Sentimenti e Storia – Lorenzo Merlo

Sentimenti e Storia – Lorenzo Merlo

Perché la storia si ripete da sempre secondo un cliché conflittuale che, nonostante le belle intenzioni pubbliche e private, non riusciamo mai a superare? È una contraddizione alla quale non potremo mai fuggire, o quei propositi hanno la possibilità di realizzarsi?

Senza alternativa

Se ad un campione di umani si chiedesse di disegnare l’albero fuori dalla finestra, a consegna ultimata constateremmo un varietà di alberi. Nonostante l’evidenza delle molteplici diversità, l’esperimento – che si può ripetere con qualunque altro oggetto – potrebbe non bastare a generare in noi nuove domande, a rivedere vecchie convinzioni. Non basterebbe a farci prendere per mano noi stessi per avviarci a rivisitare il giro del palazzo della vita, per scoprire dove e perché avevamo imboccato il bivio che ci ha condotti a certe convinzioni, alla fabbrica della storia. Cioè, dove abbiamo deciso di prendere la via per ego e cosa ci ha distratto al punto da non vedere che c’erano strade alternative.

Il grande solco

Durante il giro del palazzo scopriremmo che già allora c’erano solchi dai quali era impossibile – così dicevamo – uscire, passare ad altri. Erano i solchi dei luoghi comuni. In essi procedere era più facile, tutto era più semplice. C’era compagnia, c’era sicurezza. Gli altri camminamenti erano semivuoti e impervi. Le persone che dicevano di saperne qualcosa, non avevano incertezze: “non ne valgono la pena”. Era una formula che si sentiva spesso. Un’altra era “buon senso”. Pareva che con il buon senso tutto andasse a posto. Ed effettivamente avevano ragione, purché il processo che lo richiedeva si svolgesse nel solco del luogo comune. A dire il vero c’erano anche altri aspetti, di maggior spessore, che imperavano in quel solco affollato. Ricordo la morale impiegata e condivisa – e che fosse sempre contraddetta, nessuno ne parlava mai – il dogma della democrazia, come sola possibile forma di comunità; quello della scienza, come sola possibile descrizione del mondo; quello del razionalismo, come il solo idoneo a discriminare le scelte; quello della tecnologia, come rappresentazione del progresso; quello dell’opulenza, come dimostrazione di ricchezza; quello del sapere e del ricordare, forse il più divertente: dicevano infatti che solo in quel modo la storia non si sarebbe ripetuta, che solo studiando avremmo eletto a virtuosa la nostra vita. L’elenco era lungo a sufficienza affinché ognuno potesse sguazzare da un luogo comune all’altro credendo però di nuotare liberamente.

Uomini di Serie B

A fianco a noi qualcuno percorreva altri solchi. Si vedeva l’impegno che ci mettevano. Noi ci chiedevamo cosa li avesse spinti a tanto. Ma era retorica. La verità era che li consideravamo dei cialtroni, dei ciarlatani, gente che non aveva capito nulla e soprattutto che non contava nulla. Erano spesso soli. Facevano gesti di richiamo che qualcuno di noi ogni tanto considerava. Ma si trattava di tentativi d’ascolto che regolarmente abortivano. Stravaganze inammissibili. In poco e con poco sforzo l’incauto soggetto veniva riportato sulla retta via della consuetudine. “Non ci vuole tanto” – gli veniva ribadito – “basta il buon senso per capire che stavi solo perdendo tempo”. Avventurarsi a considerare il richiamo di gente estranea e non di rado diversa, non era cosa compatibile con il grande solco della maggioranza.

La scoperta dell’io

Raramente si accetta di prendersi per mano per andare a ripercorrere il giro del palazzo, per scoprire se nella costruzione delle nostre convinzioni eravamo davvero noi gli autori o subivamo gli occulti solleciti delle consuetudini. Tendenzialmente accade a chi, davanti all’insolito, invece di scartarlo a favore del più rassicurante status quo, invece di giudicarlo e di identificarsi nel proprio giudizio, si chiede da dove arrivino voci tanto diverse dalla sua e da quelle che aveva sentito. Sono queste persone le più disponibili a rivedere il percorso, a riconoscere che l’io è una struttura che scambiamo per noi stessi e che genera l’altro. A volte, questa presa di coscienza è una delle prime che si incontrano lungo le tracce alternative intorno al palazzo. All’epoca neppure viste. Non di rado, è seguita da quella che gli altri sono altri soltanto se la nostra concezione di questi è limitata al loro io. È facile infatti parlare quando si parla degli altri. Come fossero davvero come li vediamo; come stessero realmente entro la nostra descrizione e come se noi non c’entrassimo nulla con la verità che ne estraiamo. Come non sospettassimo che non c’è alcuna realtà ferma davanti a noi, come non sapessimo che ogni realtà si genera nella relazione tra noi e qualcosa, fosse anche un pensiero; come se altre descrizioni non esistessero. È una sorte che, in forma coatta, tocca anche al narciso. Parla di sé immaginando che gli altri parlino così di lui. Diviene intollerante quando si trova al cospetto di descrizioni differenti dalla propria. Oltre la cornice del suo specchio il mondo scompare. Narcisi lo siamo tutti.

