Franco Battiato: sperimentare il Centro – Stefano Eugenio Bona

Franco Battiato: sperimentare il Centro – Stefano Eugenio Bona

Un uomo libero è sempre indefinibile per l’epoca, i mestieranti, i politicanti, le varie accozzaglie critiche e giornalistiche. L’anima di Franco Battiato è rimasta calata sulle faccende degli umani inani, al fine di dare la miccia ad un qualche risveglio. Il suo lievito non è mai stato indigeribile, anche quando era francamente lontano dalle masse, come nel primo periodo della sperimentazione. Ha vissuto ampie parentesi, vasti periodi differenziati, come ogni grande artista non poteva risolversi in un genere, amplificando appunto da pneumatico le istanze in campo. E Gurdjieff  ha stabilito le fondamenta della disciplina assoluta, dietro il disincanto. Nato a Jonia (Catania) nel 1945, emigra a Milano negli anni ‘60 dove incontra Giorgio Gaber, altro inclassificabile della cultura italiana, che lo scova mentre si esibisce in un teatro cabaret, gli produce il primo disco e lo introduce nel mondo musicale battezzandolo Franco (Francesco il nome originario). Tra le altre cose accompagna Ombretta Colli e incide a suo nome i primi 45 giri, inclusa Lacrime e Pioggia, cover di Rain and Tears degli Aphrodite’s Child, soave band greca che tornerà nel suo repertorio anche nella fase della maturità (con la cover di It’s five o’ clock su Fleurs 2, 2008). Messo a punto il rodaggio, è l’ora di due dischi anomali, urticanti, fastidiosi, per i canoni della musica di consumo: Fetuse Pollution (entrambi del 1972). In quegli anni offre spettacoli dal vivo dalla forma oracolare e dadaista, si lancia in happening situazionisti che richiamano quelli in voga: basti pensare al Peter Gabriel dei Genesis, ma anche al grand-guignol di Alice Cooper (e prima ancora di Arthur Brown). Diviene perno di una generazione di giovani musicisti stufi delle solite nenie e della forma-canzone: Roberto Cacciapaglia (raffinatissimo navigante del suono, vicinissimo alla scena cosmica tedesca), Gianfranco D’Adda (percussionista che lo segue nei vari percorsi), Lino Capra Vaccina e Juri Camisasca (con cui condivide l’attitudine mistica). I varchi aperti dai Beatles psichedelici, dai Pink Floyd e dal Krautrock, dopo le prime due opere sfociano in uno dei capolavori assoluti del progressive/sperimentale italiano (da molti ritenuto anche quello di Battiato in via generale): Sulle Corde di Aries (1973). I sedici minuti di Sequenze e Frequenze basterebbero da soli a consegnarlo agli annali. Un’opera di musica astratta, surreale, una distesa mantrica che suscita stato di trance. Qui si avvale anche di una soprano come Rossella Conz degli Analogy, gruppo prog di culto di Varese; un pezzo incredibile, dall’afflato mistico simile ai Popol Vuh e dalla persistenza statica che riporta a brani di Tony Conrad (nume dei Velvet Underground). Qui l’influenza avanguardista del maestro Karlheinz Stockhausen è massima, come quella del minimalismo di Terry Riley e Steve Reich, dei collages sonori di John Cage, tutto vibra come in una campana di vetro.

Ma tali influenze si radicalizzeranno addirittura nei dischi successivi, ove Battiato e il suo ensemble danno fondo alle riserve: con Clic (‘74), M.elle le “Gladiator”(‘75), Battiato(‘77), Juke Box(‘78) e L’Egitto prima delle sabbie(‘78), la prima fase è conclusa. Album troppo futuristici (e lo sarebbero ancor più per l’imbarazzante italietta attuale), poi ecco gli aneliti per uno sposalizio sapienziale con la musica popolare. Missione difficilissima. Punto focale: nelle strettoie della macchina dell’industria discografica sono una sparuta élite gli artisti che mantengono una stoica fedeltà alla propria natura. In tutte le sue proposte è sempre il punto centrale da cui si sviluppa una danza sacrale. Si muove tutto intorno alla stanza delle impressioni, rimane il punto fermo di una fissazione dell’individualità incarnata e manifestata dalla sua arte.

