In assenza di nomi – Livio Cadè

In assenza di nomi – Livio Cadè

Dicendole, non si rovinano forse le cose?
(Virginia Woolf)

 

Noi siamo fatti di parole. Il nostro mondo si regge sulle parole. La parola precede la realtà, la domina, la crea. In principio è il Discorso, ossia nel Principio è contenuta la Parola come sua essenza dinamica, forza che ne crea l’articolazione interna. “Assenza-di-nome è l’origine di cielo e terra. Presenza-di-nome è la Madre delle diecimila cose”.

Dare i nomi è il primo atto dell’uomo. Nella Genesi l’uomo assolve questo compito, che Dio gli assegna, quasi procedendo a una seconda creazione. Ma l’uomo non trae i nomi dal nulla, è imbevuto del discorso divino in cui i nomi sono implicati e, semplicemente, li esplica. Chiamare le cose col loro nome è quindi il destino dell’uomo. Nominandole le chiama all’esistenza, le toglie dal magma indistinto dell’essere. Senza nomi, il mondo resterebbe avvolto nella caligine dell’inconscio.

Al bambino che vedendo per la prima volta una rosa chiede: “cos’è?”, la mamma risponde “una rosa”. Questa risposta, che sembra appagare la curiosità del bambino, in realtà presuppone un’altra domanda, cioè: “qual è il nome di questo?”. Questo si pone come una x nel campo della percezione, in attesa che un nome lo qualifichi.

“Cos’è?” contiene una domanda sull’essere. La risposta della mamma sposta invece l’attenzione del bambino sulla parola. Non gli fa annusare il profumo della rosa, non gliene fa accarezzare i petali o toccare le spine, ma identifica l’essere della rosa con un nome.

Il bambino, nell’atto di vederla, ha già una totale conoscenza della rosa, della sua semplice presenza nell’essere. Il nome elabora la semplicità della percezione e ne ricava un’astrazione. Questo separa il bambino dall’esperienza diretta. Da lì in avanti non vedrà più la rosa ma la rosa, il suo nome. Potrà diventare un esperto di rose, ma non potrà più vedere una rosa se non tornando bambino. La sua coscienza prende dimora in un altro universo, popolato di parole.

Ogni bambino è dunque invitato, come un nuovo Adamo, a riepilogare i nomi delle cose. Ogni uomo si rende così partecipe di una frattura che spezza l’unità originaria e il rapporto simbiotico con l’essere. Attraverso i nomi la realtà si divide e si rivela a sé stessa, crea uno specchio in cui si riconosce e si cerca. “Come una donna bella si rende più bella indossando dei gioielli”, l’essere si compiace di mostrarsi adorno di parole.

Il nome non è semplicemente il riflesso simbolico o l’ombra di una percezione. Non descrive la cosa ma ce la rende visibile, dà forma alla sua percezione. È ciò che delimitando l’essere gli apre una strada perché si possa manifestare, uscendo da una solitudine silenziosa. Nella sensazione l’essere ribolle in sé stesso. Il nome lo coagula in un concetto, in un oggetto pensabile.

Le idee stanno in una nube originaria di non-conoscenza, come pienezza di forme latenti. Le parole le trasformano in pioggia. Fecondano il mondo tenebroso dei fatti con la pura luce delle idee. Sono elemento intermedio e di mediazione tra i due mondi. Assorbono quindi la natura dell’uno e dell’altro e le fondono insieme, come l’anima lega il corpo allo spirito. Attraverso le parole ci eleviamo dalle forme caduche ai loro archetipi eterni. Per questo hanno carattere magico e sacro.

Si dirà che parola e realtà hanno natura diversa. Un fuoco poetico non scalda, un manuale di sessuologia non dà piacere. Ma questo riguarda gli effetti contingenti delle parole. Di fatto ogni parola rende presenti le cose, e penetrando in profondità nell’anima, come nel sogno o nella suggestione ipnotica, determina effetti reali.  Crea un’immagine viva che può scaldare l’uomo o provocare concrete polluzioni; può curarlo o farlo ammalare, stimolare in lui energie creative o distruttive.