Una questione sentimentale

Quando tutto ciò ci appare lapalissiano, i luoghi comuni svelano la loro biografia, la loro necessarietà diviene chiara, e così la loro superficialità. Il registro cambia. Gli altri diventano dei noi; fanno esattamente quello che facciamo noi; ciò che facciamo è già stato fatto da altri e altri lo faranno ancora. E come potrebbe essere diversamente? Come potremmo interrompere la frattalica generazione di noi stessi? Hanno i nostri stessi sentimenti ed emozioni, nonché esigenze psicologiche, fisiologie, biochimiche; esprimono e subiscono attrazioni e repulsioni come noi. Non vedere che il nostro agire è dominato dai pochi sentimenti che tutti conosciamo è il necessario per edificare differenze, per generare il dualismo e con esso la storia. Che è storia di conflitti in nome del sentimento che ci muove. I sentimenti creano dunque il mondo che, per l’inconsapevolezza del solco in cui siamo, lo crediamo esterno, pronto per essere attraversato, occupato, terreno dei nostri intenti, delle nostre stragi. Dentro la penombra del solco non possiamo immaginare altri mondi. Non ci siamo accorti che l’immaginazione crea la realtà.

Magia del luogo comune

Se ci prenderemo per mano per accompagnare noi stessi a rifare il giro del palazzo, avremo modo di ricordare il maestro di scuola che ci diceva com’era il mondo, come per noi il mondo fosse proprio come diceva lui. Ricorderemo come ugualmente agirono su noi i suoi colleghi di ruolo incontrati nel nostro vivere. Lo vedremo chiaramente, e ci farà un po’ piangere e un po’ ridere. Ce lo raccontavano seriamente, non volevano prenderci in giro. E così abbiamo perpetuato a nostra volta. Abbiamo perpetuato quella poca quisquilia di verità che credevamo contenesse il mondo. Ci abbiamo campato. C’abbiamo costruito categorie e graduatorie. In sostanza, siamo arrivati a credere che la pipa fosse davvero una pipa, abbiamo scambiato la mappa per il territorio. Lo abbiamo fatto con orgoglio, sebbene tracimante di inconsapevole insolenza. Ora, nel nuovo giro del palazzo, ci è evidente. Mentre ci chiediamo come sia stato possibile arrivare a tanto, la risposta è semplice quanto potente: è la magia del luogo comune.

Capire non conta nulla

Il solco dal quale il nostro maestro declamava la verità era profondo, non c’è da biasimarlo. Come poteva vedere il mare, raccontando il mondo dal fondo della valle. Non c’è da dargli contro, per averci costretto a un ordine artificioso e povero, né da farci attraversare dal rancore o dall’ira, dal sentimento di vendetta. Perché nella consapevolezza che l’altro è un noi solo formalmente differente, è incluso il principio di reciprocità di legittimazione, di pari dignità. Ma non nell’accezione comune, quella che il grande solco di oggi ci indurrebbe a pensare. Non in senso giuridico-amministrativo, politico, etico, e neppure morale. Non si tratta di valori limitati alla dimensione intellettuale, superficiali. Con certe fattezze esistono già, sbandierate e altisonanti quanto poco incisive, per niente in grado di cambiare il mondo, come è invece scritto nei proclami che ne accompagnano la nascita e negli slogan, che li spalleggiano. Non sono in grado perché non generano da consapevolezze incarnate. Sono solo stati capiti, e capire non conta, saremmo saggi da millenni.

