L’eredità degli antenati, cinquantottesima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, cinquantottesima parte – Fabio Calabrese

Marzo: il terzo mese di questo 2021 si apre decisamente sotto il segno di Roma con due importanti notizie, il ritrovamento a Pompei di un carro nuziale e il completamento del restauro del mausoleo di Augusto. Sarà una coincidenza, ma ve la segnalo con un certo sollievo, perché a parlare sempre della Britannia, della Russia, dei Vichinghi, non vorrei dare l’impressione di voler snobbare la nostra Penisola. D’altra parte, però, anche la civiltà romana, non dobbiamo dimenticarlo, si iscrive nel quadro generale della civiltà europea, questa civiltà oggi oggetto di attacchi sempre più frenetici in nome di un presunto “politicamente corretto” democratico che ogni giorno di più svela il suo vero volto di RAZZISMO ANTI-BIANCO.

MSN.com ne ha dato la notizia il 28 febbraio: dagli scavi di villa di Civita Giuliana a Pompei è emerso un carro da parata, probabilmente un carro nuziale (cioè uno di quelli che venivano usati per condurre la neo sposa nella sua nuova casa). Ecco la descrizione che ne fa l’articolo di MSN.com (non firmato, e solo con l’indicazione di HuffPost come fonte):

Elegante e leggero, stupefacente per la complessità e la raffinatezza dei decori in stagno e bronzo, incredibile nella sua completezza, con le tracce dei cuscini, delle funi per reggere le corone di fiori, persino le impronte di due spighe di grano lasciate su un sedile. A Pompei, gli scavi della villa di Civita Giuliana non finiscono di stupire e restituiscono uno straordinario carro da parata, dipinto di rosso e rivestito da decorazioni a tema erotico”.

Una scoperta che aiuterà senz’altro a comprendere sempre meglio la vita quotidiana dell’antica Roma, ma d’altra parte è il caso di ricordare che gli scavi nella città sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo sono ancora lontani dall’essere completi, e il futuro ci può riservare altre sorprese.

L’altra notizia riguarda il completamento del restauro del mausoleo di Augusto, a Roma nella zona di Campo Marzio. Dopo 14 anni di lavori di restauro e consolidamento, la tomba del primo imperatore di Roma che pare essere il più grande mausoleo a pianta circolare del mondo, è stato riaperto al pubblico. Ne dà la notizia Ansa.it del 1 marzo. Un altro monumento iconico di Roma caput mundi che torna di nuovo ad aggiungersi, dopo la chiusura avvenuta nel 2007, alle testimonianze della grandezza romana: il Colosseo, la Mole Adriana (castel Sant’Angelo), la Domus aurea neroniana, l’Ara pacis, per non parlare della tomba di Romolo che sarebbe stata recentemente scoperta sul Palatino, augurandoci che il romani e gli Italiani di oggi non siano ciechi ai segni del loro grande passato, e ne abbiano cura.

Passiamo ora a qualcosa di molto diverso e di molto più antico. Sempre il 1 marzo un articolo di Michelle Starr su “Science Alert” torna a parlarci dell’uomo di Neanderthal. Si tratta di uno studio che l’autrice definisce “epocale” che è stato condotto da un team di paleoantropologi guidato da Rolf Quam della Bighamton University che, attraverso un’analisi dettagliata delle ricostruzioni digitali delle ossa craniche dei Neanderthaliani, in particolare gli organi fonatori e l’orecchio interno, ha cercato di rispondere alla domanda se essi fossero in grado di produrre e comprendere un linguaggio umano simile a quello dell’uomo moderno, e la risposta è nettamente affermativa.

Questo, bisogna ricordarlo, è solo l’ultimo tassello del lungo processo di rivalutazione di questo nostro parente e, almeno in parte, antenato. Come scrive Michelle Starr:

L’idea che i Neanderthal (Homo neanderthalis) fossero molto più primitivi degli umani moderni (Homo sapiens) è obsoleta, e negli ultimi anni un crescente corpo di prove dimostra che erano molto più intelligenti di quanto pensassimo una volta. Hanno sviluppato tecnologia, realizzato strumenti, creato arte e tenuto funerali per i loro morti”.

