Elogio dell’ozio – Livio Cadè

Elogio dell’ozio – Livio Cadè

“Sedendo quietamentesenza fare nulla, la primavera giunge, e lerba cresce da sé”.

Prima che il nostro perbenismo lo convertisse in vizio morale, l’otium era uno stato di benessere, medicina a quel negotium che è occupazione laboriosa, travaglio. Anzi, basterebbe superare un comune pregiudizio per vedere nell’ozio il padre d’ogni virtù. Non intendo il pigro bighellonare o un torpore à la manière de Oblomov, ma quel che un taoista direbbe wu-wei, e a cui Cristo allude dicendo “non affannatevi …”, e personalmente ritengo che coltivare quest’ozio sia oggi d’importanza cruciale.

Il problema era già noto a Laozi: “vorresti afferrare il mondo e manipolarlo? Io vedo che ciò non è possibile. Il mondo è un vaso sacro, chi lo afferra lo perde, chi lo manipola lo rovina”.  L’uomo da tempo maneggia incautamente questo vaso spirituale, e ormai il nostro stile di vita è diventato un pericolo per il genere umano. L’arroganza con cui trattiamo il mondo finisce col renderlo inabitabile; la pretesa di piegare la natura al volere umano ha come effetto di disumanizzare la nostra volontà. I nostri apparati politici, tecnici o scientifici non possono certo offrire soluzioni. Infatti, son parte della malattia e non della cura.

Confucio, parlando di un mitico imperatore, dice: “Governare l’impero per mezzo del non-fare, ecco ciò che fece Shun. Come fece? Si sedette con atteggiamento rispettoso rivolto verso Sud. Ecco tutto”. In questo monarca tranquillamente seduto, che non si affanna a stabilire decreti e punizioni, vediamo un antico e perduto equilibrio.

L’idea taoista di governo è quella di una monarchia illuminata e non impicciona: “col non-fare si governa l’impero … perché più nel mondo sono i divieti più il popolo si impoverisce, più ingegnosi sono gli uomini più cose mostruose appaiono, quanto più si complicano e moltiplicano le leggi tanto più numerosi sono i ladri e i briganti … col non-fare il popolo spontaneamente prospera”.

Non bisogna cercare in questo una logica stringente. Il mondo cinese non ha mai prodotto un Organon aristotelico. Il suo genio si appella più all’intuizione che al ragionamento; più che i concetti rigorosi, ama le immagini, le metafore dai molteplici sensi: il cuoco cuoce i pesciolini senza rigirarli spesso, per non disfarli; il macellaio disossa il bue “seguendo i filamenti della carne, il coltello scivola attraverso le fessure nascoste, scorre attraverso le cavità del corpo, trova la via che già c’è”, così che la sua lama non perde il filo.

Il ‘non fare’ non è quindi una dottrina sistematica ma un’arte del vivere in senso lato. Il suo spirito si ritrova tanto nelle arti marziali quanto nelle arti figurative, nella cura dell’orto come nell’educazione dei figli. È un agire semplice e spontaneo, che rispetta la natura delle cose. Non si può obbligare con la forza un fiore a sbocciare, ma lo si può innaffiare.

È di fatto un agire il cui centro si sposta dall’autocoscienza alla Vita, perché il non-fare è indipendente dalla volontà: aprendo gli occhi si vede, senza volerlo si digerisce il cibo e il corpo guarisce da sé. In questo non v’è alcun potere personale. La vera forza è lasciarsi guidare da una Natura che è provvidenza metafisica, evoluzione solidale, non competizione per sopravvivere.

‘Non fare’ è una Via dell’azione-inazione (wei wu wei), un’arte dell’agire senza attaccamento e senza rivendicare risultati che ricorda il precetto della Bhagavad Gita: «Si devono dunque compiere il proprio lavoro e le proprie azioni per dovere, senza attaccamento ai frutti dell’azione, perché agendo senza attaccamento si raggiunge il Supremo». È trovar pace nell’ubbidire ai disegni di un Logos divino. Come dice Piccarda Donati a Dante: «E ‘n la sua volontade è nostra pace: ell’è quel mare al qual tutto si move, ciò ch’ella cria o che natura face».  Laozi  indica come simbolo perfetto di questo non-fare il neonato: non pensa a sé, perciò la sua forza vitale è intatta, non inquinata dalla volontà e dall’arroganza intellettuale.

“Chi possiede la Virtù suprema è simile al lattante … chi conserva la Virtù ritorna allo stato di neonato … come un bambino che ama poppare dalla madre”. Ricordiamo che qui ‘virtù’ non ha senso morale ma operativo, di forza vitale. Nel Vangelo troviamo una similitudine analoga: “Gesù vide alcuni neonati che poppavano. Disse ai suoi discepoli: questi neonati che poppano sono simili a coloro che entrano nel Regno”.