Noi e non altri

Per evolvere è necessario sentire la portata e ricreare il significato della reciprocità di legittimazione e della pari dignità. Ma meglio non dirlo a nessun maestro, gli potrebbe venire a mancare il solco sotto i piedi. Non sono dunque elementi amministrativi, superficiali. Possono cambiare la storia. Sono rivoluzioni in potenza che non generano dalla massa ma da noi. Senza sangue, né violenza. Partendo da noi stessi, individualmente, possiamo esperire come dare dignità, legittimare e ascoltare istantaneamente modifichino la relazione, istantaneamente permettano un dialogo alla pari e di rivisitare noi stessi; di abbassare la lancia in resta della nascosta arroganza di quanto candidamente affermiamo. Noi e non altri possiamo modificare il modo di vivere i sentimenti. Noi e non altro possiamo modificare la storia.

 

Lorenzo Merlo

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Categorie: Filosofia

Pubblicato da Ereticamente il 3 Marzo 2021

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Kami

    Un po’ come nel mito della caverna, ci limitiamo a guardare l’aspetto fenomenico senza indagare su ciò che sta a monte e crediamo che le ombre siano la realtà. E se qualche sprovveduto scoprisse di non avere catene, di non esser veramente prigioniero, poichè anche questo sentimento è solo un’ombra, e si azzardasse ad uscire all’aria aperta, tornando poi nel buco dove stanno gli altri, e dicesse che il mondo è bello, che si può vivere in armonia con il Creato, che non c’è bisogno di farsi la guerra, di soffrire, di sforzarsi..beh, sappiamo cosa succederebbe. Ho pensato spesso a questo che scrivi nell’articolo, un po’ per frustrazione lo ammetto, sopratutto in quest’ultimo anno. Mi domando perchè si scelga il conflitto e la schiavitù, quando si avrebbe la possibilità di vivere in armonia ed equilibrio, in maniera significativa. Non sono arrivata a conclusioni. Guardando queste dinamiche succedere dentro di me, però, ho come l’impressione che quella parte di me che vive in schiavitù, l’ego di cui parli te, sia congeniale allo sviluppo di quell’altra parte che riesce anche solo ad immaginare un mondo diverso e che è in grado di vedere in un altro essere umano un fratello. Forse, guardando al mondo, la dinamica è simile. C’è bisogno di una umanità che ami le sue (inesistenti) catene affinchè una parte di questa umanità possa ergersi al di sopra della fanghiglia e vedere delle alternative. Forse è una commedia indispensabile. Una cosa di cui sono certa è che noi esseri umani siamo per vocazione così miopi da non riuscire a vedere oltre il nostro naso. Magari c’è un senso a tutto questo. Mi viene in mente una citazione di J.P. Caussade dal suo libro “L’abbandono alla divina Provvidenza” che diceva più o meno che i mostri esistono in questo mondo per testare il coraggio dei figli di Dio. Ringrazio per gli ottimi articoli che danno sempre spunti per pensare. 🙂

  2. lorenzo merlo

    La mia conclusione sta nel ritenere che finché non ci sarà una cultura che emancipa i suoi figli dal loro io e dai loro sentimenti, la storia seguiterà a sorgere dal conflitto.

    Il dominio dell’io su noi stessi è sempre, ontologicamente identificato in una delle due parti degli infiniti binomi del dualismo.

    La commedia che tratteggi ha tutte le ragioni d’essere nella dimensione duale del mondo. Che se non intendo male sta alla base del ragionamento di Caussade (che non conosco).

    A questo punto la domanda è se quella dimensione è superabile.

    Grazie a te per lo scambio, merce rara.

    • Kami

      È una bella domanda. Diciamo che è se non altro “pensabile” uno scenario diverso da quello dualista, se non addirittura sperimentabile nella pratica in rari preziosi frangenti, tanto da far pensare che il Regno di Dio sia veramente già tra noi. Qualcuno è riuscito a farne uno stato duraturo, intendo dire è riuscito a stabilizzare lo stato della liberazione dalle catene del giudizio (il frutto proibito che abbiamo un po’ tutti mangiato e che ha scatenato i nostri sensi di colpa e la nostra vergogna, quindi la nostra sofferenza). Ma era una liberazione che aveva come fine quello di raggiungere un altrove, come a dire che qui in questa dimensione, sebbene i parametri siano ben più flessibili di quelli comunemente accettati dalla nostra cultura materialista, ci sono pur sempre dei “paletti” che non sono oltrepassabili. Rimango comunque dell’idea che i miracoli non siano eventi sporadici, ma il tessuto quotidiano della vita di tutti noi. E in effetti, non sapendo un tubo, un mondo diverso non vedo perchè no.

