La “cortesia” come sfida – Sandro Giovannini

La “cortesia” come sfida – Sandro Giovannini

In un mio recentissimo libro parlo, (1) abbastanza velocemente, de “L’amicizia come sfida”.  Ma forse avrei fatto meglio ad affrontare, assieme o al posto dell’amicizia, che nel mio caso è stata sempre molto condizionata dalle mie vocazioni comunitarie, la “cortesia”…  Certo, la “cortesia” è, da una parte molto più generalmente implicante, e dall’altra però non meno legata dell’amicizia ad innegabili fattori caratteriali.  Ma vorrei, riuscendo ad esprimermi con un minimo di resa, metterla anche in relazione, poi, a fattori propriamente comunitari, ovviamente nel senso interno, esistenziale del termine, restringendo al massimo quindi l’orizzonte delle sue caratteristiche e delle sue implicazioni..  Ne ho qualche diritto in base a qualche mia specifica esperienza? Coloro che mi conoscono, anche superficialmente, credo possano, tutto sommato e detratto, propendere per il sì.  Non è una argomentazione di caratura filosofica, ma diciamo che serve a poter almeno affacciare un discorso, con un minimo di credibilità.  Direi quindi che mai come in questi tempi di deriva epocale, non sia giusto ed onorevole derubricare a fattore del tutto secondario, consciamente od inconsciamente, un pensiero articolato al proposito.  Ma perché, oggi, la “cortesia” dovrebbe avere un posto, certamente diverso ma paragonabile, rispetto a quello che ha sempre avuto tra le menti ben coltivate del passato?  Sappiamo in molti che “la vita in forma” – persino nelle sue ipostasi civili, istituzionali, burocratiche e commerciali – cede le sue quote di presa reale sulla realtà, persino verso forme di ritornante brutalità e ricompiaciuta insicurezza civile, nel mentre la maggiore formalizzazione che la vita abbia mai conosciuto dall’inizio dei tempi conosciuti, ovvero la virtualizzazione, opera come un inarrestabile diluvio costante e progressivo.  Le due cose, in divaricazione costante, sono probabilmente collegate, anche se non capisco bene in che modo possano essere provate interdipendenti, perché la virtualizzazione da una parte smaterializza tutti i fattori cosali ma dall’altra ci allontana sempre più dal controllo sensistico ed animico del vivente, senza poi mettere nemmeno in conto fattori spirituali. Ma, in ogni caso, questa virtualizzazione, al di là dei parzialmente credibili motivi di sistema diversamente messi in evidenza, potrebbe avere come motore immobile solo un’ideologia funzionale (implicita): limitare il reale corporeo nel mentre si prova a portare tutto ciò che non conviene più controllare a contatto fisico (cosa che piace sempre di meno al Potere, se non proprio costrettovi) su un piano extra-corporeo.  Ciò in sé potrebbe essere comprensibile – come infatti viene ampiamente giustificato – se lo potessimo valutare solo secondo i noti paradigmi che…  questo è il migliore dei mondi possibile  e  tutto ciò che è reale è razionale.  Ma residua poi come causa ed assieme risultante, una vita-mondo crismata da una prassi del tutto materialistica ove – nella deriva catagogica, primariamente nell’universo occidentale – all’aperturismo crescente a tutte le possibili devianze dell’individuo (limitato però a ciò che è meno attenzionato dal Potere, perché giudicato secondario e/o addirittura funzionale) si relaziona un degrado inarrestabile del connettivo comunitario, anch’esso, tutto sommato e detratto, considerato secondario e/o addirittura funzionale, dal potere neocapitalistico.