Tralasciamo il fatto che i Neanderthaliani non erano una specie umana diversa dalla nostra, ma al massimo una varietà, una razza umana distinta da noi, come dimostra il fatto che si sono ripetutamente incrociati con gli uomini anatomicamente moderni (per cui la denominazione di Homo nenderthalensis andrebbe ufficialmente abolita). Le prime tracce di questo antico gruppo umano furono il teschio ritrovato nella valle del Neander che ha dato il nome al gruppo alla metà del XIX secolo, poi il primo scheletro completo fu rinvenuto in Francia a La Chapelle aux Saints. Sfortunatamente le ossa dell’uomo di La Chapelle erano quelle, deformate dall’artrite, di un uomo molto anziano. Bastò perché gli scienziati del tempo avevano un gran bisogno di inventarsi anelli intermedi fra l’uomo e la scimmia per avallare le teorie evoluzioniste che si erano recentemente diffuse, per ricostruirlo come un subumano scimmiesco, una vera e propria calunnia che ci è voluto moltissimo tempo perché andasse in pezzi. Sono state determinanti le ricerche di paleogenetica di Svante Paabo, che hanno dimostrato come noi stessi abbiamo nel nostro DNA una componente neanderthaliana, mentre si scopriva ad esempio che diverse pitture rupestri sono troppo antiche per essere attribuite, come fin allora si è fatto all’uomo di Cro Magnon ancora non presente in Europa, e devono essere riconosciute come neanderthaliane.

Io aggiungerei qualcosa di più, poiché tracce di DNA neanderthaliano si trovano nel nostro genoma e in quello degli Asiatici, ma non nei Subsahariani, è molto forte la tentazione di arrivare alla conclusione che i geni neanderthaliani, entrando in sinergia con quelli degli uomini “anatomicamente moderni” siano stati determinanti in quello sviluppo psichico che ha portato all’insorgere della civiltà.

Non potevano mancare neppure in questo periodo notizie dall’Inghilterra, pare proprio che oltre Manica l’interesse per il proprio passato sia considerevolmente alto, e dove non arrivano le ricerche degli archeologi, arriva spesso il metal detector di appassionati, una cosa che dovremmo imparare da loro.

E’ datato 23 febbraio, ma di fatto è visibile adesso, un articolo di “The Archaeology News Network” che riporta l’indicazione “fonte: Parco Nazionale della New Forest” (questa è una stranezza che abbiamo già avuto modo di notare: non sempre le date riportate dagli articoli di questo sito corrispondono alla loro effettiva comparsa).

A quanto pare nella riserva naturale della New Forest, nella località nota come Franchises Lodge non distante da Nomansland, sono stati individuati tre tumuli dell’Età del Bronzo, che vanno ad aggiungersi a un patrimonio di circa 200 che si conoscono nella New Forest. La scoperta è stata fatta mentre squadre del personale della riserva naturale e volontari erano intenti a ripulire i tumuli costantemente minacciati dalla crescita della vegetazione, e l’incarico di studiarli è stato affidato all’archeologa della New Forest Authority Hilde Van Heul. Di circa 1000 sepolture a tumulo note in Inghilterra, 200 si trovano nella New Forest, si tratta di inumazioni individuali e collettive che vanno dal 2.200 al 1.100 avanti Cristo, e coprono un periodo che va dal tardo neolitico alla tarda Età del Bronzo, dalla caratteristica forma rotonda, “a ciotola”, circondati da un fossato. Quelli della New Forest sono inseriti nella Lista dei Patrimoni Archeologici Minacciati a causa del crescere della vegetazione, e grazie a questo lavoro di ripulitura si spera ora di toglierveli.

