La cimice – Livio Cadè

La cimice – Livio Cadè

Secondo il Buddha, la vita è Dolore. A Voltaire, che lo sollecita a studi filosofici, Federico II risponde: “le mie sofferenze hanno consumato la mia filosofia”. Visioni pessimistiche cui non si vorrebbe aderire ma alle quali l’esperienza fatalmente ci inclina.  Vivendo, impariamo che nessun discorso autenticamente umano può prescindere dal Dolore. Tuttavia, v’è nel Dolore qualcosa che si ribella alle parole, e quanto più abbiamo vissuto, tanto meno ci sembra possibile parlarne.

Ivàn Karamàzov, riflettendo sulla sofferenza dei bambini, nega ogni pretesa di trovarle un senso. Le razionalizzazioni basate sul determinismo naturale gli sembrano “baggianate euclidee”. Le giustificazioni di carattere religioso, che vorrebbero spiegare tale sofferenza inserendola in un’armonia superiore, urtano la sua sensibilità. «Io sono una cimice e riconosco in tutta umiltà che non capisco per nulla perché il mondo sia fatto così».

Chi non sappia rinunciare a far della filosofia, può vedere nel Dolore un’eterna maledizione o, come il curato di Bernanos martoriato dal cancro, dire che “tutto è Grazia”. Può, come il Buddha, sistematizzare il Dolore in un’elaborata dottrina. In realtà, più che del Dolore vissuto, noi parliamo del Dolore pensato, ricordato o atteso, della sua ombra che si allunga su di noi e spesso ce lo mostra più grande di quanto non sia. Non è un discorso sul mistero del Dolore ma un esame delle nostre personali reazioni.

La nostra relazione col Dolore si riassume in fondo in due elementari risposte: il Conflitto e la Fuga. Nella loro dimensione biologica, corrispondono alla reazione di un animale minacciato: attaccare o scappare. Se entrambe le vie sono precluse si crea in noi uno stato di impotente paralisi o di rassegnata accettazione. La scelta non dipende tanto da un esame obiettivo della situazione quanto da un’attitudine del temperamento e da una serie di condizionamenti culturali e ambientali. Il prevalere in noi dei meccanismi del Conflitto o della Fuga determina il nostro carattere, un atteggiamento esistenziale di fondo,  e incide drammaticamente sul nostro destino.

Il paradigma del Conflitto è di fatto il pilastro portante della nostra civiltà. La retorica ufficiale nasconde a stento la comune opinione secondo cui il debole deve soccombere al forte per necessità naturale. Il Conflitto è dunque culto della Forza, in tutte le sue manifestazioni. La sua virtù è il coraggio, il suo scopo è il dominio. Le ideologie politiche o economiche, le nostre realtà sociali, hanno tutte radici nel Conflitto. Anche il nostro sentimento religioso è segnato dal conflitto con un Padre. La scienza vede forze in conflitto, l’evoluzione è conflitto, la medicina è conflitto. La nostra tecnologia è in conflitto con la natura, l’uomo è in conflitto col mondo e con sé stesso.

L’indole violenta della nostra società copre la sua cattiva coscienza con estetismi politici e morali, i miti della democrazia, della solidarietà ecc. Ma chi rimuovesse questo strato d’ipocrisia, sotto vedrebbe le logiche dello sfruttamento e del sopruso, le censure e le manipolazioni del pensiero, le divaricazioni sempre più profonde tra schiavi e padroni. Vedrebbe un sistema che anche quando si definisce liberale usa sistemi totalitari e repressivi; umanista, razionale e pacifista a parole, disumano, folle e omicida nei fatti.

A questa reazione aggressiva e violenta, che vorrebbe distruggere le dolorosi restrizioni del reale, fa da contraltare il paradigma della Fuga. Culto dell’Evasione, la cui virtù è la prudenza, l’obiettivo la libertà. Psicologicamente tende alla rimozione e all’illusione, intellettualmente all’astrazione e al metafisico. Può presentarsi in forme rarefatte, come sublime distacco dal mondo, ripiego in forme idealistiche o ascetiche, “fuga dell’Uno verso l’Uno”, immersione salvifica nei libri, nell’immaginario o, più banalmente, fuga dalla città verso la ‘natura’, dal rumore verso il silenzio, ricerca di diversivi e distrazioni, fuga dagli altri e da sé stessi.

Oggi il fantasma della Fuga naviga sulla Rete, si imbottisce di farmaci, coltiva utopie sociali. Nessuno esce più dalla caverna platonica, anzi ognuno si adagia tra le sue ombre familiari e rassicuranti. L’evasione collettiva prende le infinite forme di un Oltre analgesico e ansiolitico, escissione di differenze razziali e culturali, ablazione dei contrasti e delle discriminazioni, luogo dove evacuare il senso delle identità storiche e religiose, abolire le antitesi, negare i limiti naturali. La sessualità stessa, ultima roccaforte del reale, si trasforma in nebulosità policrome e indefinibili. Il linguaggio di questa Fuga è l’eufemismo, timore di dare alle cose il loro giusto nome. La sua ideologia è un relativismo etico e intellettuale, che come un acido tenta di corrodere gli aspetti duri e irriducibili del reale, di render la vita una gelatina per stomaci deboli.