Al contempo, tutto il Battiato più melodico è contenuto in quello dei primi album, e non conoscerli è esattamente come ascoltare i Pink Floyd post Dark Side of The Moon, quelli delle vendite milionarie, senza passare dalla parte sommersa, fondativa, ineliminabile del periodo più autentico. Il paragone è calzante, perché si tratta di quei rari artisti che sono riusciti a calare tra le masse, senza perdere il proprio Centro. È lo spirito di gravità tutto attorno che viene trapassato da un’anima sì sottile, ove i tormenti dell’Umano troppo Umano son stati rischiarati, assolvendo la domanda: “Ti sei mai chiesto quale funzione hai?”. Nei primi anni di carriera accompagna anche in tour i Magma, band francese di jazz “alieno”, indefinibile anche per il grande catanese, tant’è che rimane spiazzato:Nel ’75 sono stato chiamato a rappresentare l’Italia alla Roundhouse di Londra per l’European Rock Festival a cui partecipavano i Magma, i Tangerine Dream, gli Ash Ra Tempel, il meglio della scena sperimentale di quel periodo insomma… Sì, mi hanno impressionato. Durante un tour con loro cercavo un posto appartato per fare meditazione. A un certo punto li ho sentiti entrare al piano di sotto. Io ero in un posto dove non mi potevano vedere: loro hanno alzato tutti insieme le braccia verso il cielo e si sono messi a salmodiare emettendo strani suoni. Alla fine si sono inginocchiati e se ne sono andati. Devo dire che la cosa mi ha colpito perché non era una performance che facevano davanti al pubblico, erano in un luogo dove non c’era nessuno…(Da un’intervista del 2014 rilasciata a Repubblica).

Anni irripetibili, i più creativi del Novecento per quel che riguarda la musica nella sua contaminazione di alto e basso, colto e popolare. Guardati con un briciolo di rimpianto per quell’atmosfera di eccitazione continua e di perenne esplorazione, lo confesserà ad Amanda Lear (musa di Salvador Dalì, altro genio che riuscì a planare nella società dei consumi imponendo inarrivabili vertigini artistiche), icona pop dopo essere apparsa sulla copertina del secondo disco dei Roxy Music, in un’intervista andata in onda su Rai2 nel 2002 (trasmissione Cocktail d’amore): Durante gli anni ‘70 qualcuno di noi ha creduto realmente che stesse per avvenire un cambiamento cosmico…Anche le droghe si prendevano per motivi spirituali, oggi si prendono per noia, per sfida, per dimenticare…Devo dire che questo ti delude veramente tanto, perché vuol dire che l’uomo è sempre lo stesso…Ogni cambiamento avviene come per moda, ma con l’essenza dell’individuo ha poco a che vedere…Sono poche le persone che realmente hanno veramente voglia di cambiare. A proposito: I cori nelle messe tipo Amanda Lear –Saranno quelli della dimensione profana, ove vanno a finire “i giorni di digiuno” di chi non è adatto ad intraprendere nessun percorso. Verso contenuto in Magic Shop, all’interno de L’era del cinghiale bianco (1979), prima metamorfosi melodica e anche tra i suoi album più celebrati, in quanto sintesi perfetta tra l’affaccio sul mondo pop e i rimandi esoterici, tutto condito da pepato umorismo. In Patriots (‘80) prosegue nel solco di una via personale alla new wave d’importazione anglosassone, con una maestria evocativa che la stragrande maggioranza dei colleghi albionici poteva solo sognarsi. E l’italiano non è mai un limite, se mai cifra individuante di un percorso sincronico: quello del fare anima nel periodo della plastificazione dei suoni (dopo il mare immenso dei ‘70): gli anni ‘80 dei sorrisi Durban’s e delle televendite. Anche lui cede alle tastiere talvolta macchiettistiche, ma è sempre una cerca del conio animico pur nella gravità delle canzonette. Ironia ed autoironia suprema – nell’unità di tempo…Per tornare a Pollution, capolavoro lodato nientemeno che da Frank Zappa. Qui il synth suonato in coppia con Roberto Cacciapaglia disegna sfuriate in stile Tangerine Dream e Klaus Schulze, ma sarebbe più giusto classificarlo in altro modo: ovvero come la punta di diamante di quell’Italia, quindi non un discepolo, ma un esponente coevo alle scene mondiali più avanguardiste. D’altronde non arriva al sintetizzatore VCS3 dopo essersene persuaso a posteriori, lo va a prendere direttamente a Londra, praticamente in anteprima, quando l’altro esemplare viene riservato ai Pink Floyd, divenuti artisti simbolo nell’utilizzo di tale strumento.

