Sulla modernità della preistoria – Rita Remagnino

Sulla modernità della preistoria – Rita Remagnino

Parliamoci chiaro: del presente ne abbiamo fin sopra i capelli. Il mondo che fino a cent’anni fa sembrava avere un suo senso di continuità si è sciolto in uno spritz, le librerie abbondano di titoli che alludono ai tanti «temi interessanti» che la televisione quotidianamente ci propina, sono acqua passata i grandi ideali, non c’è alcuna nobile causa per cui combattere, dio è morto, i personaggi pubblici sono scialbi come il semolino e persino i valori civili che fino a ieri davano un senso alla vitasociale sono scomparsi dai radar. Da più parti ci si chiede come un simile tracollo siaavvenuto e c’è già chi si è messo a indagare imotivi della sparizionedel patrimonio umano partendo dall’inizio, cioè dal nucleo centrale, trascendente, unitario delle antiche culture basate sul Sacro.Ci saranno pure delle ragioni se fin dagli albori del mondo terrestre la vita dell’uomo è stata resa possibile dal riconoscimento di principi e valori la cui dipartita ha reso tutti infelici e scontenti. Il menefreghismo di massa farà in modo che queste domande finiscano nell’oblio? Disimpegno e assuefazione non spingeranno la gente a frugare nel passato per scoprire brandelli di vicende che riguardano antenati morti e sepolti, gli dèi, gli eroi, le regine e tutto il resto?La superficialità del momento non si addice ad argomenti complessi come «il Primo Tempo», «le Quattro Età», «le Ere Precessionali»,e via dicendo? Sono questioni che non riguardano il «cercatore di radici», una specie di rivoluzionario del XXI secolo (la mano armata è fuori moda)convinto che scandagliare le profondità del passato sia l’esperienza che più di ogni altra allontana l’uomo contemporaneo dalla «realtà dominante», ovvero dalla realtà che appare più reale di altre, pur non essendolo. La testa di costui ha scavalcato da un pezzo il presente. E’ oltre i livellamenti culturali imposti dal dogma «più scuola, meno conoscenza per tutti»che hanno fatto perdere alle persone la voglia di orientarsi nei corridoi temporali della Storia. Naviga nei mondi che ci sono già statie dal largo vede i profili degli accadimenti più definiti e meno minacciosi di come appaiono sulla terraferma, dove nessuno è più in grado di collocarsi nello Spazio perché ha dimenticato il Tempo da cui proviene.

 

Cerchiamo di essere obiettivi

Tira una brutta aria per chi vuole vivere e pensare liberamente, e il «cercatore di radici» ragiona secondo regole radicalmente diverse rispetto a quelle imposte dal quotidiano, dominato dalla logica e dal primato pressoché assoluto riconosciuto alle tecnoscienze. Sarà anche vero che gli antenati non guardavano la televisione né giocavano con il tablet; ma siamo sicuri che queste cose abbiano migliorato la qualità della nostra esistenza?

Cañadón del Río Pinturas, Cueva de las manos, Santa Cruz, Argentina – (c) PabloGimenez.com

Valeva la pena di lasciare alla cellula anomala dell’amnesia la libertà di costruire un suo diverso progetto genetico? Quali risultati ha prodotto la dimenticanza dei ritmi produttivi atavici, a cui anch’essa avrebbe dovuto conformarsi? Ammettiamolo: la smania di denigrare il passato allo scopo di esaltare il presente ci ha fatto cadere molte volte nel ridicolo. Ci siamo persino dati ad intendere che i letterati medievali credevano in una terra piatta, quando già Pitagora conosceva la forma sferica della Terra. Anche la Bibbia dice: “Egli è quel che siede sopra il GLOBO della terra”! Non leggevano, nei secoli passati?  Per non parlare della girandola di interpretazioni date ai siti megalitici sparsi nel mondo. Uno dei più noti, Stonehenge, fino a pochi secoli fa veniva ritenuto un monumento commemorativo eretto dal mago Merlino in onore dei 480 capi britanni proditoriamente sterminati dai Sassoni invasori intorno al 450 d.C. nel XVI e XVII secolo. Poi si disse che il complesso era stato costruito dai druidi in epoca romana, intorno al 50 d.C. Alla metà dell’Ottocento lo si pensava eretto da una delle tribù perdute d’Israele verso il 1.200 a.C. Mentre oggi lo si ritiene opera dei colonizzatori eurasiatici che occuparono l’isola attorno al Terzo Millennio a.C. Ci sono voluti ben ottocento anni per regolare la data di costruzione del misterioso circolo di oltre tre millenni (e non è finita) perché costava ammettere che l’antenato del Neolitico era un eccellente astronomo anche senza mezzi meccanici di osservazione. E’ politicamente scorretto argomentare l’ipotesi secondo cui nel Primo Pleniglaciale (60-50.000 anni fa circa) oltre il Circolo Polare Artico sarebbe vissuta una civiltà altamente evoluta che poi civilizzò mezzo mondo.  Tuttavia offrire alle masse una rappresentazione del passato rigorosamente negativa per dimostrare che il presente è superiore, oggi non basta più. Se fosse vero che «viviamo nel migliore dei mondi possibili», come sostenuto da influenzatori culturali come Karl Popper, non si spiega per quale motivo il «male di vivere» affligga buona parte degli abitanti del pianeta che non solo hanno il necessario ma dispongono ampiamente del superfluo. Come si può stare così male in un mondo dove si vive così bene?

