Pietre nel cervello – Livio Cadè

Pietre nel cervello – Livio Cadè

Si credeva un tempo che a causare la follia fosse una pietra che premeva sul cervello. Perciò si apriva chirurgicamente il cranio per trovarla e rimuoverla, quasi fosse un calcolo biliare. Ma nessuno trovò mai in quelle povere teste scoperchiate il sasso della pazzia. Col senno di poi ci è facile giudicare quei cerusici più dementi delle loro vittime inutilmente torturate. Già Erasmo diceva dei medici che “in questa professione quanto più uno è ignorante, avventato, leggero, tanto più è considerato”.

In realtà ogni uomo soffre di una qualche forma di pazzia. La nostra mente fa esperienza del mondo attraverso un’elaborazione psicotica, la nostra stessa ragione è un sistematico delirio. È ciò che, con un termine orientale, potremmo chiamare ‘Maya’. Viviamo e ci muoviamo in una sorta di film o sfera allucinatoria in cui proiettiamo tutte le nostre illusioni riguardo alla realtà, ai valori, agli scopi e ai significati dell’esistenza. Uscire da questa bolla psicotica e vedere la nuda realtà –quello che si dice illuminazione– è privilegio di rarissime nature mistiche.

All’interno di questa illusione universale si sviluppano psicosi particolari, individuali e collettive. Il più tipico esempio è il sogno notturno. Ma svegliandoci non facciamo che passare a una diversa psicosi, il sogno a occhi aperti. L’attaccamento a una certa immagine di sé, l’innamoramento, le utopie politiche, le credenze religiose o magiche sono altri comuni fenomeni psicotici. Ma lo sono anche le dottrine morali, le congetture scientifiche, le tesi evoluzionistiche così via. È poco sicuro, infine, che morendo porremo fine alle nostre fantasie. Forse le rimpiazzeremo con psicosi ultraterrene.

Le psicosi possono essere luoghi appartati, in cui il soggetto si dedica a coltivare fantasmi solipsistici, oppure spazi comuni, dove condividere con altri convinzioni immaginarie. Premessa fondamentale della socialità è appunto creare una bolla psicotica collettiva, in cui le persone possano riconoscersi e interagire attraverso la partecipazione ad alcune generiche illusioni. Si formano così sette, movimenti politici, religioni, civiltà.

Le psicosi hanno una durata limitata nel tempo, soprattutto se si basano su prassi e ideologie contrarie alla natura dell’uomo. Abbiamo visto come la psicosi comunista sia velocemente tramontata, e come la stessa psicosi democratica sia prossima ad esaurirsi, consumando le sue ultime fatiscenti vestigia. Ma anche psicosi fortemente integrate nella coscienza collettiva non sono immuni all’usura dell’eterno fluire e dei cambiamenti ambientali.

Solo quando una psicosi svanisce diventiamo consapevoli della sua natura immaginaria. Questo ci induce a rifugiarci in una nuova creazione psicotica, per colmare il vuoto lasciato dalla precedente. Anche nei comportamenti sociali, è facile vedere come il declinare di storiche psicosi abbia causato il sorgerne di nuove, non di rado peggiori. Prendiamo ad esempio la perdita di interesse e di fiducia dell’uomo occidentale nella dottrina cristiana, nei suoi dogmi, nella sua etica sessuale. Questo affievolirsi di un complesso di credenze ha favorito il diffondersi di una pseudo-religione new-age, ovvero di una psicosi orientalista ancor più vaneggiante e astratta. In modo analogo, l’indebolimento delle tradizionali psicosi erotiche e familiari ha causato il proliferare di nuovi modelli di sessualità e di famiglia dai tratti sempre più allucinati e grotteschi.

Si potrebbe dunque pensare che non esista una psicologia umana ma solo una psicopatologia. In effetti, le psicosi presentano tutte una comune radice allucinatoria. Tuttavia, vi sono psicosi lievi o gravi, benigne o maligne, psicosi che danno alla vita un buon sapore e altre che la rendono amara, che favoriscono la felicità dell’individuo e della comunità o che la distruggono. Alcune si manifestano con sintomi leggeri, compatibili in fondo con una certa saggezza della vita o adattamento alla realtà, altre cancellano la dignità della persona, i suoi valori estetici e morali.

