Il covidismo è un umanismo – Livio Cadè

Il covidismo è un umanismo – Livio Cadè

“… essere un rivoluzionario contro la rivoluzione”.

 

Come dice Montaigne, una spina punge sul nascere. Così, all’inizio del fenomeno Covid, ne era già perfettamente chiara la natura ‘spinosa’, ovvero il suo carattere di sistematica distorsione della realtà e di violenta emanazione illiberale. Evidente, per quanto sconcertante, l’irruzione di fattori immaginari e psicotici nella vita politica e sociale. Palese l’esistenza di una sottostante drammaturgia, condotta a forza di coup de théâtre conturbanti e traumatici.

Viceversa, le cause e le probabili finalità di questa frattura tra la realtà e la sua rappresentazione restano ancor oggi materia di congetture. Il ‘covidismo’ viene da molti letto come frode internazionale, ramificata corruttela, cinica sperimentazione condotta dall’aristocrazia sulla plebe, nuova forma di dittatura, riassetto socio-economico. Tuttavia a me pare che, nella sua natura più essenziale, corrisponda a una rivoluzione antropologica.

Della rivoluzione presenta gli elementi tipici: il proposito di scardinare un ancien régime; l’emergere della disumanità nell’uomo; il caos programmato e manovrato da una élite sfruttando le pulsioni irrazionali della massa. Come ogni rivoluzione, non si basa sulla disperazione della gente -sentimento che non produce rivoluzioni ma paralisi- ma sulle sue speranze. Perciò deve minacciare le persone con lo spettro della morte, per poi offrir loro una via di fuga. Deve convincerle che sovvertimenti anche violenti siano l’unica via percorribile, inevitabile e necessaria.

La rivoluzione covidista impone nuovi modelli di vita e di pensiero, ridisegna la relazione col mondo. Non si rivolge all’intelligenza dell’uomo ma ne stimola il sistema limbico, eccitando in lui un istinto di auto-conservazione che prevarica ogni altra funzione intellettuale. Si pone quindi in continuità con passate rivoluzioni di carattere scientifico, industriale, culturale e sessuale, che hanno profondamente cambiato il volto dell’uomo; nella linea di una evoluzione umanista cui da secoli corrisponde una progressiva involuzione dello spirito.

‘Umanismo’ va inteso qui come pensiero che confina l’uomo nell’immanenza e nella caducità delle sue forme umane. Questo umanismo, come un femminismo che riducesse l’essere umano alle sue forme femminili, è immagine di un uomo dimidiato, privato del suo fondamento divino. Alla visione umanista va contrapposta, come condizione integrale dell’uomo, la divinoumanità, per usare l’espressione di Soloviev.

Nell’umanismo l’uomo “è misura di tutte le cose”. Questo implica una negazione della dismisura. L’uomo si rinchiude in un etimo angusto – humus – in un esistere terreno non vivificato da aliti divini. L’umanismo è contrazione dell’uomo al  pulvis es et in pulverem reverteris, privazione del cielo smisurato che è in lui e del suo orizzonte spirituale.

Al bisogno dell’uomo di dilatarsi verso l’infinito, l’umanismo risponde col ‘cattivo infinito’ del progresso e dell’evoluzione. La sua dismisura originaria si trasforma nella mancanza di senso del limite tipica di una certa scienza, di utopie sociali e tecnologiche.

Nel suo essere, in questa cavità infinita e feconda, non vede che il nulla. Non lo prende quel sentimento di meraviglia cui è debitrice ogni religione e filosofia. Lo coglie invece uno sbigottimento quasi offeso, ferito, per l’assurdità della propria esistenza. Non si sente a casa sua nell’universo ma un ospite estraneo e insofferente. Vaga spaesato lamentandosi dell’essere ‘gettato’ o dell’essere ‘per la morte’.

L’umanista si consola facendo della sua coscienza di sé il perno intorno a cui tutto ruota, il centro del mondo. Non comprende la natura diffusa dell’Essere, la Realtà che lo avvolge, attraversa e oltrepassa. E se anche la coscienza antropocentrica pone al centro di sé Dio o la Natura, non esce con ciò dal limite delle sue misure antropomorfe, dalla sua incapacità di pensare la Dismisura.