Questi due paradigmi possono apparire lontani uno dall’altro, ma sono in realtà le due facce di una stessa medaglia, son fusi tra loro in una radicale e continua tensione. Come in una sorta di polarità Yin e Yang, la Fuga contiene in sé i germi del Conflitto e viceversa. Non posso uscire dai loro meccanismi senza entrare in conflitto con loro o fuggirli, cadendo così in un circolo vizioso. Il punto è che né l’una né l’altra via possono liberarmi dal Dolore. Spesso lo inaspriscono, o ne inibiscono solo i sintomi superficiali, come i comuni farmaci. Sembra quindi non esservi speranza.

La ragione di ciò è che, nonostante tutta la sua scienza e le sue stupefacenti magie tecnologiche, l’uomo di oggi è ancora schiavo di due terribili padroni: la Fame e la Paura. Due forze telluriche, sotterranee e indomabili, lo legano a un destino di violenza e di dolore. Dagli angoli di questa società di acciaio e cemento non sarà una tigre a balzare su di noi e a divorarci. Sarà un cancro inesorabile, un virus, il terrorismo, il cambiamento climatico. E se anche i magazzini traboccano di cibo, molti patiranno la fame e altri sentiranno l’incombere di nuove carestie, che chiameranno crisi economica, disoccupazione ecc.

La mente dell’uomo è infatti uno stomaco insaziabile. Nella società del benessere, la Fame diventa avidità di sensazioni ed emozioni. La Paura si fa invece delirio di sicurezza, pretesa di garanzia contro ogni rischio; oppure ossessione igienico-sanitaria, sogno di una società assistenziale e previdenziale. Il normale appetito di rapporti umani si trasforma in voracità di contatti, ricerca di continue conferme narcisistiche. Perciò viviamo in una costante connessione col mondo che è sconnessione da noi stessi, semplice esibizione di sé sui social, dove l’angoscia della nostra solitudine ci spinge ad accumulare amici e ammiratori fittizi. Gli ideali, i sogni, gli amori, diventano figli della Fame e della Paura, prole numerosa e tormentata da una continua indigenza.

Non per una necessità biologica ma per una Fame perversa noi divoriamo miliardi di animali, li segreghiamo, li torturiamo. E poi ci divoriamo tra noi, in guerre, lotte di classe, conflitti di Mercato, speculazioni finanziarie, intrappolati in una maligna catena alimentare. Divoriamo conoscenze, viaggi ed esperienze, fino alla nausea. Infine rivolgiamo la nostra Fame all’interno e divoriamo noi stessi. E se talvolta esitiamo a soddisfare la rapacità della nostra Fame è solo perché la Paura ci inibisce.

Ricordo quando si diffuse la notizia della cosiddetta ‘mucca pazza’, rivelando la follia di un sistema che nutriva animali vegetariani con i resti della macellazione. Il consumo di carne bovina diminuì del 50%. Nessuna campagna per il vegetarismo, appellandosi alla pietà, avrebbe potuto ottenere un simile risultato, neppure in trecento anni. Ma finita l’emergenza, i consumi ritornarono sui livelli precedenti, i macelli a lavorare a pieno ritmo, senza alcun rispetto della Vita.

L’uomo medio, questa astrazione così drammatica e concreta, non agisce infatti sulla base di valori etici ma spinto dai demoni della Paura e dalla Fame. Quando ne è posseduto, ogni richiamo alla sua Umanità cade nel vuoto. Dietro gli alibi della sua moralità nasconde pulsioni incurabilmente egoistiche. Non rinuncia alla sua bistecca se gli mostrate come uno sventurato vitello viene torturato e ucciso. Ma se gli dite che mangiar carne può favorire il cancro o l’infarto, forse la Paura lo farà esitare.

La Fame e la Paura non hanno alcun interesse per la verità o la giustizia. L’inganno -o l’auto-inganno- e il sopruso sono strumenti di cui si servono abitualmente. Non inclinano alla saggezza ma possono aguzzare l’ingegno o deprimerlo, rendere scaltri o folli. Di questi tempi, ad esempio, la Paura ha provocato nell’uomo un’eclissi totale dell’intelletto. Lo ha chiuso in questa idea aberrante dell’homo homini virus, che riduce il Conflitto e la Fuga a trame psicotiche. E la Fame non chiama più ‘guerre e ruberie’ quelle violenze che da sempre scatena, ma ‘Piano Pandemico’. Sembriamo condannati a una deprimente stupidità, a una radicale incomprensione della vita.

Ogni tanto lo Spirito ci ricorda che nel fondo del nostro essere v’è un cielo che sovrasta i deserti della Fame e della Paura. Ci dice che si può uscire dalle logiche dell’avidità e dell’angoscia, e costruire un Ordine dell’Amore. E se si può, si deve. Ma noi non lo ascoltiamo. Se lo facessimo, vedremmo finalmente le vittime della nostra violenza –e noi stessi- con occhi aperti alla pietà.