A tal riguardo, da più di un anno è in corso un allarmante fenomeno antropologico, ossia il nascere e il rapido svilupparsi di un’allucinazione collettiva. La sintomatologia di questa recente psicosi, (detta Psicosi Pandemica o PP ma anche, volgarmente, pandemenza) presenta un complesso di gravi disturbi fobici e paranoici. Tale quadro morboso sta assumendo un ruolo sempre più determinante nelle nostre vite, inglobando o prevaricando ogni precedente psicosi. Vi si mescolano confusamente trame apocalittiche e soteriologiche, manie di contaminazione e purificazione, e varie ossessioni trasferite da un piano mitico e religioso a uno laico e sanitario.

È prevedibile che questa vasta diffusione della psicosi pandemica porterà infine la gente a considerarla uno stato di normalità mentale e, per converso, a considerare psicotici coloro che non ne sono colpiti. Infatti, quando la sua follia confluisce in una struttura collettiva, lo psicotico si crede perfettamente sano, ossia ‘normale’, e non può concepire la necessità di curarsi. Tuttavia, finché sarà possibile, ritengo opportuno considerare la PP una psicosi maligna, un tumore psichico in espansione e dotato di terribili potenzialità distruttive.

Per illustrarne a grandi linee la struttura vorrei riferirmi al semplice schema nel quale si inquadra il modus operandi della medicina fin da tempi antichissimi: 1) c’è un male; 2) v’è una causa o insieme di cause del male; 3) v’è una terapia; 4) v’è la guarigione. Questa sintetica formula quadripartita può venir estesa a ogni condizione di sofferenza del corpo e della psiche, dell’individuo o della comunità. È una sorta di contenitore astratto nel quale possono trovar posto concrete problematiche patologiche e terapeutiche. Come è noto, il Buddha ne fece il fondamento della sua dottrina, detta delle “quattro nobili verità”. Non bisogna però lasciarsi ingannare dalla sua apparente semplicità.

Anche nel caso in questione, cioè nella diagnosi, eziologia, terapia e guarigione della PP, si intrecciano fattori che ne rendono ardua la definizione. Innanzitutto, di che male si tratta? Come il nome lascia intendere, è una patologia che afferisce alla coscienza e alla sua percezione della realtà, determinando una sindrome psicotica. Il suo aspetto maligno consiste nel ridurre drammaticamente la consapevolezza e le libertà individuali, sia di natura esteriore che interiore. Tra le cause possiamo comprendere sia predisposizioni soggettive quali l’isterismo, la suggestionabilità, la soggezione intellettuale alle ‘autorità’ ecc., sia oggettivi influssi patogeni dell’ambiente: la falsificazione mediatica, le pressioni economiche, le connivenze politiche.  Questi elementi, come pure i sintomi classici di questa psicosi -i deliri fobici, le mascherine, l’isolamento sociale ecc.- sono ben noti e un’ennesima disamina sarebbe pleonastica. Della terapia e dell’eventuale guarigione parleremo dopo.

Vorrei prima far notare come la stessa PP si organizzi secondo il menzionato schema in quattro punti, sfruttandone la struttura logico-formale. Questo le offre una coerenza concettuale con cui dissimula la propria natura patologica. È un fenomeno comune. Nuclei allucinatori si legano tra loro dando luogo a un sistema di pensiero apparentemente razionale e fondato. Lo vediamo in modo chiaro in certe credenze religiose o dottrine filosofiche, simili a ingegnosi castelli di carte la cui base d’appoggio è immaginaria. In modo analogo, il soggetto affetto da psicosi pandemica razionalizza e giustifica le sue fantasie allucinatorie calandole in uno schema logico. Si illude così di averle passate al vaglio di un esame di realtà obiettivo. Lo schema razionale che ne ricava si basa però su un intreccio di false relazioni tra la vita e il pensiero.

