ITALIA 1921: Valdottavo, 22 maggio (seconda parte) – Giacinto Reale

ITALIA 1921: Valdottavo, 22 maggio (seconda parte) – Giacinto Reale

“Non è in buona fede e non ha retta coscienza chi non sa o non vuole riconoscere l’assalto di una nuova specie che il nemico ci ha mosso. Abbiamo resistito e resistiamo ancora, serenamente e senza tentennare”

L’ abilità di organizzatore di Scorza, unita al suo personale carisma, in pochi mesi fanno crescere il Fascio lucchese, che diventa ben presto una realtà con la quale tutti devono fare i conti.

In occasione, infatti, del suo arresto, il 9 maggio, per aver guidato un corteo non autorizzato nelle strade cittadine, la reazione è tale che le Autorità devono liberarlo, come malinconicamente comunica il Comandante dei Carabinieri al Prefetto:

“…si formò un numeroso e minaccioso assembramenti di fascisti davanti la locale Questura, che pretendeva l’immediata liberazione dell’arrestato, tentando anche di forzare la porta e di invadere i locali della Regia Questura. Il Maresciallo Alunni Giuseppe, attratto dalle grida, d’iniziativa accorse subito con 14 dipendenti, e, spiegando esemplare energia, riuscì a respingere i dimostranti.

Frattanto, essendo lo Scorza stato rilasciato, non si ebbero altri incidenti, essendosi la folla limitata a seguire costui al canto dell’inno fascista”. (1)

Il 22 maggio del 1921, una domenica, giornata abitualmente “dedicata” a questo tipo di azioni, alle ore 15,00, una ventina di squadristi lucchesi, guidati da Carlo Scorza si recano, utilizzando il camion di due di loro, a Valdottavo, località a circa 12 chilometri dal capoluogo, per presenziare alla fondazione del locale Fascio di Combattimento.

Quale sia lo spirito dell’iniziativa è ben evidenziato nel ricordo, dodici anni dopo, di uno degli squadristi presenti: “Non andavano per una delle solite spedizioni punitive, ma bensì a portare la parola dell’amore e della fede”.

La prova migliore credo stia nel libretto che lo stesso Scorza, qualche mese dopo, dedicherà ai Caduti. Nell’ultima pagina vi è l’elenco dei presenti, e l’intestazione è: “Fascisti che parteciparono alla gita di Valdottavo”.

“Gita”, quindi, e non “spedizione punitiva” anche se la smania di esserci è quella delle occasioni più rischiose. Nella piazzetta S Leonardo, vicino alla sede del Fascio, si presentano in buon numero, ma saranno solo sedici, inizialmente, i “fortunati”. Poi se ne aggiungeranno altri due, caricati a bordo dopo che per ben tre volte Scorza ha invano provato a farli scendere dal camion.

Per un’atroce beffa del destino, uno di essi, Gino Giannini, sarà una delle vittime, mentre l’altro, Aldo Baralla, resterà gravemente ferito.

Il breve viaggio procede tranquillo, con un momento di commozione, quando, al Ponte Rosso, dove era caduto Tito Menichetti, gli occupanti salutano “alla voce”, per proseguire verso la loro destinazione, in un paese imbandierato per ogni dove, con i cittadini che li aspettano con simpatia, e curiosità.

Anche la cerimonia, all’interno del teatro “Cristoforo Colombo” si svolge regolarmente e tranquillamente, “arricchita” dalla presenza dell’invalido Medaglia d’oro Tenente Dario Vitali e della medaglia d’argento Ugo Bolognesi, Tenente dei Bombardieri.

La conclusione spetta a Scorza, con un appello a ritrovare la concordia tra Italiani, dopo le divisioni dei mesi precedenti.

Finito il tutto, arriva – ma non subito, chè prima c’è una passeggiata sul Corso, a familiarizzare con i paesani – il momento del commiato, intorno alle 17,30, quando gli ospiti forestieri ripartono, seguendo itinerari diversi. Un’automobile accompagna i due eroi di guerra, mentre gli altri prendono posto sul camion:

Rimanemmo ancora un po’ di tempo a spasso per il paese; i fascisti si confusero tra i gruppi di contadini e ragazze; alcuni rimasero in piazza a guardare un ciarlatano che mangiava la stoppa accesa e guariva dal mal di capo.

Poi rimontammo sul camion e ripartimmo per Lucca.

In fondo al paese udimmo ancora i canti e le grida di saluto dei nuovi figli che avevamo riacquistato alla Madre.

Qualcuno intanto di slanciò dalle ultime case per la campagna verso il monte e salì a muovere la strage, ordita infernalmente, con le stesse mani che forse ci avevano applaudito. (2)

 

Il camion, che ha a bordo lo stesso Scorza, giunto in località “Croce Celata”, poco prima di Rivangaio, viene centrato in pieno da molti massi (alcuni del peso vicino al quintale), fatti precipitare dall’alto del monte Elto.

Un macigno particolarmente grosso, battendo su una roccia sporgente per la china del monte, fa una parabola e piomba sul veicolo.