Dopo tante rivoluzioni politiche e militari, scientifiche e industriali, è tempo di restaurare una coscienza pienamente umana. Non si tratta di conciliare il Dolore del mondo con l’idea di un Disegno metafisico o di una Giustizia divina. Queste teodicee sono in fondo una Fuga di fronte all’assurdità e all’orrore del Male. Non posso rispondere con sillogismi a un universo che soffre. Ma posso, come lo starec Zosima, inchinarmi al Dolore, averne compassione, curarlo.

Se esiste una terza via, oltre il Conflitto  e la Fuga, è quella di sciogliere pazientemente le nodosità e le resistenze dell’anima, le sue tenaci aderenze alle Fame e alla Paura. Questo apprendistato lento e faticoso non evita la sofferenza dei bambini – o di ogni altra creatura. Non ci salva dal Dolore e neppure ci conforta con la speranza di un Paradiso per le vittime e di un Inferno per gli aguzzini. Non offre teorie consolanti e altre vie di Fuga. Semplicemente, insegna ad accettare la Vita per quello che è: un Abisso inaccessibile alla ragione. E ci chiede di specchiarci in questo Abisso.

La nostra anima può trovar pace solo facendo ritorno a un misterioso luogo d’origine. Ma non è possibile raggiungerlo seguendo le vie del Conflitto e della Fuga. Forse il Dolore serve a questo, a ricondurci in questa profondità del cuore, perché la nostra coscienza ordinaria non saprebbe mai arrivarci. Non so dire come questo sia possibile. Anch’io, come Ivàn Karamàzov «sono una cimice e riconosco in tutta umiltà che non capisco per nulla perché il mondo sia fatto così». Forse l’uomo non può capire, solo illudersi d’aver capito. Ma questa cimice ha ricevuto dallo Spirito un dono che può accogliere o rifiutare: non solo sa soffrire del proprio Dolore ma anche del Dolore degli altri. Ed è questo che la rende umana.

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Categorie: Filosofia, Spiritualità

Pubblicato da Livio Cadè il 6 Giugno 2021

Commenti

  1. Livio Cadè Staff

    Errata corrige. Ho citato a memoria la frase di Federico il Grande all’inizio, traendola da un ricordo di gioventù. Oggi ho ritrovato il testo originale e la frase esatta è questa: “È duro per un uomo sopportare quello che io sopporto… La mia filosofia è stata consumata dalle sofferenze”.
    Per altro, la frase si trova in una lettera di cui non viene indicato il destinatario. Quindi, pensare che fosse Voltaire è stato un mio lapsus memoriae (per altro non inverosimile, dato il rapporto tra i due).

  2. Paola

    Avercele la Sua cultura e la Sua memoria…grazie per l’articolo.

  3. upa

    In fin dei conti il dolore è un “aspetto” dell’Infinito..e lo rende tale in quanto non può privarsi di nulla..neppure del nulla stesso..e in ciò vado oltre la metafisica tradizionale (Guénon) che mi va un po’ stretta..in quanto non lo ammette per evidente illogicità..
    Ma il Mistero non è certamente logico..
    Quindi…perché meravigliarsi del dolore..?
    Perché non procediamo verso il bene..visto che l’Infinito non ne è privo?
    Nell’Infinito ci stanno anche gli scogli..e superarli è la nostra missione esistenziale..
    Ecco..concentriamoci a raggiungere il bene..o rimaniamo nel male se il luogo ci piace..che tutti i gusti son gusti..e tanto.. tempo ne abbiamo..
    Il ruolo di cercatore del “bene”è allettante..è il dolore che prende una forma più potabile e seducente..
    Magari il bene non lo raggiungiamo..ma aver trovato uno scopo nella vita è una bugia permessa e chi ci dice che non sia pure vera..?
    In un Universo dove tutto è possibile,,anche l’impossibile..perché non aver fiducia che la realtà del bene sia più profonda di quella del male..e la si possa raggiungere se ci allontaniamo da questa.. che nessuno ci obbliga a farne la cifra della nostra vita..?
    Nel Tutto nessuno ci obbliga a stare in luoghi poco accoglienti..che devono esistere ..ma non necessariamente da noi stabilmente abitati..
    Se tutto ha la realtà del sogno..prima di svegliarci..dovremo assaggiare qualche bel sogno..non sempre incubi..
    Personalmete ho sperimentato che se a cena mangio pesante gli incubi sono assicurati..e se mangio con criterio faccio sogni paradisiaci..
    Durante la veglia ho visto che sono attaccato agli incubi che leggo sui giornali e che vedo attorno..e se invece leggo o penso a qualcosa di buono divento più sereno..
    Perché guardiamo sempre al male che ci circonda tanto da provarne un perverso compiacimento e ci disturba pensare al bene e alla gioia o alle soddisfazioni che pure esistono ma non sono argomenti che ci colpiscono..?
    La ragione è che siamo pigri..e vogliamo rimanere come siamo..così il mondo sarà sempre malvagio..noi anime superiori incomprese e tutto si tiene per farci rimanere allo scoglio..
    Ammettere di fregarsene dei mali del mondo e di occuparci del bene che che vi si può trovare per aiutarci a uscire dall’incubo è la prima cosa da fare..anche se è poco rispettabile..ma si sa che non si va in Paradiso in carrozza..