Insomma, dopo tutte queste escursioni cala in una dimensione più orecchiabile, rimanere nel recinto della sperimentazione avrebbe fatto inabissare il nostro. Lo spirito di ricerca degli anni ‘70 d’altronde viene mozzato dalla nascita del punk e della disco-music, due generi che vorrebbero ridurre il tutto, rispettivamente, a nichilismo ed edonismo: Battiato sbertuccerà la cosa con la sua stessa proposta, come per scommessa vira sul meno pretenzioso e ha ben chiara una cosa: anche in una semplice canzonetta si può immettere un nucleo sapienziale. Lo andrà ripetendo spesso: un’opera in miniatura deve contenere tutte le parti della macro Opera, la sintesi è dono raro e reca in sé una diversa potenza, non minore.Fin dai primi dischi della seconda fase mostra una formula fresca, spiazzante sia per chi lo aveva seguito nell’incarnazione precedente, sia per il pubblico generalista, ipnotizzato da quel derviscio bizzarro. Dalle ceneri della distruzione punk, la new wave italiana (bistratta in quella resa dei conti che è Centro di Gravità Permanente) è una ripartenza per tutti, Battiato però ha alle spalle esperienze di un livello molto più alto rispetto alla massa dei cantanti, non fa altro che traslare in contesto pop. Si sente sempre una finezza diversa, mai omologabile con la struttura-canzone imperante. Quel personaggio giunto dalle quinte della controcultura e catapultato nella domenica pomeriggio di Baudo, a meta anni’80, ha le stigmate del distacco, quell’abbandono eckhartiano in cui visse e compose il mosaico. La nobiltà viene donata a mo’ sacrificale, quindi morto il Battiato precedente se ne dà un altro – Aurora Consurgens.

Il culmine della seconda fase iniziata si ha nel 1981, con la vittoria al Festival di Sanremo di “Per Elisa”, scritta da lui e interpretata da Alice. Nel mentre Patriots (1980) e La Voce del Padrone (1981) vendono fino a un milione di copie, L’Arca di Noè (‘82) e Orizzonti Perduti (‘83) lo confermano al vertice del pop nostrano. Sul finire degli anni ‘80 e l’inizio dei ‘90 accentua il proprio misticismo, particolarmente raffinate e speziate d’Oriente sono le atmosfere di Café de la paix (1993). Per divulgare una certa letteratura esoterica a lui cara, fonda la casa editrice L’Ottava. Con essa alza ancora il tiro, pubblicando in un decennio (1985-1995) alcune opere preziosissime e proposte al pubblico italiano per la prima volta: pensiamo soprattutto ad Her-Bak (Cecio) e ad Her-Bak (Discepolo) di Isha Schwaller de Lubicz e poi a due Gurdjeff: Vedute sul mondo reale – Gurdjieff parla ai suoi allievi e I Racconti di Belzebù al suo piccolo nipote – vol. 1 e vol. 2. Senza tralasciare il vero e proprio portatore dell’opera del maestro greco-armeno in Italia, quell’Henri Thomasson (autore del testo di Clamori, L’Esodo e Chanson Egocentrique) e i suoi Prima dell’Alba e Bagliori dell’Anima, intense testimonianze della via. Nella sua breve esistenza, L’Ottava pubblica anche otto dischi, sempre di elevata matrice mistica: tra essi spicca l’opera del maestro Giusto Pio, violinista e arrangiatore di tanti momenti topici di Battiato, Alla Corte di Nefertiti è una sorta di affresco in cui rivivono i migliori momenti dell’elettronica colta battuta dal grande catanese, in chiave rilassata, Tangerine Dream da eremo.