Questo centro, in cui l’umano si raggruma, irradia una tensione interiore, una nevralgia dello spirito. L’uomo diviene semplice punto su una mappa cui non corrisponde alcun reale territorio, bloccato nello spazio da confini immaginari. Non sa di esser lui stesso il ‘confine’, la linea dove si incontrano tempo ed eternità, umano e divino.

In tal senso, il covidismo appare oggi come la forma più radicale di un umanismo che ha dimenticato la realtà dell’uomo. Amnesia tanto profonda e tenebrosa da indurlo a considerare l’uomo un mero aggregato di tessuti e organi, di cellule in precario equilibrio.

Il monito evangelico “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’​anima”, ormai privo di senso, viene rimpiazzato da quel sentire viscerale per cui “se c’è la salute c’è tutto”. Da questo il covidismo trae conclusioni aberranti, immolando sull’altare della salute fisica ogni altra realtà. Un virus è ora il diabolus che insidia la nostra non più eterna ma effimera vita. Perciò i virologi sembrano demonologi ed esorcisti.

Il covidismo è di fatto un umanismo contratto, rattrappito. Figura di un corpo vitruviano che riempie il cerchio dell’essere come semplice disegno anatomico, crisalide senza farfalla, involucro del nulla. I nomi che il covidismo adotta come manifesto del suo umanismo – virus, pandemia, contagio, misure di sicurezza, vaccini ecc. – esprimono l’angoscia di un umanismo che non ha più riferimenti all’essere oltre il proprio corpo.

È una sincope della coscienza collettiva, svenimento prodotto dai vapori tossici dell’informazione. La percezione del mondo reale dilegua in un viluppo di fantasie oniriche. I covidisti vagano nella vita come i cavalieri nei palazzi magici del mago Atlante, tra immagini senza corpo, prigionieri di un incantamento. È una rivoluzione ipnotica, che sancisce in modo definitivo e forse irreversibile il potere dei media di influenzare la popolazione, facendo molti più danni di qualsiasi virus.

Sulla falsariga di Scoto Eriugena, potremmo dunque riconoscere nel covidismo quattro distinti soggetti:

  1. chi non è ipnotizzato e ipnotizza (i Demiurghi e le loro dirette emanazioni)
  2. chi ipnotizza ed è ipnotizzato (media, medici e politici)
  3. chi è ipnotizzato e non ipnotizza (massa passiva e ubbidiente)
  4. chi non ipnotizza e non è ipnotizzato (qualche raro ribelle)

Vi sono indizi nel comportamento, nel parlare, fin nella fisiognomica, che suggeriscono una suddivisione secondo principi tassonomici. Ma queste distinzioni restano comunque problematiche, specialmente nel caso della seconda categoria. Di sicuro, politici, giornalisti, medici, esercitano un’autorità psicologica che ha il potere di manipolare l’opinione pubblica e indurre nella gente stati ipnotici. Difficile è capire chi tra loro sia solo una volgare prostituta dei Demiurghi, ruffiano reclutato per circuire la gente, e chi agisca in trance.

Occorre fidarsi del proprio intuito. Ma anche un’auto-diagnosi resta dubbia, dato che chi è in stato di ipnosi non sospetta di esserlo. Ogni parola, ogni dato, ogni comunicazione dell’ipnotizzatore, assume ipso facto per lui carattere di verità. D’altro canto, per chi ipnotizza falsità o verità son concetti privi di senso, riferibili solo alla loro efficacia in relazione al risultato che si vuole ottenere.

Questa fascinazione ipnotica diventa centro focale del pensiero, ne provoca un restringimento, una rigida fissità che si converte in atti inconsci e automatici, guidati da una volontà esterna. Chi oggi crea e controlla le formule di questa ipnosi, le sue parole d’ordine, crea e controlla la realtà. Stabilisce un Principio d’ordine che regge la nostra vita e ne fonda la centralità.