Conservatorismo di casta

Se non vogliono finire dimenticati in una teca come i cocci che spolverano, molti accademici che continuano a mantenere quel modo un po’ snob di considerare la Preistoria dovrebbero essere meno conformisti e più disponibili ad immaginare l’inimmaginabile. “Chi non si aspetta l’inaspettato,” diceva Eraclito di Efeso, “non scoprirà mai la verità.” Non è un caso che molti importanti ritrovamenti non siano opera dei «professori» bensì di appassionati «cercatori di radici» giunti all’archeologia dai mestieri più disparati. Mentre il fisico, il chimico, il biologo e l’informatico nell’ultimo secolo hanno lavorato con straordinaria vitalità e pensato in modo trasversale, abbandonando l’idea ammuffita che la realtà debba sempre e comunque essere soddisfacente per la ragione, lo storico/archeologo è rimasto chiuso nel suo cartesianesimo.  Il risultato di questo conservatorismo sono i musei di archeologia traboccanti di reperti classificati «oggetti di culto»,un modo come un altro per dire che non si sa cosa siano. In alcune caverne del Gobi e del Turkhestan i russi hanno scoperto delle mezze sfere di ceramica, o di vetro, terminanti con un cono che contiene una goccia di mercurio. Di che cosa si tratta? Non si sa. L’antropologo J. Alden Mason ha trovato sull’altipiano peruviano ornamenti di platino fuso. Ora, il platino fonde a 1.730° e per lavorarlo occorre una tecnologia molto avanzata. Come avranno fatto quei «popoliprimitivi»? Mistero. Ricerche recenti hanno accertato l’esistenza a Baghdad di una società che migliaia di anni fa possedeva il segreto della pila elettrica e il monopolio della galvanoplastica. Nel Medioevo in Francia, Germania e Spagna, si formarono addirittura gilde di tecnici attorno ai «segreti antichi» del vetro minerale flessibile (quello del procedimento semplice per ottenere la luce fredda, tanto per capirci) e del fuoco greco ottenuto con olio di lino coagulato con la gelatina, che poi sarebbe l’antenato del napalm. Gli esempi potrebbero riempire pagine e pagine. Sorvolando sulle creature mitiche associate a presunte «divinità» che in realtànon hanno mai avuto nulla di soprannaturale, essendo per lo più simboli astronomici, o retaggi di cronache remotissime parzialmente stravolte dall’ignoranza di popoli imbarbariti e logorate dall’inclemenza del tempo. Erroneamente ritenuti «fantastici» anche alcuni grandi rettili come i draghi, per esempio, sono stati considerati fino a non molto tempo fa il frutto dell’immaginazione popolare. Una volta, però, che l’idea della loro imponente presenza sulla Terra fu accettata più largamente, da tutto il pianeta cominciarono a spuntare resti di dinosauri. Ora nessuno oserebbe negarne l’esistenza.

