ITALIA 1921: Grosseto 27 giugno – terza parte – Giacinto Reale

ITALIA 1921: Grosseto 27 giugno – terza parte – Giacinto Reale

 

Noi siamo ancora e sempre favorevoli ad una tregua, ad una pacificazione, ad un ritorno sul terreno delle competizioni civili

Un mesetto dopo questi fatti, alla mezzanotte del 23 luglio, una sessantina di camicie nere, tra le quali cinque fiorentini che erano rimasti in città, montati su due camion, muovono da Grosseto alla volta di Roccastrada, un paesino distante una quarantina di chilometri, di 2.500 anime, che ha fama di essere “rossissimo”, che può vantare, cosa abbastanza singolare, una forte presenza del neo-nato Partito Comunista d’Italia.

Il paese è, quindi, tra quelli “attenzionati” dai fascisti, e il 1° luglio, squadristi senesi reduci dal Capoluogo, dove hanno partecipato alla cerimonia funebre di Rino Daus, vi si fermano (come a Montorsaio, Monterotondo, Sasso d’Ombrano e Scansano) per “fare una visitina” a Sezioni socialiste e Camere del Lavoro.

A Roccastrada, in particolare, i generi alimentari trovati all’interno della Cooperativa rossa, erano stati distribuiti alla popolazione, secondo una prassi ormai comune.

Questo aveva fugato un pò i sia pur limitati timori (“il Sindaco non la prese in considerazione” scrive Salvemini) suscitati dal precedente arrivo di una lettera, indirizzata al Sindaco, che, scritta insieme a quelle uguali che Dino Perrone Compagni sta mandando un po’ in tutta la Regione, alle Amministrazioni sovversive, dice:

Al Sindaco del Comune di Roccastrada,

dato che l’Italia deve essere degli Italiani, e non può quindi essere amministrata da individui come voi, facendomi interprete dei vari amministrati e di cittadini di qua (di Firenze ndr) vi consiglio a dare entro domenica 17 le dimissioni da Sindaco, assumendovi voi, in caso contrario, ogni responsabilità di cose e persone. E se ricorrerete all’Autorità per questo mio gentile e umano consiglio, il termine vi sarà ridotto a mercoledì 13, cifra che porta fortuna.

Dino Perrone Compagni, piazza Ottaviani 1, Firenze (1)

Su questa lettera vanno dette due parole, utili per restituire ad essa il suo vero significato. Innanzitutto il testo, che ripete quello standard di simili missive e ci aggiunge un tocco “sfottitorio” (“il termine vi sarà ridotto a mercoledì 13, cifra che porta fortuna”) che poco sembra conciliarsi con truci intenti di distruzione e morte.

Vi è poi la questione della data. Essa è certamente il 6 aprile (nella versione pubblicata nell’immediatezza dei fatti, nella Inchiesta Socialista sulle gesta dei fascisti in Italia è chiaramente scritto “domenica 17 aprile”(2) ), e tale data sarà ripetuta da Tasca e Salvemini (3) nelle pagine dei loro fondamentali lavori dedicati all’episodio non luglio.

Non si capisce, quindi, da dove salti fuori quell’indicazione “6 luglio” che fa Roberto Cantagalli, nel suo citatissimo lavoro (4) sul fascismo fiorentino.

Si tratta di un errore, anche se incomprensibile, forse favorito dal fatto che, sia ad aprile che a luglio il 13 era mercoledì e il 17 domenica, ma che autorizza anche una maliziosa tesi, perché ha conseguenze importanti nella valutazione dei fatti.

Infatti, la data del 7 luglio, a ridosso della tragica spedizione, stabilisce un diretto rapporto di causa-effetto, mentre l’effettiva datazione a tre mesi prima restituisce al documento il suo effettivo valore di esibizionistica buffoneria del “Granduca di Toscana”, alla quale non seguono – come era nella maggioranza dei casi – fatti.

Quindi, non certamente “presi ordini” (come scrive Cantagalli) da Perrone, ma piuttosto per un’azione che in quei tempi terribili è di routine, gli squadristi arrivano in paese, verso le 5,00 del giorno 24, con un ritardo sulla tabella di marcia imposto prima dal divieto opposto dai Carabinieri di guardia alla Società RAMA al prelevamento del camion in assenza della prescritta autorizzazione (che viene frettolosamente trovata ed esibita) e poi dalla sosta per l’immancabile panne di uno dei mezzi.

A Montepescali, frattanto, si aggrega un secondo camion sul quale hanno preso posto altri fascisti di paese, in massima parte salariati di aziende agricole.

Constatata la – immancabile anch’essa – assenza di quei sovversivi che avevano promesso sfracelli fino al giorno prima, gli uomini “sfogano” la loro ira (siamo a tre giorni dal massacro di Sarzana, e le atrocità ivi commesse ai danni dei fascisti sono ormai note a tutti), sulle cose, “defenestrando” un po’ di mobilia dagli appartamenti del Sindaco e di qualche assessore.