Insomma, nel mentre del decennio più materialista, non va più alla ricerca forsennata, toccando territori estremi come in precedenza, ma approda bensì ad un Centro, pianifica di sparpagliare i semi di esso attraverso il megafono enorme che si è creato e di cui dispone. Tutto il no sense intravisto da alcuni, tutto il gioco sottile sui termini, tutto l’humour a tinte miste riluce poi di un senso nascosto: il Risveglio potenziale. Il pop catartico di Battiato ha questa funzione mutuata da Gurdjieff, e se si affronta quel guazzabuglio rabelesiano che è “I racconti di Belzebù a suo nipote”, troveremo forse incomprensibile il messaggio dopo mille letture e meditazioni, ma l’alterazione del linguaggio, la contraddizione ciclica e calcolata, il dadaismo vorticante cosa sono se non la medesimaprovoca-azione lanciata verso gli uditori? In uno i comportamenti dell’uomo furono effettuati al fine di disorientare, nell’altro è un mettere in guardia proprio nei confronti di se stesso in quanto pop star, lasciando tutto il sintomatico carisma ad altri…In scena v’è la distruzione stessa del ruolo del cantante, e pochi hanno scorto la coltre sotto il cammuffamento, attuato per suscitare una reazione profonda, poiché per chi si avventura al di là della performance, vi è il mare da prendere, l’auto-apertura degli occhi sulle proprie reazioni personali al sentire un testo, un’aria estrapolata può ben portare a ciò. Anche per essi fonda la sua casa editrice. Nella prima fase certamente, ma anche quando decide di scrivere il suo primo lavoro operistico (Genesi, per il Regio di Parma) nel 1987, poi quando propone il suo repertorio e il suo afflato in alcune zone critiche del Medio-Oriente come Baghdag e Beirut (dove riscuote incredibile successo), si muove in terreni talvolta minati e tal altra fecondi, ma in quella calotta post-moderna, a differenza dei Philip Glass, delle Laurie Anderson e dei John Zorn, la sensazione è che tra serio e faceto, colto e popolare, abbia stretto un collegamento evidente con le radici profonde e mai gelate, senza il quale ci si perde nel mare della decadenza, vissuta in pieno e per questo espettorata. La modernità non rifuggita, ma cauterizzata utilizzando i suoi mezzi. Forse il nuovo Battiato riuscirebbe a sviluppare un concerto di classica mediante i telefonini. Non è nostra intenzione snocciolare in fila tutte le sue opere, bensì rimanere centrati su questo particolarissimo aspetto del nostro: il fenomeno Battiato deriva da un dato noumenico che sfugge, impiantato nei ‘70 e nel suo terreno fertile, proseguito fino a questi strani giorni, con un rettitudine e una virtuosità che rende noto qualcosa che esula dai ruoli: Battiato è un unicum non solo per il panorama italiano, financo per quello europeo e mondiale. Ci sono altri rapsodi che operano un crossover tra forme d’arte moderna e la Sapienza, ma pochissimi lo fanno con una convinzione simile alla sua. Se guardiamo ai grandi chansonniers o ai grandi ricercatori d’avanguardia, alle menti più geniali del rock o ai menestrelli del folk più legato alla Tradizione, noteremo sempre una cultura più specialistica. Battiato non si è specializzato in altro oltre l’essere (sua) pura fluenza, tutto il resto sono rigagnoli di una Visione. Non esiste Re del Mondo che tenga prigioniero un cuore senza scorie, l’assialità viene spostata proprio nei calembours, negli schiaffi alla vita tra un salto semantico e l’altro.

“È colpa dei pensieri associativi se non riesco a stare adesso qui”, ma anche là fuori, non ci si dissocia mai abbastanza dal pensiero-pensato (ci direbbe Steiner) e ben poco vitalizzato. È colpa dei pensieri associativi se si pensa ad un insieme tangenziale come essenziale. Battiato non è pop anche se esegue in forma melodica la sua essenza. Anzi, srotola incanto rarefatto proprio ove la forma si fa piana.