Il ‘non fare’ è l’antidoto ai veleni dell’Occidente, ai suoi sogni titanici e megalomani. Ripristina gli equilibri ambientali, riporta l’ordine naturale nelle relazioni umane. Libera il cuore dai calcoli e dai progetti ambiziosi. Rifiuta tutto ciò che, nella famiglia, nella società, corrompe il corso della Natura. Non ha bisogno di tragedie e di grandi ideali, di martiri ed eroi. Rifugge gli aneliti faustiani, i patti diabolici della scienza e della tecnologia. Nel governare è autenticamente liberale, nel curare asseconda la vis medicatrix naturae. È una via sobria, che si accontenta di poco. Se la guardi non ti seduce, se l’assaggi non ha sapore.

È inutile farne un’utopia politica o morale. Nessuna epoca ha mai seguito la via del ‘non fare’, ed è improbabile che accada mai. Non sappiamo ancora coglierne il senso. “Le mie parole sono semplici da capire e facili da mettere in pratica, eppure nessuno al mondo le capisce, nessuno le mette in pratica”, dice Laozi. E dopo duemila e cinquecento anni, è difficile essere ottimisti. Purtroppo, nella nostra miopia, non vediamo i pericoli di una cultura dai tratti involutivi e minacciosi.

Siamo convinti che la nostra tecno-scienza possa salvarci. In realtà le sue soluzioni creano problemi peggiori di quelli già esistenti per poi rincorrerli con nuove soluzioni, ma ogni soluzione viene superata da un nuovo problema. Benché simile progresso sia chiaramente autolesionistico, l’idea di abbandonarlo non ci sfiora neppure. Siamo chiusi in questo pregiudizio, d’esser spinti da una costante e benefica corrente ascensionale.

Fermarsi o cambiar strada vorrebbe dire perdere i beni così faticosamente acquistati, quei prodotti dell’evoluta civiltà contemporanea – farmaci, vaccini, aeroplani, lavatrici, computer ecc. – che ci sembrano ormai imprescindibili (di tali beni salverei solo la lavatrice, ma se qualcuno ne deducesse che le macchine sono un progresso necessario, tornerei a lavare i panni a mano).

Sembra un’eresia pensare che senza queste e tante altre conquiste della modernità vivremmo tutti meglio, o anche solo sospettare che sarebbe stato un mondo migliore senza la rivoluzione industriale, la fisica nucleare, l’ingegneria genetica, la cibernetica ecc. Di fatto, nessuno lo può provare. È difficile dimostrare che “un tempo si stava meglio”, e gli apologeti della modernità avrebbero buon gioco a portare esempi di come, grazie a scienza e tecnologia, siano cresciuti il benessere, le comodità, la durata media della vita ecc.

Tuttavia, è ancor più difficile dimostrare che questo accrescimento abbia un nesso con la reale qualità della vita o con la felicità umana. Questo non incrina la fede di chi crede solo alla quantità, alle percentuali e alle statistiche. E se qualcuno, in via teorica, concedesse che questo progresso ha qualche aspetto negativo, probabilmente chiederebbe: “quindi, cosa devo fare?”, perché nessuno dubita che i problemi si risolvano col ‘fare qualcosa’.

Crediamo solo in un sano pragmatismo. Scartate le entità come il destino e la provvidenza, scientificamente indimostrabili, nelle nostre faccende preferiamo adottare un pratico realismo, una realpolitik libera da impacci ideologici. Ogni problema va risolto analizzando i dati e applicando i mezzi di cui disponiamo: il denaro, le armi o altro.

È tuttavia evidente che anche il più ferreo realismo e la più cinica realpolitk dipendono da un’idea di cosa sia reale. E ogni obiettivo deve per forza basarsi su un’ideologia che ne definisca il senso. Ma siamo così assuefatti alle ideologie del nostro tempo che pensiamo di non averne. Invece respiriamo ideologie ogni momento, come mandiamo aria ai polmoni, le inaliamo da questa ammorbata atmosfera chiamata mainstream.

In tal modo si forma in noi uno strato di pregiudizi, alcuni superficiali e mutevoli (sulla storia, la politica, la sessualità ecc.), altri più profondi e tenaci. Per esempio, è sempre preferibile la ricchezza alla povertà, la forza alla debolezza, il sapere all’ignoranza? Vivere è sempre meglio che morire? Fare qualcosa è sempre meglio che non far nulla? Come esercizio quotidiano dovremmo capovolgere le nostre abituali prospettive e cercare di guardare il mondo alla rovescia. E non è detto che “facendo della destra la sinistra, dell’alto il basso” le cose non tornino al loro giusto posto.

Ottima propedeutica a questa metanoia sarebbe vedere nell’uomo, invece che un mammifero più o meno evoluto, un essere spirituale. La gerarchia dei nostri bisogni ne verrebbe sovvertita. I rifornimenti alimentari, i farmaci, le provviste energetiche, l’informazione, le procedure democratiche, le attività commerciali, le produzioni industriali e tanti altri indefettibili beni del bipede mammifero, verrebbero messi in second’ordine rispetto ai diletti dell’arte e della filosofia, della poesia e dell’amore, necessari a un essere spirituale.