Partendo dal primo punto delle sue ‘quattro (nobili) verità’ –ossia: “qual è il problema?”– lo psicopandemico affermerà che “molte persone muoiono” o che “molte persone si ammalano e soffrono”. In questo modo garantisce al suo edificio psicotico fondamenta inattaccabili. Nessuno potrebbe infatti confutare una realtà tanto ovvia, che ricorda lo stesso incipit buddhista: “la vita è dolore”. Si può al massimo dubitare della possibilità di risolvere un simile problema.

Procedendo al secondo punto –“qual è la causa del problema?”– si avverte però uno scarto dalla percezione obiettiva della realtà. È questa prima deviazione a porre le basi della successiva elaborazione fantastica. Chi soffre di pandemia psicotica dirà infatti che la causa del problema enunciato al punto primo è un virus (non è essenziale esaminare qui le costellazioni psicotiche secondarie che ruotano intorno a questo nucleo centrale, riguardanti dubbie contaminazioni tra uomini e animali o altre supposizioni parascientifiche) .

Il cuore di questo secondo punto è l’esistenza di un virus aerovago –con tutte le sue mutazioni e varianti– che infetta le persone facendole ammalare e morire. Da sottolineare che a questa paranoia del virus-assassino si associano varie sub-psicosi relative ad alcuni comportamenti umani ritenuti responsabili di favorire l’infezione. Insieme al virus, come suoi complici, finiscono sotto accusa nel processo psicotico quelli che non osservano misure profilattiche, quelli che criticano i dati ufficiali, quelli che rifiutano di vaccinarsi ecc. Si arriva a denunciare dei ragazzi perché giocano insieme. Per rendersi conto della gravità della psicosi basta vedere come delazioni tanto ignobili e laide possano passare per atti di civismo e di responsabilità.

È fondamentale, per comprendere la dinamica patologica di tali comportamenti, chiarire la falsa relazione stabilita tra i dati di realtà e il loro significato. Esaminate separatamente, le affermazioni dei punti uno e due possono sembrare indiscutibili. Nessuno nega che ogni giorno molte persone muoiano e molte di più si ammalino e soffrano. Si può anche ammettere –con qualche riserva, perché il problema appare lontano dall’avere una spiegazione convincente– che un’entità chiamata ‘virus’, o più specificamente ‘coronavirus’, abbia un certo ruolo o sia concausa nel provocare una sindrome influenzale, a volte lieve, a volte più grave, in rari casi con esiti addirittura mortali.

La psicosi non si colloca dunque in una delle due premesse o in entrambe ma nella loro arbitraria connessione. Il soggetto psicopandemico collega i primi due punti drammatizzando in modo allucinatorio la responsabilità del virus nel provocare morte e sofferenza. Ogni confutazione di tale idea legata a un approccio realistico –l’età media dei decessi, la mortalità generale, le patologie che realmente causano i decessi– non riesce in alcun modo a scalfire la dura pellicola che avvolge e protegge la fantasia psicotica, provocando anzi reazioni di aperta o latente ostilità.

Il terzo punto –“qual è la soluzione?”– riflette necessariamente la natura fittizia della relazione stabilita tra i due punti precedenti: se (1) morte e sofferenza affliggono il mondo e se (2) un virus ne è la causa principale, la logica soluzione (3) è prendere misure che ne impediscano la diffusione o che ne sconfiggano la virulenza -mascherine, distanziamento sociale, chiusura di scuole e attività lavorative, pesanti limitazioni alla mobilità, vaccini.

Va notato come a questo livello la psicosi si stratifichi ulteriormente, creando una nuova falsa relazione tra il secondo e il terzo punto. È infatti poco probabile e per nulla provato che le misure prese come rimedio al male abbiano un reale effetto preventivo o terapeutico. È anzi palese –a un esame oggettivo e imparziale- che tali rimedi non funzionano o sono peggiori del male. La loro applicazione non ha migliorato affatto la situazione e ha anzi prodotto danni ben più gravi di quelli che avrebbe voluto evitare. Ma, giunta fin qui, la psicosi pandemica è ormai refrattaria a ogni analisi realistica.