Perciò sbaglia Magritte quando dice del suo ritratto di una pipa “questa non è una pipa”. Avrebbe dovuto dire: “questa pipa non si può fumare”. La sua pipa è infatti una pipa reale. Non c’è qui un “inganno delle immagini”, ma un inganno della didascalia, che separa la realtà dal linguaggio, facendo di quest’ultimo una mera convenzione, negando il legame di continuità tra la realtà e la sua rappresentazione.

Se così fosse, la cosa e il suo nome si riguarderebbero da due dimensioni opposte e inconciliabili, senza comunicazione tra loro. Questo renderebbe la realtà dell’esperienza totalmente indicibile e i tentativi di alludervi per immagini, segni, simboli o metafore, non sarebbero che cani che si mordono la coda. Ogni parola, nel suo dire, sarebbe contraddetta dalla sua impotenza a dire altro che sé stessa, ridotta a essere segno di un segno.

Ma questa è solo una mezza verità. Perché se l’essere è in sé propriamente indicibile, è proprio questo essere che vuole dirsi e che nel linguaggio parla di sé. È Lui che ci spinge a parlare di Lui. “Tu infatti non puoi essere espresso da alcuna parola, Tu solitario, indicibile e tuttavia hai generato tutti gli esseri che parlano” dice Proclo. È l’Essere che genera in sé stesso le parole. Perciò diventa possibile, attraverso le parole, non solo un superficiale scambio di informazioni ma anche l’evocazione dei misteri più profondi. Il dire diventa anzi tanto più significativo e reale quanto più si avvicina all’indicibile.

Il fraintendimento nasce dal potere ambivalente del nome, che rivela e nasconde, è insieme negazione e affermazione del suo contenuto. In principio l’essere è senza nome. La parola ricopre la sua nudità, gli offre un velo che lo renda visibile. Perché “la verità non è venuta al mondo nuda, ma è venuta in simboli e in immagini”, come dice il Vangelo di Filippo.

Nella parola vibra così un’essenziale antinomia tra verità e apparenza. L’essere rimane sullo sfondo, oscuro e impercettibile, come Quello di cui non possiamo fare esperienza ma che rende possibile l’esperienza, l’‘è’ a cui il bambino si volge chiedendo “cos’è?”. È l’io-sono che abita il nostro stesso nome, simbolo algebrico di una realtà ignota. Nessuna parola sarebbe comprensibile se non poggiasse sullo sfondo del non-dicibile, come le stelle si vedono solo perché stese sul manto scuro della notte.

Ma noi ci lasciamo distrarre dalle parole, dimenticando il silenzio e il vuoto ineffabile da cui provengono. Il nostro linguaggio si ripiega su di sé in un processo autoreferenziale, mondo parallelo in cui le parole sembrano esaurire il reale. Si opera così una radicale inversione. Il nome non rispecchia la realtà ma è la realtà a doversi conformare ai nomi. La parola, perso il suo carattere mistico, si riduce a dimensione operativa, controllo delle cose tramite il potere del nome.

Questa concezione puramente magica fa da sfondo al pensiero moderno. Crediamo di possedere le cose attraverso i loro nomi. È del resto una credenza antica. In alcune società arcaiche l’uomo non rivela il proprio nome per impedire che venga colpito da formule magiche, irretito negli incantesimi delle parole. Nominare è dominare. Perciò conoscere i nomi espone l’uomo alla tentazione di esercitare un’appropriazione e una violenza sul mondo.

Perciò avidamente leggiamo, raccogliamo parole, le depositiamo negli scrigni della memoria. Soprattutto quelle che recano il marchio dell’autorità, consacrate dalla tradizione o dal rispetto di una comunità accademica. Assimilando le parole dei cosiddetti esperti crediamo di poterci impadronire dell’esperienza reale. Le parole contengono una promessa di onnipotenza. Lasciamo perciò che un accumulo di nomi si depositi gradualmente sulla realtà, seppellendola sotto i detriti del linguaggio. Restiamo stregati dalle parole, e non vediamo che tale fascinazione scava una distanza sempre maggiore tra noi e l’essere.