Inadeguatezza della «spiegazione» materialistica

Guardata da un’ottica puramente umana la Storia è una galleria di errori e di orrori. Nel mutare degli scenari e dei secoli cambiano le cornici ma si rinnovano sempre gli stessi soggetti, le stesse vicende di fioritura e decadenza, oppressione e rivolta, tracotanza e sconfitta, sia all’interno della vita dei popoli che nelle loro relazioni reciproche. Le civiltà nascono, si sviluppano e muoiono, spesso lasciando poco o nulla dietro di sé.In questo momento migliaia di città dormono da qualche parte sotto la sabbia, o sotto i ghiacci polari, risucchiate nel nulla e sprofondate nel silenzio dell’oblio. Splendidi monumenti sono stati travolti nel tempo dalla furia degli elementi, o abbattuti dalle guerre, innumerevoli culti e religioni sono stati dimenticati per sempre, seppelliti insieme alle macerie dei popoli che li praticarono.  Viene da chiedersi perché tanti uomini siano vissuti e abbiano lavorato, lottato, tribolato, gioito, creduto, sperato. Perché tanti artisti abbiano creato opere grandiose, tanti poeti abbiano composto i loro poemi, tanti scienziati abbiano indagato i segreti della natura, tanti filosofi abbiano tentato di scoprire i principi universali che legano insieme tutte le cose. Perché tanti soldati abbiano dato la vita spinti da un’ideale lasciando nel dolore madri, mogli e figli. Perché tante persone continuino ad affaticarsi sui libri e altrettante spendano ogni loro energiain un lavoro malpagato, nello studio, nell’amore, nella guerra, nella fede religiosa. I «perché» nascono e crescono quando si guarda la Storia da un’ottica puramente umana. Ma è sufficiente a comprenderla? La concezione materialistica è in grado di cogliere nella semplice successione degli eventi il filo rosso capace di esorcizzare i fantasmi incombenti della mortee dell’oblio? E se, invece, tutte le nostre evoluzioni, e relative involuzioni, fossero funzionali all’andamento di un organismo di proporzioni galattiche?  In realtà, la «spiegazione» materialistica non spiega quasi nulla e perciò tutte le altre sono plausibili. Offrendo però una possibilità al punto di vista trascendente e soprannaturale le vicende umanesi illuminano magicamente di una luce e di un senso. Ciò che appariva oscuro, beffardo, incomprensibile, rivela allora i suoi tratti, o ce li lascia intuire, e di colpo la Storia si definisce come un ingranaggio dentro un sistema capace di sottrarsi alla caducità.

Battere e levare

Depurata dalla retorica che spesso la circonda come un’aura malefica, la Storia si presenta nel suo instancabile «farsi» come un organo vivente. Respira. Una valutazione comparata delle civiltà primordiali dimostra che il susseguirsi degli eventi è regolato in due fasi che si alternano fra il «Principio Contrattivo» (lunare, indirizzato all’uguaglianza e alla libertà, volto alla ricerca dell’equilibrio interiore del soggetto) e il «Principio Espansivo» (solare, caratterizzato dall’affermazione della volontà del singolo individuo e dalla diversità, volto ad espandersi all’esterno del soggetto). Grandi imperi e rivoluzioni epocali rispondono a questo moto alterno che è come una pulsazione cardiaca, simile al battito di un cuore. Battere e levare. Luna e Sole. Lo spartito narrativo che ne deriva costituisce un corpo che pensa e respira nel rispetto di un progetto ricorsivo che, però, non è mai fine a sé stesso bensì funzionale all’ossigenazione degli organi principali, equiparabili ad altrettante Età:

  • l’Età dell’Essere → Androgino Primordiale → pensiero → stanziale
  • l’Età della Volontà → Esploratori Boreali → respiro → in marcia
  • l’Età della Ragione → Matriarcato → pensiero → stanziale
  • l’Età del Sogno → Sciamani e Sacerdoti → respiro → in marcia
  • l’Età della Sapienza → Prime Civiltà → pensiero → stanziale
  • l’Età del Popolo → Clan e Tribù → respiro → in marcia
  • l’Età dell’Io → Regni e Stati → pensiero → stanziale
  • l’Età del Caos → Tutto e Niente → pensiero/respiro → in marcia/stanziale