  3. lorenzo merlo

    Certo.
    Tuttavia, chiedendomi se il dualismo è superabile mi riferiferivo alla dimensione sociale.
    In quanto a consapevolezze, ogni generazione riparte da zero. L’esperienza non è trasmissibile, sennò saremmo saggi da mo’.
    La quantità di individui di ogni generazione che arriva a maneggiare la realtà osservandone la struttura duale è percentualmente irrisoria.
    Se è vero che la sola rivoluzione evolutiva è individuale affinché possa estendersi a sociale, il porcesso è ostacolato dalle proporzioni in ballo.

    Oltre a quanto dici in merito a momenti limitati in cui siamo l’Uno, e non mi riferisco soltanto all’orgasmo, penso si possa allenare noi stessi affinché quei momenti tendano ad estendersi. Serve forse un ambiente, un ashram, opportuno per ridurre le circostanze in cui il rischio di riprecipitare nella nigredo si alza.

    In direzione del superamento del dualisno, forse c’è un passaggio intermedio sul quale potrebbe essere utile concentrarsi: la presa di coscienza della dinamica dualista del nostro comportamento, del nostro io.

    Per il giudizio, penso non lo si possa eludere. Si può invece raggiungere la consapevolezza che è la nostra identificazione in esso che alimenta il dualismo. Identificazione che implica una difesa e un attacco, prima espressione del dualismo.

    Il miracolo è forse solo un repentino processo di consapevolezza di sé. È conoscenza sottratta alla cognizione. Apertura su prospettive che tenevano chiuse a noi stessi.

    • Kami

      Sono d’accordo con quanto dici, nel senso che l’allenamento per mantenere uno stato di unione è necessario e che, sì, un luogo opportuno aiuti parecchio, anche se sono convinta che il mondo con le sue idiosincrasie e le sue rotture di palle sia la palestra più adatta per comprendere che il vero tempio deve essere costruito dentro di noi, anzi, è già sostanzialmente dentro di noi.
      Venendo al corpo sociale..non so se quanto dici, un “risveglio” collettivo, sia applicabile al sociale. Sicuramente la società stessa si disintegrerebbe in quanto creazione artificiale e dualista. Alle volte mi viene spontaneo associare gli intenti globalisti al concetto di risveglio collettivo. Mi spiego. Da un lato si ha un processo di livella sociale che ha come obiettivo l’uguaglianza sociale, anzi, addirittura il ritorno ad uno “””stato di natura””” dove non ci sia neppure la proprietà privata; il ritorno al mitico androgino con le teorie gender, perchè non scordiamoci che la dualità nasce con la creazione del maschile e del femminile, quindi della vita come processo biologico; l’abbattimento delle frontiere e la creazione di una “cultura” mondiale che farebbero di noi “cittadini del mondo” e non più italiani e così via. Questo mondialismo qua è ovviamente una presa per i fondelli di quell’autentico spirito di fratellanza di cui parli te, non a caso l’anticristo è stato definito la scimmia di Dio. 😉 Per questo non so riguardo alla società, perchè la società “democratica” è questo, mettere assieme persone qualitativamente differenti e, per far sì che vadano d’accordo (che poi chi va d’accordo con chi?) si livella tutto al ribasso, quasi a dire che la vera forma di uguaglianza tra esseri umani sia la loro natura animale, un corpo che nasce, invecchia e muore, lo spirito di sopravvivenza. (Sicuramente lo Spirito va più d’accordo con il sistema delle caste o con le società monarchiche)
      Ora, se sia possibile accedere ad altre dimensioni “oltre” la morte, non “dopo” la morte, e vivere in armonia e in relazione spirituale col mondo e con gli altri, questo non lo so. Mi piace credere che magari ci sia un trasferimento di massa di molti di noi su un altro piano più sottile dove sia possibile vivere in unione. 🙂
      In ogni caso, dovrà essere data una bella sfoltita se questo “nuovo mondo” dovesse realizzarsi qui in questa dimensione, perchè la maggioranza della gente è ferma alla negazione della dualità e non ha l’umiltà sufficiente per compiere fosse anche quel primo passo della presa di coscienza che dici te. Ma questi signori sono anche quelli che hanno lo spirito di sopravvivenza più spiccato. Mannaggia.
      L’unica cosa che “so” è che siamo in tanti in grado di immaginare un mondo diverso, un mondo dove sia possibile sentirci fratelli e che sia governato dall’Amore e non dalla paura. Quindi vorrà dire che da qualche parte esiste. 🙂

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