Vi sono due morti, gli studenti universitari Gino Giannini e Nello Degl’Innocenti, quattro feriti gravi e svariati feriti leggeri, tra i quali pure il Segretario Federale.

L’episodio, per la gravità delle conseguenze e le modalità di realizzazione, ha grande risonanza, e gli avversari del fascismo, di fronte all’unanime sdegno, secondo una tecnica già in uso all’epoca e destinata ad avere grande successo anche nei decenni seguenti, cercano di avvalorare la tesi che l’attentato fosse stato organizzato dallo stesso Scorza (il quale era – e questa è l’incongruenza – a bordo del camion bersagliato dai massi e finito fuori strada) per crescere d’importanza all’interno del movimento fascista.

Si tratta di un disperato tentativo di sminuire portata e rilevanza di un gesto che appare di gratuita malvagità, se si considera che la visita dei fascisti a Valdottavo si era svolta nel massimo ordine, senza alcuna violenza, tra il consenso della popolazione.

La premeditazione e la volontà di uccidere il “nemico” sono invece certe, dimostrate anche dal fatto che è in contemporanea preparazione un altro agguato, da realizzarsi nel caso il primo non fosse andato a buon fine.

Tale particolare viene citato dal Chiurco, che, nel suo monumentale lavoro, in poche righe, ci fornisce anche i nomi dei feriti:

…di ritorno a Lucca il camion, giunto in prossimità delle Cave dette di Sesto e Rivangaglio, da un’altezza di 50 mt a picco sulla strada è fatto bersaglio a 5 o 6 massi, ciascuno di vari quintali; un macigno in ricorsa, battendo su una roccia sporgente per la china del monte, facendo una parabola, piombò sul camion e prese in pieno Giannini Gino, studente universitario in Chimica Pura, già diplomato in Fisica-Matematica, nato a Lucca il 12 marzo 1898, ex combattente, e lo maciullò; Degl’Innocenti Nello, studente universitario, fu anch’esso colpito al capo e cade morto sotto il macigno; rimasero feriti Ballerini Felice, colpito alla testa dal blocco omicida, Aldo Mandoli, Aldo Baralla, Benedetti Guido e Carlo Scorza; lo chauffeur fermò di colpo la macchina.

Mentre avveniva tale imboscata, a Ponte a Moriano, presso la località “La Torretta” si stava preparando un altro agguato, qualora i fascisti fossero scampati al primo al Valdottavo. (4)

Sarebbe anche lecito dubitare della testimonianza, “di parte fascista” se essa non emergesse dal rapporto predisposto dai Carabinieri già il 27 maggio, nel quale chiaramente è detto che: “La sera in cui avvenne il delitto di cui trattasi, poco distante di Ponte a Moriano, venne trovata la strada sbarrata da grossi sassi, e dal V. Commissario Dott Sergio Pannunzio, come dal Comandante della Stazione di Ponte a Moriano, si ritenne che tale sbarramento fosse stato fatto per preparare un’altra imboscata”.

E’ un particolare importante, normalmente trascurato dalla storiografia antifascista, perché da un canto conferma la tesi della premeditazione e della volontà di uccidere, e dall’altro fa escludere la voce, della quale dirò nella terza e ultima parte, di un coinvolgimento di Scorza nella predisposizione dell’agguato. Non si capisce, infatti, da chi egli avrebbe fatto realizzare questo terzo ostacolo, e soprattutto, da chi sarebbe stato realizzato materialmente l’agguato, considerato che i suoi uomini erano tutti sul camion con lui. Pensare si fosse rivolto a “terzi” per una operazione così delicata, è, evidentemente, fuori da ogni logica.

Il citato Rapporto dei Carabinieri ha, inoltre, una sua rilevante importanza perché porterà al fermo di 14 persone. In esso si ipotizzerà anche la possibilità che alcuni dei fermati abbiano segnalato dal basso, agli uomini appostati, l’arrivo del camion squadrista.

Né va infine trascurato il fatto che, persino contro il carro-automobile dalla Misericordia che provvede al trasporto di urgenza dei feriti più gravi all’ospedale civile di Lucca, apriranno il fuoco sconosciuti appostati tra i cespugli. Ignoti fascisti anche questi? Pura fantasia…

E’ anche questo un particolare spesso sottovalutato (si parlerà, senza conferme, di fuoco aperto per errore dagli stessi Carabinieri), ma che, invece, fu all’epoca ben considerato, rientrando in una consuetudine di odio senza fine di quei tempi.

La ricostruzione fascista, in un brano pubblicato su “Gioventù fascista” ancora dieci anni dopo i fatti, è chiara:

Le ambulanze giunsero più tardi sul posto dove i feriti doloravano e i morti giacevano vicini, coperti dallo stesso gagliardetto nero. Raccolsero i feriti più gravi: Ballerini e Baralla, più vicini al trapasso che alla vita, e si diressero verso Lucca. Ancora fucilate sparate contro le vetture che portavano i corpi straziati.