Il quarto e ultimo punto –la guarigione– è quello che presenta gli aspetti più problematici. Infatti, non solo gli interventi proposti come soluzioni nel punto tre non mostrano una reale efficacia. A ciò si aggiunge un nuovo e formidabile  delirio psicotico per cui soggetti sani, senza alcun sintomo, sono considerati malati (‘positivi’). Dato che è logicamente impossibile guarire un soggetto sano, la guarigione diventa paradossale ed è differita sine die. Persino i soggetti affetti da psicosi pandemica, dopo essersi illusi che i vaccini avrebbero magicamente eliminato il problema, cominciano a sospettare l’ingenuità e l’infondatezza di tale speranza. È chiaro che il vaccino non solo non può, ma non deve risolvere il problema, perché questo comporterebbe lo smantellamento di una struttura psicotica basata da un lato sulla minaccia costante e sulla paura, dall’altro su una salvezza sempre rimandata, da conservare come orizzonte irraggiungibile.

Non sarà dunque possibile alcuna guarigione ma solo, secondo i canoni della medicina moderna, una cronicizzazione. In altre parole, la società dovrà accettare di convivere con lo spettro di infezioni virali e contagi, in “timore e tremore”. Dovrà abituarsi a portare mascherine, a evitare contatti sociali, a non viaggiare, a lavorare ‘in remoto’. Con un movimento riflesso indosseremo la mascherina alzandoci dal letto, come ci allacciamo la cintura di sicurezza sedendoci in auto. Ci sembrerà normale sottoporci a controlli maniacali, a vaccinazioni ripetute, e subire ogni giorno l’oppressione di una dittatura sanitaria. Come monaci trappisti, faremo del virus il nostro memento mori, misterioso compagno quotidiano.

Questa costruzione psicotica potrebbe crollare nello stesso momento in cui vedessimo le false correlazioni tra realtà e pensiero su cui si fonda. Purtroppo tenerla in piedi è funzionale agli interessi di grandi imperi economico-finanziari; quindi tenderà indefinitamente alla propria auto-conservazione, organizzandosi in un sistema coerente e auto-validante. Si difenderà dall’irruzione del reale censurando ogni consapevolezza oggettiva che ne potrebbe minacciare i contenuti allucinatori. La società non potrà quindi trovare l’uscita dal labirinto della psicosi pandemica. Avrà anzi paura ad uscirne perché questo significherebbe la fine di quel film surreale con cui la sua coscienza ormai si identifica.

Ogni discussione su una possibile terapia o guarigione sembra dunque retorica. Dobbiamo però considerare il fatto che non ci troviamo di fronte a una psicosi elaborata dalla società nel suo insieme nel corso di una lunga evoluzione culturale, come nel caso di alcune strutture religiose o politiche. È una psicosi indotta artificialmente in tempi brevissimi, con uno shock improvviso, e a differenza di una fede religiosa o politica non ha avuto il tempo di mettere radici. Potrebbe quindi svanire con la stessa rapidità con cui è apparsa.

La Psicosi Pandemica presenta tuttavia caratteri inediti che ne rendono difficile l’interpretazione. Di lei sappiamo che è il pretesto per una radicale crisi economica e sociale, un disegno ispirato agli interessi o alle perverse ideologie di alcune cupole plutocratiche. Sappiamo che è stato realizzato applicando la scienza del condizionamento di massa e con metodi di corruzione sistemica. Non sappiamo però fin quando questa ragnatela, tessuta dai grandi ragni di una élite psicopatica, potrà sostenerne il peso. Ossia, fino a quando potrà tener imbozzolata la coscienza collettiva in una dimensione onirica e sonnambolica, subornando politici, scienziati e media.