  4. Gianni

    Io credo che bisogna fuggire quando si deve fuggire e mangiare quando serve.Il vero nemico è la mancanza di misura.La coperta è corta e l’amore universale è una bufala universale.Vero è che ogni essere vivente è una dimensione unica,e vede e occupa uno spaziotempo unico.

    • Livio Cadè Staff

      “Amore universale” è un’espressione che non ho mai usato e non so neppure a cosa si riferisca esattamente.
      “Rispetto per la vita” è un’altra cosa. Per esempio, io non amo i topi ma li rispetto, e trovo inaccettabile che vengano usati come cavie per i nostri esperimenti.
      Che mangiare, o in certi casi fuggire, sia necessario nessuno lo mette in dubbio.
      Infine, è vero che occupando “uno spaziotempo unico”ognuno vede e legge le cose a modo suo.

  5. Paola

    Non è la sede e non c’entra nulla con il tema trattato, lo so. Ma devo. Si lega al nuovo dio venefico e al Suo straordinario articolo “Sacrifici umani”, che mi aveva segnalato. Oggi, a Genova, abbiamo avuto la sintesi perfetta del Male.

    • Livio Cadè Staff

      Mi scusi, non sono aggiornato sui fatti di cronaca. Mi può dire a cosa si riferisce? Grazie

      • Paola

        Ragazza diciottenne aveva partecipato a un “Open day” (!) vaccinale per giovani e maturandi…dopo una spinta mediatica ributtante, intrisa di folle spinta persuasiva tra il delirio e il ricatto…da “vaccinarsi è di moda e fa figo, I ragazzi lo hanno capito” (parole di un onnipresente mengele mediatico), a “così tornerete alla vita di prima etc…”. Trombosi, 2 interventi chirurgici, donazione organi. Così “si salveranno 5 persone”. È tutto.

        • Livio Cadè Staff

          Sì, questo è il Male allo stato puro. Siamo arrivati al girone più basso. Sono orripilato e non trovo parole.

        • Rosanna

          Buongiorno signora Paola. Leggo sempre con estremo piacere i suoi commenti che condivido. Non ho mai scritto fin ad ora perché, probabilmente sbagliando, ritenevo quasi inutile inutile farlo e, non lo nego, anche per una timidezza che mi ha frenato. Però ad oggi penso sia doveroso non stare più zitti. Ho sempre pensato, in questi ultimi tempi, che gli scenari a cui stavamo assistendo avevano qualcosa di infernale, maligno e perverso…Ma leggendo di questo ultimo drammatico episodio della ragazza diciottenne morta, la sensazione che ho provato è stata quella di una angosciosa discesa nel Maelstrom, un gorgo che ti trascina sempre più in basso e che, per quanto si cerchi di stare a galla, non dà scampo, trascinando dentro di sé ogni cosa e annientandola. La sintesi del Male, ha ragione: è questo che stiamo vivendo.
          “Scellerati quei tempi in cui i matti guideranno i ciechi”, matti che si stanno dimostrando dei criminali senza scrupoli.

          • Paola

            Gentile Rosanna, grazie…La capisco. Per me, non iscritta ad alcun “social” (per carità!), ormai ritirata sulla linea del “vivi nascosto”, scrivere la prima volta qui, mesi fa, è stato un atto autoimposto di coraggio…poi a volte ne ho forse abusato, anche d’impulso. Ma è l’unico spazio dove trovo il sollievo della riflessione, del confronto sempre sano e costruttivo, della felice scoperta di anime affini. Come Lei. Grazie.

          • Paola

            P.S. Non condanno in toto i social, assolutamente…alcuni svolgono un ruolo informativo utilissimo, soprattutto in questo periodo…ogni tanto scorro dei profili o dei commenti pubblici, di persone più o meno anonime, che offrono contributi apprezzabili…ma io non ho il carattere per farne parte.

          • Paola

            *”vivi nascosto”, diciamo, adattato e personalizzato. Non sono in grado, purtroppo, di raggiungere Epicuro.

  6. Livio Cadè Staff

    Gentile Paola, “vivere nascosto” è ciò che anch’io vorrei. Infatti, non vorrei neppure scrivere. Ma è come un animale che fa i suoi versi sperando che qualche suo simile gli risponda… O come dice Lei, per scoprire anime affini.

  7. lorenzo merlo

    L’esperienza non è trasmissibile.
    Pretendere di comunicare è un atto egoico e ottuso.
    La sola via è il messaggio nella bottiglia.

    • Livio Cadè Staff

      Ma nella bottiglia non si mette nulla, la si lascia vuota?
      Metterci un messaggio non è ancora un modo per comunicare?