I morti no, i morti giovinetti andarono verso Lucca nella sera scura, sul camion su cui furono massacrati. C’erano ancora intorno tutti i compagni, e il doloroso andare era accompagnato dalle imprecazioni sorde e dal dolore invincibile. (5)

Per questi motivi non convince la tesi di conseguenze sottovalutate dagli attentatori, che vanno oltre la loro volontà, per una tragica fatalità.

Sono tempi duri, nei quali le regole consuete della lotta politica e il rispetto della vita umana vengono stravolte. A Bologna, il 21 novembre dell’anno prima, Guardie Rosse appostate sui balconi del Palazzo d’Accursio hanno tirato bombe sulla folla inerme dei propri simpatizzanti, scambiati per fascisti, e fatto dieci morti innocenti e una sessantina di feriti, e a Modena, il 24 gennaio, attivisti socialisti appostati presso il Palazzo delle Poste hanno aperto il fuoco su un corteo funebre, composto anche da donne e bambini, uccidendo due partecipanti e ferendone qualche decina.

I fatti di Valdottavo hanno, in più, l’originalità del modo scelto per dare la morte. Il macigno più grosso utilizzato, che, come detto, pesa quasi 100 chili, sarà prima conservato nella sede del Fascio di Lucca e successivamente esposto alla Mostra della Rivoluzione Fascista.

Quella tragica sera il camion squadrista con le due vittime rientra a Lucca intorno alle 21,00. Le salme vengono composte nella sede del Fascio per poi essere trasferite alla camera mortuaria dell’ospedale civile, e ricevono il primo omaggio della gente.

Spontaneamente, senza nessuna costrizione fascista, vengono chiusi caffè e ristoranti, e la Compagnia Tumiati, presente in città, sospende le rappresentazioni.

I funerali si svolgeranno il giorno 25.

Il 31 maggio del 1925 sarà inaugurato, nel cimitero urbano della città, il monumento ai due Caduti, e successivamente nel luogo dell’attentato verrà posta una lapide, affiancata da colonne con fasci.

Ai primi di ottobre del 1944, pochi giorni dopo il passaggio del fronte, il monumento sarà distrutto dai partigiani con delle cariche di esplosivo, alla presenza di alcuni fascisti rastrellati, poi obbligati a sgombrare la strada dalle macerie.

Un accanimento che vale quanto un’assunzione di responsabilità, aldilà di ogni pretestuosa, ritornante polemica.

Sul piano investigativo e processuale, le indagini, condotte dalle forze dell’ordine, portano al fermo di tredici persone (un quattordicesimo si rende irreperibile), tre delle quali vanno poi a processo. Sono gli stessi tre individui visti in Teatro, presenti – e la cosa è abbastanza inspiegabile – alla cerimonia fascista, si sono allontanati, in tutta fretta, poco prima della fine.

A loro si riferiva Scorza nelle ultime parole del brano sopra riprodotto, quando parla di responsabilità delle “stesse mani che forse ci avevano applaudito”.

Infatti, la tesi accusatoria è che i tre fossero lì per procurarsi un insospettabile alibi, salvo poi allontanarsi prima della fine, proprio per predisporre l’agguato.

Essi, durante il processo, cadranno in contraddizioni, e si accuseranno tra loro. In particolare, ad uno verrà addebitata dagli altri la frase: “Se vengono i fascisti, gli faremo una scarica di pietrate”.

Riconosciuti colpevoli, verranno condannati a pesanti pene detentive.

Achille Giannarini, che aveva pronunciato la frase incriminata, si era allontanato dal teatro subito dopo il discorso dei due oratori, ed era stato visto salire, mezz’ora prima del fatto, verso il luogo dal quale saranno lanciati i sassi, avrà l’ergastolo e morirà durante la detenzione nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino.

Gli altri due, Cesare della Nina (condannato a 12 anni) e Amedeo Ramacciotti (condannato a 16 anni), saranno scarcerati negli anni trenta.

In quegli stessi anni, però, in coincidenza con la caduta in disgrazia di Scorza, intorno al fatto si scatenerà una bagarre della quale diremo.

Resta però prima da accennare ad un triste episodio collegato alla morte degli sventurati Giannini e Degl’Innocenti.

 

 

FOTO 3: il masso fatto precipitare sul camion squadrista

FOTO 4: l’opuscolo “Nostri morti” di Carlo Scorza

 

NOTE

  1. Nicola Laganà, I fatti di Valdottavo, in: Quaderni di Farestoria, nr 2-3, maggio-dicembre 2011, pag.85
  2. Carlo Scorza, nostri morti, Lucca 1922, pag. 25
  3. Giorgio Alberto Chiurco, Storia della Rivoluzione fascista, Firenze 1929, vol. III, pag. 309
  4. Panorami di realizzazioni del fascismo, Roma 1942, vol. V, pag. m92

 

 

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Categorie: Controstoria

Pubblicato da Giacinto Reale il 12 Maggio 2021

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

Commenti

  1. STELVIO DAL PIAZ

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