Purtroppo, se oggi si parla di spirito, è per farne una metafora del sistema nervoso. Oppure di quel residuo di insoddisfazione che resta dopo aver espletato i nostri primari bisogni animali. In sostanza, un fantasma neurologico, epifenomeno dell’evoluzione, sviluppatosi nel corso di una lotta tra i meccanismi generali del cosmo e quelli psico-fisiologici dell’individuo.

Se rovesciassimo tali presupposti, vedremmo invece che i circuiti neuronali e la loro evoluzione sono un epifenomeno dello spirito. Lo spirito si fa unico fondamento reale del mondo; coincide con l’essere e determina ogni sua manifestazione. Il nostro agire ci rimanda così  a un universo di Senso la cui rete di relazioni esula dagli schemi della causalità o casualità scientifica.

Il ‘fare’ è centrato nell’io, nel ‘non fare’ il centro è l’Inconscio, termine convenzionale per indicare un fondo inconoscibile, assimilabile al Brahman vedantino, al Tao o al Logos eracliteo (nelle bibbie cinesi, “in principio era il  λόγος” viene tradotto “in principio era il Tao). ‘Fare’ contiene ogni procedura mediante cui l’uomo conta di risolvere un problema basandosi sulle sue conoscenze, i suoi mezzi, le sue tecniche. ‘Non fare’ è accettare in sé l’agire misterioso dell’Altro. Come dice Ibn’Atā’ Allāh, “evita di governare te stesso. Ciò che l’Altro fa per te non volerlo fare tu”.

Questa cruciale differenza è perfettamente formalizzata nei concetti buddhisti di jiriki e tariki. Il primo dottrina dell’auto-potere, il secondo affidamento al potere dell’Altro, al voto che il Buddha Amitābha ha fatto di portarci nel suo Paradiso, nella Terra Pura. E se al posto del Buddha Amitābha mettessimo il Cristo, non troveremmo sostanziali differenze tra questa idea amidista di Grazia, fede e predestinazione, e i pensieri di un Agostino o di un Lutero.

Lo shivaismo medievale o tantrismo è ancor più estremo e radicale: tutto ciò che accade è libera volontà di Shiva. Questo sembra ridurre l’agire umano a pura illusione. Lo scettico obietta: “se è così, perché dunque non starsene comodamente seduti senza far nulla?” Al che il filosofo tantrico risponde: “puoi certo star seduto senza far nulla se questa è la volontà di Shiva. Ma se Shiva vuole che tu spacchi le pietre, ti alzerai e spaccherai le pietre”. Per la mentalità comune è un’idea empia, che pare scalzare ogni certezza sulla libertà e la responsabilità umana.

Per questo le verità metafisiche vanno insegnate secondo le capacità di ciascuno di comprenderle. Una coscienza immatura potrebbe infatti pervertirle in aberranti assurdità. Del resto, è quello che succede nel caso del wu-wei, inteso da molti come il ‘dolce far niente’ o come un primitivismo utopico, che vorrebbe riportare gli uomini a viver nelle caverne, rinunciando a ogni sforzo d’ingegno per migliorar le proprie condizioni.

Che il wu-wei non escluda ma anzi stimoli l’applicazione di una rigorosa disciplina fisica e mentale è dimostrato dal fatto che per secoli ha ispirato uomini di valore a creare non solo opere di poesia, filosofia, pittura, ma arti marziali come il judo, un’arte del governo e della guerra, una scienza medica efficace.

Il ‘fare’ ha ispirato una medicina che interferisce nelle funzioni del nostro organismo usando procedure invasive e violente, rendendoci succubi di apparati computerizzati e di industrie farmaceutiche. Il ‘non fare’ vede invece la malattia come una disarmonia tra microcosmo e macrocosmo e ne comprende le ragioni sottili. Non delega a una macchina la diagnosi, ma scruta da sé ogni segno del corpo e dell’anima. Asseconda la spontanea viriditas del malato senza disturbare delicati processi di guarigione e di autoregolazione.

Nel mondo dell’agricoltura il ‘fare’ sfrutta intensivamente la terra fino a inaridirla, rovinando gli equilibri degli elementi e la sinergia naturale tra il mondo degli uomini, degli animali e delle piante. È un’agricoltura antibiotica che devasta chimicamente la vita per accrescere il profitto dell’uomo. ‘Non fare’ è il lavoro del contadino che obbedisce ai ritmi e ai flussi della Natura, stabilendo una saggia proporzione tra i benefici che trae dalla terra e i costi del suo agire sull’ecosistema. Ne abbiamo un esempio nell’agricoltura del Mu preconizzata da Fukuoka, dove Mu è particella negativa equivalente al Wu di wu-wei.