Un articolo del 26 febbraio (fonte: “The Jersey Heritage Trust”) ci informa del ritrovamento sulla spiaggia di Gorey nel Jersey di una rara punta di freccia dell’Età del Bronzo in ottimo stato di conservazione da parte di un appasionato munito di metal detector, Jay Cornick, che l’ha consegnata al Museo della Jersey Heritage. La punta è stata studiata da Olga Finch della Jersey Heritage che, grazie ai resti dell’asta di legno della freccia rimasti attaccati alla punta, ha potuto datare il reperto mediante il radiocarbonio, a un’epoca fra il 1.207 e il 1.004 avanti Cristo.

Un articolo del 1 marzo ci annuncia la scoperta di Uno dei più grandi cimiteri megalitici della Polonia. La scoperta è avvenuta nel villaggio di Debiany, che si trova nella Polonia sud-orientale poco a ovest della città di Sandomierz. Per ora sono state portate alla luce sette tombe megalitiche che risalirebbero a 5.500 anni fa, ma avvertono gli archeologi, potrebbero essercene ancora una dozzina. E’ quanto ha riferito alla stampa Marcin M. Przybyla, uno degli archeologi che lavorano sul sito. Le sepolture megalitiche della Polonia meridionale sono più difficili da individuare rispetto a quelle settentrionali della stessa epoca, poiché questi antichi polacchi usavano ricoprirle con tumuli non di pietra ma di materiale ligneo che ovviamente non si è conservato.

L’est europeo e la Russia, l’abbiamo già rilevato tante volte, dove finché sono esistiti i regimi comunisti, queste ricerche eramo scoraggiate o addirittura proibite, stanno rivelando una serie di scoperte sorprendenti che potrebbero letteralmente cambiare l’idea che ci facciamo della preistoria del nostro continente, che ci appare fin dalle sue  remote origini, molto più civile di quanto ci hanno finora raccontato.

In particolare, per quanto riguarda la Polonia, abbiamo già visto che qui si trovano le strutture formate da terrazzamenti circolari che gli archeologi hanno chiamato “roundel”, e che sembrano essere gli antenati dei circoli megalitici poi edificati nell’Europa occidentale. Non a caso il più antico circolo megalitico conosciuto, quello di Gosek in Germania, conserva molte delle caratteristiche del roundel.

Torniamo in Italia, dove sempre “The Archaeology News Network” ci informa, con un articolo datato 21 febbraio ma anch’esso pubblicato più tardi, dei risultati degli scavi nella necropoli messapica di Monte D’Elia vicino ad Alezio condotti dal Laboratorio di Archeologia Classica dell’Università del Salento sotto la direzione del professor Giovanni Mastronuzzi.

Conclusi gli scavi, l’analisi dei reperti è tuttora in corso, comunque sono state rinvenute numerose tombe, una piazza cerimoniale destinata ai riti funebri, e una gran quantità di olive che costituivano offerte votive per sostentare i defunti nel loro viaggio ultraterreno. Scoperte che ci aiuteranno a comprendere meglio l’Italia preromana, di cui a conti fatti non è che sappiamo tantissimo.

Il 1 marzo “The Archaeology News Network” ha pubblicato un articolo di Katleen Haughney della Florida State University sul cui contenuto ci sarebbe molto da riflettere. Si tratta di una ricerca condotta sulle migrazioni dal neolitico alla tarda età romana attraverso il Mediterraneo, condotta con la stessa tecnica che, vi avevo raccontato in articoli precedenti, era stata usata a Stonehenge per determinare la provenienza dell’Arciere di Amesbury, cioè la rilevazione degli isotopi presenti nello smalto dentario e in un piccolo osso cranico molto duro noto come porzione di Petroso. Ciascuna località ha la sua “firma” isotopica caratteristica, e questo consente di capire dove una persona è prevalentemente vissuta, soprattutto durante la crescita, prima dell’età adulta.