      • Kami

        Forse messaggio nella bottiglia significa comunicare senza attaccamento ad un risultato particolare? Comunicare per l’impellenza che si sente di dover veicolare un messaggio, senza cercare di ottenere alcun effetto particolare nel farlo – sia esso aprire gli occhi della gente, fare proselitismo, o anche cercare qualcuno con cui condividere le proprie pene? Questo è wu wei, in via teorica sarebbe il traguardo a cui tutti noi dovremmo tendere onde evitare le ripercussioni delle azioni orientate ad un fine (dico in via teorica perchè per ora dista anni luce da dove mi trovo e da dove mi sembra trovarsi la stragrande maggioranza della gente). Un esempio; a forza di “comunicare” le mie idee ad amici e parenti durante tutto l’anno scorso, ho come il sentore non solo di non aver “convinto” nessuno (dato di fatto), ma anche di aver influito nella creazione di scelte radicalmente opposte a quelle che “speravo” di sortire con la mia comunicazione. In pratica un casotto..ma cosa aspettarsi se il movente era cercare di convincere delle persone sulla base di una mia esperienza, un mio sentire, che, come dice la parola stessa, deve essere “sentito” per essere compreso? Davvero, l’esperienza non è trasmissibile ed è fonte di frustrazione e sofferenza aspettarsi che tutti abbiano lo stesso sentire nostro, perchè le esperienze di vita sono diverse per ciascuno di noi.. e grazie al Cielo dico io. Capita ogni tanto di trovare persone più affini a noi (tra l’altro colgo l’occasione per ringraziare Lorenzo Merlo perchè apprezzo tantissimo i suoi messaggi nella bottoglia), ma forse da un punto di vista prettamente spirituale è nell’apparente conflitto con dei sentire diversi dal nostro che si cela la possibilità di crescere, quindi ben vengano. Con questo non sto dicendo che bisogni fare compromessi (no no no!!) con tutti, o ignorare il male e rifugiarsi nella filosofia dell’ “andrà tutto bene”, tutt’altro; a mio avviso il male c’è ed è la tendenza dentro ad ognuno di noi di allontanarsi dalla Verità e bisogna essere sempre super vigili affinchè non si retroceda dentro al nostro inferno personale (che poi diventa collettivo etc etc); dico solo che se vogliamo contribuire in maniera effettiva a migliorare il mondo, a guarire la gente che evidentemente sta malissimo, bisogna scendere dalla roccaforte che ci siamo creati col pensiero “noi nel giusto, loro nello sbagliato” (che ci fa soffrire pure noi!) e magari comprendere che non è che noi abbiamo ragione e loro torto, noi forse abbiamo già passato certe fasi in cui altri ancora si trovano adesso e abbiamo una visione più ampia delle cose, tutto qui. In larga parte ciò è dovuto a un percorso interiore che abbiamo svolto e che stiamo svolgendo (nel mio caso veramente un regalo del Cielo perchè non ho fatto niente per meritarmelo) che ci ha messo a confronto anche con la paura della morte e ci ha aiutato a comprenderla, facendoci trovare più preparati in questo 2020 (difatti a mio avviso è la paura della morte che ha creato tutta questa psicosi); altre persone, magari, sono in una fase del percorso in cui ancora devono imparare a volersi bene a livelli base e ancora battagliano con demoni con cui noi abbiamo già avuto a che fare. Sono cattivi per questo? Si, nel senso di captivi, prigionieri, no nel senso di malvagi. Forse se in onestà ci guardiamo dentro scopriremmo che anche noi eravamo così una volta e che è stata una forza misteriosa a darci una chance. A dirla tutta nel mio caso è stato il sentirmi amata per la prima volta ad aver acceso una scintilla dentro di me, che poi ho potuto continuare ad alimentare giorno dopo giorno. Ecco, credo che sia la mancanza di amore ad essere alla fonte di tutta questa decadenza, e forse è proprio l’amore la chiave di volta. 🙂 scusate il pippone, come si dice dalle mie parti, ma ci tenevo a scriverlo perchè secondo me qua in questo sito ci sono anime molto “sveglie” e sensibili, che rischiano di abbattersi e di soffrire, quando ovviamente già avere un sentire del genere nell’anno 2021 è una rarità e il segnale di una certa responsabilità verso il mondo intero (in primis sto scrivendo a me stessa perchè sono la prima a cadere preda della tristezza e dello scoramento). Personalmente non credo nelle coincidenze e pertanto penso che se ci sono stati dati occhi per vedere, sia per qualcosa di più importante che abbattersi e ripetersi che tutto va male (una ovvietà tra l’altro). Ringraziamo il Cielo di questo dono e, come ogni dono, mettiamolo a servizio del mondo intero. Un saluto!

