ITALIA 1921: Valdottavo, 22 maggio (terza parte) – Giacinto Reale

ITALIA 1921: Valdottavo, 22 maggio (terza parte) – Giacinto Reale

 

Gli amici che ci abbandonano nell’ora triste ci fanno schifo, e noi li consideriamo passati al campo avversario

Nel clima esasperato che si è instaurato a Lucca dopo i tragici fatti del 22 maggio, è quasi inevitabile che avvenga qualcosa di irreparabile. Nella tarda serata del 24 cinque squadristi si presentano a casa di Esmeraldo Porciani per “fermarlo” e consegnarlo ai Carabinieri, come sospetto di aver avuto parte nell’eccidio.

La voce dalla quale tutto nasce parla, in verità, di un casellante della ferrovia Lucca-Castelnuovo-Garfagnana, testimone-coinvolto nei fatti, ma per uno scambio di persona, i neroteschiati lo confondono col padre che, nella concitazione di questo strano “arresto”, viene colpito da un proiettile e spira la mattina del giorno dopo in ospedale.

I partecipanti alla spedizione sono con facilità identificati e poi arrestati, meno uno, il sospettato dell’omicidio, che si rende latitante.

Il Fascio cittadino prende le distanze dall’accaduto, con un manifesto nel quale nega di aver ordinato alcuna spedizione a Ponte a Morciano, e attribuisce la presenza di fascisti sul posto ad una “imboscata morale tesa da due loschi imprecisati individui”.

Probabilmente intende così alludere alla falsa segnalazione che ha mosso il tutto, ma, aldilà dell’errore di persona, la vicenda resterà abbastanza oscura, tanto che ci sarà chi parlerà di motivi personali alla base dell’omicidio.

Certo è che la reazione della pubblica opinione è negativa, e il manifesto, firmato da Scorza, lo rileva con aspre parole:

Siamo solo addolorati nel constatare come sia bastato un solo istante di dubbio a far allontanare da noi i cosiddetti simpatizzanti, i quali ancora una volta hanno dimostrato l’incartapecorimento della loro anima, se non una completa impotenza morale.

Gli amici che ci abbandonano nell’ora triste ci fanno schifo, e noi li consideriamo passati al campo avversario. (1)

 

Che la faccenda abbia dei lati oscuri lo dimostra anche l’esito processuale. Il 20 ottobre alle Assise di Lucca gli imputati dell’omicidio saranno tutti assolti (uno poi sarà anche Podestà della città), e per omicidio sarà condannato a 17 anni il solo latitante.

Nel dopoguerra, il processo sarà ripetuto, ma l’imputazione per l’unico condannato di vent’anni prima passerà da “omicidio” a “concorso in omicidio preterintenzionale”, reato estinto per sopravvenuta amnistia, mentre le maggiori responsabilità saranno attribuite ad un altro partecipante – frattanto deceduto – che avrebbe agito per “beghe personali”.

Tornando al maggio del 1921, col passare del tempo la storia dell’agguato di Valdottavo sembra ormai chiusa, a dispetto di qualche malignità di paese che vorrebbe attribuire a Scorza, bramoso di potere, imprecisate responsabilità nell’agguato.

Nel 1932, però, in coincidenza con la caduta in disgrazia di Scorza, che viene allontanato da Lucca, riprendono forza – ad opera dei suoi avversari interni al PNF – delle voci secondo le quali, entrando nel dettaglio delle precedenti maldicenze, si sarebbe trattato di un’imboscata simulata dai fascisti stessi, su ordine del loro capo, che così voleva accrescere il suo ruolo nell’ambito del movimento e avere “mano libera” nella sua azione squadrista.

Il futuro ultimo segretario del PNF risponde, immediatamente, con una lettera a Mussolini, nella quale ribadisce la sua assoluta innocenza e definisce “infamia” l’accusa.

Tale essa viene, in effetti, considerata dal vertice del Regime, e, anche nel dopoguerra, la Magistratura non riterrà – nonostante il clima sia tutt’altro che favorevole ai fascisti sconfitti – di dover riaprire il caso, confortata da un rapporto della Prefettura che, sia pure un po’ pilatescamente, nella sostanza ribadisce la colpevolezza dei tre sovversivi condannati a suo tempo.

È da credere che l’ipotesi di un attentato “costruito” non abbia né capo né coda:

  • Scorza non ne ha bisogno per riaffermare la sua autorità sul Fascio lucchese, né per organizzare “rappresaglie” (che poi, in effetti, non ci saranno, se si esclude il morto di cui si è detto, probabilmente estraneo ai fatti);
  • solo un aspirante suicida potrebbe pensare a farsi cadere addosso, dall’alto, una valanga di pesanti massi di su una strada tortuosa e piena di curve.