Ma non allarghiamoci ora troppo magari per suggerire che non siamo – solo – dei fautori di una reazione… purchessia…  Qui dobbiamo solo valutare se venga meno la dimensione profonda, che non è mai pacifica, ma sacer, in quanto pericolosamente potente – e significativa – in carne e sangue.  L’introversione ambigua e bifida verso il sé ha perfezionato recto e verso, da sempre l’uomo come in cima alla catena del vivente come soggetto-specchio di Narciso, preminente ed aggressivo quando non predatorio rispetto a tutti altri viventi, nel migliore dei casi sostanzialmente assicurati a sé in una logica, sempre a dritto ed a rovescio, senza scampo, anche in relazione alla loro difficile sondabilità, comunicabilità, funzionalità.  Tale introversione dell’uomo, che potremmo definire anche pulsionale consapevolezza colposamente memore della necessità apotropaica del proprio statuto di preminenza, in termini formali, non è andata mai scemando ma anzi astrattizzandosi (e cercando di occultarne per quanto possibile in crescendo la parte della carne e del sangue… direbbe “del alma y de la sangre” Victoria Ocampo), sempre più sino al punto di poter far postulare la tecnologia (solo nello specifico della virtualità), che è l’elisir moderno, asettico e neutralizzato, della vittoria su tutto e tutti, come un destino necessariamente manifesto. La profondità che con termine del tutto originario (ma ancora consapevole delle tremende poste in gioco), potremmo definire pleromatica, almeno da quando ne abbiamo notizia certa, (…ma le cosiddette notizie incerte, quelle che fanno capo ad un quadro pre-storico di  religione siderale,  sono proprio meno profonde se qualcuno ben autorevole nel passato e nel recente le ha definite addirittura la… vera scienza?  Oltreché, al limite, la vera religione?)… sta lì a ricordarci quanto il nostro destino d’uomo sia, comunque lo si declini poi in corrispondenze ontologiche o ideologiche, un mistero, dove il differenziale fra volontà di potenza e volontà di verità connota la sua storia come eminentemente tragica.  Ad esempio, una certa Sophia che guida la scrittura di un Santo evangelista, segno indubitabilmente rivelatorio della Gnosi, infatti, è già ben più implicante non solo filologicamente (…come scoperta colta, rammemorante) e me ne sono accorto personalmente solo dopo aver composto, con passione ed anche con qualche esito pubblico, un mio rotolo-corto tutto a mano, negli anni ‘90.  Sophia, forse chissà… guidando la mia mano come nell’icona guidava quella del Santo, fu comunque giudicata (imprevedibilmente, soprattutto per me) più valida della fotografia laser di un complesso editoriale faraonico

Venendo meno quella profondità impregiudicata (…impregiudicata perché sopra ne affacciavamo una versione comunque non certo idilliaca ma anzi crismata dal sospetto e dalla violenza ancestrali), in larga parte assente dal sé più esteriore e saccente e puntuto (anche se ambisce quasi sempre ad apparire carico di motivazioni incontrovertibili ed assolute mentre sovente è solo sostanzialmente rivolto agli epifenomeni esistenziali)… quello che offende e sbraita sempre contro altri sé altrettanto più o meno offensivi, saccenti e puntuti… e che per giunta si crede paludatamente dialettica, potrebbe disgraziatamente e rovinosamente far venir meno la forza della ricerca interiore che fa sì che noi tutti “si cerchi di essere” di quelli che fanno il “lavoro su di sé”…  Questo sembrerebbe andar contro il controllo da super-ego della “cortesia”, perché, per una lettura lineare della volontà di verità… cosa meglio d’offrire uno scatenamento nel furor e nel mandare subito al diavolo (al giusto suo posto, cioè) tutto ciò che sembrerebbe opporsi alla verità medesima?  Ma se s’imposta “il lavoro su di sé” non necessariamente per questioni etico-confessionali secondo pur rispettabilissimi codici d’osservanza dettati da catechismi letteralisti (spesso persino utili), lo si fa perché senza di esso non potremmo avere rispetto di noi stessi, nel senso di ricercatori di verità, sempre fallibili e sempre a rischio di gravi fraintendimenti.  Ne decadrebbe la volontà di verità che è cosa più basale (ed allo stesso tempo funzionale – in senso eminente-) della volontà di potenza…  La volontà di verità, quindi, mette solo strumentalmente, quando proprio non può farne a meno, il silenziatore sull’arma puntata contro l’avversario, perché in primo luogo lavora dall’interno sull’interno.  Il silenziatore sta al silenzio, nel modo che tutti possiamo comprendere.  Come potremmo non considerare tutte le molteplici obiezioni che si pongono come vera dialettica interiore, ancor prima d’incrociare il nostro pensiero con quello altrui, continuamente ed in ogni situazione problematica?  Se questo non venisse operato – declinazione il più possibile impersonale- non sarebbe un’autentica volontà di verità, sempre dando per esperito che l’orizzonte umano di riferimento sia, per necessità ed in ogni frangente, limitato.