Abbiamo detto che una psicosi, per durare a lungo, non deve contraddire le tendenze naturali dell’uomo. Questo è un punto critico. È certo infatti che le manifestazioni cliniche della psicopandemia sono in forte contrasto coi principi della libertà e dell’autodeterminazione degli individui e dei popoli. D’altro canto, è altrettanto sicuro che la maggioranza delle persone non ha un’inclinazione naturale verso la libertà o l’indipendenza. Al contrario, tende al servilismo e al conformismo. L’uomo medio gode nel sottomettersi passivamente alla ‘autorità’, nell’obbedire alle regole. Inoltre, anche se lo nega, è attratto dalle immagini che trasmettono paura e sofferenza, è dominato da oscure pulsioni masochistiche. La psicosi pandemica potrebbe quindi smantellare vecchie psicosi liberali senza trovare forti resistenze. Potrebbe durare a lungo proprio grazie alla sua capacità di soddisfare alcune propensioni involutive della personalità, sfruttando le nevrosi dell’uomo medio.

In teoria, dunque, la sceneggiatura psicotica della pandemia potrebbe venir reiterata e aggiornata all’infinito, come certi film di cui ogni anno si gira un sequel. Per ovviare alla stanchezza del pubblico o scongiurare il rischio di un risveglio, basterà immettere nel sistema agenti allucinogeni sempre più potenti. V’è il rischio che ciò provochi nella popolazione una paralisi e un coma forse irreversibile del senso di realtà. La gente perderà la connessione coi suoi centri psichici profondi, la capacità di riflettere autonomamente. Le sue azioni, i suoi pensieri e i suoi sentimenti diventeranno superficiali riflessi automatici, risposte meccaniche agli stimoli esterni.

A quel punto, dall’interno di un’immensa bolla psicotica, una moltitudine di pandementi mascherati e iper-vaccinati guarderà fuori, a quelli che non vi vogliono entrare, e li tratterà come pericolosi psicotici. Forse medici scrupolosi trapaneranno il cranio dei dissidenti, di quelli che non si uniformano, alla ricerca delle pietre che ne comprimono il cervello e li rendono refrattari alla psicosi di massa. Non troveranno alcun occultum lapidem. Solo qualche piccola escrescenza ossea, i bernoccoli dell’umanità, della libertà, del buon senso.

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Categorie: Cultura & Società

Pubblicato da Livio Cadè il 11 Aprile 2021

Commenti

  1. Kami

    Bell’articolo.
    C’è poco da aggiungere, a parte che questo periodo è veramente speciale se si ha la forza di guardarlo alternativamente e sono personalmente onorata di esser stata chiamata a viverlo. Sarà l’entità colossale di cavolate concernenti questa PP che è stata un po’ come un secchio d’acqua fredda (avevo certo intuito che eravamo ben dentro una illusione, ma mamma mia non immaginavo a questi livelli); sarà che buona parte di quegli atteggiamenti/persone/abitudini che inquinavano la mia vita sono stati lasciati indietro (senza fare niente, tutto è andato a suo posto naturalmente); sarà per questo, ma vedo la realizzazione di certe “promesse” qua fuori, e di riflesso al di dentro, e non mi azzardo a dire che grandi opportunità sono nell’aria per chi sa coglierle ed è pronto ad uscire dalla caverna. Per questo, invito chi ha capito a non voltarsi indietro, fosse anche allo scopo di “studiare” la situazione in maniera filosofica; alla fine il “problema” è investire energia e attenzione nella situazione in sè, e nell’illusione che ne deriva, non importa se lo si fa mascherandosi o filosofeggiandoci su. Sono sicura che al fondo della caverna c’era pure un filosofo. Se si “guarda” altrove, però, Meraviglia delle Meraviglie..
    Un saluto

    • Livio Cadè Staff

      Sì, è così. Credo che la situazione di conflitto innescata dalla PP abbia data una salutare sferzata alle nostre energie spirituali, traendole da vecchie abitudini di inerzia e di compromesso.