Non manca qualche ceffonatura, anche se il dato accreditato dall’inchiesta Socialista di duecento feriti appare francamente fuor di misura, in un paese che conta poco più di duemila abitanti, donne e bambini compresi

Tra i camionati si diffonde rabbia anche perché sono arrivati in ritardo per la programmata “lezione” da infliggere – a monito e vendetta dopo Sarzana – “tutt’insieme” ai sovversivi della zona che, nella tarda serata si erano riuniti in Municipio, per costituire una sezione degli Arditi del Popolo.

Alcune Camicie Nere poi, “occupato” un caffè, noto ritrovo di sovversivi, “bissano” l’iniziativa del 1° luglio, e si improvvisano camerieri e preparano caffè per tutti, anche per i paesani di passaggio.

Alle 7,00 la “spedizione” è bella che finita.

Sulla via del ritorno, a Sassofortino, scatta l’agguato. Contro il camion squadrista, dai campi ai lati della strada, viene aperto il fuoco, con due nutrite scariche di fucileria, dalla seconda delle quali viene ferito mortalmente il ventitreenne Ivo Saletti, reduce di guerra, fondatore del Fascio del capoluogo, che spira tra le braccia dello zio, anche lui presente sul camion.

In sua memoria, i camerati comporranno una ingenua canzoncina che, tra l’altro, dirà:

Quando vennero i fascisti / sventolava il Tricolore

ma quei vili comunisti / disumani e senza cuore

disprezzando il salvatore / dell’Italia liberata

con l’infamia di aggressori /s’imboscarono lassù

 

Il Saletti baldo e forte / inneggiando “Giovinezza”

fu colpito a propria morte / senza mezzi di salvezza

dalla casa sua lontana / senza il bacio della mamma

invocando troppo invano / la sua bella gioventù (5)

Di contro, gli avversari cercheranno di avallare la tesi di Saletti vittima di accidentale fuoco amico sul camion. Tale tesi resterà improvata e respinta al processo del 1923, ma anche a quello del 1945, laddove la Corte – un po’ pilatescamente, a dire il vero, come spesso accade nei Tribunali – sentenzierà:

La Corte non può mettere in dubbio che il Saletti fu colpito dall’azione di un avversario politico che si era appostato lungo la strada che avrebbero dovuto seguire i fascisti durante il loro viaggio, perché ciò è ormai affermato in una sentenza penale passata in giudicato, e d’atra parte, di ciò non si era mai dubitato che nell’ultima parte della seconda istruttoria. (6)

La soluzione giudiziaria della vicenda, comunque, è tutta da venire quando i camerati della vittima, a bordo dell’automezzo, prima rispondono al fuoco e poi tornano in paese. Qui, scateneranno una sparatoria disordinata e forsennata, tal che, tra di loro vi saranno una trentina di denunciati, i quali andranno ad aggiungersi ai nove sovversivi imputati di aver aperto il fuoco contro il loro mezzo.

Alla fine, in totale, si conteranno nove morti (più uno che si aggiungerà nei giorni successivi), dei quali, come scriveranno i giornali “Dolorosa constatazione: nessuno degli uccisi apparteneva a partiti sovversivi”, ed anzi, come si appurerà poi, tra loro c’è un monarchico ed un decorato di guerra.

Non è da escludere che un ruolo rilevante nella rappresaglia fascista abbiano giocato alcuni che avevano ecceduto con la “distruzione” dei liquori del bar sovversivo, a cominciare magari da una damigiana di Marsala che era “sparita”.

Questa anche l’opinione dell’Ispettore di PS Paolella, che parla di eccidio dovuto “ad un’accozzaglia di briachi di liquori e di sangue”.

Comunque la si voglia mettere, una strage che è, ed ancor più oggi ci appare, fuori misura e ingiustificata. Diversa, però, la sensazione che se ne ha all’epoca, al punto da trovare interpretazioni – solo apparentemente inaspettate – da parte di chi il clima sanguinoso di quelle settimane si trova a vivere. E’ quello che fa il “moderato” “Giornale d’Italia”:

Quando si sono conosciuti gli eccidi di Foiano, di Empoli, di S. Giovanni Valdarno; quando le donne sulle piazze di quei paesi hanno ballato le danze oscene intorno alle spoglie degli assassinati; quando la folla delinquente e bestiale ha portato in trionfo, cantando “Bandiera Rossa” i brandelli dei cadaveri; quando soprattutto si è cercato il nemico a viso aperto, e il nemico si è rivelato invece insidioso dietro i bordi di una siepe, coi fucili carichi di pallottole da cinghiale; quando tutto questo è accaduto, è possibile qualunque più triste e funesta conseguenza. (7)

Un tentativo di spiegazione (che non vuol dire giustificazione), che ha il suo valore perché coevo ai fatti, riflette un modo di pensare diffuso.