‘Fare’ è una scienza dei dettagli, che si perde in una miriade di parcellizzazioni del sapere. ‘Non fare’ è un’intuizione spontanea dell’insieme, come si divina il carattere di una persona dal suo aspetto. Una teologia complicata da concetti astratti e innaturali è ‘fare’. Un’illuminazione mistica, semplice e diretta, è ‘non fare’. Forme del ‘fare’ sono una politica repressiva e soffocante, quella del tacitiano corruptissima re publica plurimae leges, o un’economia dominata da logiche di potere e avidità. ‘Non fare’ è un sistema di governo che, riducendo al minimo la sua ingerenza nelle faccende umane, ne favorisce il libero sviluppo, cosicché  “gli uomini, senza bisogno di leggi, trovano spontaneamente l’armonia”.

‘Fare’ sono le classiche virtù confuciane – benevolenza, rettitudine, sapienza ecc. – quel moralismo d’etichetta al quale Laozi imputa la perdita della semplicità originaria, il disperdersi della vera virtù in surrogati artefatti. Anche quella che noi chiameremmo ‘meritocrazia’ viene da Laozi considerata un male (“non premiare i meritevoli, così si evita che la gente competa”). Concetto per noi inconcepibile, che contraddice il nostro elementare senso di giustizia, ma il cui intento è scoraggiare le contese e gli antagonismi del ‘fare’.

Anche la nostra etica insegna un ‘fare’ volontario, ponendo l’uomo in dissidio costante con sé stesso e con le proprie passioni, costringendolo a reprimere le pulsioni indesiderate come la medicina moderna sopprime i sintomi, senza capirne il senso. E c’è un ‘fare’ religioso che si conforma a modelli e stereotipi di bontà e santità, dimenticando che l’amore di Dio non è mai stato motivato dalla buona volontà dell’uomo. Infatti “egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” o, come dice Laozi: “il Tao è il tesoro dei buoni e il rifugio dei malvagi”.

Nell’arte il ‘non fare’ è eliminazione del superfluo, stile semplice ed essenziale che evita eccessi e ridondanze barocche, ignora l’autocompiacimento dell’autore. Esempi sono il canto gregoriano, le chiese romaniche, la pittura dell’estremo Oriente. Arte dell’inesprimibile che accenna più che dire, che si fa tramite non delle intenzioni di un individuo ma della trascendenza che lo abita. La sensibilità dell’artista o del poeta è un setaccio le cui maglie filtrano le forme più sottili dello spirito trattenendo le scorie psicologiche più grossolane.

Il ‘fare’ decide anche del rapporto tra l’uomo e la macchina. Se qualcuno sostenesse che la macchina, liberando l’uomo dalla fatica del lavoro, è alleata dell’ozio e del ‘non fare’, dimostrerebbe di non aver capito nulla. Il ‘non fare’ non ha nulla contro il tagliar legna, spaccar pietre e ogni altro lavoro fisico o intellettuale che comporti uno sforzo. L’otium di cui parlo è uno stato d’animo.

Il problema è sapere quanto un comportamento umano danneggi un ordine naturale. Per capirlo non serve la razionalità ma un orecchio che percepisca consonanze e dissonanze. È infatti questione di armonia. Quando abbiamo mangiato a sufficienza, la natura ci manda un segnale di sazietà. Se noi lo ignoriamo, ci trasformiamo in mostri voraci e siamo infine afflitti da gravi e numerose malattie.  Il punto è dunque riconoscere il limite: “bisogna sapersi fermare. Sapendo quando fermarsi non si corre pericolo”. Questo senso della misura è elemento fondamentale anche nel problema uomo-macchina.

Nessuna macchina è neutra ma altera la relazione dell’uomo col mondo e con sé stesso. Anni addietro una signora (una monaca zen!) mi disse: “in fondo, il nostro cervello è simile a un computer”. Lo trovai sconcertante e terribile. Dimostra come inevitabilmente finiamo con lo specchiarci nelle macchine che costruiamo. Quella signora avrebbe dovuto provare orrore a identificare la coscienza umana con una macchina.

Ma il progresso contrabbanda queste infamie ideologiche in modo così subdolo che persino una monaca zen accetta inconsapevolmente il transumanesimo e il post umano. Il ‘non fare’ non ha tendenze tecnofobiche a priori ma perché teme quello sviluppo tecnologico che meccanizza il cuore dell’uomo e deturpa il volto della natura. Molti si fanno ingannare dalle promesse del progresso perché il ‘fare’ può produrre apparenti benefici. Ma sono effetti superficiali e temporanei mentre il male che fa è profondo e duraturo.

L’esperienza del ‘non fare’ rende inapplicabili quelle misure di quantità attraverso cui controlliamo la realtà. Perciò il nostro pensiero scientifico, fatto di percentuali, ne diffida. Teme le qualità imponderabili, quelle dimensioni dell’essere da cui traspare l’impotenza del ‘fare’ – l’amore, il genio artistico e poetico, la fede religiosa, la stessa intuizione scientifica. Il ‘fare’ assume così la forma di un’alienazione, perché rifugge le più profonde e segrete correnti della vita.