Ma non è solo una ricerca di potere. Le parole cristallizzano in noi un fantasma immortale. La nostra speranza di continuità nel tempo si lega al flusso delle nostre parole, all’incessante monologo interiore con cui ci identifichiamo.Una rosa appassisce ma la rosa è eterna, indistruttibile. Dietro i nomi vediamo baluginare la natura immortale delle idee e la inseguiamo, cerchiamo di afferrarla. Aggrappandosi ai nomi l’uomo crede di condividerne l’essenza imperitura e incorruttibile, inattaccabile dai mutamenti.

Ogni epoca ha una relazione caratteristica con le parole. Il rapporto tra la società moderna e la parola si esprime essenzialmente con un abuso e una progressiva perdita di senso. La parola, come una formula magica male applicata, si ritorce oggi sul mago maldestro che l’ha pronunciata. “Spezzando la semplicità originaria, appaiono i nomi. Apparsi i nomi, bisogna sapersi fermare. Fermandosi non si corre pericolo”. La nostra è invece una società che non si sa fermare, che ha perso il senso del limite. Questo comporta una crisi del linguaggio, con la sua tumorale proliferazione di nomi e l’incalzante alienazione dal reale.

Abbiamo creato il mondo della iper-complessità, foresta di relazioni simboliche senza via d’uscita. Sento dire spesso, con una sorta di rassegnazione, che “la realtà è complessa”. È un modo per dire che non ci capiamo più nulla. Ma questo implica anche un’idea della semplicità. Non potremmo sapere che qualcosa è complesso se non avessimo esperienza del semplice. L’essere infatti è semplicissimo. I gradi di complessità riguardano solo la nostra interpretazione della realtà, ovvero l’universo di significati in cui viene co-implicata dalle nostre parole.

Sotto questo aspetto, gli intricati apparati simbolici della ricerca scientifica o filosofica formano ormai una tale babele di linguaggi iniziatici che è impossibile farsi un’idea coerente della realtà in cui viviamo. L’unità dell’essere si è spezzata in infiniti frammenti senza relazione tra loro, come uno specchio che si rompa in mille pezzi, ognuno dei quali riflette un’immagine diversa.

Se esiste una “trahison des images“, un tradimento delle immagini, come dice Magritte, questo va imputato a un sistema espressivo in cui i nomi non sono più i rami di un’unica radice metafisica. Questo dipende in gran parte da un linguaggio materialistico imposto oggi come criterio di verità e da cui son stati cancellati i nomi di Dio. L’essere, la realtà, sono infatti parole cui una scienza priva di presupposti metafisici non può attribuire alcun senso.

La natura dei nomi scientifici è simile a un castello di carte senza appoggio, sovrastruttura senza fondamento. L’assoluto e incontrastato prestigio del lessico scientifico ha comportato un’involuzione drammatica dei nomi, un loro affondare nelle paludi di un trans-senso che è perdita di ogni significato stabile. Separate dalle loro radici spirituali le parole si impregnano della caducità delle cose e dei fatti, ne rispecchiano solo la natura labile, incostante.

Siamo tormentati da nugoli di parole, da neologismi e neo-significati, condannati a vivere in un mondo che i fuochi fatui dei nostri ragionamenti non rischiarano. La realtà viene avvolta dall’oscurità di sub-particelle, di tracciati neuro-elettrici, di labirinti filosofici; si perde nei formalismi di gerghi specialistici, nella vacuità del linguaggio giornalistico e politico, della messaggistica web, della pubblicità, in un flusso di parole in cui le idee sembrano nuotare come pesci in un mare di colla.

La parola sprofonda come un Titanic spirituale nei gorghi di discorsi politicamente o scientificamente corretti. E lanciare un SOS al pensiero moderno sarebbe come lanciarlo all’iceberg. Il linguaggio si impoverisce, diventa mera comunicazione di bisogni o funzione di controllo delle coscienze. Scade a slogan e a suggestione retorica, in un divorzio sempre più profondo tra parole e realtà, quindi tra vita e pensiero. Assistiamo impotenti al naufragio dei nomi, li vediamo immergersi in un mare di falsità e di manipolazioni mediatiche; aggirarsi tra noi come zombi, decomponendosi in un’insignificanza totale.