E l’obiezione che le due, la volontà di potenza, e la volontà di verità, siano la medesima cosa, poco ci convince, perché ci sembra di riscontrare, lungo tutta la nostra esperienza vitale che, potenze assolute ambedue, una però proceda senza alcuna contraddizione – che non la consentirebbe – al suo scopo… (si ridurrebbe ad una vera e propria volontà d’impotenza) e l’altra, invece, – per la contraddizione che la consente – sia capace –  al meglio – di vis positiva/negativa.  Anfibia.  Sostanzialmente antidicotomica, per quanto lo possa essere un processo dialettico di tesi, antitesi e sintesi.  Che noi vorremmo declinare in termini ancor prima ontologici che filosofici. Ma quando dico ontologici, forse non esagero, per folle presunzione, pensando in realtà a termini del tutto caratteriali?  E potrei mai dimostrare invece che si può seguire la traccia caratteriale mettendo in gioco, appunto, una causa più profonda che è invece ontologica?  Una sorta di riconoscimento vocazionalmente ontologico?  (…in quanto si metterebbe più a fuoco… se ciò fosse vero… la giusta postura interiore utile per incamminarci lungo un praticabile sentiero di conoscenza?).  Vediamo se questa seconda lettura è possibile, scusandoci se già nelle righe precedenti abbiamo offeso la linearità espositiva rispetto a vari amici, magari proprio per e con un procedere che è intimamente dialettico, ed in forza del quale saremo, come spesso è capitato, comprensibilmente ripresi per poca limpidezza… Cercherò di fornirne un esempio in corpore vili, cioè il mio, non per sciocco narcisismo, ma perché è l’unico modo per porsi il meno possibile nel campo della rettorica ed incamminarsi lungo quello della persuasione, mettendo in forse ed in crisi un mio stesso scritto fortemente pensato e appassionatamente vergato.  Se lo facessi, infatti, con il discorso di un altro, farei ciò che più o meno tutti facciamo, senza render conto della prevedibilità di un procedimento inconscio e/o scontato…  Qui, poi, non è in questione la solita diatriba ad personam, perché il mio scopo, è ricercare, come la postura caratteriale possa essere deviata o guidata da una (in)consapevolezza ben più radicale. Segue citazione: da: “BORGES ET ALII. Una diversa avventura dell’elitismo”, (2)  Ed avrei potuto scegliere sicuramente altri casi dallo stesso libro o da altri miei libri e questo potrebbe forse deporre a merito del metodo:

“…(…) Credo sia questo che si debba tentare di comprendere per non cadere nella facile liquidazione – nei due sensi – secondo la quale, tanto più la deriva di classe (oggi comunque strumentalmente stravolta  rispetto ai canoni interpretativi prevalenti del secolo XX) agisse fortemente mettendo in progressiva evidenza le contraddizioni trasformative e performanti dell’ultimo globalismo liberal-capitalistico, Sur e la sua costellazione relazionale, come modello, avrebbero dovuto optare progressivamente e necessariamente solo in una direzione, che ora (per posizioni ideologiche e culturali assimilabili), potremmo definire semplicisticamente radical-chic o gauche caviar.  Ma al di là dello sfasamento dei tempi che vanno dal 1992, data di chiusura all’oggi, l’indiscutibile grande avventura di Sur, resta estranea, per essersi formata in un clima del tutto precedente e con esiti del tutto difformi, dalla deriva progressiva ed apparentemente inarrestabile che la frivola cultura dell’oggi – ma non solo in Europa – sembrerebbe rendere obbligatoria sia in alto come in basso, più che a destra od a sinistra, parificando nell’analisi, tutto via via al livello vincente ma degradante della cultura dello spettacolo prima e dell’apparenza poi.  A mio parere tutte cose che però non debbono essere liquidate con il semplicismo (di cui sopra, all’esempio dei ‘miti spregevoli’), per non far pesare sul popolo ciò che non è sempre di sua causa prima (ma semmai seconda), quanto è di causa prima (e diretta) di  chi dirige, indirizza, sfrutta, influenza, collabora, traffica… Da una parte un ben verificata (benché perlopiù inconsapevole) pratica sgangherata dei miti, subìta dai più, dalle masse più o meno  scamiciate od impaludate, più o meno innamorate d’influencer internettiane più che di paideie sezionali, dall’altro un’assunzione acidamente intellettuale delle pulsioni e delle visionarietà ormai diffuse, che qualche elite autoreferenziale, creda da sé aliene, nel regime (a seconda… guidato, patito, favorito, cooptato) dell’apparenza che poi tutto omologa, oltre ogni apparente (appunto) liquidazione verbale.