  2. Credo che in questa analisi pacata e colta della PP, Livio Cade’ abbia colto e smascherato il meccanismo, il corto circuito mentale che impedisce agli ammalati di rendrsi conto di esserlo. Essi si sentono “normali” perché sono in tanti.
    Del resto Leon Festiger nella sua teoria della “Dissonanza Cognitiva” (1957)ne aveva sviscerato i meccanismi nella psicologia sociale, meccanismi confermati da osservazioni e situazioni sperimentali.
    Lo stesso Arcivescovo Carlo Maria Vigano’ cita questi meccanismi nella sua omelia del 25 marzo scorso, ma, mentre analizza questa enorme bolla criminale, ci rassicura che Il Vero Dio non permetterà la realizzazione di questo orribile disegno delle forze al servizio del male.
    Claudio

    • Livio Cadè Staff

      Infatti, quelli che vedono nella crisi attuale un conflitto spirituale (tra la luce e le tenebre, la verità e la menzogna, il bene e il male) oggi sono visti come psicotici dagli psicotici veri.

  3. Nebel

    Ritengo la vostra, cari signori, essere una vera e propria psicosi. Il sig. Cade’ non pensa ad altro da un anno e così tutti coloro che ancora gridano alla dittatura sanitaria. La vita sta continuando, sapete? le scuole sono aperte, lo sono i negozi e numerosi altri posti di lavoro compresi fabbriche e uffici. Il traffico è insostenibile come sempre su tutte le strade, la gente si muove al di fuori delle abitazioni senza restrizioni. Corre e passeggia come non ha mai fatto prima, incontra amici e parenti più di quanto gli fregasse fare prima. Il fine settimana poi è un tripudio di biciclette, pattini a rotelle, allegre comitive con e senza cani al seguito. Portare la tanto temuta mascherina in questo particolare periodo equivale, in proporzione, a mettere la mano davanti alla bocca quando si tossisce in presenza di altri. Perché in questo particolare momento, appunto, la gente muore. E trovo aberrante negare questo e altro. Un mio congiunto una settimana fa’ giocava a bocce con altri sessantenni e adesso è in terapia respiratoria in ospedale. Ha superato sessant’anni di influenze e altri malanni. Questa “influenza” forse no. Tacete. Se non altro per rispetto di chi sta morendo.

    • Livio Cadè Staff

      Gentile Nebel, in realtà ho avuto tanti altri interessi nella mia vita anche in questo ultimo anno. Però non capita spesso di vedere come nasce e si impone una dittatura, soprattutto una dittatura di nuovo tipo, metapolitica e di scala mondiale. Perciò il fenomeno mi interessa.
      Lei sembra vivere in un mondo dove è tutto un tripudio di gioia. Probabilmente viviamo in due mondi diversi o in due psicosi diverse.
      Nel mio mondo, comunque, la gente muore da sempre, ogni giorno, non solo in questo particolare momento.
      Dal mio piccolo osservatorio, ho visto due miei congiunti morire “di Covid”. In realtà uno è morto di infarto e l’altro per coma diabetico (erano ‘positivi asintomatici’). Servivano dei numeri e anche loro hanno dato il loro involontario contributo alle statistiche. Rispetto la loro morte ma non per questo ritengo di dover tacere.
      Ultimamente ho visto invece conoscenti morire o finire in ospedale dopo aver fatto il vaccino. Ma certo queste sono sfortunate coincidenze.

  4. io

    Non perda tempo Livio a rispondere ai vari psicovid che vanno apposta a cercare i remoti luoghi dove ancora c’è gente che ragiona per invocare il ‘rispetto dei morti’ i quali se potessero parlare credo manderebbero affanculo i dementi che si seppelliscono da vivi; piuttosto una cosa su cui mi interrogo è: nessuno che io sappia è mai uscito dall’ipnosi: chi ne è fuori lo è per un immediato atto di intuizione, da cui segue il resto della presa di coscienza: ma qual’è l’origine prima comune di tale atto? cosa muove questo ‘primum mobile’?

    • Livio Cadè Staff

      Me lo sono chiesto anch’io… Non lo so.
      Quelli che non si sono lasciati ipnotizzare hanno mostrato di possedere un’immunità alla propaganda del regime. Ma non so da cosa dipenda.
      Anch’io non ho visto nessuno uscire dall’ipnosi. Questo non vuol dire che sia impossibile.
      E poi, nel cambiare idea, ci vuole sempre un po’ di coraggio e un po’ di umiltà. Doti poco comuni.