Il ‘non fare’ ricorda la grazia di un movimento spontaneo, in cui fasci muscolari antagonisti si contraggono e si rilasciano seguendo le leggi di un’involontaria armonia; una danza in cui la coscienza mantiene l’equilibrio seguendo i passi dell’Inconscio, adattandosi al suo ritmo senza interferire. Questo richiede una decontrazione della volontà, il non fare resistenza. La nostra società soffre invece di un crampo della razionalità e del volere.

Cristo allude più volte al ‘non fare’. Quando parla degli uccelli del cielo e dei gigli del campo, quando lo insinua nel precetto di non resistere al male, nel “fiat voluntas tua“, nella parabola del seme. «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga».

Mirabile sintesi  del ‘non fare’  che ne mostra la naturale intimità col ‘non sapere’: «come, egli stesso non lo sa». Il ‘fare’ è infatti saldamente legato alle nostre conoscenze. ‘Non fare’ appare quindi come libertà da un sistema di concetti. È una Teoria nel senso più alto del termine, ossia visione, intuizione spontanea del reale. Perciò disdegna ogni inseguimento del sapere, ogni atteggiamento didattico e professorale. Chi si attiene al ‘non fare’ non vuol esser maestro di nessuno e se insegna lo fa senza intenzione. È per sua natura un dilettante, un eterno principiante.

È quindi il rifiuto di una cultura che è accumulo e capitalizzazione di pensieri. “Chi si applica allo studio cresce ogni giorno. Chi segue il Tao diminuisce ogni giorno. Sempre meno, sempre meno, finché arriva al non fare”. Se il ‘fare’ riempie il mondo mediante la proiezione dei suoi giudizi, il ‘non fare’ lo svuota dalle opinioni, lascia le cose nella loro nudità senza che il pensiero le ricopra di immagini.

L’esortazione di Agostino – “non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità” – indica la via di un ritorno a uno Spirito che è assoluta interiorità. Infatti, essendo infinito, non può avere un esterno che lo limiti o che prema su di lui. Dunque, neppure una attività mentale che lo conosce. Solo il ‘non fare’ lo può cogliere. Un ‘fare’ teso alla conoscenza di una realtà esteriore se ne allontanerà quanto più si sforzerà di avvicinarlo.

Il ‘non fare’ è il riflesso di un non-essere metafisico. Esprime quel Vuoto che origina le forme. Rivela l’inconsistenza ontologica dell’io, puro fantasma evocato dal non-io, legato cioè a una dialettica di contrari. Mostra quindi la parallela inconsistenza di ogni ‘fare’ basato sull’io, la caducità e la vacuità di ogni sua pretesa psicologica. Riconosce il non-dualismo del Reale, per cui non v’è un io che agisce su un mondo esterno (vedi Shankaracharya: «l’azione è inazione … il Sé non agisce»).

Gli scopi personali e la riflessione inclinano dunque al ‘fare’, l’intuizione e il disinteresse al ‘non fare’. Tuttavia rimane difficile spiegare la differenza tra wei, agire, e wei-wu-wei, agire senza agire, perché se ne coglie il senso non attraverso una serie di laboriosi passaggi deduttivi ma immediatamente e senza fatica, come si ride per uno scherzo o si piange per un dolore.

Non c’è una tecnica per ridere o piangere. È un agire spontaneo che non lascia tra il pensiero e l’azione lo spessore di un capello. Ogni premeditazione, calcolo o progetto, è figlio del ‘fare’. Chi fa del ‘non fare’ una tecnica è come chi fa del Vuoto un oggetto. Vacuità, direbbe Nagarjuna, è eliminare le opinioni, e coloro che fanno anche della vacuità un’opinione son detti inguaribili. Così il ‘non fare’ è libertà dalla volontà personale, e chi ne fa un atto volontario si dimostra refrattario a ogni cura.

Quanto hanno influito il nostro sapere e la nostra volontà sul nostro concepimento, la nostra nascita, sul nostro sviluppo fisico e mentale? L’uomo non si fa da sé ma tutto si fa in lui. Basterebbe questo, o un semplice memento mori, per capire l’assurdità del nostro ‘fare’ e della nostra ansia di controllo.

‘Non fare’ è una medicina per ripulire le arterie dure e intasate della mente. È la libertà di un’anima vagabonda, che però conosce la via per tornare a casa e sa accettare le regole della vita. Non fa crescere l’erba tirandola, non recita incantesimi per far sorgere il Sole. Nessuno fa niente ma ogni cosa si fa, prima che la volontà intervenga o la coscienza se ne avveda.