Allo stesso modo di un corpo vivente in cui le parti comunicano senza sosta con l’insieme, anche nella Storia ogni singola fase può definirsi formalmente causa ed effetto delle sue parti precedente e successiva. Contribuisce a definirle, insomma, mantenendo con esse un rapporto di interdipendenza e continuità. Finché il corpo vive, tutto muovendosi al suo interno cambia aspetto. Ne consegue che l’Età dell’Essere come noila intendiamo oggi non è identica a quella che veniva intesa, ad esempio, nell’Età della Sapienza perché sotto traccia nel frattempo se ne sono aggiunte altre. Nessuna Età può realmente morire ma scivola per un certo periodo in uno «strato inferiore», a sua volta in continuo mutamento. Ciò spiega perché nell’Età dell’Io ci sono stati grandi sciamani come nell’Età del Sogno, o perché all’Età della Sapienza non sono mancati gli «androgini spirituali» propri dell’Età dell’Essere. E così via. Solo nell’attuale Età del Caos risulta difficile distinguere qualcosa di veramente importante, ma la temporanea cecità dell’uomo non esclude la presenza in incognito di ciò che continua ad esistere in qualità di tessuto vivente e autorigenerante. Mentre noi attendiamo l’avvento di una nuova Età dell’Essere i germi della nuova fase sono già qui, ora, se li si vuole vedere. Passano inosservati solo se si è troppo presi dalla frenesia dello scatto finale, che è ricorrente nelle situazioni in cui la meta viene percepita come vicina ma ancora i suoi contorni vagano nell’indistinto. Nel respiro il ritmo, la velocità, la misura, sono di vitale importanza. Non serve a niente partire a razzo sognando un fantomatico trasferimento della specie umana su Marte, quando non si possiede una visione cosmica perché si sono recisi i fili che legano il presente al passato. Non ci si trasforma nei nuovi «colonizzatori dello spazio» solo perché la Terra sta stretta e il Cosmo è qualcosa di cui ci si vorrebbe appropriare, non riuscendo più ad immaginare di farne parte. Non funziona così il macrorganismo.

Conoscere aumenta la capacità di resistenza

L’errore degli ultimi secoli è stato quello di focalizzare l’insegnamento della Storia sulle date, sui nomi, sugli eventi eclatanti, sulle dinastie regnanti, sui cambi di rotta politici, sull’elenco dei Capi di Stato. Tutte cose che hanno annoiato a morte generazioni di studenti e allontanato dalla trasmissione della memoria tanti potenziali narratori. Il nozionismo è incapace di soddisfare qualsiasi esigenza, anche la più modesta, figurarsi se può appagare la curiosità del «cercatore di radici» che pretende di toccare con mano il tessuto di cose e di accadimenti, di forme e di destini, a cui nel tempo l’uomo esteriore ha partecipato subendo le leggi di Natura e di cui l’uomo interiore ha patito puntualmente le conseguenze. Questo rivoluzionario del XXI secolo propende sempre per la visione «macro» a scapito della visione «micro», lo specialismo non è affar suo. Persino un piccolo simbolo inciso su una roccia diventa per lui/lei il pretesto per allargare le ricerche e approfondire altre tematiche, quali ad esempio la storia delle migrazioni umane e del loro sedimento storico, la storia della Terra con i suoi cambiamenti geologici, la storia mitologica con i suoi mille agganci, la storia della condizione spirituale dell’uomo e le possibili cause della sua involuzione. Ed ecco che la Preistoria diventa uno stile di vita. Conoscendo, primo esempio, qualcosa della Storia della Terra e sapendoche durante il Dryas Recente (12.900-11.500 anni fa) la temperatura globale è salita in mezzo secolo di una decina di gradi Celsius, o forse più, portandosi praticamente ai livelli attuali, il nostro cercatore contesta l’eccesso di allarmismo sul «riscaldamento globale» che minaccerebbe l’umanità del XXI secolo. Il fine ultimo di tutto il discorso è chiaramente lo smercio delle cosiddette «rinnovabili». Avendo presente, secondo esempio, la brutta fine toccata a tutti i grandi dominatori della Storia, il nostro cercatore dubita che il Grande Riassetto vada realmente in porto. Cambiano le maschere ma chi sta dietro di esse è sempre animato dalle stesse emozioni, spinto dagli stessi sentimenti, mosso dagli stessi desideri, vittima degli stessi errori. Prova ne è il fatto che chi voleva impaurire i popoli occidentali rinchiudendoli in casa per mesi (o anni), ha finito per far loro un favore. Francamente non se ne potevapiù dellavita precedente, dell’incalzare degli obblighi mondani, dei Natali in casa Cupiello, dei continui corsi di aggiornamento, delle domeniche caotiche ai mari e ai monti. Finalmente una vita più umana fatta di lunghe passeggiate e di silenzio!  Sapendo che nel mondo pre-classico, terzo ed ultimo esempio, gli Antichi dedicavano mediamente alla produzione di cibo non più di cinque ore al giorno mentre l’uomo contemporaneo ne impiega almeno otto, il nostro cercatore precisa che lavorando da remoto in periodo-Covid non solo l’impegno professionale ha richiesto circa 1h in più al giorno ma ansia e stress sono aumentati. Ne consegue che anziché alleggerire la fatica,le intelligenze artificiali, la robotica e l’informatica sono diventate le sbarre di una prigione.