 Traggo questa convinzione oltreché da un’esperienza di vita, anche dalla lettura (ad esempio) del dialogo pubblico tra Vargas Llosa e Lipovetsky (web 25.4.2012, per una presentazione di Civilización del espectáculo, 2012), su temi controversi: (…Megadiscorso, religione, nazionalismo, totalitarismo, rivoluzione, violenza, sospetto, censura, settarismo, dogma, intrattenimento, spettacolo, consumo, società alla carta, vuoto spirituale, disimpegno, frivolezza, snobismo, egoismo, angoscia, generosità, emozione, fiducia nell’azione, arte delle masse, effetto democratizzatore, distruzione delle ideologie, autonomia, “volontà di creazione”).  Praticamento lo scibile.  Temi in cui si riconosce, testualmente: “…un’adeguata forza per rappresentare la condizione dell’individuo contemporaneo e del suo bisogno di una costante doppia appartenenza, da un lato ad una comunità circoscritta, con contorni precisi, ‘familiare’, heimlich  (=segreta… ma magari non riservata e quindi forse solo privata… direi io) e, dall’altro, a una società aperta, ‘perturbante’, in grado di fungere da ‘cultura-mondo’.(…)”

 Lettura, su tutti questi temi e altri ancora, che fa l’Università di Firenze, con la sua rivista annuale “LEA”, in relazione al conferimento di laurea: ‘Mario Vargas Llosa, ad honorem’, 2, 2013, in: “Ripensare la funzione della cultura, alta e di massa, insieme, nei labirinti del trauma” (Pubblicata nel Dicembre 2013).  Il “trauma”, sarebbe l’infinito dipanarsi, dentro e fuori, vicino e lontano, degli inesauribili traumi conseguenti a distopie e malattie contemporanee gravi ed epocali… (…Oggi potrebbe replicarsi con variazioni di molto conto, anche se di epidemico allarme e trattamento, a seguito delle pandemie). Lettura informatissima, ampia ed internazionale, dedicata a questi temi epocali, che influiscono su tempi, modi e mode private e pubbliche, ovviamente con ben diverso e più istituzionale (oltreché euristico) taglio, rispetto al dialogo pubblico dei due intellettuali di cui sopra, molto più necessariamente televisivo.

Non resisto, rispetto a questo ‘LEA 2, 2013’, a non dire che una lettura del genere la consiglierei a tutti.  Ma non per i pur giusti motivi che si potrebbero facilmente verificare: presentazione informata, logica specialistica corretta ed interesse speculativo utile al confronto con i limiti estremi della sofferenza e dei suoi esiti, tutte cose legittime e forse persino sacrosante, quanto come un esempio chiaro ed innegabile di un metodo ormai consolidato della nostra cosiddetta cultura alta… per intenderci quella universitaria.  Non certo quella giornalistico-televisiva che si vorrebbe medio-alta ma che si rivela sempre più sostanzialmente e collaudatamente becera.  Cultura universitaria uniforme in quasi tutte le pubblicazioni accademiche del ramo umanistico (e non solo).  A parte recenti e rarissime eccezioni che riescono infatti a creare piccole onde d’urto scandalistiche.  Qui, ormai, si può tranquillamente registrare che, pur trattando temi importanti, a volte decisivi per la vita di tutti e di ognuno di noi, ciò che resta impregiudicato, nel vertice o nel vortice di qualsivoglia ragionamento e pur con relativi stili d’affronto personali, è la dimensione di sostanziale scelta ideologica che governa il tutto – al di là delle più o meno sotterranee faglie o correnti abissali, che pur sembrerebbero ancora forse esistere, inespresse o soffocate o esoteriche tra i segni rinvenibili.  Un indifferenziato – quanto al quid specifico, per la contraddizione che non lo consentirebbe – sedicente umanismo globalista, indiscusso ed escludente ogni altra ipotesi stoico-tragica eventualmente diversa (forse che… non accada per forza di cose, ai più apparentemente estranea).

E’ sostanzialmente l’accettazione del mondo così com’è.  Ogni bellezza e forza e potenza del ragionamento – sempre possibili e persino godibili, come nel caso del dialogo pubblico tra i due intellettuali…  una citazione di Nietzsche qui e là… (N. probabilmente inorridirebbe a sentirsi citato da loro) ed una d’ancor più paludati pensatori distribuiti a iosa in LEA, 2, 2013 (…parliamo di cultura alta!) – debbono restare comunque confinati all’interno di tale recinto pseudo-ideologico.