Il ‘fare’ colpisce alla radice un ordine spirituale. Questo crea una frattura nella realtà, vi apre una falla da cui irrompono le forze disgreganti del Caos, e gli ordini naturali vengono sovvertiti. A noi sembra che ciò corrisponda a una maggior libertà, a una benefica apertura mentale. Occorre invece avere una mente meno aperta. Ma temo ormai vi siano poche speranze di cambiare. Sento risuonare le parole di Livio: “finché si è giunti a questi tempi in cui non possiamo tollerare né i nostri vizi né i loro rimedi”.

È inutile moltiplicare le parole. E chi si picca come me d’esser laozioso, dovrebbe almeno tentare d’essere laconico. Perciò, in sintesi, direi che il ‘non fare’ è un’inconscia creatività. Ma alla fine è qualcosa che non si può spiegare. Per i detrattori sarà un ingenuo neoluddismo, utopia, oblomovismo, la fantasia di chi sta pigramente disteso a rimirare le nuvole o le stelle.

Anche avessero ragione, preferirei una contemplativa pigrizia a un affaccendarsi rovinoso. Ma l’ozio di cui parlo è più faticoso del ‘fare’. Ognuno sa che è più difficile districare i grovigli che crearli. Forse qualcuno capirà, vedrà l’innocente bellezza dell’ozio, e si porrà pazientemente a sciogliere i nodi dell’essere.  Forse troverà che il suo ‘fare’, la sua volontà, sono un peso di cui è dolce svuotarsi. “Ed ènne dolce così fatto scemo, perché il ben nostro in questo ben s’affina, che quel che vole Iddio, e noi volemo” (Paradiso, Canto XX).

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Categorie: Spiritualità

Pubblicato da Livio Cadè il 13 Giugno 2021

Commenti

  1. Livio Cadè Staff

    Chiarisco: il Livio citato nell’articolo non sono io ma un mio omonimo, vecchio storico latino…

  2. upa

    “Prima di svuotare, bisogna riempire.
    Prima di rimpicciolire, bisogna ingrandire.
    Prima di cadere, bisogna salire.
    Per distruggere qualcosa, portatelo all’estremo.
    Per conservare qualcosa, tenetelo nel mezzo”
    (Deng Ming Dao)

    Quando il discepolo della verità.. si trova di fronte alla verace intuizione del non fra niente come fondamento esistenziale di una vita operosa..viene colto dalla naturale vertigine di un pensiero che ben volentieri avrebbe evitato e che semplicemente si pone nella sua drammatica insistenza ..e suona così:
    Ma adesso cosa faccio..?
    Bè..la prima cosa da fare è mettere in pratica la teoria così chiara e seducente..realizzandola direttamente senza tanto cincischiare..
    Dopo qualche infruttuoso tentativo..che può durare anche molti anni..si arriva alla dolorosa certezza che il non far niente non è così facile come sembra..e se anche l’intuizione è salda..le gambe per realizzarla sono gracili..e alla fine chi si credeva un fraterno compagno di Lao Tzu..si ritrova il ghigno flaccido e obeso di Oblomov..per niente taoista ..ma piuttosto cristiano in negativo..nel senso di diabolico.e l’essere un buon diavolo non può certo considerarsi un merito..vista l’intuizione che ci aveva ispirato..
    Visto che le buone maniere non avevano realizzato il desiderio..ma anzi..avevano rafforzato il “fare”..disperso in mille rivoli che si potrebbero chiamare “legione”..ci appare la nuova strada..perché la via diretta non è la più breve..e se vogliamo salire alla Luce..dovremo scendere all’Inferno cedendo alle intemperanze..per poi essere castigati e imparare con le “cattive” ciò che non abbiamo imparato con le “buone”..perché troppo duri di cervice..
    Le filosofie spirituali sono molte belle..ma per arrivarci non basta l’acutezza d’ingegno e la sensibilità metafisica..ci vuole il fracco di legnate e sonori calci dove non è educato dirlo..
    La famosa via di malamat non è solo un espediente per isolarsi dal mondo fatuo..ma anche un sentiero interiore di cedimento alle passioni per essere puniti e sfruttare la forza del dolore patito per slanciarci verso il bene..
    Ognuno deve trovare i suoi vizi capitali..coltivarli e rafforzarli fino alle estreme conseguenze e poi saltare fuori..
    Se il fare sarà totale..anche il non fare che seguirà sarà totale..
    Naturalmente è una via pericolosa..e solo chi crede di poter saltare la può percorrere..e la morte è sempre in agguato come deve essere..
    In fin dei conti è quello che sta succedendo alla nostra civiltà..vicino al limitare della frantumazione fisica e psichica..e speriamo che alla fine possa fare il salto..perché il tempo non è infinito..e superato il limite non c’è la Luce ma il nulla..che può anche succedere a noi..tra l’altro..e il gioco è questo..volenti o nolenti..