Il mondo è rimasto intrappolato nelle parole come un ragno nella sua stessa tela. Per uscirne dovremmo districare pazientemente le matasse dei nomi o reciderle violentemente, come tanti nodi gordiani. Dovremmo ritrovare nella parola uno strumento di un’auto-chiarificazione dell’essere, e liberarci delle sue coazioni meccaniche, dei suoi automatismi. Ma così ci coglierebbe la vertigine di un silenzio che non possiamo sostenere.

Preferiamo dimenticare la realtà dell’essere per sostituirla col flatus vocis di un linguaggio che serve solo a riempire un vuoto con un altro vuoto. Vacuità brulicante di nomi che non rivelano altro che sé stessi. La parola non è più vicaria di alcuna verità. L’idea stessa di falsità è svuotata di senso dal potere delle parole di auto-giustificarsi con altre parole.

Tuttavia, non possiamo e non dobbiamo rinunciare a parlare. Le parole sono infatti il respiro dell’essere e non possiamo tacere se non per poco, come trattenendo il fiato. Possiamo però evitare che divengano un mezzo per soffocare la realtà. Possiamo accoglierle e rispettarle come messaggeri di un Oltre non esprimibile. Ma per comprenderlo dobbiamo allontanarcene e osservarle da lontano.

Vedremmo allora il cordone ombelicale che le lega al silenzio della Madre, alla remota verginità dell’essere in assenza di nomi. Quella semplicità dove una rosa non è ancora la rosa. Vedremmo i nomi emergere da profondità abissali per porre un limite alla natura infinita delle cose. Non serve per questo essere mistici, basta guardare in sé stessi, nei nostri quotidiani discorsi. Ci ricorderemmo così del dovere di porre un limite anche alle nostre parole. Non bloccandoci in una verità astratta, ma vigilando sulla coerenza tra le parole e la vita. È lo sforzo d’essere sinceri. Allora non useremmo più i nomi per ingannare noi stessi e gli altri. La parola è stanca. Lasciamola riposare.

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Categorie: Cultura, Filosofia

Pubblicato da Livio Cadè il 18 Luglio 2021

Commenti

  1. Paola

    Concordo. Andrebbe lasciata riposare. Per molto tempo. Anche sedata artificialmente, se necessario. Se ne sta facendo un uso scriteriato, in realtà con criterio chirurgico. Crudele. Ma dalla potente forza evocativa. Creando una “realtà” su di essa. Saccheggiando campi semantici, manipolando metafore. Attingendo a epoche storiche, riportando in vita Golem dimenticati. Un solo esempio, oltre a quelli già riportati in un commento precedente: “untori”. Un impatto devastante, su molte menti. Dalle conseguenze non prevedibili.

  2. loredana paba

    “Ogni uomo si rende così partecipe di una frattura che spezza l’unità originaria e il rapporto simbiotico con l’essere. Attraverso i nomi la realtà si divide e si rivela a sé stessa, crea uno specchio in cui si riconosce e si cerca” Concordo con Cadè. Mi piace come scrive, quest’uomo, va in profondità.

  3. lorenzo merlo

    Avere consapevolezza che l’intitolazione banalizza il mistero permette una presa di distanza dalla modalità analitica, sufficiente per ritornare alla magia della raltà nella relazione in sostituzione di quella cosiddetta oggettiva.

    La prima, necessaria a recuperare l’unità delll’infinito;

    la seconda storicamente legittimata per gestire la vita amministrativa, è poi è divenuta incantesimo che ha culturalmente coinvolto ogni aspetto dell’esserci.

    Da cui la Pipa di Magritte, tentativo di svegliare dall’incantesimo.