    • Paola

      Concordo, grazie per averlo detto. Saremmo noi a mancare di rispetto verso i morti? Quelli intubati che non andavano intubati (parole di un mediatico traditore di Ippocrate, non mio delirio da profana), quelli isolati dagli affetti nei nosocomi danzanti e bruciati senza autopsia? Quelli con complicanze e polmoniti magari batteriche, schiattati pieni di tachipirina dopo una godibile vigile attesa? Quelli, recenti, giovani e sani, morti per nessuna correlazione con una piccola dose di terapia genica? Affanculo vi mandano loro e vi ci mando pure io.

  5. Paola

    *commento di condivisione alle parole di “io”, in risposta a Nebel.

  6. Paola

    Dimenticavo una “sottocategoria”. Quelli morti con/per (di a da in con su per tra fra) covid (?), morti cerebralmente, con cuore battente, perché diversamente non sarebbero serviti come pezzi di ricambio…organi di appestati che un anno fa venivano bruciati con tanto di parata macabra organizzata dal colonnello Buttiglione di chiara fama? Ah, beh, è stato detto che organi di positivi sono stati collocati in pazienti positivi. Certo, positivo dentro positivo, non ci avevo pensato…tra l’altro, quanta propaganda in questo periodo pro donazione organi, esaltando anche la scelta di morti con cuore battente per nessuna correlazione o dei loro familiari altruisti. Antiemetico, per favore. È il minimo.

    • Livio Cadè Staff

      Sì, è disgustoso. La morte a cuore battente (a scopo espianto di organi) è uno degli aspetti più aberranti della moderna SS (Società Sanitaria).
      Ho pubblicato un articolo anche qui (se non ricordo male si chiamava “Sacrifici umani”).
      Ho cercato in varie occasioni di mostrare alla gente la realtà dei trapianti. Con risultati quasi nulli. Ho capito da tempo che una buona propaganda può ipnotizzare facilmente decine di milioni di persone.
      Eppure, ancor oggi, di fronte allo psicovid, mi stupisco che sia possibile.

      • Paola

        Trovato, Professore. Grazie! 8 agosto 2020…Articolo straordinario, l’ho letto ora. Straordinario. Angosciante la verità delle Sue parole, che condivido pienamente. Tema devastante, da
        Lei trattato con intensità e profondità non descrivibili. Uno degli articoli da leggere assolutamente, per chi non l’avesse ancora fatto. Brividi. Nel corpo e nell’anima. Va letto assolutamente. Assolutamente.

  7. Paola

    …non mi capacitavo di averlo ignorato. Ma così non è. Ho scoperto “Ereticamente” in estate e ho iniziato a seguirLa con regolarità da settembre ( ho trovato delle mie piccole note sulle letture di valore). Infantile, lo so, dichiarare preferenze soggettive, a chi interessa, poi? Ma non posso non farlo. “Sacrifici umani” resterà per me un’opera, non un articolo. Per il tema trattato, per l’intensità lucida e dolente che la permea, perché apre uno squarcio che va oltre e, in fondo, spiega tutto sul punto di non ritorno. Da parte mia, mai adesione a riflessione ed espressione è stata più piena, razionalmente ed emotivamente. Una mente molto più colta, molto più attenta, profonda e capace, ha messo su carta i miei pensieri, traducendoli e ampliandone la forza. Questo è per me “Sacrifici umani”.

  8. io

    Brava Paola, entusiasmo contagioso, me lo leggerò anch’io… sui Nebel di turno, forse è gente che sente qualcosa, un’inquietudine strana li punge e li costringe loro malgrado a venire in questi luoghi eretici, perchè i tg non li appagano più del tutto… chissà che non siano gente che sente i dolori del risveglio… boh! una prece per loro e tutte le altre cavie umane dei Grandi Progettisti… e una anche per noi.

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