Ogni umanismo ha infatti un centro che coincide con il suo valore fondamentale: Dio, la patria, la famiglia, il denaro… Questo centro gode di una supremazia gerarchica cui vanno sacrificati i valori periferici, in certi casi la vita stessa. L’Ordine covidista presuppone come valore centrale la ‘Cura’. Ne fa un Bene metafisico per il quale è giusto rinunciare alla cultura, al lavoro, all’arte, alla libertà e ogni altro valore.

La Cura è da sempre un concetto cruciale per l’essere umano. È sia l’affanno doloroso che lo tormenta (le “torme delle cure”), sia il rimedio al suo dolore. Questa duplice Cura prende storicamente caratteri spirituali, intellettuali, morali,  formando l’ossatura di ogni sistema religioso o filosofico.

Nel covidismo ha però un significato puramente fisico. Da un lato è un costante assillo sanitario, nutrito di scrupoli maniacali, dall’altro una catarsi farmacologica. Tutto l’umanismo passato, con la sua ricchezza di valori e di significati, si incaglia in questo collo di bottiglia, stretto pertugio attraverso cui passano solamente i fantasmi del virus, del contagio e dei vaccini.

Il covidismo è quindi un esistenzialismo sanitario. Non solo l’essere è ridotto alla sua humanitas, ma la stessa humanitas è limitata alle forme di un’esistenza fisiologica, di totale e assoluta competenza dei medici. Dati statistici sui ‘positivi’, indici di mortalità, trattamenti farmacologici, sono il fondamento dubbio e traballante di tutto il suo umanismo.

È un umanismo mammifero, indifferente a ogni visione dell’uomo che esuli dalla dimensione animale. Si basa su una “concretezza mal posta”, astrazione che pretende di eleggere le funzioni biologiche a sostanza dell’essere. La sua Weltanschauung si riduce a una prassi medico-farmaceutica che sembra rifiutare ogni metafisica. In realtà è una meta-metafisica, aperta a ogni ideologia politica, fede religiosa o teoria filosofica che favorisca i guadagni dell’industria sanitaria.

Ma questo apparente umanismo biologico, con l’essoterismo delle sue ‘cure’, è solo una maschera. Uno strato di ipocrisia e di moralismo ricopre la natura esoterica del covidismo, il volto di un umanismo che si riassume nelle “parole incrollabili” di Alceo: «l’uomo è il suo denaro». Ma anche questo volto è una maschera. L’umanismo bio-economico nasconde un sostanziale demonismo, l’azione di forze non umane il cui obiettivo è confinare l’uomo nella sua fisiologia, separandolo da ogni trascendenza e libertà personale.

A ciò si arriva con un metodico lavaggio del cervello, o ipnosi. Il suo scopo è convincere l’uomo che la sua umanità non si realizza nell’aderire liberamente a un ideale etico o spirituale, ma nel suo conformarsi a un Ordine tecnico-scientifico. Per essere autenticamente umano l’uomo deve decidere della sua esistenza secondo i dettami della Cura. Questa decisione, che teoricamente rende l’uomo ‘auto-determinante’ e lo investe di responsabilità, non dipende dalla sua libera scelta ma dal suo ubbidire a una ‘necessità obiettiva’, al carattere coatto di leggi biologiche.

L’uomo può quindi diventare ‘autentico’ e rispettabile solo rispettando norme avallate da una maggioranza di scienziati e quindi democraticamente ineccepibili. La Cura diviene omologante e vincolante per tutti. Ogni anelito di libertà va censurato, in quanto espone la Verità scientifica ai dubbi di un pensiero critico, alle incertezze di chi vuol capire e orientarsi autonomamente. Così, quella che ogni persona sana di mente giudicherebbe una dittatura, si ammanta di una nobiltà morale per cui l’Obbligo rappresenta il bene fondamentale della società.

L’uomo non è più “condannato a essere libero” ma a essere curato, vaccinato, sottoposto a controlli clinici dalla culla alla tomba. La Cura diventa curatela di inetti, la cui vita dipende dall’intervento coercitivo di un tutore scientifico, di una medicina sempre più meccanica e violenta. Le forme di ‘renitenza’ a questo Ordo legis son viste come una ribellione intollerabile, che offende la natura stessa dell’uomo.