A tal punto del mio commento potrei forzarmi la mano e dire: Vi ricordate?… la frase famosa   di Benjamin a Bataille, Callois e compagni: Voi lavorate per il fascismo!!!”.  Non era solo un insulto livido d’orrore per la constatazione che muoversi comunque all’interno del sacro non accademico (non il sacro degli storici delle religioni, per intenderci) ma filosoficamente determinatissimo e “teoricamente o potenzialmente operante” – poi con quella palese ambiguità – era, (ovviamente per Benjamin), più che ambiguo nel caso migliore e complice in quello peggiore, ma una presa d’atto lucida che nei momenti d’acme della storia, quando la trasformazione della realtà supera di gran lunga per drammaticità e violenza ogni nostra possibilità di metterla in forma, allora, la maggior parte dell’accademia – mentre fuori impazza la lotta – si ritira quasi necessariamente nella sua isola che non c’è e lì si diletta col pensare teroreticamente (più o meno) tutto, benevolmente, consolatoriamente, in apparenza, ben sapendo però di non poter aiutare a realizzare (praticamente) nulla.  Se non seguendo passivamente la corrente.

Oggi si potrebbe dire (senza neanche bisogno d’urlare) alla nostra accademia: Voi lavorate per il globalismo!!!”  A parte, ovviamente, coloro che si potrebbero, interrogati individualmente, pronunciare per un consenso convinto e consapevole, quindi a suo modo più o meno autentico, l’organismo accademicamente dominante, nel suo fantasmatico processo comunitario più che nella sua stessa ragione esplicita, è palesemente, in occidente, strumento attuale del globalismo, per coltivata e diffusa mentalità, per cooptazione automatica, quando non per occhiuta ed eclatante pratica d’esclusione.  Ma questo è sommariamente  sempre esistito perché il pensiero procede assieme al fatto, acclarato, stabile e confermato, scontrandocisi però contro solo nei periodi in cui l’eterna lotta spaventosa delle forze in gioco ha una minima consistenza di paragonabilità/imparagonasbilità relazionale. (…il III Reich, i vari imperi del male, l’apocalisse atomica, l’asteroide prossimo venturo, il buco dell’ozono, l’antropocene fuori controllo…etc.).  Dimensioni e forze credibilmente (indiscutibilmente) avverse.  In tempi come gli attuali le scacchiere multiple sono sostanzialmente in mano solo a pochi players e vere concorrenze, temibili, credibili, votate ed atte realmente a poter almeno potenzialmente rivolgere le linee di forza, anche interne (magari dopo quelle su grandissima scala), qui da noi, per ora non appaiono.  Ce n’è una diffusa, seppur credo coperta e forse vergognosa, consapevolezza nell’ambiente accademico.  Almeno, oltre l’agitazione illusoria, verbalista, sul piano del gioco locale.  Domina quindi, necessariamente (e direi anche ben comprensibilmente) il conformismo, velato da una obiettività a senso unico o dallo specialismo senza visioni.

Così, nel nostro giudizio, che è svincolato dagli interessi comunemente intesi, si ritorna a ciò che è stato utile confrontare in Sur, certamente molto più nell’acme del tragico, a dritto ed a rovescio, che nel riposo del paludato.  (“…E’ vicino e difficile da comprendere il Dio, / ma dov’è il pericolo / cresce anche ciò che salva...”Patmos’, Hölderlin…  e… ‘La questione della tecnica’,  Heidegger). Nel riposo si sonnecchia credendosi utili a sé ed agli altri, mentre si scompare allineati e coperti nella complicità confortevole ma forse consapevole che qualcosa di ben altro provvederà, prima o poi, a traumatizzarci concretamente. (…)…”

