L’eredità degli antenati, cinquantaseiesima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, cinquantaseiesima parte – Fabio Calabrese

Ricominciamo dalla metà di febbraio 2021 la nostra disamina dell’eredità ancestrale. Abbiamo visto la volta precedente che la più attiva nel fornirci informazioni sui nostri remoti antenati europei, in questo periodo sembra essere “Ancient Origins”, ebbene, possiamo dire che il trend continua.

Come vedremo, questa pubblicazione continua con un’interessante “buttata” di articoli, ma prima di esaminarli, diamo un’occhiata a “L’arazzo del tempo”, questo interessante sito che vanta Felice Vinci fra i suoi collaboratori.

Un articolo del 9 febbraio (firmato semplicemente come “Redazione”) ci parla di un argomento assai poco conosciuto da noi, I misteriosi dolmen e megaliti del Caucaso. Bisogna dire che se da noi a tutt’oggi se ne sa ben poco, è che per tutta l’epoca sovietica, su queste testimonianze di un remoto passato è stata stesa una censura forse giustificabile in caso di segreti militari, ma bisogna anche dire che dalla fine dell’impero dei Soviet sono ormai passati trent’anni, durante i quali non è che il megalitismo e, in genere, la preistoria russa abbiano destato in Occidente grande interesse.

L’articolo si spiega che questi dolmen si trovano nella regione di Krasnodar, nei Caucaso occidentale, al confine fra Russia e Abkhazia, coprendo un’area di circa 1200 chilometri quadrati. Finora ne sono stati individuati circa 3000 e, a differenza di quelli britannici, sono formati da monoliti accuratamente squadrati.

Sulla loro datazione c’è incertezza: gli archeologi più convenzionali propendono per un’età fra i 4 e i 6.000 anni, ma secondo alcuni ricercatori, essi sarebbero molto più antichi, datando da 10 a 25.000 anni fa. Oggi però tutti questi monumenti, abbandonati a loro stessi, si troverebbero in uno stato preoccupante di incuria e di degrado.

Passiamo ora agli articoli su “Ancient Origins”, che sono un bel po’.

L’11 febbraio un articolo di Alicia McDermott ci parla di nuovo di Stonehenge. Come è noto, il monumento si compone di un triplice cerchio di pietre. Il primo e il terzo cerchio sono formati da sarsen, la pietra grigia locale, mentre il secondo lo è da monoliti di “pietre blu”, composte da un minerale noto come dolerite, che proviene dalla regione delle Praseli Hills del Galles. Ora, a quanto pare, l’archeologo Michael Parker Pearson dell’University College di Londra, che è precisamente colui che a partire dal 2005 ha dato vita alle ricerche sistematiche sul monumento della piana di Salisbury, avrebbe individuato l’esatto luogo di provenienza di queste ultime. Esse proverrebero da una località nota come Waun Mawn, dove rimangono le tracce di un cerchio megalitico smantellato e ancora tre monoliti di dolerite eretti. Il secondo cerchio di Stonehenge sarebbe stato formato con pietre riciclate provenienti da qui. Parker Pearson ha notato che alcune buche di Waun Mawn corrispondono esattamente ad altrettante pietre blu di Stonehenge che hanno una caratteristica sezione pentagonale.

La McDermott fa notare che ciò permette di riscontrare un minimo di base storica nella leggenda secondo la quale le pietre che formano Stonehenge sarebbero state magicamente sottratte dall’Irlanda da Merlino (che certamente, essendo di due millenni posteriore c’entra con l’erezione del monumento quanto io o voi possiamo aver concorso all’erezione del Colosseo), infatti durante il Medioevo, il Galles occidentale era considerato Irlanda.