    • Paola

      Sa che quasi quasi ci tento…a costo di uscirne con le ossa rotte e nonostante la dichiarata volontà di fuga da me poco fa espressa (alludo a confronti che, senza ironia, non so veramente reggere)…ma due/tre domande devo farle. Il messaggio in bottiglia forse verrà trovato. Quindi l’ipotetico destinatario c’è e, pertanto, anche l’intento comunicativo del mittente (come scrive L.Cadè). Il messaggio stesso, poi, qualsiasi esso sia, non è sempre frutto di un’esperienza? E implicitamente non contiene l’esperienza stessa?

      • Paola

        *La domanda sul messaggio in bottiglia è per.L.Merlo…per restare in tema, galleggiando, è finita nel posto sbagliato…

  8. Elena

    Care Paola e Rosanna, tante volte sono stata sul punto di scrivere qui su Ereticamente. Ma poi mi scoraggio, mi intimidisco, faccio mille altre cose… questa vicinanza femminile mi sospinge…amo da sempre silenzi, natura e soprattutto attività apparentemente ‘inutili’ …ora come ora mi pare che sia assai fondamentale ‘riconoscersi’ e non parcellizzarsi, vincere le remore che ci tengono lontani…i blog sono spazi prettamente maschili, facilmente pieni di boria intellettuale e aggressività (soprattutto nei commenti, per la mia esperienza)…frequentemente con Livio si discute della necessità o meno di continuare a gettare spunti di riflessione in questo stagno e sempre concludiamo che le buone idee sono come il lievito e la fermentazione, che agiscono magicamente trasformando poco a poco…

    • Paola

      Una vicinanza sincera, fresca e rigenerante le Sue parole. Grazie.

      • Paola

        …mi domando se sia il caso di eliminarlo proprio “apparentemente”, riferito alle Sue attività. Non so quali siano. Ma, a leggerLa, nulla di quello che fa, anche il quotidiano, lieve discreto e poco eclatante, può essere inutile.

        • Paola

          * mi scuso…manca la virgola dopo “lieve”…

          • Paola

            Ho scritto un’idiozia. Mi succede sempre più spesso…era “apparentemente INUTILI” che eliminerei…Dio mio…che testa…buttiamola sull’ironico…ora L. Merlo penserà a errori voluti per soddisfare il mio istinto fortemente “egoico” e mi arriverà un dolce strale al curaro. Ma io rifuggo dal duello concettuale, glielo dico già da ora…non sono in grado.

  9. lorenzo merlo

    Paola 17:32
    Qualunque sia la risposta, il punto non è in contenuto del messaggio, ma la dimensione egoica con la quale lo infiliamo nella bottiglia.
    Se con pretesa di risultato, ovvero con qualche attaccamento, stiamo dimostrando di cercare l’evoluzione (forza, stabilità, “invulnerabilità”, chiaroveggenza, benessere, libertà) lungo una via non idonea in quanto ogni attaccamento tende ad implicare pena, sofferenza, egoismo, egocentricità. Conflitto.
    Anche esaltazione. A sua volta cavallo ri Troja della sofferenza se in essa ci identifichiamo.

  10. lorenzo merlo

    Condivido Kami per la prima parte della descrtizione del “punto”.
    Se non ho male colto, nella seconda, è presente una volontà relativa all’interesse personale, il tempo lineare, la via tracciata verso la verità. (Temo di essere sibillino. Pardon).

    Il messaggio nella bottiglia è un gesto di consapevolezza che siamo universi diversi in cui lo standard è l’equivoco in quanto l’esperienza non è trasmissibile. In quanto tutto è maneggiato da condizioni personali di fondo e del momento.
    In quanto ammettiamo e scartiamo in funzione della nostra disponibilità a mantenere l’identità, la “stabilità”.
    Ciò che è vissuto come fuori dall’ambito della nostra identità tende a venire scartato.
    Ciò che ci pare possa intengrarsi in noi è accolto ed integrato.

    • Kami

      Non direi lineare, ma vedo la ricerca della Verità (che è poi a mio vedere un ritorno a qualcosa di orginario) come un prima e un dopo, quello si, ma un prima e un dopo che come tutto ritornerà di nuovo a livello circolare (evoluzione, involuzione). Nella vita stessa di un individuo si alternano queste fasi, anche a livello giornaliero. Forse la natura del fenomeno, per come lo ho osservato io, è più oscillatoria che lineare; gli antichi usavano il simbolo della spirale, per esempio, o quello del labirinto unicursale, che la dice lunga sulla nostra possibilità di scelta (il dedalo, con le sue scelte, è un simbolo che appare dopo e che è associato con la mondanità, mentre il labirinto unicursale con la dimensione della ricerca spirituale, cammino più “obbligato”).
      Non osteggio la persona che mi è stato dato di interpretare fintanto che l’identificarsi troppo con essa non sia causa di pena e sofferenza; per il resto, penso che ci sia un motivo anche per questo calarsi nella materia, e che sia una illusione che ha sicuramente uno scopo evolutivo (come tutto del resto). Non so se sia possibile essere super partes e trascendere completamente da un interesse personale, in primis perchè,volenti o nolenti, siamo persone (proprio nel senso di “maschere”) e pertanto ritengo che la scelta di uno schieramento sia inevitabile; come nel caso dei fatti di cronaca relativi alla pandemia, non ho potuto evitare di prendere una posizione ideologica, perchè il mio sentire mi ha obbligato a farlo. Se questo è quasi obbligato, da lì ad investire energie nella mia posizione ideologica c’è di mezzo il mare, e come dicevo è stato il caso l’anno scorso; step comunque necessario per trascendere l’attaccamento, anche se la mia posizione ideologica ad oggi non è cambiata di una virgola. Questo per dire che credo sia quasi impossibile non agire seguendo una forma di interesse personale, di sentire particolare; questo va dall’azione egoica per eccellenza (pianificare il proprio futuro), a seguire un ideale, a sperare in un mondo migliore. Adeguare il proprio interesse personale alla Volontà universale è un po’ il traguardo verso cui tendere, ma chissà se come tutti i traguardi sia roba di un altro mondo.

