufficiente a inviare una navicella su Marte allo scopo di divertire il multimiliardario annoiato che le finanzia, ma non sanno indagare ciò che siamo. Un’onda elettromagnetica che ha la velocità della luce, può portare il cervello dallo stato aritmetico allo stato analogico? Le connessioni ultra-rapide, possono andare a stabilirsi in quella zona silenziosa che chiamiamo «spirito»? E poi, cosa succede? Chi ci ha preceduto ne aveva idea?

Questione di fisica

Al momento solo nella fisica c’è una concordanza di vedute molto ampia, quasi unanime, sul fatto che la ricerca debba prendere un’altra strada, indirizzandosi verso una realtà non meccanica. In particolare la fisica quantistica contemporanea può essere definita «organica», «olistica» ed «ecologica» (Fritjof Capra in Il punto di svolta). Si tratta di una vera e propria teoria generale dei sistemi dove l’universo, dismessi gli abiti della moltitudine di oggetti, viene raffigurato come un tutto indivisibile, dinamico, le cui parti sono essenzialmente interconnesse e possono essere intese solo come strutture di un processo cosmico.

Non c’è nessuna parte da sviscerare, dato che ciò che chiamiamo «parte» è solo una configurazione in una rete inseparabile di relazioni. Per una manciata di secoli l’impatto giudicante prodotto dalle religioni abramitiche nella nostra cultura (sebbene su questo punto vi siano pareri contrastanti) ci ha fatto credere il contrario, ma non è mai troppo tardi per fare un passo indietro.

Anche se per essere onesti bisogna riconoscere che nel XX secolo l’idea del progresso indicato quale strada maestra per la redenzione dell’umanità conquistò più gli umanisti (se si escludono intellettuali come Evola e Pessoa) che gli uomini di scienza. Tra gli scettici vi fu Fred Hoyle, che giudicò incongruente l’idea giudaico-cristiana di un dio che fabbricava dall’esterno l’universo come si poteva fabbricare un oggetto in uno stabilimento. Il fisico britannico non dubitava che l’intelligenza fosse nell’Universo, ma era più propenso a credere che quella stessa intelligenza s’identificasse con l’universo stesso.

Andando avanti sarà ancora più arduo perorare la causa di un Grande Oggetto i cui pezzi possono essere smontati e rimontati a piacimento, si prevede pertanto un ritorno alla visione del Grande Pensiero che tutto ingloba. Davanti all’uomo non c’è un insieme di oggetti separati che interagiscono urtandosi più o meno violentemente fra di loro bensì un’Entità sintonica fatta di interrelazioni e di cooperazioni che possono essere evocate «magicamente» allo scopo di suscitare potenzialità finora impensate (Roberto Germano in Fusione fredda).

Tutto fa pensare che ci attenda un futuro piuttosto impegnativo ed è bene prepararsi per tempo alla guerra decisiva, epocale, conclusiva. La crociata che emanciperà la specie sviluppando le sue potenzialità (e creando «un’altra Storia») sarà lunga e cruenta. Ma quando usciremo di nuovo “a riveder le stelle” non avremo più bisogno di vivere di rendita sulle conoscenze pregresse perché potremo contare su mezzi tecnologici un tempo inesistenti e su «scoperte» oggi inimmaginabili.

Una cosa sola non subirà cambiamenti: l’insegnamento di Shiva, che riguardando la natura intima dell’uomo manterrà nel tempo la sua genuina freschezza. “O Sariputra, la forma è vacuità e la vacuità è forma. La vacuità non differisce dalla forma, la forma non differisce dalla vacuità. Qualunque cosa sia forma, quella è vacuità; qualunque cosa sia vacuità, quella è forma” (Prajnaparamita Hrdaya, Sutra del Cuore).

Rita Remagnino

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Categorie: Cultura & Società