 L’esperienza non è acqua

 Ora che la fiducia dell’uomo nelle decantate «scienze» non è più incondizionata, si può voltare pagina. All’indietro, s’intende, facendo la conta di tutto quello che abbiamo perduto per strada in cambio di beni materiali per lo più superflui. Non abbiamo niente da perdere se non tante inutili chiacchiere, stregoni improvvisati, dilettanti allo sbaraglio, sedicenti intellettuali, professionisti dell’informazione che sulle pagine del principale quotidiano d’Italia scrivono che Alessandro Magno era un «imperatore romano». Ogni tanto bisognerebbe far presente ai ciarlatani che le osannate Scienze non hanno reso invulnerabile l’uomo agli avvenimenti avversi né gli uomini primordiali (ma non primitivi) erano perditempo che avrebbero tramandato ai posteri «graziose storielle» di fantasia (misteriosamente uguali dappertutto) confezionate per intrattenere i gruppi umani nelle lunghe notti invernali. Penseranno a fare giustizia i «cercatori di radici», visto che ogni Età storica ha i suoi. Persino in pieno tsunami illuminista Rousseau scrisse nel suo Emilio che la storia umana non è un fenomeno progressivo bensì degenerativo: “Tutto è buono quando esce dalle mani del Creatore, tutto degenera nelle mani dell’uomo.” Voltaire commentò l’affermazione con un sarcastico: “Viene quasi voglia di mettersi a camminare a quattro zampe.” Ma probabilmente era una battuta. Nessuno ha mai davvero pensato di dipendere passivamente da ciò che è stato ieri, nonostante si abbia sempre la sensazione che nelle radici si nasconda l’essenza dell’eterno. Per millenni è bastata la consapevolezza che c’era qualcosa da imparare dalle esperienze dei predecessori, dalle conoscenze pregresse, dai racconti mitologici che descrivevano mondi, creature e realtà scomparse. Solo gli Anni della Fine potevano essere così superficiali da dissociare l’identità personale di ciascuno dall’identità collettiva, cioè da tutto quello chefa dell’individuo il collegamento ideale tra un presente fatto di condivisione e a un passato fatto di memoria. Non si va lontano (ma in fondo, non dobbiamo) a cavallo di ideologie studiate a tavolino come quella dei «diritti dell’uomo», basata su una concezione astratta dell’individuo che non considera le singole appartenenze naturali e geografiche. O come l’altra, ancora più demenziale, dell’omologazione di tutte le culture in un «modello» americano e occidentalista che indebolisce la capacità di pensare. L’uomo può dirsi tale finché ha una storia, altrimenti diventa un codice fiscale. E concludo questa passeggiata nel bosco delle radici ricordando un celebre episodio riguardante lo storico Henri Pirenne e riportato da Marc Bloch nel suo Apologia della Storia. Giunto a Stoccolma lo studioso volle andare a vedere il Municipio appena inaugurato, giustificando così la sua scelta: “Se fossi un antiquario non avrei occhi che per le cose vecchie. Ma io sono uno storico. È per questo che amo la vita.” Bloch chiosava l’episodio affermando che qualità «sovrana» dello storico doveva, e deve, essere proprio la «capacità di afferrare il vivente», cioè di agganciare le esperienze pregresse a quelle in corso. Proprio qui sta la sorprendente contemporaneità della Preistoria, che non è niente di «strabiliante», «favoloso», «misterioso», ma solo la cronaca di fatti realmente accaduti che possono ancora accadere.