    • Livio Cadè Staff

      Io penso che l’errore della pipa di Magritte sia di separare la sensazione di un oggetto dal suo nome. Anche quando noi vediamo una pipa ‘reale’ (che si può fumare, per intenderci) quello che noi percepiamo è un messaggio, non un oggetto.
      La percezione dipende dal nome. Qualcuno potrebbe dire: “io vedo una cosa e non so come si chiama”. In questo caso il nome è ‘cosa’, oppure un certo colore, una certa forma.
      La realtà tocca la coscienza e da quel contatto, dopo una gestazione istantanea, nasce un nome. È una cristallizzazione della realtà da cui dipende anche la nostra memoria. Più il nome è specifico, più è chiara la sua relazione con altri nomi, e meglio ce ne ricordiamo.
      Ma dietro (o dentro) tutti i nomi c’è il Senza-nome.

  4. Paola

    Scusatemi…3 parole: ora ho paura.

  5. lorenzo merlo

    Forse più che errore di Magritte, ha fatto presente una contraddizione del linguaggio.

    Poi, condivido che l’intitolazione riduca la relazione al noto e perda la profondità.
    Ma mi pare un ulteriore considerazione, non la correzione dell'”errore di Magritte”.

    Paola. Se allude alla situazione sociale covid italo-mondiale anche io sento paura.

  6. Paola

    Lorenzo M.

    Scusi, “sento” nel senso di “provo” o di “percepisco”?

  7. lorenzo merlo

    Nel senso di avverto. Vibrazioni di allerta nei confronti di evoluzioni politiche ulteriormente negative.

    Non siamo la generazione solido-analogica che è stata dei nostri padri, che hanno saputo organizzarsi.
    Temo reazioni individuali o giù di lì che per quanto comprensibili peggiorerebbero le cose.
    Sono restio a prospettare inserruzioni corali che si spingano oltre quanto operato dai gilet gialli.
    L’opulenza conteneva bromuro?

    Penso a cosa lasciamo ai nostri figli e nipoti,
    Forse nasceranno in un humus culturale protomiserabile nel quale apprezzeranno il bonus del momento.

    Tempo fa scrissi Abbecedario di lacrime, contiene il mio “sento”.

  8. Livio Cadè Staff

    Paola, io sono preoccupato ma mi resta un fondo di fiducia. Probabilmente resterò senza lavoro, che è quello che ho sempre desiderato. Ma anche senza stipendio, che non è piacevole.
    E poi, a differenza del signor Merlo, mi preoccupano di più le reazioni dei politici, che cercheranno di renderci la vita impossibile.
    E le reazioni delle persone ‘responsabili’, quelle che tra un po’ si saranno fatte tre dosi di v….no e che, quando vedranno che la situazione d’emergenza continua, i contagi, i tamponi ecc. ecc., se la prenderanno con quelli come me, saranno pronti a uccidere i ‘topi’.
    Saremo i ‘topi espiatori’.
    Tuttavia, non dispero.

    • Paola

      Non è per me. Sa come la penso…e continuerò a pensarla così. Ma ho una figlia, 25 anni. Resisteva, l’unica tra gli amici. Ora vacilla, pur capendo tante cose, ma vacilla. Li stanno prendendo.

  9. Paola

    Livio e Lorenzo.

    Comunque vi ammiro e invidio (nel senso che vorrei emulare) la vostra capacità di non provare certi sentimenti…che non rendo espliciti. Non parlo della paura. E qua mi fermo.

    • Livio Cadè Staff

      Paola, «homo sum, humani nihil a me alienum puto» è un’affermazione un po’ pretenziosa, ma in effetti credo di aver provato nella mia vita ogni genere di sentimento. A volte anche un sentimento ‘materno’. Certo non presumo di poterlo provare con la stessa intensità di una madre vera. Però credo di capire la sua apprensione.
      Tuttavia, come già Le dicevo, in me prevale un sentimento del ‘destino’, ovvero la certezza che tutto quel che ci capita non è ‘colpa di altri’ ma una esplicitazione della nostra interiorità, di qualcosa che già ci abita.
      Non è comunque un antidoto alla paura.

      • Paola

        Lo so, Lei ha perfettamente ragione. Ma mi ha fraintesa. Quando parlavo di sentimenti che non posso esplicitare, non intendevo quello materno, ma qualcosa di molto meno nobile…che non riguarda i figli. Riguarda ideatori, artefici e manovalanza. Non mi sarei mai permessa di dire che Lei e Lorenzo ignorate il senso materno…sarei una limitata esaltata. Intendevo che voi riuscite a gestire impulsi molto meno positivi..per quello mi sono fermata. Non posso renderli pubblici. Non più. Non è più aria.