Pubblicato da Rita Remagnino il 24 Luglio 2021

Rita Remagnino

Nata a Genova, attualmente Rita Remagnino vive e lavora tra Nervi e Crema. Dopo la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ha seguito studi storici ed approfondito nel corso di lunghi viaggi alcuni aspetti della filosofia orientale. Ha fondato varie associazioni culturali tra cui il “Circolo Poetico Correnti” e “CremAscolta blog”, di cui è stata per un lustro presidente. Ha scritto su periodici, quotidiani e cataloghi d’arte contemporanea. Conduce nelle piazze d’Italia l’evento performativo “Poesia a Strappo”. Ha presieduto giurie di concorsi letterari ed è stata organizzatrice di numerose rassegne culturali. Ha curato la pubblicazione di antologie poetiche tra cui “Velari”, “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante”. È stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura”, il testo multimediale “Circolazione”, la graphic novel “Visionaria”, la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante”, il romanzo “Il viaggio di Emma”. Attualmente si dedica alla «scrittura differente», un suo personale approccio alla saggistica che si propone di raccontare negli Anni della Fine la storia dell’uomo delle Origini poiché per la forma, come per qualsiasi altra cosa, il punto di partenza e il punto d’arrivo si trovavano necessariamente nello stesso ordine di esistenza. Perché inventare «saghe» con protagonisti fittizi che si muovono in mondi paralleli quando la saga più bella del mondo esiste già? Nulla può essere più interessante del cammino di una stirpe cresciuta in paradiso e finita all’inferno dopo temerarie navigazioni transoceaniche e avventurose marce intercontinentali: la nostra stirpe.

Commenti

  1. Kami

    Dobbiamo ritrovare l’Umiltà di riconoscerci creature prima che creatori, di accettare il mistero senza per questo sentirci impotenti, di accettare la nostra finitezza e la nostra morte, integrando il principio femminile che è stato censurato da secoli di monoteismi. In parole povere riconoscere l’unità di tutti gli esseri e uscire dal sogno-incubo della separazione (attualmente così forte da non riguardare solo l’Io e il Tu, ma ogni Io particolare, in una sorta di schizofrenia collettiva). Se si riesce a spostare il focus della nostra visione del mondo dal cervello al cuore, allora la Storia appare chiara e cristallina, anche quella contemporanea; si capisce cosa bisogna fare e i dubbi si dissipano. Si riesce a vedere la mano invisibile dell’Intelligenza divina muovere i fili; la si lascia fare consapevoli che le nostre visioni sono niente a confronto. Quando si vedono le cose per quello che sono, si comprende che la Vita è qualcosa di così grande che il solo fatto di essere una piccola pedina in questo gioco cosmico è sufficiente a farci inchinare il capo e ad allontanare ogni timore. Si capisce la responsabilità che abbiamo a vivere di questi tempi e, in parte, il privilegio; siamo costretti a diventare eroi, se vogliamo preservare il nostro Spirito; ognuno a modo suo, ma è chiaro che non si può più essere spiritualmente ignavi e prima o poi bisognerà scegliere. Allora si vedono già i semi delle future possibilità e la “nuda vita” (usando un’espressione di G. Agamben) diventa un concetto talmente irrisorio (pur sempre nella sua sacralità) che ogni attaccamento ad essa risulta ridicolo. La grande danza di Shiva è anche questo, si nasce per essere divorati; niente sopravvive al fuoco della storia. Quando si accetta questo, ogni pretesa di importanza personale cade e magari si riesce ad avere qualche intuizione sul mistero che ci circonda. Un saluto!

  2. Gianfranco Strazzanti

    Non si torna “a riveder le stelle” per poi rimettersi a contare su mezzi tecnologici. Le stelle sono le anime dei liberati che della techne non sanno che farsene. L’articolo parte da premesse profonde, ma approda a speranze astruse. In quanto, volendo, sono già avverabili purtroppo.

    • Paola

      Non penso si tratti di “speranze” da parte dell”Autrice, piuttosto di consapevolezza dell’inevitabile. Amara, se ho compreso. O semplicemente realistica. Non per questo desiderabile.

  3. Kami

    Ciao Gianfranco. Perchè dici “Le stelle sono le anime dei liberati che della techne non sanno che farsene”? Non pensi che i nuovi liberati, figli di un’era differente da quella precedente, possano e debbano utilizzare le conoscenze tecnogiche in nostro possesso? Partendo dal presupposto che a mio avviso già in passato civiltà tecnologiche come la nostra (se non di più) sono esistite (le vestigia di un passato ben più tecnologico del nostro sono disseminate in tutto il Pianeta sotto la forma di complessi megalitici che a tutt’oggi lasciano perplessi gli osservatori onesti circa le tecnologie in campo per costruirli), mi chiedo; è possibile coniugare la technè con un’autentica aspirazione spirituale? Io penso che faccia parte del disegno che l’uomo riesca ad integrare l’intelletto col cuore; ovviamente ci sono “tecnologie” che provengono dalla ricerca spirituale (e che a mio avviso abbiamo perso distaccandoci dallo Spirito), ma non me la sento di demonizzare la tecnica in sè, fintanto che la si consideri un mezzo e non un fine, come tutto del resto. Un saluto!