Rita Remagnino

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Categorie: Antropologia

Pubblicato da Rita Remagnino il 2 Aprile 2021

Rita Remagnino

Nata a Genova, attualmente Rita Remagnino vive e lavora tra Nervi e Crema. Dopo la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ha seguito studi storici ed approfondito nel corso di lunghi viaggi alcuni aspetti della filosofia orientale. Ha fondato varie associazioni culturali tra cui il “Circolo Poetico Correnti” e “CremAscolta blog”, di cui è stata per un lustro presidente. Ha scritto su periodici, quotidiani e cataloghi d’arte contemporanea. Conduce nelle piazze d’Italia l’evento performativo “Poesia a Strappo”. Ha presieduto giurie di concorsi letterari ed è stata organizzatrice di numerose rassegne culturali. Ha curato la pubblicazione di antologie poetiche tra cui “Velari”, “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante”. È stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura”, il testo multimediale “Circolazione”, la graphic novel “Visionaria”, la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante”, il romanzo “Il viaggio di Emma”. Attualmente si dedica alla «scrittura differente», un suo personale approccio alla saggistica che si propone di raccontare negli Anni della Fine la storia dell’uomo delle Origini poiché per la forma, come per qualsiasi altra cosa, il punto di partenza e il punto d’arrivo si trovavano necessariamente nello stesso ordine di esistenza. Perché inventare «saghe» con protagonisti fittizi che si muovono in mondi paralleli quando la saga più bella del mondo esiste già? Nulla può essere più interessante del cammino di una stirpe cresciuta in paradiso e finita all’inferno dopo temerarie navigazioni transoceaniche e avventurose marce intercontinentali: la nostra stirpe.

Commenti

  1. Kami

    “Del presente ne abbiamo fin sopra i capelli”, ben detto! Non se ne può più! Nè del delirio presente in sè, nè di tutti i critici della decadenza che continuano come ossessi ad analizzare perchè e per come questa Età sarebbe sull’orlo del collasso. Non mi stupisce che sia un età così depravata se siamo noi per primi impossibilitati a voltare lo sguardo verso qualcosa di luminoso.
    Molto meglio voltarsi (e votarsi) al Passato.
    John Michell diceva che gli archeologi sono utili perchè fanno il lavoro sporco e i veri studiosi possono poi trarre conclusioni interessanti dai loro ritrovamenti. Come ha detto lei nella sua bellissima riflessione, il materialismo ha messo dei paraocchi mostruosi agli accademici e non stupisce che i più grandi studiosi e appassionati di Scienza Sacra siano e siano stati uomini spesso provenienti dai contesti più disparati. Ci vuole, oltre ad una cultura enorme e multi disciplinare, anche una sincera fede e una fervida immaginazione per poter guardare alle vestigia del passato per quello che veramente sono e condurre una ricerca autentica. Altrimenti un dolmen è solo una cappa di sassi (ahimè!).
    Da umile ricercatrice di radici ho sempre pensato che guardare alla Storia Umana e ai resti di questo nostro Passato comune con un occhio libero e fantasioso potesse aiutarmi a guardare al presente con una maggiore consapevolezza e a non lasciarmi andare al nichilismo o alla disperazione. Ricordo gli antichi egizi e le piramidi a scuola, alle elementari pensavo che le avessero costruite con la forza del pensiero. Ok, le immagini sul libro di testo rappresentavano degli schiavi in perizoma intenti a cisellare dei blocchi di diverse tonnellate, ma perchè crederlo? I siti megalitici in tutto il mondo sono comunemente considerati dei siti di sepoltura, giusto perchè si sono trovate delle ossa in zone limitrofe; e se fossero portali verso altre dimensioni? E se la loro posizione avesse un senso di connessione tra il Cielo e la Terra, dato che sono spesso allineati col campo geomagnetico terrestre? Preferisco partire da qui (a mio avviso è anche più sensato) che vedere un sito megalitico nell’ottica di un mausoleo di famiglia.
    La ringrazio per questo bellissimo pensiero perchè ha messo per scritto esattamente quello che sento; ha una grandissima cultura, senza avere quell’atteggiamento accademico che distrugge il bambino dentro di noi. Sono anche io, non solo convinta, ma certa, che i semi di un nuovo inizio siano già qua tra di noi. Se si osserva con attenzione si possono “vedere”. Certo che se si continua a fissarsi su quanto il mondo faccia schifo, ci si potrebbe perdere nel dedalo. Che poi fa veramente tanto schifo?
    Un saluto.