        • Paola

          P.S. Ci sono madri-Medea e non madri ottime persone. Uomini migliori di donne che hanno generato etc…Mai fatto della maternità un merito o un vessillo, anzi. Come le ho detto, il mio commento, poco chiaro, era su altro.
          Mi scuso.

          • Paola

            E per quanto riguarda eventuali figli, pur amandoli, va corretto ciò che ho scritto. Non “li stanno prendendo”, ma “si stanno facendo prendere”.

  10. Paola

    Lorenzo.

    Letto “Abbecedario di lacrime”. Grazie.

  11. Livio Cadè Staff

    Paola, non so se Lei si riferisce alla speranza di vedere certi individui impiccati, ghigliottinati o comunque mandati all’inferno in qualche modo. In tal caso, mi dispiace deluderla ma io non ho affatto un animo nobile, incline al perdono.
    Se ne avessi il potere, quelli che Lei definisce “ideatori, artefici e manovalanza”, li farei sparire dalla faccia della terra.
    Non perché ritengo sarebbe utile ma perché ritengo sarebbe giusto. Infatti, deploro ogni violenza motivata da scopi egoistici…
    Invece loro cercheranno di far sparire noi perché lo ritengono utile.
    E loro questo potere ce l’hanno.

    • Paola

      Concordo su tutto. Su tutto. Pensavo di provare sentimenti troppo “estremi”, diciamo così. Ci aggiungerei pure coloro che, accogliendo con gioia il nuovo sacramento, anziché ritirarsi in religioso e appagato raccoglimento, tentano il proselitismo martellante e/o subdolo e/o invocano, ghetti, persecuzioni, roghi.

      • Paola

        Non è più tempo di distinguere, comprendere, giustificare, assolvere.

        • Paola

          Ipnotizzati o meno, sono diventati manovalanza. Contribuiscono al nostro sterminio. E per me questo basta.
          Grazie per il tempo concessomi, grazie per le risposte. Sono entrata a gamba tesa e fuori tema, come spesso accade…comunque ho letto e apprezzato l’articolo. Grazie di tutto.

  12. Elena

    Cara Paola, anch’io vedo mio figlio convinto e solitario sulle ‘nostre’ posizioni…critico e sarcastico nei confronti dell’ambiente di lavoro (docenti universitari!!!completamente asserviti e ipnotizzati!!)…compassionevole nei confronti dei suoi amici e persino della sua ragazza (totalmente ‘vittima’, invece…….). Per ora si barcamena e ipotizza strategie per aggirare gli ostacoli, ma fino a quando potrà farlo? tremo ogni volta che ci penso, cerco di lasciar fare…….ma che angoscia. Provo a mantenere una vigile fiducia nel futuro mio e di mio figlio, nonostante le evidenti difficoltà e le minacce.

    • Paola

      Cara Elena, che bello ritrovarLa…grazie.

      • Rosanna

        Vi abbraccio con tutto il mio cuore Paola e Elena e Elena, che mi conosce da tanti tanti anni, sa che abbraccio forte. Bisogna aver Fede, non perdere mai la Speranza più sincera, anche nei momenti più bui. Io son certa che ci sarà un momento in cui la Luce illuminerà le tenebre. Se ci li lascia trascinare dalla paura in questo gorgo malefico siamo davvero spacciate! Non dobbiamo! Le madri lottano come delle tigri per i propri figli ed è giusto sia così, fino alla fine dei giorni. Ma ora bisogna farlo con un animo che si mantiene incorrotto, libero da questo clima intossicato da qualcosa di diabolico. Rimaniamo unite, anche se a distanza

  13. Livio Cadè Staff

    Paola, Lei dice: “sono entrata a gamba tesa e fuori tema”. Lasciamo perdere la “gamba tesa”, che calcisticamente è punibile con l’espulsione… A me non pare di essere così fuori tema.
    Si tratta di usare le parole non per mascherarsi (non se ne può più di maschere!), ma per essere sinceri.