Né va sottaciuto che la stessa Magistratura che condanna i tre responsabili (e ne manda assolti altri undici), quasi in contemporanea assolve la gran parte degli accusati (“rossi” anch’essi) dei ben più gravi fatti di Sarzana, a riprova di un’impermeabilità a pressioni per sentenze di comodo.

Per non dire che identica cosa avverrà nel dopoguerra, senza nessun procedimento a carico di Scorza o altri fascisti della zona.

La storia ha, però, una recente postilla, che, per certi versi, non può non stupire.

Cercando on line qualche notizia in più su questo episodio (che io sappia, non esiste, aldilà degli studi di Pardini pubblicati su rivista un libro sul fascismo lucchese delle origini) mi imbatto in un articolo apparso su “La Nazione” del 21 giugno 2010; eccone un estratto:

(È solo un’infamia la voce per cui) l’imboscata sarebbe stata preparata da me allo scopo di giustificare la violenza squadrista. Vero è che…la mia intenzione non fu omicida, ma voleva limitarsi solamente ad una simulazione: l’eccidio avvenne per pura fatalità.”

Con queste parole autografe, scritte al duce il 1° settembre 1932, e firmate da Carlo Scorza, oggi, a quasi 90 anni dai fatti, salta fuori la verità, finora solo presunta, sulla colpevolezza del segretario del Partito fascista a Lucca in relazione al famoso eccidio di Valdottavo del 1921.

 

“Accidenti – mi dico – roba da non crederci: un fascista che ammette di aver organizzato un finto attentato nel quale due suoi camerati sono morti, quattro feriti gravemente, e, ciò nonostante, diventa, di lì a qualche anno, Segretario Generale del PNF”

Le cose non stanno affatto così: ecco il testo integrale della lettera:

Duce… sono accusato di assassinio. Il dott Vasco Giannini, fratello di uno dei martiri di Valdottavo, mi scrive oggi che è stata diffusa la voce che l’imboscata, in cui caddero schiantati dai massi due nostri camerati, e quattro rimasero feriti, sarebbe stata preparata da me allo scopo di giustificare la violenza squadrista.

Tale infamia si è diffusa perché il babbo dell’altro martire, Nello Degli Innocenti, è stato chiamato in Federazione, e gli è stata comunicata con circospezione la notizia. Vero è che COLORO CHE LO HANNO INTERROGATO HANNO AGGIUNTO CHE la mia intenzione non fu omicida, ma voleva limitarsi solamente ad una simulazione: l’eccidio avvenne per pura fatalità. Duce vogliate comprendere il mio dolore. Per me chiedo solo che voi crediate alla mia fedeltà (2)

 

Anche sorvolando sul restante “taglia e cuci”, con l’eliminazione delle parole che per comodità ho messo in maiuscolo, il giornalista stravolge il senso della lettera di Scorza, che non è assolutamente una confessione di colpevolezza, ma, anzi, l’orgogliosa rivendicazione del proprio operato e la richiesta che la verità sia ristabilita, contro le menzogne di avversari interni di Partito.

Un autentico falso, che andrebbe punito a norma di codice penale…se penso che, in un prossimo futuro, qualche ignaro studentello di liceo (ma non solo) potrebbe servirsi anche di quell’articolo per ricostruire i fatti, rabbrividisco….

Che la storia la scrivano i vincitori è una verità fin troppo risaputa; che questa scrittura richieda aggiustamenti e accomodamenti è altrettanti risaputo; che si arrivi alla menzogna ed alla falsificazione è un po’ più difficile da ammettere.

E, invece, succede, in varie forme: si può dire una menzogna su un fatto non documentato o privo di testimoni; si può falsificare un documento; si può alterare (anche solo “forzandola”) una testimonianza; si può inventare di sana pianta una versione diversa dalla realtà, fidando solo sull’autorevolezza dell’autore dell’invenzione.

Ma si può anche partire da un documento vero, e, con un’opera di “taglia e cuci” trasformarlo in una cosa “altra” e fargli dire una verità “altra”, come in questo caso.

La verità è che nessuno all’epoca credette in una minima responsabilità di Scorza, il quale proseguì invece nella sua opera di organizzatore di un Fascio che fece fortissimo:

Resta tuttavia incontrovertibile che, a seguito dell’elezione di Scorza a Segretario politico del Fascio di Lucca, prende il via una vera e propria espansione territoriale dell’idea e dell’organizzazione fascista.