  11. lorenzo merlo

    Livio.
    Certo il messaggio nella bottiglia è “un modo per comunicare”.

    Ma comunicare – nel senso di realizzare lo scopo dell’espressione – non corrisponde ad esprimere qualcosa.
    Ogni nostra espressione implica comunicazione.
    Tuttavia man mano che l’ambito è meno tecnico e più umanistico, meno piccolo e più grande, il rischio di equivoco tende ad elevarsi.

    La cultura materialista-reazionalista che ci ha cresciuti tende a faci pensare e credere che affermare corrisponda a comunicare. Da cui la valutazione e il giudizio. La gerachia, la distinzione, separazione docente-allievo. La supremazia dell’esperto. Aiuto.

    • Livio Cadè Staff

      Quindi, se non capisco male, Lei dice che “pretendere di comunicare è atto egoico e ottuso” ma comunicare no.
      Lei dice che “comunicare non corrisponde a esprimere qualcosa” e tuttavia “ogni nostra espressione implica comunicazione”.
      Questa sembra una contraddizione, ma forse è come dire che ogni gatto è un mammifero ma non ogni mammifero è un gatto.
      Quindi l’esprimere è una categoria generale di cui il comunicare è una forma particolare?
      E l’affermare, sempre che non abbia frainteso, è a sua volta una sottospecie del comunicare, ossia una sua variante dal carattere giudicante e valutativo, che crea gerarchie di ‘esperti’.
      Sto cercando di capire.

  12. lorenzo merlo

    Questo stesso nostro affaccendarci per comunicare cosa intendiamo dire o per verificare se quanto abbiamo inteso corrisponde a quanto si voleva fare intendere, rientra per me nella questione del comunicare.

    1. Se affermare corrisponde a comunicare sussiste che l’esperienza SIA trasmissibile.
    2. È vero comunque che ogni espressione implica una comunicazione per chi la osserva. Che poi, tra emissione ricezione, ci sia corrispondenza o meno è altra questione.
    3. Se invece come sappiamo, l’esperienza non è trasmissibile, sussiste che ogni affermazione è un messaggio nella bottiglia.

    Per quanto faccia del mio meglio per chiarire, so della presenza del rischio di sporcare ulteriormente le acque.
    Ne viene che solo tra opportunamente motivati si possa – senza contare il tempo necessario – arrivare a condividere il significato dell’emittente o meno, a riconoscerlo nella sua intenzione fino al punto da vederlo espresso anche in altre forme, magari proprio la nostra, quella che inizialmente non sospettavamo corrispondesse a quella del nostro interlocutore.
    Siamo universi diversi improbabilmente sovrapponibili.
    Sarebbe bello poterne parlare.
    Bello in quanto evolutivo e chiarificatore per tutti.

    A suo tempo avevo fatto un tentativo di comunicare la struttura della comunicazione, intesa come atto di volontà di comunicazione.L’argomento mi interessa molto. https://www.ereticamente.net/2019/04/il-cerchio-della-comunicazione-lorenzo-merlo.html

  13. lorenzo merlo

    Sono partito senza piû considerare le puntuali note di Livio. Pardon.
    È egoico e ottuso quando si ritiene che se il nostro intento non si compie non ci sentiamo responsabili del fallimento, quando rieniamo che il responsabile sia il destinatario. Quando cioè crediamo che affermare corisponda a comunicare.

    Gatto e mammifero. L’esserci hegeliano implica una imprescindibile comunicazione purché in presenza di un osservatore. Non di questa comunicazione che cerco di dire ora, qui. Piuttosto di quella relativa all’intento dell’affermazione. Tendenzialmente di aspetto lineare in abito ristretto e tecnico. Mentre di tipo quantistico in contesto ampio e umanistico. Qui, una ns affermazione muta in funzione dell’interlocutore, del suo universo di base e contingente.

    L’esprimere corrisponde all’esserc , il ritenere di comunicare secondo il nostro intento è un derivato della cultura meccanicista.

    Le gerarchie e gli esperti sono categorizzazioni umane che danno il loro servizio nella nostra logistica e comunicazione. È la loro assolutizzazione che implica che qualcuno di noi sia negato per qualcosa. Ed è il neonegato che patisce il suo stato in quanto estromesso. È lui che non piû coltivare il proprio gradiente di talento in quel settore. Vedi covidioti.