  14. lorenzo merlo

    Voterò PC.
    Il Partito del Crollo.
    Lo votavo già prima. Per recuperare la Terra, la dimensione spirituale, la modalità relazionale e non ideologica.
    Lo votavo per andare oltre il punto esiziale in cui il sistema capitalistico ci ha portati.
    Lo voterò per superare le trame agoniche che stiamo vivendo in questa fase Covid.
    Ciò cui assistiamo è forse l’espressione di una necrosi che solo un crollo sistemico permetterà di “superare” con nuovo spirito.
    Economia, scuola, giustizia, carceri, animali, alimentazione, difesa, scienza, medicina, sport, salute, infrastrutture, ambiente, credibilità istituzioni, credibilità politica, sovranità nazionale, sovranità militare, sovranità economica, sono tutti sul fondo del barile.

  15. Livio Cadè Staff

    A proposito di “espressione di una necrosi”…
    “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire. Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire: non ti vaccini, ti ammali, contagi, qualcuno muore. Senza vaccinazione si deve chiudere tutto di nuovo”.
    Parole coerenti con un nome rettiliforme, che nella nostra tradizione evoca il Male.

    • Paola

      Terribile. E il tono? Il ghigno sbilenco? L’avverbio “sostanzialmente”, quasi con alzata di spalle? Quel “lui, lei muore” scandito flemmaticamente?

      • Paola

        Ieri sera ha aperto ufficialmente la caccia alle streghe. Con il suo imprimatur.

        • Paola

          Ai morti viventi doveva arrivare l’ordine, semplice e diretto, del loro Signore. Con benedizione (magari al contrario, come vuole il rituale) per attivarsi. Fatto.

          • Paola

            A noi rimanga perlomeno la libertà di sani gesti apotropaici (di qualsiasi tipo), considerato il pacato e sobrio augurio di morte ricevuto nell’orario del pasto serale.

  16. Kami

    Non possiamo scegliere in quale periodo vivere, ma possiamo scegliere cosa fare con il tempo che ci è stato dato (parafraso Tolkien). Tutti noi spereremmo di essere nati in altri tempi, presumo, almeno io si. Provare paura è naturale in situazioni del genere, siamo animali gregari dopotutto, che amano la sicurezza e esser parte di una comunità, come gli Hobbit. Lasciare che la paura prenda il controllo è ben diverso ma se deve accadere, accadrà, è inevitabile. Importantissimo per andare avanti in maniera lucida è limitare il consumo di notizie (anche alternative!), perchè temo che anche i più lucidi possano essere piegati dalla propaganda (cioè impossessati dalla paura). Sono tempi questi dove bisogna essere guerrieri o soccombere, tertiur non datur; se valutiamo la libertà come valore fondamentale, dobbiamo ricordarci che la vera libertà è essere pronti a perdere tutto e tutti, compresa la vita in extremis. Un po’ come i valorosi hobbit che, nel capolavoro di Tolkien, sebbene con un cuore casalingo e amante delle comodità, non si tirano indietro quando vedono che il loro mondo è minacciato e sotto scacco degli orchi;partono sebbene la loro missione sia disperata e prima che se ne rendano conto scoprono il coraggio che avevano dentro e il loro valore. In quest’ottica la paura svanisce per un po’ e si apre uno scenario avventuroso, sicuramente doloroso, ma epico. Penso che se ci teniamo spiritualmente sani (intendo con questo provare paura all’occorrenza ma non intossicarcisi) allora niente di male può succederci perchè cosa è avere il mondo contro quando non si è più divisi dentro? Forse avremo l’occasione di vivere una vita degna di questo nome, come le storie degli Eroi che ci facevano e ci fanno sognare, lasciamoci sorprendere. Non cediamo! Un saluto!

  17. Livio Cadè Staff

    “Se non ti vaccini muori”. E se fosse una minaccia? Se avessero deciso di eliminare fisicamente i non vaccinati?

    • Paola

      È la seconda persona che oggi mi insinua questo dubbio…cosa intendeva veramente il rettiliforme? (Non solo di nome. Guardate i tratti…).