Tutta la levitas di cui abbisogna il ricercatore per superare i suoi stalli, le sue sofferenze:

Torneremo a vivere come dei barbari/Friedrich Nietzsche era vegetariano/Scrisse molte lettere a Wagner/Ed io mi sento un po’ un cannibale e non scrivo mai a nessuno/Non ho voglia né di leggere o studiare/Solo passeggiare sempre avanti e indietro lungo il Corso o in Galleria/E il piacere di una sigaretta per il gusto del tabacco, non mi fa male/Tornerà la moda sedentaria dei viaggi immaginari e delle masturbazioni/I’analista sa che la famiglia è in crisi, da più generazioni/Per mancanza di padri/Ed io che sono un solitario non riesco, per avere disciplina ci vuole troppa volontà/Mi piace osservare i miei concittadini specie nei giorni di festa/Con bandiere fuori dalle macchine all’uscita dello stadio/E mi diverte il piacere di una sigaretta per il gusto del tabacco…

L’ho sempre ritenuto un inno alla vita, un sì di quelli voluti intagliare da Federico N., con una dose di sarcasmo liminale, per altro dispensato ai massimi livelli già in Magic Shop: L’esoterismo di René Guénon…I peli del Papa – L’impermanente che riluce attraverso plastiche gettate a mare.

Un fluire da dietro la cortina, una lanterna magica il mondo, visitato a varia distanza, mentre abbandona una maschera per indossarne un’altra il cantautore si cala nell’arena di provenienza della dissacrazione, lancia giocosi strali e semina per chi deve raccogliere.

Nei Capodanni dell’Italia ci sarà spesso quel Tramonto Occidentale, volgarmente ripreso e sottinteso da una masnada di individui nemmeno sospettosi di essere i protagonisti del naufragio. Sul ponte sventola la bandiera del nichilismo avanzato. Seriale.

Per cui, al di là dei gusti, senza vera sperimentazione non si dà nulla, si propagano doppioni e manierismo. Parliamo delle arti e della musica, in sommo grado della spiritualità: essa stessa deve divenire verifica concreta di cosa si va dicendo e valutando. Il principio creativo non si risolve in nessuna corrente, ogni opera d’arte reca quella solitudine infinita di cui parlava Rilke, poiché il genio stesso fonda una tradizione, quella che si perpetuerà in suo nome. Ma la radice di tutta un’esistenza deve essere scossa al fine di donarsi, non di clonarsi; così il grande catanese rimane uno stimolo, un punto d’appoggio per chi vorrà operare nel solco, non un feticcio.

Il primo a ridere di beatificazioni e di pontefici di un suo culto (come si è già avuto per De André) sarebbe proprio lui.

Il silenzio del rumore dell’Inizio, ora scende dentro un Oceano di Silenzio sempre in calma.

 

 Stefano Eugenio Bona

 

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Categorie: Arte

Pubblicato da Ereticamente il 29 Maggio 2021

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. m

    ommento all’aerticolo di Massimo Fini: “Un calcio alla boria” Fini.Non scommettere più.Non ti sei accorto che di partite “regolari” non ci sono più da inizio pandemia?Questi fanno il grano con i citrulli.Ci sono cascato anch’ io dopo 10 anni che non scommettevo.Gli ultimi sei mesi sono stati un massacro.Un po come in politica il trucco c’è ma non si vede. https://www.ilblogdellestelle.it/2018/08/autostrade_cosi_una_ricchezza_pubblica_e_finita_nelle_tasche_di_alcuni_privati_intervista_a_mario_giordano.html Secondo voi la CASALEGGIO & C con il pubblicare l’intervista a questo soggetto ben tre anni fa da che parte stava?Come mai tutti questi casini nel movi-mento? . Sono stati creati ad arte?Fatevi la domanda e datevi la risposta.Perché tutta sta “pappardella” sui dati degli iscritti? Non vorrà per caso avvantaggiare una certa destra misogina e becera alla casapound?Quando vinceranno le destre vinceranno pure loro.Dvide c è un fan di casapound.Riflettete????

    • roberto

      Oltre a sbagliare articolo, non sai nemmeno niente di Casapound! Misogino é chi pretende quote rosa, come se le donne fossero disabili! Becero é chi ancora nega le Foibe e le marocchinate!

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