Basti pensare che il numero dei Fasci e degli iscritti nella Provincia di Lucca, da dati riservati trasmessi dalla locale Prefettura al Ministero degli Interni, alla fine di marzo del 1921 sono rispettivamente solo 6 e 405, per salire alla fine di maggio, in un solo mese dall’elezione di Scorza, rispettivamente a 15 e 1733, al punto che il fascismo lucchese in Toscana risulta essere secondo solo a quello fiorentino. (3)

 

Ben lo sanno gli avversari, che, infatti, qualche giorno dopo Valdottavo, lo fanno oggetto di un nuovo attentato mentre percorre lo stradone di Sant’Anna, diretto al Congresso fiorentino dei Fasci toscani.

La sua fama è tale che, nei giorni della Marcia, gli verrà affidato il comando delle tre Legioni di Lucca, della Versilia e della Valdinievole. L’ entusiasmo degli uomini è indescrivibile:

Il treno è un serpente immane dai mille tentacoli.

Fascisti si arrampicano e pendono da ogni dove: sul tetto dei carri, sulla macchina, sui predellini; si spenzolano a grappoli dalle maniglie; ogni sporgenza è una comoda sede di due o tre uomini. Spesso sbucano fuori moschetti, fucili 91, fucili da caccia, vecchi archibugi ad avancarica, spiedi, stocchi, sciabole arrugginite. Un armamentario vario e ridicolo.

Camicie nere infilate la sera precedente, pensando ad una semplice adunata di squadre, e non sospettando, nemmeno lontanamente, la meta della mobilitazione; mantelline da cavalleria, da bersaglieri, da fanteria; coperte da campo, pastrani grigio-verdi, pellicce plaids, sciarpe, scialli di mille forme e mille colori; valigette da necessaires ed involti in grandi fazzoletti a quadri; qualche cosa di zingaresco: un’adunata di gente non mai immaginata ed immaginabile. (3)

Lui, dopo aver “sistemato” la situazione in città, il 28 ottobre arriva, a Civitavecchia, dove riceve l’incarico di Comandante della Piazza.

In tale veste, il 29 mattina, all’arrivo del treno proveniente da Milano, si presenta a Mussolini:

Il treno entra sotto la tettoia, si ferma. Mussolini balza giù dall’ultimo vagone-letto, seguito da Finzi, Polverelli, Cesare Rossi e da altri fascisti e borghesi.

Dai presenti si eleva un alalà formidabile che fa tremare il cuore.

Corro incontro al nostro Capo, seguito da Venturini, Reggiani, Cambellotti, Andriani e Pierazzi.

“Comandante la Piazza di Civitavecchia!”

“Quanti uomini?”

“Cinquemila ottocento”

“Ha provveduto certo per il vettovagliamento. Onorevole Gay, aiuti il Comandante nel vettovagliamento e nell’alloggiamento. Si ricordi che esigo la disciplina più assoluta.”

La risposta più efficace è una stretta di mano. (4)

 

Seguiranno, per il ras lucchese anni non sempre facili, in un ambiente di provincia incline al pettegolezzo e alla maldicenza. Il vecchio Ardito, dal carattere fumantino, ci metterà del suo, litigando con Starace e mettendosi contro pure il potente clero locale.

Si rifarà, come è nella sua natura, partecipando a tutte le guerre del fascismo, e meritandosi una messe di medaglie, che ne faranno, dopo Muti, forse il più “vel petto” del fascismo, e faciliteranno, dopo la caduta dell’odiato nemico gallipolino, il suo recupero, fino alla nomina a Vice Segretario del Partito a dicembre del 1942, e poi a Segretario il 19 aprile del 1943, praticamente alla vigilia della drammatica notte del 25 luglio.

Ma questa è un’altra storia, di una vicenda umana comunque abbastanza singolare, iniziata con un colpo di rasoio alle spalle la sera del 14 dicembre di 23 anni prima.

FOTO 5: squadristi lucchesi

FOTO 6: Scorza superdecorato

NOTE

  1. Nicola Laganà, I fatti di Valdottavo, in: Quaderni di Farestoria, nr 2-3, maggio-dicembre 2011, pag.92
  2. Carlo Rastrelli, Carlo Scorza, l’ultimo gerarca, Milano 2010, pag
  3. Ibidem, pag. 25
  4. Carlo Scorza, Bagliori d’epopea, ristampa integrale, Edizioni della lanterna 2018, pag. 27
  5. Ibidem pag. 47

 

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Categorie: Controstoria

Pubblicato da Giacinto Reale il 19 Maggio 2021

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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