  2. Stefano

    Lettura ancora una volta molto interessante e piacevole, scevra anche da alcuni luoghi comuni e punti di svista che spesso affliggono taluni cercatori troppo influenzati da idee e avvenimenti d’ordine contemporaneo e/o da una specie di coinvolgimento emotivo… Non intendo inoltrarmi nel poco spazio offerto da un semplice commento nell’analisi dei moltissimi spunti offerti dallo scritto: dalla cecità dello scientismo materialista alla nefasta influenza livellante della “scuola dell’obbligo” e in generale dell’organizzazione del sapere nella società occidentale, dalla necessità di un archeologia “descolarizzata” appunto al bisogno impellente e quanto mai necessario di ritrovare uno slancio conoscitivo sovra-temporale e meta-storico anche all’interno di questo tempo che ormai ha altresì effettuato il passaggio di stato decisivo dal mondo liquido a quello volatile…( e non è un caso che sia proprio un virus ad essere usato per determinare questo passaggio e che il virtuale ed il reale siano sempre più mescolati). Concludo quindi esprimendo la mia empatia all’autrice e riportando queste parole sempre attuali che possono essere una spinta per tutti i cercatori dell’Origine: ” Coloro che riusciranno a vincere tutti questi ostacoli e a trionfare dell’ostilità di un ambiente opposto ad ogni spiritualità, saranno senza dubbio pochi; ma, ancora una volta, non è il numero che qui importa, poiché qui siamo in un campo le cui leggi sono affatto diverse da quelle della materia. Non vi è dunque ragione di disperare; e quand’anche non si potesse sperare di raggiungere un risultato sensibile prima che il mondo moderno precipiti, questo non sarebbe un motivo per non cominciare un’opera la cui portata reale va ben oltre l’epoca attuale. Coloro che fossero tentati di cedere allo scoraggiamento debbono pensare che nulla di quanto viene compiuto in quest’ordine può mai andar perduto; che il disordine, l’errore e l’oscurità possono trionfare solo in apparenza e in modo affatto momentaneo; che tutti gli squilibri parziali e transitori debbono necessariamente concorrere alla costituzione del grande equilibrio totale e che nulla potrà mai prevalere in modo definitivo contro la potenza della verità: la loro divisa sia quella adottata in altri tempi da certe organizzazioni iniziatiche dell’Occidente: Vincit omnia Veritas.”

  3. Giuseppe Chiantera

    Ottimo articolo, condivido.
    Bisogna ritornare ai classici, cominciando dal pensiero greco per arrivare alla filosofia contemporanea di Emanuele Severino.
    Complimenti

  4. Rita Remagnino

    Cara Kami, condivido ciò che hai detto. Ad ogni modo se kali yuga deve essere (ed è), allora kali yuga sia. Quello che conta è resistere anziché estraniarsi attraverso una visione del mondo in 3D buona solo come arma di distrazione di massa. E nel mio piccolo, senza avere la pretesa di insegnare niente a nessuno, io credo che la “cura delle radici” faccia bene all’intera pianta, cioè allo spirito e al realismo obiettivo di ciascuno.
    Una stretta di mano virtuale.

  5. Rita Remagnino

    Caro Stefano, l’empatia è reciproca. “Coloro che riusciranno a vincere tutti questi ostacoli e a trionfare dell’ostilità di un ambiente opposto ad ogni spiritualità, saranno senza dubbio pochi (…)” come sempre, mi verrebbe da dire. Non per niente si parla di “sopravvissuti” dopo ogni catastrofe, sia essa ambientale o spirituale.
    La nostra è anche culturale, valoriale, religiosa, politica e chi più ne ha più ne metta. Credo tuttavia che “il virus” sia la nostra grande occasione, per quanto riguarda una reale possibilità di cambiamento.
    Dopo la buriana niente sarà più come prima (e meno male), molti parametri andranno rivisti, non so se al rialzo o al ribasso, ma comunque ci toccherà valutare diversamente ciò che appare e prendere delle decisioni. Quelle che fino ad oggi abbiamo rimandato, tergiversando.
    Un caro saluto.

  6. Rita Remagnino

    Grazie della condivisione a Giuseppe Chiantera. Credo anch’io che senza “i classici” non si possa andare da nessuna parte. Sarebbe come se un essere umano pretendesse di iniziare a vivere a quarant’anni rimuovendo dai ricordi tutti gli avvenimenti precedenti, e rimanendo così bambino fino alla fine dei suoi giorni.
    Dopo la rimozione della memoria, infatti, questa (in)civiltà si classifica come una delle più infantili della Storia. Ma passerà.
    Cordialmente.

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