Bene, i risultati hanno sorpreso i ricercatori: il Mediterraneo appare “disconnesso” (questo è il termine usato nell’articolo). In sostanza, le persone hanno, tranne rare eccezioni, sempre vissuto là dove i loro resti sono stati ritrovati, gli scambi di popolazione, le migrazioni sono state pochissime, molto meno di quel che gli archeologi si aspettavano di riscontrare.

Capite che cosa significa? Innanzi tutto, è una scoperta che taglia i garretti a una certa concezione “circum-mediterranea”, che vorrebbe l’appartenenza degli Europei del sud a un insieme mediterraneo comprendente la sponda africana e in contrapposizione all’Europa centrale e settentrionale. Noi latini siamo parenti molto più stretti di Celti e Germani che degli Arabi, e chi dice il contrario, dice fandonie.

In secondo luogo e più in generale, questa ricerca distrugge un’altra favola su cui si fonda l’ideologia democratica oggi corrente, il presunto ruolo civilizzatore delle migrazioni e del mescolamento di popolazioni. L’Europa non deve la sua civiltà ad altri che a sé stessa, e tutte le favole che ci vengono raccontate sui presunti vantaggi dell’immigrazione, non sono appunto altro che fandonie, il cui reale scopo è quello di cancellare gli Europei come popoli.

Naturalmente, possiamo essere sicuri che niente di una simile scoperta arriverà al grosso pubblico cui il sistema mediatico ed “educativo” continueranno a raccontare le solite falsità, che il muro di gomma della censura democratica scatterà automaticamente, la base della democrazia per come realmente la conosciamo e non per come pretende di essere, sta infatti nell’impedire la libera circolazione delle idee e delle conoscenze.

La notizia è stata riportata il 6 marzo dal gruppo facebook MANvantara: la rivista spagnola di studi tradizionali “Mos Maiorum” ha pubblicato, debitamente tradotto nella lingua di Cervantes, l’articolo del nostro amico e collaboratore Michele Ruzzai Il Polo, l’incorporeità e l’Androgine Primordiale, è, se non vado errato, il secondo testo di Ruzzai che appare all’estero, sempre in Spagna e sulla stessa rivista. Questo conferma e consolida il fatto che il nostro amico con i suoi scritti ha ormai raggiunto una dimensione internazionale. C’è l’articolo di un altro autore italiano che affianca quello di Michele, si tratta di Civiltà del tempo e civiltà dello spazio di Julius Evola, e scusate se essere affiancati da un nome come quello di Evola e reggere il confronto è cosa da poco!

Togliendo quest’ultima citazione da MANvantara, direi che poche volte come questa, ci siamo serviti di fonti “ufficiali”: Msn.com e Ansa.it per quanto riguarda l’Italia, “The Archaeology News Network” per le notizie dall’estero, eppure vediamo che il quadro d’insieme che ne esce stride nettamente con l’idea “ufficiale” del nostro passato che ci si vorrebbe imporre, che vorrebbe un’Europa attardata sulla strada della civiltà e tributaria del Medio Oriente e dell’altra sponda del Mediterraneo. In particolare l’articolo di  Katleen Haughney della Florida State University, dovrebbe essere di spunto per qualche salutare riflessione, ed è non poco significativo che ciò venga proprio da una fonte americana, in completa contraddizione rispetto alla vulgata oggi prevalente che, come sappiamo, viene proprio d’oltre Atlantico. Questo significa, anche se pochi avranno il coraggio di dirlo apertamente, che i fatti che si vanno scoprendo la contraddicono in modo sempre più chiaro.

Su di noi incombe il compito della lotta per la sopravvivenza della civiltà europea e dei popoli che l’hanno creata.

NOTA: Nell’illustrazione, un immagine della New Forest in Inghilterra, in questo parco naturale si trovano circa 200 tumuli neolitici e dell’Età del Bronzo (da “The Archaeology News Network).

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 31 Maggio 2021

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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