 Questa la citazione… Ora, queste cose le ho scritte e quindi posso assicurarmi(vi) della loro corrispondenza (almeno spero) al mio complessivo ente, mentale ed emozionale, ma potrei tranquillamente (..ora, strumentalmente… o forse meglio funzionalmente) pormi alcune domande che diverrebbero forse utili a rappresentare meglio ciò che sopra abbiamo affacciato a proposito della “cortesia”. Il mio discorso teorico non è un discorso conciliante.  Si potrebbe tranquillamente giudicarlo eversivo.  Infatti, anche se non offende nessuno in particolare con nomi e cognomi (se non forse una qualunque, seppur rappresentativa, struttura universitaria) procede in crescendo, pur mantenendosi nel limite di una espressione di libertà di pensiero.  Resta che l’alterità è assoluta ed irredimibile… argomentata decentemente anche se velocemente, sia sul piano sociale, che letterario, che metapolitico. Ma è possibile, che al di là della tesi generale, io possa seriamente pensare che non esistano se non sporadiche eccezioni e queste siano poi eventualmente crismate (persino dall’interno che – più comprensibilmente – dall’esterno) solo da una nube d’insondabilità per – nel caso migliore – reticenza?  Quando poi non siano individuabili grossolane o quasi stentoree (mi veniva da dire… eroiche) dissonanze, spesso poi appunto virate per reazioni delle strutture a casi di devianza caratteriale, più facilmente emarginabili come casi di bizzarria/marginalità sconveniente, impresentabilità varia e ridicola se non grottesca per il secolo?

Certo ci sono anche quei pochissimi che sempre si son potuti manifestare (per straordinariamente innegabili qualità personali) più o meno apertamente come avversari del globalismo imperante, ma come inseriti in nicchie fragili, sempre isolabili e quando di necessità per i vari smagliati manuali cencelli di rito o per caso o per avventura nel proscenio, in esposizione (dall’interno e dall’esterno),

sempre con enorme cautela e con infinite manopole per il calor bianco…

In più conosco persone stimabilissime a livello di vita ordinaria e sociale, persino sobriamente inseribili in una potenziale comunicazione non del tutto necessariamente falsa o coperta, ma con le quali so che, se si dovesse approfondire un discorso intellettuale fuori delle mura di casa in un aperitivo o in una cena, sortirebbero sgradevolissime ed imbarazzanti conseguenze.  Ancora, nella mia vita d’organizzatore culturale e di pensante applicato… (forse a troppe cose), m’è capitato sovente di avere persino convinti e prolungati gradimenti e collaborazioni di intellettuali, anche molto famosi ed impegnati sull’opposto fronte, in qualche più raro caso persino cari e (nei limiti del possibile) fedeli amici.  Ma sempre quando si arrivava al dunque si rischiava di sprofondare – e ci si teneva infatti spesso saggiamente ai margini – nell’incomunicabilità tristissima del non detto e nel larvato sospetto.  Quindi di fronte a tali pur rari amici solo in particolarissime circostanze avrei potuto pronunciare quelle parole che sopra ho scritto e di cui sono sostanzialmente convinto ed ovviamente responsabile. Di contro, posso solo aggiungere che il correttivo ad un quadro disperatamente fosco viene da quei pochi a cui sono profondamente (ed a volte anche riservatamente, in quanto forse non sanno e non sapranno magari mai quanto a loro debbo in conoscenza) del tutto riconoscente, essendo essi proprio in grado di mantenere un altissimo livello di dibattito sulla sostanza dei problemi e senza mancare mai di sottrarsi anche alle partite più difficili e soprattutto senza perdersi correlativamente e necessariamente in polemichette da quattro soldi ed in insulti ed invettive.  Che questi siano poi personalità molto caratterizzate e proiettive, che magari potrebbero esser definite velocemente molto orientate e determinate, è stata, anche per me, a volte, una sorpresa.  Dire poi che ne conosco poche, forse non è cosa da bon ton, ma aiuta al proposito a suggerire che la moda della stroncatura seriale, sempre ricorrente a cicli ed ora in giustamente avversa reazione all’asfissiante politicamente corretto, non riesca a renderci necessariamente più “inattuali”.