  4. Gianfranco Strazzanti

    Gentile Kami, è certamente vero che esistono ruderi e costruzioni del passato che ci parlano di società dedite alla contemplazione e per le quali la perizia tecnica era essa stessa finalizzata alla maturazione intellettuale e non alla meccanica riproduzione. La questione che il mio intervento vuole sollevare non si riferisce a questo però. Credo infatti sia riduttivo, a fronte degli insegnamenti che l’antichità ci ha affidato, riporre le nostre speranze nella realizzazione di una società ancora basata sulla tecnica e sulla profusione dell’energia. Un’autentica elevazione sa fare a meno di ciò che tende per sua natura ad esaurirsi.
    La ringrazio. I miei migliori Saluti.

  5. Rita Remagnino

    Carissimi Kami, Gianfranco e Paola, vi confesso che le mie constatazioni sono corroborata dalla speranza. Come tutti sappiamo la corda troppo tesa si spezza e noi, oggi, siamo prossimi al punto di rottura. Attrezziamoci!

    Dotato di uno stato percettivo prossimo allo zero e interessato a portali di tutt’altra natura l’Homo technologicus neppure sa di possedere potenzialità “superiori”, che tuttavia esistono e conducono a dimensioni diverse da quelle del quotidiano. Per questo motivo l’umanità si è consegnata (mani e piedi legati, adesso anche bocca tappata) allo scientismo economico, che è cosa assai diversa dalla “vera” scienza.

    Parlerei volentieri dei risultati ottenuti attraverso sistemi completamente diversi dai nostri da certe antiche civiltà, ma non voglio farla troppo lunga. Mi limito a constatare che non c’è niente di soprannaturale nel guardare il mondo «dall’alto», nell’avere una visione completa dell’insieme, nell’usare l’«altra» intelligenza, quella più profonda, potente e intuitiva, o nel riuscire a predire gli eventi della vita grazie alla lucidità del proprio pensiero. Questi strumenti sono sempre stati alla nostra portata, ma a partire da un certo punto della storia noi li abbiamo dimenticati. Ad ogni modo non è impossibile per l’uomo «vedere» l’invisibile, non si tratta di magia ma di un diverso tipo di percezione della realtà. Se oggi certe facoltà appaiono irreali ai nostri occhi, è solo perché non sappiamo di possederle. Ma chissà che l’uomo di domani (che non è ancora nato) non torni a farne a buon uso, e allora il monito di Shiva non sarà più necessario.

    Grazie per le vostre sempre illuminanti osservazioni.

  6. Gianfranco Strazzanti

    Gentile Rita, la ringrazio per le sue parole. Le ho lette come una profonda presa di coscienza, come il suo articolo d’altronde.
    Non nutro alcuna fiducia nell’uomo di domani né nel pregio di una visione dall’alto, se limitata al mondo e al cosmo.
    Non vi è visione verace senza intelletto trascendente visto che l’intelletto privato del soprannaturale non è che raziocinio calcolatore.
    Quanto a questo mondo ingrato, non credo che i Profeti biblici e il Vangelo abbiano parlato a vuoto di abominio della desolazione, cosa confermata non solo dall’attualità, ma dallo stesso processo dissolutivo insito nella conoscenza mondana e razionalista.
    Mi spiace, ma non vedo speranze nel progresso, sia anche un progresso “restaurato”.
    Gli avvoltoi si radunano sempre attorno al cadavere, ed è proprio oltre il cadavere che bisogna volare.
    La ringrazio ancora e le mando Sinceri Saluti.

  7. Rita Remagnino

    Caro Gianfranco, sarebbe bello poter risolvere i problemi inserendo nell’hard disk i dati giusti affinché le macchine elaborino le informazioni; peccato che nel nostro caso le «connessioni» da ripristinare non riguardino un circuito elettrico bensì la memoria, il passato, le relazioni intergenerazionali, naturali, cosmiche.

    Personalmente non confido nel “progresso” bensì nell’ingorgo degli eventi che tra non molto (la misura è quasi colma) ci costringerà a cambiare radicalmente il nostro modo di pensare e di agire. Sarà dura trovare altri simboli e cominciare tutto daccapo, ma dovremo farlo.

    Grazie per le sue riflessioni.

  8. Gianfranco Strazzanti

    Gentile Rita, come sa già, si chiama palingenesi.
    Ci mancherebbe, esiste anche una palingenesi della memoria e del cosmo ma, tramite simboli che non intendo cambiare, ho appreso che carne e sangue non erediterranno il Cielo né il suo Regno.
    “…saranno come gli angeli…” (Mc. 12, 25).
    Molto più in basso, comprendere il cosmo significa anche comprendere gli intelletti che lo governano, ma questo tempo li ha ripudiati e comprende solo massa e dinamica ovvero ciò che è destinato a cadere.
    Le mando i miei Migliori Saluti.

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