      • Livio Cadè Staff

        Comunque, dicono che questo ennesimo DPCM è carta straccia o carta igienico-sanitaria, visto il contesto. Insomma che non ha alcun valore legale ma è pura propaganda…
        Veramente diventa sempre più difficile dare un senso alle parole…

        P.S.: una specie evolutasi dalle lucertole?

        • Paola

          Non saprei da dove gli derivino squame e lingua…per quanto riguarda le esecuzioni, ultimamente sento parecchi aerei. Vuelos de la muerte? No. Penso siano più green i morti viventi con le torce. Che ci rincorrono nei boschi. Caccia all’Anarca.

          • Paola

            Errata corrige. Essendo rincorsi nei boschi, corretto dire “caccia al Ribelle”.

          • Livio Cadè Staff

            Quando ho scritto “I topi” pensavo di esagerare con la distopia. Forse invece verrò superato dalla realtà…

          • Paola

            Aiuto…gira voce che Huxley e Orwell ci abbiano lasciato, in forma letteraria, qualcosa di non innocentemente predittivo…c’è qualcosa che non sappiamo, Professore, sulla stesura de “I topi”? 😉

          • Livio Cadè Staff

            Posso solo dire che la cosa è talmente segreta che non ne so niente neanch’io…

          • Paola

            Comunque c’è un “virologo” o qualcosa del genere, che ci augura la clausura, definendoci “sorci”.

            P.S. C’era un film, anni fa, “Ghost”. Il sopracitato buon uomo, ricorda, previa doccia e ripulitura, il morto senza pace della metropolitana. Per chi ne avesse memoria.

        • Livio Cadè Staff

          Crisantemi?

          • Paola

            Sa che anche Crisantemi potrebbe assomigliare al fantasma della metropolitana? Ha ragione! Ma non è lui. Ha l’allegria di un necroforo, ma è tremebondo e nasale. Questo è perfido-sarcastico. Non è il testosteronico narciso ligure, non è il soporifero con palpebra scesa, non è quello che agita la testa come i cani finti nelle macchine di una volta. Rimane lui. Roby, per gli amici del bar.

          • Paola

            …ho inserito “previa doccia e ripulitura”nel posto sbagliato. Era fuorviante. Logico pensare all’arruffato Crisantemi…era riferito al morto.

          • Paola

            Ci perdonino la Redazione e chi legge…ma ci volevano dei momenti di leggerezza. È talmente sfiancante tutto questo. Un po’di evasione. Prima di Guantanamo.

  18. Livio Cadè Staff

    Desiderio di evasione, ultimo desiderio di condannati. Come quei pochi ad Alamo, in attesa di venir massacrati sulle malinconiche note del deguello (chissà Draghi cosa farà suonare per noi).
    Spero che la Redazione capisca e ci perdoni.
    https://www.youtube.com/watch?v=fdZy6OcW9ak&ab_channel=ILVIDEOGIUSTO

    • Paola

      Struggente. Per me, però, “Tango por una cabeza”. Suonato da David Garrett. Ultimo perentorio desiderio di una babbiona. Il drago prenda nota. Whatever it takes.

      • Paola

        * tango “Por una cabeza”. Dovevo scrivere così. (David Garrett e Martynas).

        • Livio Cadè Staff

          Roby ci vuole agli arresti domiciliari, come ‘sorci’. È bello vedere come la fantasia diventa realtà. Siamo diventati davvero ‘i topi’.

          • Paola

            Non è neppure la peggiore delle esternazioni da parte di personaggi pubblici…ce ne sono per tutti i gusti. Da farne un’antologia.

          • Paola

            Ho sentito utilizzare pure il verbo “contaminare”, mentre si invocava la galera. La contaminazione può essere di varia natura, ma io mi sono sentita improvvisamente radioattiva.

            P.S. Trattasi di pennivendolo ex Rosso Malpelo (crine, non colore politico). Si è riprodotto nella forma di due imitatori, fra le altre cose (eclettici).

          • Paola

            *pare tre imitatori/comici, non lo sapevo. Si è riprodotto notevolmente.

    • Ereticamente Staff

      La redazione approva 🙂

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