Tuttavia, in contrasto con la leggenda, non dobbiamo pensare a un furto. L’analisi degli isotopi di ossigeno nella dentina delle persone sepolte a Stonehenge avrebbe dimostrato che molti di loro vissero nel Galles occidentale, quindi bisogna pensare piuttosto a una migrazione dal Galles al Wiltshire, nel corso della quale queste persone portarono con sé i monoliti che dovevano costituire un simbolo forte della loro identità.

Un articolo di Ashley Cowie del 12 febbraio ci racconta che nelle Orcadi, questo arcipelago nel nord della Scozia il cui “cuore neolitico” è già da tempo stato riconosciuto “patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO, e precisamente nella baia di Skaill poco distante dal celebre complesso di Skara Brae, è stato forse individuato un nuovo sito neolitico risalente a 5.000 anni fa. Almeno, è quello che fa pensare il ritrovamento di alcune pietre incise con disegni geometrici messe in luce assieme a resti di animali dall’erosione costiera. Questo è il parere di Sigurd Towrie dell’università delle Higlands e delle Isole che si è recato a studiare il sito.

Tuttavia Ashley Cowie ci avverte: quella stessa erosione costiera che ha permesso la scoperta della baia di Skaill sta seriamente minacciando il sito di Skara Brae, e la perdita del villaggio neolitico meglio conservato al mondo, sarebbe davvero un brutto colpo.

Il giorno dopo, 13 febbraio, un articolo di Alicia McDermott ci porta in tutt’altro anbito, quello delle remote origini umane, sentite un po’!

Attualmente non è possibile identificare alcun momento specifico in cui l’ascendenza umana moderna fosse confinata in un luogo di nascita limitato, e che i modelli della prima comparsa di tratti anatomici o comportamentali utilizzati per definire l’Homo sapiens siano coerenti con una serie di storie evolutive.” .

Detto in poche parole, la ricerca paleoantropologica brancola nel buio.

Di chi è questa conclusione pessimistica che, lo ricordiamo fa seguito a decenni di indagini sulle nostre origini? E’ la conclusione di uno studio congiunto degli esperti del Francis Crick Institute e del Max Planck Institute di Jena, come dire il top della ricerca paleoantropologica. La domanda a questo punto sorge spontanea, non è che questi esimi ricercatori, intestardendosi per “correttezza politica”, cioè per motivi ideologici sul Out of Africa, sulla presunta origine africana della nostra specie, si siano finalmente accorti di essersi incamminati sulla pista sbagliata, in un vicolo cieco che non porta a nulla?

Vi ho già dato in apertura dell’articolo la notizia che, stando alle più recenti scoperte di Mike Parker Pearson che probabilmente da una quindicina di anni a questa parte è il ricercatore che sta facendo di più per svelare i misteri di Stonehenge, il monumento neolitico sarebbe almeno in parte riciclato, che le “pietre blu” del secondo cerchio proverrebbero da un altro cerchio megalitico smantellato nel Galles. Bene, il 12 febbraio la notizia è stata riportata anche dal “New York Times” con un articolo di Franz Lidz che fa a questo proposito dell’ironia assolutamente fuori luogo. Al contrario di questo signore, io penso che questi antichi Britanni che non si sono spostati dal Galles al Wiltshire senza portare con sé le “pietre blu” di dolerite (ciascuna delle quali pesa svariate tonnellate), hanno dimostrato che per loro esse costituivano un simbolo importante della loro identità, hanno mostrato un senso dell’appartenenza etnica più che meritevole di rispetto, ma questi yankee che per disgrazia del mondo sono oggi la maggiore potenza planetaria, l’identità etnica, nemmeno riescono a concepire cosa sia.

Il 12 febbraio, inopinatamente, sembra essere la giornata dell’uomo di Neanderthal, abbiamo infatti due articoli che ci parlano di lui rispettivamente su focus.it e su ansa.it.