Abbiamo così un umanismo che impone apparati di controllo non umani, subordinando l’uomo alla macchina. Un esistenzialismo che promuove forme di esistenza sub-umane e trans-umane. Non solo l’idea del divino, anche quella di umanità viene cancellata, rendendo l’uomo schiavo di forze infere. Non più essere spirituale, aperto e multidimensionale, l’uomo è declassato a ente fisico-chimico, chiuso in un’unica opprimente dimensione. Residuo di processi economici, cavia di esperimenti scientifici, vittima ignara di manipolazioni mediatiche o cibernetiche, inquietante premonizione dell’uomo-automa, del golem.

Il covidismo fonda la sua persuasività su percentuali di morte, costantemente aggiornate ed esibite. A questa lugubre ossessione possiamo contrapporre un calcolo semplicissimo: il 100% della gente muore. Questo dato non può essere modificato da nessuna cura. Il neo-umanismo ipocondriaco dirà che proprio per questo si deve cercare di vivere il più a lungo possibile, lottando contro la natura e il destino; che questo è il senso della vita, l’obiettivo da raggiungere ad ogni costo. Reprimendo così un impulso più profondo della vita stessa, che preferisce la morte alla mancanza di libertà.

Il covidismo è dunque un umanismo in cui la natura spirituale dell’uomo è obliterata; una Cura  che rende l’uomo incurabile, lo sprofonda in un incubo dogmatico-sanitario. Per svegliarlo dovremo forse cantare la bellezza della morte, lo sprezzo della vita, come antichi guerrieri. Dovremo cercare non nei farmaci ma in noi stessi l’Essere che ci guarisce. Ossia riannodare quel legame tra umano e divino che salva l’uomo da un fallimentare umanismo e dai suoi curatori.

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Categorie: Cultura & Società

Pubblicato da Livio Cadè il 4 Luglio 2021

Commenti

  1. Paola

    Magari si fossero sentiti/si sentissero deiezioni. Gettati, spaesati, destinati a vivere per la morte. Sarebbero comunque percezioni, riflessioni, sentimento di angoscia. Avrebbero, forse, cercato “una maglia rotta nella rete”, certo non come oblazione, non sia mai..ma almeno per sé stessi.
    Temo, invece, che alcuni (troppi) si siano limitati/si limitino ad “esserci”, in una forma ancora più basica, sterile, vuota. Senza domande. Senza alcun sentire.
    Grazie per lo straordinario articolo.

    • Paola

      Mi correggo, chiedo scusa. “essere per la morte” (non “vivere”).

      • Livio Cadè Staff

        La ringrazio di questa correzione. ‘Vivere’ potrebbe evocare ancora una contrazione biologica dell’essere, riduzione all’esserci ipnotico.

        Tuttavia non vorrei si pensasse all’ipnosi come a una metafora.
        Io son convinto che la maggior parte delle persone (gli ‘ultra-covid’) sia realmente ipnotizzata.

  2. Paola

    Comunque in questa rivoluzione covidica, scoppiata “all’improvviso”, ma dalla gestazione lunga, molto lunga, ci hanno messo tutto, proprio tutto. La sferetta puntuta e mutevole, α, δ, ε ,η, ci ha proditoriamente e beffardamente portati sino alla pubblica, invocata, genuflessione. Che sembra sancire l’accettazione totale del cambiamento. Con devozione.

    • Livio Cadè Staff

      Scusi Paola, non riesco a capire a cosa Lei alluda con la “La sferetta puntuta e mutevole, α, δ, ε ,η”. Immagino un fatto di cronaca. E io ho nella cronaca gravi lacune…

      • Paola

        Il virus…appare panciutello, con i piccoli aculei e la sua mutevolezza capricciosa (le “varianti”,espresse ora dall’alfabeto greco, in nome del politicamente corretto…la nazionalità discriminava).

        • Livio Cadè Staff

          È strano, non ho mai pensato al virus come a una sferetta. Anzi, se provo a immaginarlo non mi viene in mente niente.
          Per quanto riguarda le varianti, la strada verso l’omega è ancora lunga.
          Io la vedo un po’ come un Tema e Variazioni, forma musicale molto comune, che spesso finisce con una Fuga.