Invece approssimativo, se non proprio sbagliato appare, in questo caso la valutazione di Nolte, probabilmente dovuta ad una inesatta conoscenza della vicenda, anche se, nel terzo capoverso del brano che segue, fa una parziale retromarcia:

È la violenza degli strati medi e alti offesi e messi in pericolo (dalla piccola borghesia all’aristocrazia) che viene qui in luce cinica, sistematica, ben protetta, senza ombra di rapporto umano col proprio popolo”.

Per questo il fascismo è stato considerato, anche da quei contemporanei che ne studiavano seriamente gli inizi, come un fenomeno di reazione, come “jacquerie borghese” che conduce una disperata e vittoriosa lotta contro il proprio nemico di classe.

Ma questa classificazione sociologica non basta. Non a caso i metodi fascisti ebbero l’effetto più devastante sui giovani, i quali, a loro volta li perfezionarono e li raffinarono: essi significavano per loro proprio quel porsi “al di fuori” e al disopra della società borghese, cui aspiravano in una mescolanza di idealismo, spirito di avventura e cieco dinamismo. (8)

Non si capisce bene. “Violenza degli strati medi e alti offesi” o giovani per i quali il ricorso alla violenza significava “proprio quel porsi “al di fuori” e al disopra della società borghese, cui aspiravano”.

Se si propende per la prima spiegazione, v’è da dire che essa mai come in questo caso va fuori dai binari. La maggioranza degli occupanti dei due camion squadristi non sono né borghesi né aristocratici, ma semplici contadini, addirittura agli ultimi gradini della scala sociale delle campagne, in quanto semplici salariati di aziende agricole, mentre il Caduto è uno dei pochi studenti a bordo.

Non si può quindi escludere che anche questa particolarissima composizione del gruppo squadrista, formato come raramente prima, da gente abituata ai modi spicci e rudi della vita di campagna, abbia potuto incidere sulla particolare asprezza della reazione, che resta, per le modalità e il numero delle vittime, un unicum nella storia squadrista.

Che comunque la situazione sia arrivata ad un estremo non più sostenibile, appare chiaro al vertice milanese del Movimento mussoliniano, ed è proprio il Capo a metterlo per iscritto, tre giorni dopo, sul suo giornale, peccando forse però un po’ di ottimismo:

Noi non abbiamo mutato di una linea il nostro atteggiamento. Dove le passioni non sono arroventate per ragioni d’ordine locale, i fascisti sono entrati nel nostro ordine di idee, come è documentato dal voto quasi unanime del Consiglio Nazionale.

Noi siamo ancora e sempre favorevoli ad una tregua, ad una pacificazione, ad un ritorno sul terreno delle competizioni civili e accediamo al criterio delle stipulazioni fra le parti, e precisamente al trattato di pace.

Solo i poveri di spirito non comprendono l’enorme significazione politica che tale evento acquista ai fini dell’avvenire fascista. Non crediamo che un trattato di pace riconduca immediatamente la tranquillità della Nazione. È un esperimento. Un tentativo. Un gesto che nessun Partito può rifiutare, perché il rifiuto equivarrebbe ad assumersi una grave responsabilità. (9)

 

Dalle dichiarazioni di Mussolini, dalla sua ferma volontà di andare fino in fondo sulla strada della pacificazione, con la firma del noto “Patto” del 3 agosto, deriverà la crisi più pericolosa per la storia del movimento prima della conquista del potere.

 

FOTO NR. 5: Dino Perrone Compagni

FOTO NR. 6: Ivo Saletti

 

 

NOTE

  1. Hubert Corsi, Le origini del fascismo nel grossetano, Roma 1973
  2. “Fascismo, inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia” Milano 1922, pag.368
  3. Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Bari 1965, vol. I pag. 167 e Luigi Salvatorelli, Scritti sul fascismo, Milano 1961, pag. 55
  4. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, Firenze 1972, vol. I, pag. 259
  5. Hubert Corsi, cit., pag. 153
  6. Ibidem, pag. 155
  7. Giorgio Alberto Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, vol III, Firenze 1929, pag. 472
  8. Ernst Nolte, i tre volti del fascismo, Milano ediz 1971, pag. 294
  9. (a cura di) Edoardo e Duilio Susmel, Opera omnia di Benito Mussolini, vol. XVII, Firenze 1955, pag. 74

 

 

BIANCIARDI L., CASSOLA C., 1998 GLI INIZI DEL FASCISMO IN MAREMMA. Da “COMUNITÀ”, ANNO VII, N.23, Febbraio 1954, pp. 32-46, Milano, in “LA NASCITA DEI “MINATORI DELLA MAREMMA”. IL CARTEGGIO BIANCIARDI – CASSOLA – LATERZA E ALTRI SCRITTI”, a cura di Abati Velio. QUADERNI DELLA FONDAZIONE LUCIANO BIANCIARDI, 5, pp. 218-229 GIUNTI GRUPPO EDITORIALE, Firenze

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Categorie: Controstoria

Pubblicato da Giacinto Reale il 16 Giugno 2021

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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