L’articolo di focus.it riferisce su di uno studio condotto su una serie di denti risalenti a 48.000 anni fa rinvenuti nel sito della Cotte di st. Brelade sull’isola di Jersey (Gran Bretagna). La tomografia computerizzata ha rivelato un misto di caratteristiche neanderthaliane e Cro Magnon. La popolazione cui appartenevano era certamente ibrida delle due varietà umane. Chris Stringer, uno dei più affermati paleoantropologi britannici che ha guidato lo studio, ha spiegato che esso è un’ulteriore dimostrazione del fatto che gli uomini di Neanderthal non si sono estinti, si sono fusi con gli uomini “anatomicamente moderni”.

Ansa.it ci parla di una ricerca del tutto diversa che è stata condotta da un team dell’università della California, San Diego, capeggiato da Cleber Truilljo e Alysson Moutri, una ricerca basata sullo sviluppo di tessuti di cultura di corteccia cerebrale umana a partire da cellule staminali. Si è visto che inserendo in esse una variante “neanderthaliana” del gene Nova1, si dà luogo a una diversa organizzazione neuronale. Un singolo gene potrebbe aver fatto la differenza fra i Neanderthal e noi. Allora si capisce bene che se la differenza genetica fra noi e loro è così esigua, che senso ha volerli considerare una specie diversa dalla nostra?

Questo è un punto che vi ho già illustrato, ma vale la pena di ribadirlo. Nel nostro DNA si trova una traccia di quello dei Nenderthal, nel nostro e in quello degli asiatici, dove ha lasciato la sua impronta anche l’uomo di Denisova, mentre per quanto riguarda i subsahariani non se ne riscontra se non una traccia tenuissima frutto di commistioni recenti con popolazioni caucasiche e mongoliche, non è abbastanza per pensare che esso, entrando in sinergia col genoma di Cro Magnon sia stato determinante nell’indirizzare caucasici e mongolici sulla strada della civiltà, civiltà di cui non si trova traccia nell’Africa al disotto del Sahara?

Noi oggi ci rendiamo conto di avere troppo a lungo sottovalutato l’uomo di Neanderthal, che è riuscito a sopravvivere egregiamente alle asprezze climatiche dell’età glaciale, che aveva senso artistico – oggi si scopre che è stato lui l’autore di diverse pitture parietali precedentemente attribuite ai Cro Magnon – che ci ha lasciato con il doppio cerchio di stalagmiti della grotta di Bruniquel la più antica struttura “architettonica” conosciuta.

Infine, “Last, but not least”, se la nostra specie, nelle varianti Neanderthal e Denisova era presente in Eurasia da quasi mezzo milione di anni, che senso ha pretendere che vi sia migrata dall’Africa 50-100.000 anni fa?

Poiché siamo in tema, notiamo che nel numero di febbraio de “Le scienze” compare un articolo del solito specialista in Neanderthal, Giorgio Manzi, che in questo caso però si occupa di erectus-heidelbergensis, a propositi dell’ipotesi avanzata da alcuni ricercatori, che questi antichi uomini almeno nelle regioni boreali andassero in letargo durante i periodi freddi, ipotesi che accoglie con un comprensibile scetticismo che, per una volta, non si può che condividere. E’ vero però che tutti noi, che dovremmo essere sapiens da un po’, tendiamo a ridurre l’attività durante i mesi invernali, quanto meno a uscire meno di casa e dormire di più. Che sia un’eredità più antica di quel che penseremmo?

Questa giornata del 12 febbraio sembra essere stata davvero “magica” per quanto riguarda la nostra eredità ancestrale. Sempre in questa data ci sono due post interessanti anche su MANvantara. In uno si parla degli occhi azzurri. Questa caratteristica, secondo recenti ricerche, sarebbe legata a una mutazione comparsa 10.000 anni fa, e tutti coloro che la possiedono sarebbeo imparentati discendendo da un antenato comune.