          • Paola

            Non lo penso a sferetta. Lo propongono a sferetta. Per me potrebbe essere oblungo, a spirale, o meglio ancora potrebbe esserci e al contempo non esserci, come il famoso gatto nella scatola. Per quanto riguarda la musica, le mie lacune sono atroci, atroci. Ma sulla Fuga non posso che concordare, con speranzoso auspicio.

          • Paola

            P.S. Lei è genialmente sottile…Ubi maior…ora ho capito – con notevole ritardo – la Sua domanda di chiarimento sulla sferetta e le supposte lacune sulla cronaca…c’era qualcosa che non mi tornava. Cascata. Mai opinione fu meglio espressa.

  3. Livio Cadè Staff

    V’è una spiegazione a tutto. Noi navighiamo su un mare di onde cerebrali (vedi la neuro-topologia).
    Le onde delta sono tipiche del sonno profondo e senza sogni. Quello durante cui, pare, avviene la rigenerazione cellulare e il nostro organismo immunitario si rinforza.
    Quindi, dalla fase di sogno (le onde theta dell’ipnosi) pare siamo passati alla totale sospensione dell’attività mentale.
    Dovremmo quindi essere grati a questa variante delta, che ci mantiene in stato di sonno profondo e aumenta le nostre difese.
    Difficile sarà svegliarsi.

    P.S.: a meno che l’OMS non intendesse ‘delta’ come accumulo di detriti fluviali.

  4. Paola

    Si possono conciliare il sonno profondo, benché necessario e rigenerante, e l’ attività mentale necessaria a rimanere saldamente tra i soggetti della quarta categoria? Penso che questi ultimi necessitino di una certa soglia di vigilanza (non vigile attesa). Magari un sonnellino ogni tanto, questo sì…cosa dice la neuro-topologia a tale proposito?

    • Livio Cadè Staff

      Occorre innanzitutto isolare la corteccia cerebrale dal Telencefalo e dal Radiencefalo. Poi disattivare i neuro-trasmettitori mediatici. Questo, secondo gli ultimi studi neuro-topologici, permette alle onde Delta di rigenerare le cellule mentali.

  5. Paola

    Auspicabile, certo. Ma a volte un minimo di informazione, purtroppo, la devi seguire. Falsa o parzialmente vera, o terroristica che sia. Non tutti possono permettersi di essere sommersi dalle onde delta h 24, rifugiandosi in una torre eburnea e cullati dal dolce sonno della disconnessione. Ci sono vite, non amo parlare del mio ambito familiare, ma si rende necessario, che ricevono 36 chiamate in 2 o 3 ore dalla locale azienda sanitaria. E se vengono bloccati, cambiano numero di interno…per infilzare le narici o spingere al siero magico (pur in una posizione che non rientra strettamente nell’obbligo di legge)…è tutto vero, Professore. E avrei preferito evitare di parlarne. Capirà, pertanto, che la rigenerazione cellulare è impresa ardua.
    P.S. Certo, c’è sempre un possibile leguleio di riferimento, ma non è un gran sollievo, mi creda.

    • Paola

      Ovviamente ho riportato l’episodio estremo, fra tanti…(è una lunga lotta), ma sufficiente a impedire la beata fluttuazione nel liquido amniotico della disattivazione.

      • Livio Cadè Staff

        Mi creda, per quanto la mia condizione offra dei privilegi, non posso evitare il contatto col Maligno.
        La neuro-topologia può solo indicare una situazione ideale. Realizzarla è tutto un altro discorso.

        • Paola

          Lo so. L’aria è satura di Male.

        • Paola

          Concludo.Con la storia, vera, del “Topo di Shanghai”. Summa dell’operato del Male, che contiene gli elementi di tanti Suoi articoli. Università cinese, topo castrato, poi unito ( cucito) come gemello siamese a topina gravida, per condividerne sangue e tessuti. Successivamente gli viene “impiantata” porzione uterina della femmina con embrione ( o embrioni, non ricordo) “inclusi”. Si aspetta…taglio cesareo e nascita di primo topo da topo maschio. Ci si rallegra perché il topo castrato, cucito, martoriato, “uterizzato” e “cesarizzato” sopravvive ben 3 settimane. Si aprono nuovi orizzonti (sic) per far godere della maternità i transgender e le donne private dell’ utero, causa patologie, dopo trapianto con uteri di “decedute”. C’è tutto credo. Tutto il Male. Aggiungo , però, una mia preghiera. In ginocchio, ma in ginocchio davvero. Non per i *** (3 lettere), non per altri acronimi fantasiosi. No. Per il Topo di Shanghai. In ginocchio.