  3. Paola

    Ringrazio L. Cadè, ma soprattutto, ringrazio Rosanna (commento odierno vedi “La cimice”). Con saggezza, sensibilità e, soprattutto, un incipit godibilissimo, ci ha presi per mano e riportati in noi…e a questo articolo. Ci stavamo effettivamente perdendo nella “Torre di Babele”.

    • Paola

      …mi scuso per la punteggiatura “ubriaca”, le ripetizioni ( notato tutto dopo, mamma mia!), ma conta il messaggio…senza bottiglia, stavolta! Altrimenti ricominciamo 😉

  4. lorenzo merlo

    Upa.

    Se non leggo male nel commento è presente un celato positivismo.
    Se esso è presente nei nostri tentativi evolutivi stiamo seguendo la medesima linea dalla quale vorremmo emaciparci.

    Il non fare corrisponde ad un fare senza pretese di successo. Altrimenti detto disponibilità all’accettazione.

    Il concetto centrale è “pretese”, non “successo”.

    Muoversi senza pretese corrisponde a muoversi secondo il sentire e affinché questa accada è necessario anche emanciparsi dal dominio egoico.

  5. Kami

    Ciao a tutti. Vi consiglio, se già non lo avete fatto, di leggere il (a mio avviso) bellissimo testo intitolato “L’abbandono alla divina Provvidenza” di Jean-Pierre de Caussade, davvero uno tra i libri più liberatori che abbia mai incontrato. Lo si trova anche in pdf scaricabile gratuitamente o lo si può leggere sul sito gianfrancobertagni.it (che tra l’altro ha una raccolta invidiabile di testi consultabili delle più svariate tradizioni); non è un libro lungo quindi anche la lettura al PC è fattibile. Essendo arrivata a quella lettura dopo aver esplorato i classici del taoismo, specialmente dopo Chuang Tzu, sono rimasta piacevolmente colpita nel vedere le somiglianze tra il concetto di abbandono cristiano e il wu wei orientale. Non so se è che essendo “L’abbandono alla divina Provvidenza” un libro scritto da un uomo delle “nostre parti” è per questo in grado di parlare in una lingua a noi più familiare, o che semplicemente era un “libro dal Cielo” che dovevo leggere in quel momento, ma veramente ha parlato a luoghi dell’anima che erano rimasti a lungo silenti. 🙂 Lo consiglio non solo per “sentire” l’abbandono sulla nostra pelle, in quella maniera intuitiva propria della mistica (cristiana e non) ma anche per comprendere che sono proprio quelle anime che come cocci rotti se ne stanno in disparte ad essere le più preziose, per qualche misteriosa circostanza.

  6. Kami

    Lascio qui un estratto dall’incipit del capitolo II (ho dovuto scrivere un secondo commento perchè dovevo copia incollare). Buona lettura.

    “C’è un tempo in cui l’anima vive in Dio e ce n’è uno nel quale Dio vive nell’ anima. Quello che è proprio a uno di questi tempi, è contrario all’ altro. Quando Dio vive nell’ anima, questa deve abbandonarsi totalmente alla sua provvidenza; quando l’ anima vive in Dio, essa si munisce con cura e con regolarità di tutti i mezzi che ritiene in grado di condurla a questa unione. Tutti i suoi pensieri, le sue letture, i suoi programmi, le sue revisioni, sono fissati; è come se avesse una guida al fianco da cui tutto è regolato, perfino il tempo di parlare. Quando Dio vive nell’ anima, essa non ha più niente che le venga da se stessa. Non ha che quello che le dà, in ogni momento, il principio che la sorregge: nessuna provvista, non più vie tracciate; è come un bambino che viene condotto dove si vuole e che ha solo il sentimento per distinguere le cose che gli si presentano. Non ci sono più libri indicati per quest’ anima; molto spesso essa è priva di un direttore fisso e Dio la lascia senz’ altro appoggio che lui solo. La sua dimora è nelle tenebre, nell’oblio, nell’abbandono, nella morte e nel nulla. Sente i suoi bisogni e le sue miserie senza sapere da dove nè quando le verrà il soccorso. Attende in pace e senza inquietudine che venga chi l’assisterà, i suoi occhi guardano soltanto il Cielo. E Dio, che non potrebbe trovare nella sua sposa disposizioni più pure di questa totale rinuncia a tutto quello che essa è per non essere che per grazia e per operazione divina, le fornisce al momento opportuno i libri, i pensieri, la conoscenza di se stessa, gli avvertimenti, i consigli, gli esempi dei giusti. Tutto quello che le altre anime trovano con la loro iniziativa, quest’ anima lo riceve nel suo abbandono, e ciò che le altre conservano con precauzione per ritrovarlo al momento opportuno, quest’anima lo riceve al momento del bisogno e poi lo abbandona, non volendo possedere se non quello che Dio vuol concederle, per non vivere che per mezzo di lui. Le altre intraprendono per la gloria di Dio un’infinità di cose; questa spesso è in un angolo della terra come un coccio di vaso rotto da cui non si può più trarre alcuna utilità. Lì quest’ anima abbandonata dalle creature, ma nel godimento di Dio attraverso un amore autentico, intenso e molto attivo benchè infuso nel riposo, non si rivolge a nessuna cosa per impulso proprio. Non sa far altro che abbandonarsi e mettersi nelle mani di Dio per servirlo nel modo che lui sa; spesso ignora a che possa servire, ma lo sa bene Dio. Gli uomini la credono inutile e le apparenze favoriscono questo giudizio; ma non è meno vero che, attraverso risorse segrete e canali sconosciuti, essa spande un’infinità di grazie su molte persone che spesso non se ne rendono conto e alle quali lei stessa non pensa.”