  14. Paola

    Con molta, molta fatica, sto cominciando a “entrare” in questo ragionamento su esperienza, messaggio, comunicazione etc…Il limite è certamente mio, lo ammetto senza problemi. Questione di formazione, forma mentale, competenze, altro. Ho dovuto leggere e rileggere più volte, ho delle difficoltà, ma qualcosa si sta muovendo…qualcosa. Quando sarò pronta e lucida, leggerò volentieri il link suggerito. Comunque grazie.

  15. Livio Cadè Staff

    Alla fine, quel che ho capito è che comunicare è molto difficile, e comunicare cosa significhi comunicare ancor di più, forse impossibile. E se comunicare ad altri è velleitario, comunicare con sé stessi è un’utopia.

    • Rosanna

      Tutti questi ragionamenti sul cosa significhi comunicare mi hanno fatto leggere l’articolo “Elogio dell’ozio” con una tale fame d’aria placata solo dal principio del Wu-Wei…E così mi son resa conto ( semmai fosse stato necessario) che è un principio che si può solo sentire, vivere e che tante speculazioni intellettuali su cosa significhi comunicare sono esempio dell’affermazione di Laozi “Le mie parole sono semplici da capire e facili da mettere in pratica, eppure nessuno al mondo le capisce, nessuno le mette in pratica”, perché si affrontano argomenti che richiederebbero un abbandono all’ascolto dell’anima, non una razionalità logorante. Se solo per un istante smettessimo di mettere il cervello razionale davanti a tutto…Mi vien da dire che se si vuol dare una continuità a questo articolo sia davvero necessario leggere “Elogio dell’ozio”, ma allo stesso tempo mi chiedo se porterebbe a qualcosa perché in fondo il Wu-Wei è come il Tao, non si può spiegare, così come non si può spiegare cosa significhi ‘COMUNICARE’ tra persone con approcci diversi alla vita: diventa una moderna Torre di Babele. Rifacendomi a quello che scrivevano anche Paola ed Elena, è necessario incontrarsi tra anime affini per avere un vero dialogo e quando le si trova bisogna ringraziare il Cielo.

  16. lorenzo merlo

    La mia attenzione alla comunicazione oltre ad avere come culmine di ricerca una spiegazione delle sue difficoltà eo dell’equivoco come standard, ha anche quello di evidenziare la “ supponenza” della cultura meccanicistica che attribuisce la responsabilità del fallimento comunicatorio al destinario e celebra cosî l’emittente. In qusto modo la grafica della comunicazione è una freccia da me a te. Nella sua alternativa umanistica la freccia diviene cerchio.
    Forse il tutto configurato in ambito didattico puô offrire spunti esplicativi.

  17. lorenzo merlo

    Paola, per come la vedo, emanciparsi da una comunicazione
    1. esaurita nell’avere compiutamente formulato l’affermazione;
    2. nell’attribuzione di responsabilità in caso di fallimento dell’intento
    ha una dimensione rivoluzionaria, comporta, direi, una rivisitazione del mondo, della realtà, dell’altro, di noi stessi.

  18. Paola

    ” Vivere, parlare, pensare. Senza dire io…” Ho guardato la Sua biografia. Penso sia una lettura interessante. Il titolo stesso mi chiarisce molto dei Suoi interventi.

  19. Paola

    …le coincidenze significative…stavo leggendo, su un sito, uno stralcio dell’intervista a Paolo d’Arpini. La sua esperienza infantile è avvenuta nel luogo in cui mi sono trovata per (s)ventura a nascere e dove ancora abito (non vivo)…e la citazione “nel mondo, ma non del mondo”…l’avevo ripresa di recente in un commento su questo sito. Interessanti coincidenze. Molto.

    • Paola

      Errata corrige. D’Arpini inverte le preposizioni nella citazione. Interessante comunque. Da approfondire, prima o poi. Grazie per gli spunti. Buona serata.

  20. upa

    Mah.!
    Un Maestro spirituale scrive..o meglio ..parla..spinto dalla compassione…
    Ma chi è in qualche modo sulla Via ..scrive per vanità..
    Può scrivere bene..cose vere..illuminanti..ma al fondo c’è sempre la vanità..
    Il superarla implica che la si coltivi in modo sublime..e solo allora il silenzio sarà raggiunto come la massima eloquenza..e sarà contagioso come un bello scritto è contagioso per la mente e la poesia..ma è pur sempre vanità rispetto alla comunicazione cuore a cuore con se stessi..e chi o cosa ci trascende..
    Ma siamo tutti vanitosi nel parlare e nell’ascoltare..e finché non lo facciamo bene..il silenzio non ci reputerà sufficientemente degni di attenzione..
    Mi sembra che Cadé sia nella strada giusta..e quando non scriverà più sapremo che è arrivato..lasciandoci l’incombenza di seguirlo…perché sarà difficile trovare un sostituto a letture così appaganti..

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