  6. Livio Cadè Staff

    A Rosanna e a Paola. Sono d’accordo. E sono anche ammutolito. Non trovo parole migliori per commentare “il topo di Shanghai”:

    S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo;
    s’i’ fosse vento, lo tempesterei;
    s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
    s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo.

    So già che i benpensanti diranno “c’è ben altro di cui preoccuparsi” che di un topo…
    Per quel che mi riguarda, se anche una qualsiasi epidemia passasse a miglior vita cento milioni di persone, poco mi importerebbe (soprattutto se son vecchie e malate). Mi sembrerebbe un fatto naturale e accettabile. Ma niente può giustificare l’atrocità di questo esperimento, se non una patologia mentale.
    E non mi riferisco tanto al povero topo (cui va tutta la mia compassione) quanto a tutto quello di paurosamente demoniaco che questo esperimento rappresenta.
    Ma la gente non capisce… Dà in convulsioni epilettiche per un virus e non vede che in un esperimento di questo genere si concentrano il Male e la pazzia della nostra società.
    I benpensanti si straccino pure le vesti.

  7. Francesco Colucci

    La caduta è necessaria all’ascesi. La dissoluzione è necessaria alla ricomposizione. Il sonno è necessario alla veglia. Il covidismo costituirà un discrimine esperienzale tra chi sarà in un certo modo condannato, per necessità ontologica e metafisica, a percorrere il cammino della propria intera esistenza in stato di sonnamblismo ed alienazione da tutti coloro che invece, come una sparuta pattuglia di pionieri dell’oltremondo, troveranno nel diabolico proto-umanismo della “Cura” il pungolo definitivo verso l’ascesi, il vento generoso e possente che gonfierà le loro vele per navigare in direzione della Verità. Solo costoro raggiungeranno la realizzazione. Solo costoro assaporeranno il gusto ineffabile della libertà. La massa, invece, sempre di più sprofonderà inerte nelle proprie paure e nelle proprie illusioni, passivamente manipolata da chi, con luciferina lucidità, attingerà a piene mani dalla cornucopia del terrore per stabilire il proprio imperio, il proprio dominio, politico od economico che sia. Auguriamoci che il covidismo duri ancora mille e mille anni, affinchè sia sempre maggiore il numero dei risvegliati e degli eletti. Essi si prenderanno per mano danzando leggeri e gioiosi, a piedi scalzi, utilizzando la cenere impalpabile delle anime dei perduti per mondare, sino a farle risplendere, le coppe ricolme del nettare della vita e della morte dalle quali i risvegliati traggono il divino nutrimento per le proprie esistenze.

  8. lorenzo merlo

    Secondo certa narrazione non fa una piega.
    Secondo altra, la fa.
    Sentirsi altro da altri non è granché evolutivo.

  9. Livio Cadè Staff

    Signor Merlo, ‘sentirsi altro da altri’ mi pare inevitabile, coerente con una natura e un destino che ci rendono unici e diversi.
    La materia di cui siamo fatti sarà forse la stessa, ma con la stessa ceramica si può fare una statua della Madonna o un vaso da notte (e ognuno è libero di preferire l’una o l’altro).
    Cosa intende Lei con ‘evolutivo’?