  7. Livio Cadè Staff

    A Kami.
    Nella tradizione cristiana vi sono numerosi esempi di ‘non fare’.
    Ogni persona che abbia attitudini mistiche fa esperienza del wu-wei, anche se lo adatta intellettualmente alle forme di una specifica ortodossia.
    Chi si attacca a quest’ultime vede le differenze tra i vari misticismi. Chi vede oltre ne coglie la fondamentale unità.
    Il trattato di Caussade presenta in effetti diverse analogie con il wu-wei taoista, anche se calate in un linguaggio tipicamente cristiano, e mi fa piacere che Lei lo citi.
    Vorrei segnalare questo pensiero di Caussade come esempio di totale coincidenza con la dottrina di Laozi:
    «L’azione divina inonda l’universo, penetra tutte le creature, le sommerge: dovunque siano, essa è; le precede, le accompagna, le segue. Basta lasciarsi andare alle sue onde.»
    Se traduciamo “l’azione divina” con ‘Tao’ (o con Te, la sua Virtù) la corrispondenza è perfetta.

  8. lorenzo merlo

    Grazie Kami.
    Forse sotto gli strati delle forme rapitrici dell’interesse personale, tutti raggiungono il medesimo centro. Che poi esprimono a loro modo cosi come noi disegnando la medesima pianta otterremmo diverse rappresentazioni.

  9. Tommaso

    Concordo su tutto, ma mi dispiace per Oblomov, che per la mia interpretazione è un personaggio magnifico: troppo buono per agire, troppo onesto per calarsi nell’ipocrisia del mondo. Il suo torpore e la rinuncia, che pur sempre creano sofferenza, a causa della polarità e dell’incolmabile parzialità dell’esistenza, hanno motivazioni nobili e profonde. Grazie di questi articoli bellissimi che sono sempre di grande conforto.

  10. Parmenide

    Aggiungo due brevi citazioni:
    “Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d’un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. “Ho bisogno di altri cinque anni” disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto”(Italo Calvino, Lezioni americane )

    “Nella nostra società affaristica […] il mito del lavoro è concepito per giustificare un’esistenza fondamentalmente insignificante […] Più ci sembra di fare, più difficile diventa dissimulare realmente la nostra futilità, e l’unica cosa che ci salva è l’intesa comune di non parlare di ciò che sta realmente accadendo. (Thomas Merton: Diario di un testimone colpevole).

    E molte grazie a Livio per i suoi articoli illuminanti e ostinatamente inattuali che leggo sempre anche se non commento!

    Ringrazio anche Kami per il consiglio di lettura.

    P.S.: anch’io salverei Oblomov, che sebbene non sia ancora pervenuto al wei-wu-wei, ha però superato irreversibilmente la fase dell’agitarsi e sperimenta la notte oscura che precede l’alba

  11. upa

    lorenzo merlo

    Per “non fare” bisogna “fare”..
    Per trascendere l’ego bisogna averlo..
    Il capire è un comprendere senza sostanza..
    La Via diretta non è la più breve…anche se sembra la più logica..
    In fin dei conti.. abbandonarsi all’esistenza significa abbandonarsi alla sue illusioni..altrimenti cosa dovremo trascendere…?
    Ovviamente parlo di un percorso..non di una meta..che rimane la stessa sia affermando l’ego che il suo trascendimento..
    In genere è facile lasciare l’idea dell’ego..quando lo stesso sta ben nascosto..come è facile non vaccinarsi se nessuno ci chiede di farlo..
    Quando saremo stanati dall’autorità..allora vedremo se una convinzione mentale ha le gambe per diventare una comprensione operante.
    Con l’ego e l’abbandono è lo stesso..facile a dirsi..difficile a farsi..per questo esistono le Vie..

    • Paola

      Upa.
      Grazie per l’ultimo intervento. E per la parte conclusiva. A mio modesto avviso, un riferimento concreto alla realtà è sempre apprezzabile e necessario. Sarò un’anima semplice e poco speculativa, ma necessito di tali rimandi.

      • Paola

        Sempre Upa.

        Sottoscrivo l’apprezzamento anche per il Suo primo intervento. Per il contenuto in generale e, nello specifico, per quanto detto sopra.

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