La “cortesia” si situa allora perigliosamente su quei margini, di cui sopra, oltre i quali si sprofonda nell’abisso della determinazione.  Ed affermo di non essere un pentito della determinazione.  (…Rinnegato del terrore, ci manca poco che passi alla retorica…”)  (3)  Ma sono convinto che non è solo per opportunità e generica gentilezza che ci si deve mantenere su quei margini, il più possibile.  Quei margini ci orientano soprattutto a livello interiore, ci fanno capire quanto necessitiamo all’interno di spazi di distacco pur nel riconoscimento di una nostra vocazione indiscutibile.  La determinazione, d’altra parte, credo sia una qualità della persona, altissima, persino sublime e certamente difficilmente ed onorevolmente praticabile lungo una vita intera controcorrente, se non degenera nel livore fazioso, nel narcisismo autoreferenziale e nella polemica guidata inarrestabilmente dalla reazione pulsionale. E’ inutile citare ad ogni piè sospinto uno dei più famosi passi dalla Bhagavadgītā  se poi non siamo consapevoli che tra la linea di vetta esistenziale che ci indica costantemente il crinale ed il comportamento relazionato di tutti i giorni nella bassa atmosfera della valle, si debba operare una salutare mediazione, rispettosi della verità profonda e spesso mai del tutto sondabile di noi stessi. Ma non possiamo neanche sottovalutare, quando appaia all’orizzonte, l’inaffrontabile maelstrom ove rischiamo di perderci se e quando un vortice di bassezze, ostinatamente false magari ci si attacca addosso, senza la possibilità di ribatterlo ai più (e certe volte anche ai meno).  Ancora, lungo i decenni, nel fallimento progressivo della nobile utopia di “sinergie del consenso”, diversamente provenienti, che ci ha visto batterci a lungo, le mai decollate nuove sintesi tendono a precipitare ormai verso la deriva tamasica che favorisce soprattutto uscite verso il peggio, e questa consapevolezza sembrerebbe giustificare ogni potenziale indignazione, astio, livore e reazione.  Questo spiega perché anche anime altrimenti affluenti, generose e nobili (…ma questo altrimenti dovremmo sempre poterlo confrontare con un progetto più alto di noi stessi) considerino, magari non esistenzialmente, ma in re, impraticabile (inattuale) la cortesia. La favoleggiata cortesia, sappiamo tutti bene, al modo dantesco si riferisca poi, sia alla nobiltà dei sentimenti che ad un costume esteriore controllato ed efficace ai ruoli sociali, ove il poeta ideologicamente “…ribadisce il suo atteggiamento e i suoi gusti di aristocratico conservatore, fieramente avverso al livellamento e alla degradazione del costume portati dall’avvento della borghesia plutocratica e mercantesca”, come “…sarà detto in più chiare e dure note nei canti XV e XVI del Paradiso”, Mattalia)… ed è evidentemente, per ciò che segue e precede nell’opera, un mondo ideale rimpianto.

Ma il rimpianto parla di tempi (sempre) idealizzati (non penso si possa ipotizzare che Dante veramente credesse che tutto, cento o duecento anni prima, fosse veramente cortese), al modo della stessa sua teoria sulla cortesia, che è e rimane civilmente e poeticamente un tendere ad…  Infatti, la cortesia sembrerebbe non favolizzare proprio un’arcadia, perché nel XIV del Purg., accanto alle donne ed ai cavalieri ed agli agi delle corti vi sono pure gli affanni  “…le donne e’ cavalier, li affanni e li agi…”, e nel Convivio la cortesia non può prescindere, comunque, dall’onestà. “…Cortesia e onestade è tutt’uno…”. Con dentro un grande sospetto ed una non ridotta tensione, anche noi quindi, diversamente ammaestrati dal grande poeta, non possiamo che parlare di tempi ideali.  Ed idealizzabili ancor più quando incarnati, realizzati, “…vincetossico è il viatico…” (con ciò che segue), ad allontanarci dalle degenerazioni – dalle degenerazioni ripetiamolo – della determinazione, che riscontriamo, sempre più potenti e diffuse in linea con il clinamen epocale.  

Ma perché noi, consapevolmente, si definisce ideale la cortesia, non significa che si debba per forza reputarla irreale od impraticabile.  Se non ora, quando sarà giusto… per molti, se non per tutti.

Note:

1) S. G., N-SNOB. Altre Evocazioni. Oaks Editrice, giugno 2021, V, L’amicizia come sfida, pag. 87.

2) S. G., BORGES ET ALII. Una diversa avventura dell’elitismo, Heliopolis Edizioni, in cartaceo giugno 2021, III Parte, “Commento su Victoria Ocampo”, pag 98-100 + e-book Asino Rosso – Heliopolis, maggio 2021.

3) Roger Caillois, La forza del romanzo, trad. it. Sellerio, 1980, pag. 159.

Sandro Giovannini

 

 

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Categorie: Filosofia

Pubblicato da Ereticamente il 18 Giugno 2021

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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