  10. Francesco Colucci

    “Sentirsi altro da altri” è il principio di tutte le cose. L’identità dell’essere si realizza soltanto nel momento della presa di coscienza della propria alterità. Prima di ciò esiste solo il caos indistinto, l’anomia, la potenza inespressa, e inespressiva, cieca e irrealizzata. Vale per gli uomini come vale per Dio. L’alterità non esclude, ma anzi è trascendentalmente propedeutica, al ritorno all’uno attraverso un processo di ricomposizione ternaria, laddove il caos originario, purificato delle scorie, torna ad ad accogliere nel suo seno l’alterità spiritualizzata . E’ questo il senso del “solve et coagula” alchemico. Parlare di “evoluzione”, a mio modesto parere, è fuorviante, stante l’accezione biologica e positivista che imbeve disgraziatamente il termine. Io preferisco sempre e comunque parlare di elevazione e di ascesi. E comunque, non è concepibile alcuna evoluzione “sociale” che prescinda da un percorso di evoluzione individuale. Il pietoso fallimento di tutte le nostre pratiche educative è dovuto essenzialmente a questa tracotante e bovina ignoranza, dalla perdurante tragica crasi tra “scienza” e “co-scienza”. I difensori della propria alterità, pochi, sbeffeggiati e perseguitati, recano in sè i semi del Secondo Avvento, come guardiani che presiedano le soglie dei Misteri. Non è venuta ancora l’ora di rivelarsi, perchè i tempi dello Spirito non sono i tempi dell’Uomo, ma il loro addestramento ha avuto inizio.

  11. lorenzo merlo

    Livio, intendo un processo di forza equilibrio invulnerabilità lungimiranza benessere.
    Intendo riconoscere che pochi sentimenti ed emozioni che tutti conoscono generano le medesime storie.
    Che gli altri siamo noi in altro tempo e forma.

  12. lorenzo merlo

    Intendo che l’inconsapevole identificazione con il proprio giudizio su se e il prossimo mantiene lo status quo necessario al conflitto. Conflitto generato da sentimenti di desiderio di separazione dal prossimo, cha altra colpa non ha che farci da specchio.

    Intendo mantenere una ccondizione creativa, una relazione con il proprio sé che ci sottrae da richiami relativi ai vizi capitali.

    Intendo la disponibilità a riconoscere e mantenere la relazione con l’energia cosmica, la disponibilità a superare traumi, malattie, lutti.

    Intendo una condizione di amore.

  13. lorenzo merlo

    I giudizi sono unità di misura personali. Quando ce ne identifichiamo, abbiamo qualcosa da difendere e qualcosa da attaccare.
    In quanto unità di misura riducono l’infinito che siamo a ciò che serve per alimentare il nostro io e le sue ancelle.

    Credere uccide la conoscenza.

  14. Livio Cadè Staff

    Signor Merlo, il problema che Lei pone non si può esaurire certo con un commento. Tuttavia, in sintesi, a me pare che Lei paradossalmente crei proprio quel conflitto che vorrebbe evitare tra l’io e l’altro.

    Perché vede l’io come nemico, come demone dualistico, mentre pare non cogliere la sua natura di elemento necessario a una dialettica dell’alterità. L’altro, il prossimo (quindi anche il rispetto, il non giudicare ecc.) diventano concetti senza senso se privati dell’io. Tutta la realtà si regge, a mio modo di vedere, sulla complementarità degli opposti.

    Quindi non ha senso per me far guerra all’io. Semmai ha senso superare una falsa concezione dell’io come entità a sé stante, fuori dalla relazione.

    In questo mi sento più vicino al commento precedente del signor Colucci.

  15. lorenzo merlo

    Non mi sono spiegato.
    Soggiacere al domino dell’io o avere consapevolezza della sua logica comporta due percorsi. Uno di perpetuazione del conflitto. L’altro di liberazione dal conflitto.

  16. Piero Cavina

    Bello, se solo Dio non fosse anch’esso frutto di ipnosi

    • Livio Cadè Staff

      È un’osservazione che vien spontaneo fare ma alla cui base, io credo, c’è un’attenzione che si ferma a una certa immagine superficiale di Dio.
      La parola ‘Dio’ è paradossale, perché è un nome che sembra indicare qualcosa mentre indica un Nulla. Lo stesso accade con ‘Essere’, ‘Natura’ o ‘Spirito’.
      Se si pensa che ‘Dio’ indichi qualcosa – come ‘il signor Mario Rossi’, un tizio dotato di poteri e saperi illimitati – è certamente un’ipnosi.
      Se si esce da questo pregiudizio superficiale, ‘Dio’ esprime una ricerca di comprensione-realizzazione dell’essere, della sua natura integrale.

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