L’altro post è invece un link a un fimato su You Tube dove si parla di uno dei meno conosciuti monumenti megalitici delle Isole Britanniche, Clava Cairns in Scozia vicino a Inverness, dove si trovano tre grandi e molto suggestive tombe a tumulo. Come al solito, viene il dubbio: davvero la preistoria britannica è tanto più ricca della nostra, o non sono questi britannici (e parliamo soprattutto di scozzesi e irlandesi più che di inglesi) a nutrire un interesse per il proprio passato molto maggiore di quanto non si riscontri da noi?

Tanto per rimanere in argomento, sempre su “Ancient Origins” il 14 febbraio è stato pubblicato un articolo di Ashley Cowie dedicato all’isola scozzese di St. Kilda. A lungo gli archeologi non sono stati in grado di condurre ricerche a causa della presenza di installazioni militari. Finalmente, delle ricerche, a opera della Guard Archaeology sono potute iniziare nel 2017. Un sito di interesse archeologico è stato individuato nella località di Village Bay. Sono stati individuati un deposito sotterraneo per i cereali e numerosi frammenti di ceramica, si è potuto stabilire che l’isola è stata abitata fin dall’Età del Bronzo, 2.500 anni fa, ma alcuni indizi suggerirebbero un’occupazione ancora precedente, risalente all’età neolitica.

E’ forse giunto il momento di tirare le fila del nostro discorso. Ci siamo mossi su due piani (prei)storici ben distinti, quello delle lontane origini umane e quello della preistoria recente, l’età neolititica e dei metalli, che hanno visto l’erezione dei grandi complessi megalitici.

Direi che forse mai come questa volta, pur servendoci prevalentemente di fonti archeologiche “ufficiali”, “ortodosse” come “Ancient Origins” è l’eresia, la nostra eresia a uscire vincitrice dal confronto. Per l’ennesima volta abbiamo visto che l’uomo di Neanderthal era diverso da noi, ma umano quanto noi. Il motivo per cui non lo si vuole ammettere è proprio il fatto che questo riconoscimento distrugge l’Out of Africa, dogma politico sacro della democrazia. Che senso ha parlare di un’origine africana della nostra specie 50-100.000 anni fa, se Homo sapiens nelle varianti neanderthaliana e denisoviana popolava l’Eurasia già da centinaia di migliaia di anni?

Per nulla dire della dichiarazione di sconfitta registrata dall’articolo di Alicia McDermott del 13 febbraio, ma a mio parere non è la paleoantropologia che deve rinunciare a spiegare quando e dove sia nato l’essere umano, ma l’Out of Africa che esce con le ossa rotte da decenni di ricerche i cui risultati regolarmente la contraddicono.

Naturalmente, quando parliamo di megaliti, parliamo di qualcosa che non può situarsi a prima dell’età neolitica, siamo cioè in un ordine temporale del tutto diverso, ma abbiamo visto anche qui che le scoperte più importanti circa le nostre origini si situano in una fascia che va dalla Scozia alla Russia, e non l’abbiamo visto solo stavolta ma quasi sempre nel corso delle nostre ricerche.

Quando lasciamo la bussola della ricerca delle origini libera di ruotare, l’ago non punta mai verso l’Africa, ma invariabilmente verso nord.

NOTA: Nell’illustrazione, Skara Brae, facente parte del “cuore neolitico delle Orcadi”, il villaggio neolitico meglio conservato al mondo, un tesoro oggi minacciato non dall’attività umana, ma dall’erosione costiera (Da “Ancient Origins”).

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 10 Maggio 2021

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Nebel

    https://youtu.be/5U0IU7yOoFA

    Video a cura del Ministero della Cultura su recentissime scoperte di un gruppo di scheletri Neanderthal presso il Circeo

  2. Fabio Calabrese

    Caro Nebel, certamente parlerò della recente scoperta degli scheletri neanderthaliani nella grotta del Circeo in uno dei prossimi articoli. Purtroppo, come si sarà accorto, no si riesce a stare dietro agli eventi in tempo reale.

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